Part 20
Se, dunque, il secreto non è possibile, giovi francamente attenersi al metodo opposto, e ritraendo tutto l'utile proprio della pubblicità, saperne tollerare gl'incomodi. Ma noi soggiungiamo assai fermamente, che quando anche fosse possibile di occultare il maneggio e il trattato, i Principi non lo dovrebber volere. Conciossiachè i popoli nostri sono sovrammodo impazienti di vederli e saperli tutti confederati; e il giorno che ne correrà per Italia la certa notizia, a ciascheduno di essi Principi crescerà la forza, la dignità e la facilità dell'impero, come in ciascheduno de' popoli moltiplicherà la fiducia e il coraggio. In tal guisa, il patto confederativo sarà, al tempo medesimo, effetto immediato della fratellanza de' popoli, e cagione efficace di sopraccrescerla, solidarla ed inanimarla.
Ma si conviene considerare questo medesimo sotto altro aspetto. Ciò che al presente dà virtù e gagliardezza somma al moto italiano, e persuade e trascina seco tutte le intelligenze e acquista di giorno in giorno maggior momento nel giudicio di tutta Europa, si è quell'unione, quella unanimità e quel profondo spirito di nazione che da un capo all'altro d'Italia si manifesta in qualunque atto, in qualunque accidente, con mille variatissime forme e dimostrazioni. Or, che sarebbe un'aperta e solenne dichiarazione della lega de' nostri Principi, se non testificare al mondo intero civile quell'unione ed unanimità, sancirla ed avvalorarla con la importanza e la santità d'un gran patto, porgerle pregio e vigore di ordinamento e di disciplina, sottoporla a una legge costante, generale e uniforme, reggerne e governarne sapientemente il moto e la vita, e farla in tal guisa non che ragguardevole e poderosa a un potentato straniero, ma temuta ed inespugnabile a tutti? La lega politica difensiva di circa diciotto milioni d'Italiani, proclamata e fermata da un patto pubblico e indissolubile, costituirà issofatto la Nazione Italiana, e per la prima volta la farà comparire nel mondo unita, armata ed apparecchiata ad ogni qualunque accadimento.
La diplomazia de' popoli, ne' gran momenti di risurrezione e di ardore politico, procede differentissima dall'ordinaria de' ministri ed ambasciatori: questa è piena di sospetti e riguardi, quella di franchezza e generosità; questa è scaltra, quella è forte; questa intrecciatissima e involta, quella semplice e dispiegata. A noi non bisogna al presente l'arte vecchia italiana di Mazzarino e di Alberoni, ma le pratiche ardite e scoperte degli Olandesi e degli Americani nei bei giorni dell'emancipazione loro. Conciossiachè, questo debbono avere tuttodì avanti agli occhi i Principi nostri, cioè che gl'Italiani conciliano oggi, con ammirazione di tutte le genti, due cose credute impossibili a ben accordare; l'ordine, la disciplina, la pronta e dignitosa obbedienza da un lato; e una profonda rivoluzione e innovazione dall'altro.
Ma coloro che per abito temono il popolo, e vogliono della politica fare un mistero, e d'ogni sala di consiglio un antro di Trofonio, insisteranno dicendo, non essere d'uopo il correre a tali estremi; imperocchè sembra, ed anzi par certo, e oramai non se ne ha più alcun dubbio (queste frasi costumano sempre), che l'Inghilterra e la Francia non consentiranno ad alcuno straniero d'impedire e turbare in nulla il reggimento nuovo costituzionale degli Stati sovrani d'Italia.
E che? dipenderà, dunque, la nostra salute dal consentire o non consentire di Guizot e di Palmerston? E a qual fine, adunque, uscirono di tutela i Principi nostri; a qual fine s'affrettano di dotare i lor popoli di larghi e liberali Statuti; a qual fine s'armano spacciatamente e ordinano da per tutto le Milizie Cittadine, se non sentono in cuore il legittimo orgoglio, anzi il debito sacro di difendersi da sè medesimi? Grazie a Dio, l'un di essi ha pur pronunziato quel detto, che a niuno è per cadere dalla memoria, _L'Italia farà da sè_. Noi confidiamo nella saggezza di chi mandò fuori quelle parole generose e profetiche. Di già, per togliere ai nemici d'Italia qualunque pretesto di risguardare le concessioni di lui come poco leali e spontanee, egli ha voluto innanzi al tempo, innanzi a qualunque grave dimostrazione, prima d'ogni necessità, attorniato dall'esercito fedelissimo, promulgare le nuove franchigie prontamente e compiutamente. In egual modo, per rimanere saldo nell'armi e d'ogni cosa ordinato ed apparecchiato, egli viene così ben temperando la libertà con la disciplina, la vita pubblica con la quiete, l'ardor nazionale con la prudenza, che ai nemici suoi e della causa italiana non resta speranza veruna nè di sorprenderlo nè di scompigliarlo. Noi di tanta saggezza lo ringraziamo con l'animo; ma, in pari tempo, gli addirizziamo preghiere instanti e caldissime di adoperar quella speditamente e con modi premurosi ed efficacissimi, per porre in atto e proclamare in faccia all'Europa la lega politica difensiva dei quattro Stati sovrani d'Italia.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DI NUOVO, E SEMPRE
D'UNA LEGA DIFENSIVA ITALIANA.
26 febbrajo 1848.
Nel mondo politico, rado è che le cose mostrinsi da qualunque aspetto vantaggiose e favorevoli; onde quelle sono da scegliere il cui bene supera di lunga il male. Così diciamo, che della Lega costituita, fa qualche mese, tra l'Austria, Modena e Parma, e al presente pubblicata, è più assai il bene ritráttone dall'Italia, che il male. E primamente, nuocono meno i nemici manifesti, di quello che gli amici dubbj e dissimulati. In secondo luogo, dichiarati come oggi sono Modena e Parma contro l'Italia risorgente e costituzionale, più non hanno campo di richiamarsi agli antichi diritti. E qualora si venisse a spartir la lite col ferro, potrebbesi senza ingiustizia imporre ad esse la legge dei vinti, e far le acque della Parma e del Panaro scorrere tributarie o della Toscana o di Roma.
Ma il profitto maggiore che può l'Italia dedurre da tal lega odiosa ed ostile, gli è senza dubbio avere occasione, ed anzi necessità, di risolversi alla perfine a stringere una Lega Italiana tra i quattro Stati liberali ed amici. Grazie a Dio, le incertezze, i rispetti e l'esitazioni sono fatte impossibili, e ne dobbiam merito al patto delli 24 di dicembre. Oggi, a una lega difensiva dell'Austria, sono i Governi nostri, quanto al diritto, liberissimi di contrapporne una Italiana: e quanto all'interesse lor proprio, dico che sono in dovere e in necessità di farlo al più presto; conciossiachè ad apparecchi gagliardissimi di difesa risponder conviene con altrettanti; ed è poi debito insieme e necessità il soddisfare al voto comune, che è il più legittimo forse, il quale abbiano fino a qui espresso i cuori Italiani. Quanto più ci pensiamo, e tanto ci cresce la maraviglia che una Confederazione strettissima e veramente fraterna non ancora sia pubblicata fra i quattro Principi riformatori: e però ci scusino coloro che leggono, se ci rifacciam sempre a parlare del tèma medesimo; chè qualunque replicazione in tal caso non è soverchia; e pur tornando infruttifera, soddisfa al debito ed alla coscienza dello scrittore. O come? que' Governi stessi che tanto sono solleciti a compiacere a' legittimi desiderj de' Popoli, si peritano e s'indugiano a contentare quest'uno solo, che forse supera tutti gli altri di utilità e ragionevolezza? Che cosa importa l'unione degli animi, la parità delle opinioni, la voglia intensa ed universale dell'operar di conserto, se a tali ottime disposizioni è impedito di giungere all'atto? A che giovano, in che ci avvantaggiono tante dimostrazioni d'amore e fiducia reciproca, e tante proteste di fratellanza e segni e prove di vita nazionale comune, quando tutto ciò si rimanga nel chiuso dei petti o nel suono delle voci, e non ne risulti alcuna notabile congiunzione di forze, nè alcuna bene avvisata cooperazione? Dubitano forse i Principi nostri della generalità e caldezza del desiderio? Ma per Dio, se il modesto pensiero delle moltitudini trasparisse di fuori, e quel che giace dentro dell'animo sonasse distinto sopra le bocche, null'altro udirebbesi replicar dappertutto e sempre, salvo che CONFEDERAZIONE, CONFEDERAZIONE. Nè altro grido noi pure vorremmo innalzare ed espandere, tutta volta che possedessimo quelle cento lingue d'acciaro e quei dieci petti di bronzo di cui parla Omero; e se fossero a nostra requisizione migliaia d'araldi, vorremmo che su dai pinacoli e dalle torri, seguendo l'uso del popolo ebreo, a mane, a mezzogiorno ed a sera, ei dessero fiato alle trombe d'oro, e non altro tramandassero a tutti gli orecchi fuor queste voci: CONFEDERATEVI, O PRINCIPI, CONFEDERATEVI.
Se utile poi si stima il silenzio, utili le cautele dei diplomatici, necessario il tenere occulte le pratiche e i negoziati, noi pensiamo aver dimostrato nel nostro Foglio del 16 l'errore e il danno di tale opinione. Ed ora una nuova ragione ci suggerisce intorno al proposito la Lega patteggiata e conclusa fra l'Austria, Modena e Parma. Di vero, molte ragioni e molti rispetti consigliavano quelli tre Stati ad occultare la Lega loro quanto più tempo si fosse potuto; e pur nondimeno, maggior forza ha avuto sul lor consiglio questa sola considerazione: che, cioè, rimanendosi occulto il Trattato, rimanevano altresì impediti e sospesi in gran parte gli apparecchi e le difese comuni. Ora, il simile si debbe affermare de' Principi nostri, ai quali, infino a tanto che piacerà di tener celato il convegno (supponendosi che sussista), verrà impedita ogni preparazione comune di forte e bene ordinata difesa.
Ministri e ufficiali supremi de' quattro Stati, deh! risolvetevi una volta, e rompete il funesto indugio. Noi non pensiamo che il cuore vi manchi di adempiere il desiderio universale italiano con quell'ardore e sollecitudine che i casi ricercano: ma quando ciò fosse, a voi non dispiaccia che spiriti più coraggiosi e gagliardi suppliscano l'opera vostra. Imperocchè questo è necessario assolutamente, che i Principi nostri riformatori abbiano uomini intorno a sè, così pieni com'essi, di forte e generoso sentire, e così grandi e straordinarj, come i tempi, come l'Italia.
(Dalla _Lega Italiana_.)
AI LOMBARDI E VENEZIANI.
28 febbrajo 1848.
Quella angosciosa impotenza che sperimentano gli uomini in consolare o l'amico o il parente percosso da estremo infortunio, prova, noi crediamo, l'Italia intera in consolar voi, fratelli sfortunatissimi, e in provvedervi di pronto ajuto e di sicuro consiglio. Ma se può valere per conforto efficace, e per ajuto almeno dell'animo, la compagnia del dolore, sappiate, o carissimi compatrioti, che ogni città, ogni borgo, ogni casolare d'Italia partecipa al vostro lutto e alle vostre amarezze. Abbiamo disdette le mense rumorose, acchetati gl'inni, dato bando a qualunque dimostranza di pubblica contentezza. Nè questo nostro compianto e rammarico è quale si converrebbe ai fanciulli e alle femminelle. In noi lo sdegno pareggia la compassione, e a tutti gli altri affetti prevale. Oltrechè, i tempi fatali maturano, gli apprestamenti moltiplicano da ogni parte, e ogni cosa è pieno d'armi, di sospetto e d'irrequieta preoccupazione. Un popolo intero e il qual somma ventiquattro milioni, freme d'ira giustissima, e a mala pena si può temperare. Poca favilla gran fiamma seconderà: e dove alcuna cosa non fa difetto, salvo che l'occasione, può tenersi per certo, che quella eziandio non è per mancare; tanto di sua natura ella è difficile a rimanere, e facilissima a giungere.
Fratelli, grande e straordinaria sventura v'incontra; e voi gemete veracemente sotto il giogo d'iniquissimi editti di polizia, i quali non altrimenti sapremmo chiamare, che capricci ed insanie di tirannide inferocita e ubbriaca di paura. Contuttociò, non vi dee recare poco e fuggevole alleviamento il conoscere la indignazione di tutti i popoli civili contro ai vostri oppressori, e l'ammirazione profonda inverso l'opere vostre. Certo, lungamente stupirà il mondo di quella costanza ed unanimità, e di quel coraggio ed accorgimento col quale costretto avete i satelliti del Governo o a ruinare e disfarsi, o a gettar dopo le spalle ogni verecondia e conculcare le proprie leggi; e uscendo d'ogni dritto e d'ogni equità, distruggendo ogni ordine di giustizia, adoperando la dittatura quale non si usa in regioni di barbari, e confidandola alle mani le più abborrite e insieme le più disprezzate, imperare a modo di masnadieri, e tener la spada di Damocle sospesa sul capo d'ogni innocente e leal cittadino. L'Europa vi loda e vi esalta; e la Polizia degli stranieri, per lo contrario, s'invelenisce e s'invipera: chè mentre stimava sulle Lagune e sul Po di premere con poco sforzo e di manomettere un popolo nelle ricchezze e ne' piaceri avvizzato e sepolto, e dalla dispotica dominazione depravato e inschiavito, trova in esso ad un tratto, e riconosce con ispavento i non degeneri discendenti degli eroi di Legnano e di Famagosta. Laonde, in lei è vera paura e sgomento, in lei è il rimordimento e l'obbrobrio; dal lato vostro è dolore con serenità, è strazio con intrepidezza, è oppressione con gloria.
Da tutte queste considerazioni, o carissimi, noi non dubitiamo di vedervi raccogliere nuovo coraggio e nuova fermezza, e nelle accresciute miserie accrescere d'altrettanto la forza, la dignità e l'alterezza dell'animo. In coloro è una criminosa speranza di scombujarvi e atterrirvi; e la scelleraggine loro, ben succeduta in Gallizia, troppo li fa persuasi di conseguire il medesimo, e per qual sia mezzo, in Lombardia e in Venezia. Ma di ciò noi siamo al tutto sicuri che vanno ingannati, e del perfido tentamento rimarrà loro soltanto il vituperio perpetuo e l'abbominazione di tutte le genti.
Non del coraggio, adunque, non dell'intrepidezza vostra sappiam dubitare, o Veneziani e Lombardi, ma sì piuttosto della longanimità e della sofferenza. E certo, a noi manca il cuore di pur consigliarvela; perchè essendo noi liberi e armati, e sentendo forte nell'anima tutto il debito della fratellanza, vergogniamo di recarvi ajuto di solo pietose parole, e pregarvi di pazienza e rassegnazione. Ma gli è affatto impossibile che voi leggendo nel chiuso de' nostri animi, non ravvisiate chiarissimamente, che gl'indugi e i trattenimenti tornano per noi quasi quanto per voi amarissimi. Piaccia a Dio e alla fortuna d'Italia, o d'interromperli presto, o tanto più accrescere e assicurare la felicità e pienezza del buon successo, quanto più lungo e doloroso sarà l'aspettarlo.
A ogni modo, quello che mai dalla mente vostra non dee fuggire, si è che tra la quiete e le armi, tra l'eroica pazienza e l'eroico insorgere, non istà nulla per mezzo; e che il peggiore sarebbe confondere le due cose, e versar sangue infruttifero, e dar pascolo frequente alla rabbia de' vostri oppressori con parziali conflitti ed ammazzamenti.
In secondo luogo, desideriamo e preghiamo che vi sia sempre raccomandato il minuto popolo, massime quello sì numeroso e sì bisognevole del contado; e che non vi paja dura nessuna fatica, nessun dispendio, nessuna sollecitudine per obbligarvelo e affezionarvelo. Senza la plebe, tutte imprese grandi vacillano, e le politiche sono impossibili. Raccogliesi da indizj parecchi, che i vostri nemici si studiano di seminare zizzania e risentimento tra i poveri e i facoltosi, tra i signori e la plebe; e si fa verisimile molto, che qualche nuovo editto di Polizia verrà promulgato, gravoso alli benestanti e lusinghevole alla gente minuta. Rispondete, o fratelli, alle arti malvage, con benefizj e larghezze maggiori inverso le moltitudini; ond'elle s'accorgano e si persuadano, che non già lo straniero, ma voi, e voi solamente siete gli amici loro operosi e sinceri, e il naturale presidio e la durevol tutela. Affrettisi ognuno a istruirle, affrettisi ognuno a beneficarle; e quando spunteranno giorni di grandi prove, e qualcuno di voi, sceso nelle piazze, griderà: _Popolo, a me_, questo, non mai ingrato nè tiepido, risponderà tostamente: _Siam teco, menaci dove vuoi; tu sei il nostro amico e benefattore: teco ritroveremo o la salute o la morte._
(Dalla _Lega Italiana_.)
CENNI D'UNA LEGGE ELETTORALE.
1 marzo 1848.
Machiavello scrive, che dal fiero strazio e dalle frequenti battiture delle fazioni, Fiorenza in pochi anni di tregua e di pace risorgeva così vigorosa, che non solo rifacevasi largamente de' danni passati, ma lasciavasi addietro quasi ogni altra italiana in prosperità e in ricchezza. La qual cosa, aggiunge quel gran pensatore, procedeva singolarmente dalla partecipazione immediata d'ogni cittadino al Governo ed alla sovranità; il che promoveva in ciascuno un tal senso della dignità e importanza propria, che le facoltà e virtù della mente e dell'animo in supremo grado s'ingagliardivano. I nostri tempi avendo abolito i comizj e l'uso delle imborsazioni, e potendo le moltitudini partecipare al Governo solo indirettamente coi mandati che affida ai rappresentanti, a noi sembra, parlandosi in genere, che sia molto male ristringere il numero degli elettori, e molto bene allargarlo; perchè gli è un diffondere in tutto lo Stato il più importante esercizio e il più nobile della vita politica; e gli è, quindi, un accrescere ne' cittadini quell'alto sentire di sè, che nelle antiche nostre Repubbliche trovasi avere operato tanti prodigj.
Ciò poi s'accorda con la ragione e col dritto; perchè, a dir vero, la ragione non concede l'imperio se non ai sapienti ed agli ottimi, e questi debbono essere dall'universale riconosciuti e salutati: e però, sotto tale aspetto, quella legge di elezione dovrà reputarsi migliore, ch'esclude dall'atto di solenne e spontanea ricognizione coloro soltanto ne' quali difetta compiutamente la facoltà di ravvisare e stimare il pregio degli uomini.
Alle moltitudini accade talvolta d'ingannarsi intorno al proprio bene e profitto; ma più spesso accade che i facoltosi ed i maggiorenti scordino l'altrui bene, o non se ne curino. Da ciò è proceduto, che le moderne Costituzioni poco hanno giovato la parte più numerosa e più sfortunata del popolo. Sotto quest'altro aspetto, adunque, tanto la legge elettorale parrà più giusta, quanto farà giungere al Parlamento più numerosi patrocinatori del popolo minuto.
V'ha nello Stato due specie differentissime d'interessi; il privato de' Municipj, e il generale di tutta la Patria. Il perfetto temperamento consiste nel conciliarli, e non nel sottomettere affatto e senza misura il primo al secondo; come in Francia si fa sovente, ed altri paesi s'avviano a fare. Per tal riguardo, che è pure di gran momento, la legge elettorale migliore si dirà quella che faccia ne' Parlamenti rappresentare, con giusto equilibrio, ciò che vogliono le provincie e i Comuni, e ciò che lo Stato esige e desidera.
Due cose, poi, eccellenti (dicemmo noi, giorni addietro) sono nel mondo; l'istinto e il buon senso delle moltitudini non idiote, e la scienza fine e consumata dei pochi. Gli è, dunque, con ogni industria da procacciare che il consesso dei Deputati raccolga in sè quelle due eccellenze; e v'abbia da un lato chi sia pieno dello spirito popolare; e chi dall'altro partecipi alla sapienza dei pochi; e di questi ultimi v'abbia i pratici ed i teorici, i sommi speculatori e i sommi amministratori. Dove trionfa la sola democrazia e il numero fa la legge come in America, la plebe padroneggia troppo sovente ogni cosa, e sparge da per tutto le sue passioni e preoccupazioni. Quivi, così gli ambiziosi, come coloro a cui preme di servire e giovare la patria, fannosi a corteggiar la plebe, e pensieri affettano ed usi ed eloquenza plebea. Debbesi pertanto studiare un modo, il quale senza togliere al popolo il dritto di concorrere all'elezione e farsi validamente patrocinare nei consessi legislativi, conservi agli uomini d'alto ingegno e d'animo indipendente la libertà d'opinione, e gli esenti affatto o dalla necessità o dall'utile di plebeizzare. Dee procurarsi altresì che le minoranze (come le chiamano) non siano più del convenevole sopraffatte dalle maggioranze; e perciò, dee lasciarsi aperta una qualche via onde alle persone di singolar merito che hanno ottenuto il suffragio di tale o tal municipio, ma non quello del generale scrutinio, si possa ciò nonpertanto ascrivere la dignità e l'ufficio di Deputato.
Infine, forza è consentire, che nelle città dominanti v'è più sapere e maggiore esperienza, e che i pensieri vi si compongono meno angusti, e il modo di giudicare è più franco, e procede con massime razionali ed universali.
Dopo queste considerazioni, osiamo trascrivere qui alcuni cenni d'una proposta di Legge Elettorale Italiana: e diciamo Italiana, non perchè molto diversa da tutte le forestiere, ma perchè pon sue radici nel municipio e negli istituti letterarj, i due più antichi e più peculiari elementi della civiltà italiana. Per mostrar come in rilievo, e quasichè a dire in concreto, il nostro concetto, noi l'applichiamo particolarmente allo Stato Romano, ove preparasi una legge municipale larghissima, e ove la forma attuale della Consulta di Stato ha suo fondamento ne' Consigli comunitativi e nei provinciali.
1. In ogni Comune di mille e più abitanti, chiunque partecipa all'elezione dei consiglieri municipali, partecipa similmente e con egual diritto a quella de' Deputati.
2. Tutti gli elettori sono eligibili.
3. In ogni Comune di mille e più abitanti, ai debiti tempi e con le forme prescritte, tutto il Corpo degli elettori municipali raccogliesi in Collegio elettivo per procedere alla scelta dei Deputati.
4. Son esclusi dal Collegio que' soli elettori che dànno voto nel Collegio elettivo della provincia, come più avanti dichiarerassi.
5. In ogni Collegio di municipio saranno eletti a pluralità di suffragi tre Deputati delli sei che manda ciascuna provincia. Ma gli eletti serbano nome di candidati fino allo spoglio degli scrutinj che adempie il Collegio elettivo della provincia, come dichiarerassi nel numero 9.
6. I nomi dei prescelti, il numero totale degli elettori, quello dei presenti allo scrutinio e il numero dei voti raccolti, saranno da ciascun Collegio inviati al presidente ordinario del consiglio provinciale.
7. Nel giorno stesso che avvengono le elezioni in ciascun Collegio di municipio, convocasi il Collegio elettivo della provincia nella città ove il Consiglio provinciale risiede. Tal Collegio è composto dei consiglieri di provincia ordinarj. Vi si aggiungono: 1º I rettori degl'istituti pubblici d'educazione; 2º I rettori de' Licei; 3º Il presidente e il segretario di ciascuna Accademia o dal Governo riconosciuta, o che sussiste da dieci anni e stampa gli atti delle adunanze; 4º I presidenti de' Tribunali di prima istanza e d'appello.
8. Il Consiglio provinciale, con gli elettori aggiunti, sceglie a pluralità di suffragi due deputati.
9. Due dì dopo l'elezione, il Presidente ordinario del Consiglio provinciale, il Gonfaloniere della città, il Legato della provincia, il primo Segretario di Legazione e due Assessori, rivedono l'atto di elezione di ciascun Collegio, e proclamano i nomi de' tre candidati sui quali cade il maggior numero di voti. Tal numero dee risultare dal paragone di tutti gli scrutinj onde sono usciti i nomi di tutti i candidati.
10. Lo Stato è spartito in due divisioni, meridionale e settentrionale: della prima è capo Roma, della seconda Bologna. Roma invia al Parlamento nove deputati, e Bologna sette: l'elezione si fa dal Corpo degli elettori municipali, eccettuati quelli che dànno voto nel Collegio provinciale. I Consigli provinciali di Roma e Bologna costituisconsi, come altrove, in Collegio elettivo, procedono alla scelta di due deputati; e quindi allo spoglio degli scrutinj di ciascun Collegio municipale, eccetto quello di Roma e Bologna.
11. Ma gli elettori aggiunti ai consiglieri ordinarii, sono il doppio di numero; e porzione è levata dalle categorie sopraddescritte; porzione dalle maggiori dignità letterarie e forensi che porgono le due principali città dello Stato, e non sono nelle provincie, come i rettori dell'Università, il Presidente del Tribunale di ultimo appello, ec.