Part 19
In Italia, noi non abbiamo al presente (e siane ringraziato Dio) i fieri motivi che infiammavano e inviperivano quel popolo minuto. Di tutte le mutazioni che la rivoluzione francese recò allo Stato e alle forme propriamente sociali, noi già raccogliemmo il frutto migliore; e perfetta è oggimai nella nostra patria l'eguaglianza civile e l'estinzione dei privilegi; e sino nell'isole, rimaste più separate dal moto universale politico, gli avanzi e gli effetti della lunga feudalità sono in procinto di scomparire. A noi, dunque, manca da questo lato una leva molto gagliarda per sommovere le moltitudini, e un incentivo assai efficace ed acuto per animarle a gran fatti e tenerle salde ad ogni durissima prova. Ma qui accade considerare come il presente moto italiano proceda diversissimo dal francese. Chè quello fu tutto disordinato e violento: nudrivasi d'ira e d'orgoglio, scuoteva gli ordini dello Stato dall'ultime fondamenta, provocava da ogni banda nimicizie mortali, salir voleva di balzo all'acquisto d'ogni libertà e d'ogni ideal perfezione, e affrettavasi al lume incerto di dottrine fantastiche, e senza tener conto alcuno degli ostacoli e dell'inopportunità. In quel cambio, il nostro moto presente è tutto civile e pratico, e molto tende ad edificare, e poco o nulla distrugge. E però, noi possiamo invitare ogni varietà di gente e ogni condizione d'uomini all'impresa, universalmente proficua e nociva a nessuno, di costituire l'Italia in essere di nazione, e di rialzarla a quel grado di perfezionamento e splendore sociale e politico che la natura e i cieli le destinarono.
Non occorre, adunque, alla nostra impresa la rabbia cieca, impetuosa e infrenabile delle moltitudini, ma sibbene occorre il sentir loro generoso, il buon senso ravviato e schiarito, e il saldo e intimo convincimento che gli amici della libertà e della indipendenza italiana sono gli amici loro costanti ed attivi; e in fine, che dessa libertà e indipendenza, oltre all'essere cosa bellissima e nobilissima rispetto a sè, soccorre e giova fruttuosamente le classi inferiori, ne inizia e fomenta la educazione, ne tronca o mitiga i mali, e le introduce di mano in mano a gustare il dolce della scienza, e godere il bello e il maraviglioso della gloria e grandezza umana.
Ai quali termini tutti noi giungeremo assai prestamente, se il massimo de' beneficj che usar vorremo nel popol minuto consisterà in una industria ingegnosa e continua di convertire in qualche profitto certo e immediato di lui quelle nuove franchigie e diritti, e quelle larghe istituzioni di cui buona parte degli Italiani è ora dotata. Pur troppo, ciò non vedesi praticare con molto zelo o perduranza neppure appresso le nazioni più libere e più civili d'Europa. Nè noi ci ricordiamo dal 1830 in poi, d'aver sentito in Francia nei Parlamenti proporsi, più di una o due volte, leggi e provvedimenti giovevoli in guisa immediata e visibile alla porzione più numerosa e infelice del popolo. Noi facciam voti perchè la sapienza civile italiana sappia calcare una miglior via.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DEI DAZJ DANNOSI AL POPOLO.
22 febbrajo 1848.
Non è facile a dire quanto ci rallegriamo di vedere il Governo Sardo entrare innanzi ai privati, e dar loro splendido esempio in questo fatto rilevantissimo del beneficare la plebe. Nell'articolo quartodecimo del memorabil Decreto degli otto, fra le altre gravissime disposizioni è registrato e promulgato, che dal primo di luglio in poi la gabella del sale non eccederà il prezzo di 30 centesimi per chilogrammo. Di tal benefizio a noi corre obbligo di ringraziare particolarmente il Principe, così in nome nostro come della gente minuta e più bisognosa, alla quale non dee sgradire che pure questo Periodico si faccia interprete e testimonio dei sentimenti di lei.
Ognun sa che tra le tasse più dure e gravose per l'infimo popolo, era da computarsi quella del sale, e segnatamente per gli uomini di contado, a cui tornava costosissimo il quasichè solo condimento del suo vitto più che frugale. E oltre ciò, difettava d'un mezzo efficace (per quello che affermano parecchi pratici) di ben ristorare e ben nudrire il bestiame: e chi considera che dal bestiame, e per conseguente dal concime che dà, si origina ogni altro miglioramento agrario, dee confessare che la gabella del sale, quando non sia tenuissima, prende luogo fra quelle tasse perniciose ed improvvide che offendono la prosperità e ricchezza comune nelle sue medesime scaturigini. Senza dire quel che da taluni agronomi si va ripetendo; il sale, cioè, poter servire da buon letame per praterie, e che non isconverrebbe punto l'adoperarlo per succedaneo del guano, e d'alcuni altri concimi artefatti. Ma di ciò veggano gl'intendenti.
Noi pigliamo fiducia, che da ora in poi il Governo Sardo cercherà e studierà ogni guisa per iscemare notabilmente tutti quei dazj che per diretto o per indiretto incarano le cose più necessarie alla sussistenza. E il Tesoro ne riceverà molto minor danno che non si stima; poichè il calo delle gabelle verrà riparato in gran parte, se non in tutto, dall'aumentarsi il consumo, appunto come va succedendo appresso gl'Inglesi. E quanto è al grave sbilancio che può accadere ne' primi tempi, il Governo Sardo è in grado di non se ne sgomentare, perchè i buoni risparmj fatti e l'ottimo assetto ministrativo gli rendono agevoli molti compensi e molti partiti, di parecchi de' quali faremo speciale ragionamento tra breve. Egli sarà in tal guisa lodato da tutti i buoni, ammirato dagli Statisti ed Economisti d'ogni paese, e, quel che più monta, verrà benedetto ogni giorno dalle famiglie de' poveri; e la plebe, cogliendo larghi profitti dall'ordinamento nuovo dello Stato, conoscerà con diletto quanto sia dolce cosa la libertà, quanto giusto ed utile l'impero dell'opinione, quanto dignitoso l'obbedire a un Principe liberale, e far parte di una Nazione che risorge e grandeggia. E per tutti questi beni (siamone certi) la plebe darà volentieri, occorrendo, il sangue e la vita; perchè nel cuore di lei la gratitudine, per ordinario, è somma ed eroica, e la devozione per ciò che ama ed ammira non ha misura nè termine. A vero dire, il Governo procaccia dal lato suo di condurla a simili sentimenti, e di ciò pure gli professiamo specialissima riconoscenza. Per fermo, un pensier gentile e generoso fu quello di promettere al popolo lo scemamento della gabella del sale in quel Decreto medesimo che promulgava solennemente lo Statuto rappresentativo. Così vollero i reggitori, che nell'animo della plebe stessero congiunte insieme e annodate queste due cose: un suo profitto speciale, e le pubbliche libertà e guarentigie. Questa è bontà sapiente e fruttifera, e annunzia il disegno di grandi e malagevoli imprese, per le quali ricercasi non pure la fedeltà e l'obbedienza, ma lo zelo animoso ed inestinguibile delle moltitudini.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DI ROMA COSTITUZIONALE.
23 febbrajo 1848.
Da qualche giorno i fogli italiani discutono del potere o non potere il Pontefice costituire un governo rappresentativo. A noi, tutte le ragioni che vorrebbero provare il no, sembrano tanto invalide e frivole, che non concepiam bene come qualche ingegno elettissimo abbia speso non poche parole per confutarle. Noi nel Papa, come custode santo de' dommi, vediamo bene certi confini di facoltà, e ch'egli possa le tali cose e le tali altre non possa; ma come principe temporale e governatore di popoli, non conosciamo divario nessuno da lui agli altri. Per fermo, noi vorremmo che gli avversarj, quali che sieno, si compiacessero di dichiarare sopra qual passo del Vangelo, o sopra qual massima universale e perpetua di Santa Chiesa, è fondato il governo assoluto e arbitrario delle province romane. Però, se nulla v'ha in ciò di dogmatico e nulla d'inconcusso e d'irrevocabile, il Papa rimane libero e sciolto al pari d'ogni altro monarca, non potendo le cose spirituali e temporali cambiar natura per l'adagiarsi che fanno in una sola persona, e come il poter temporale non dee trasformare e alterare l'indole e la sostanza del potere spirituale, così questo non dee travolgere l'autorità principesca, e volerla serbare arbitraria contro la ragion delle genti e le esigenze estreme del secolo. E quando pur si volesse, che la potestà temporale cedendo infinitamente di dignità all'altra spirituale, fosse in debito d'imitarla, e di porsela innanzi agli occhi come modello; ei ne seguirebbe una forma d'impero oppostissima all'arbitraria, e prossima quanto mai al governo che domandasi rappresentativo. Tutti conoscono risiedere la facoltà legislativa ecclesiastica ne' concilj, congiunti nel debito modo all'augusto lor capo: e similmente, a chi non è noto la facoltà pontificia essere, per primo e proprio istituto, esecutrice fedele delle sentenze conciliari; ed anche nelle materie di disciplina, solersi sempre governare a norma dei canoni, e delle antiche e più venerabili consuetudini? Il regno, adunque, temporale dei Papi, per accostarsi come può al divino modello del reggimento ecclesiastico, debbe porre da banda gli arbitrj ed i motupropri, e vestire le forme costituzionali. Chè se queste son necessarie alla prosperità e grandezza di qualunque mai popolo, noi reputiamo che il sono molto di più alla salute e prosperità delle province romane. Per fermo, che è il governo assoluto, salvo che una perpetua dittatura e tutela, la qual presume di fare e maneggiare da sè sola ogni cosa, e reggere i popoli come minori e pupilli? Ma per ciò adempiere, appena è sufficiente ad un Principe lo spendere tutto il tempo che ha, e tutte le cure, fatiche, ingegno, accorgimento ed ostinazione di cui è capace. Ora, come si può adunar tanto carico sulle spalle al Pontefice, il quale e trema e suda continuo sotto il peso del gran manto, e al cui ministero sono affidati i religiosi negozj di tutto l'orbe cattolico?
Ma più: la dittatura perpetua agli occhi della ragione è contradittoria; perchè ogni specie di dittatura vale come rimedio, non come regola permanente; sospende le pubbliche libertà, ma non può annullarle; compie la educazione dei popoli affine di farli uscir di pupillo, non per serbarveli senza termine. Adoperata eziandio da uomini sommi e santissimi, spegne a poco a poco dintorno a sè l'amore alla causa pubblica, e l'abito delle virtù cittadine; e agli affetti forti, generosi e magnanimi, fa succeder gl'inetti e i volgari. E che? l'impero temporale dei Papi che far dovrebbesi specchio lucente e norma sicura e inerrante di tutti gli altri, verrà condannato alla indeclinabile necessità di non poter esser buono, e d'infiacchire e abbassare l'umana natura?
Ma più ancora: nel comando assoluto è gran pericolo di mal fare, e d'imbattersi in gravi e funestissimi errori; conciossiachè, quanto maggiore è l'arbitrio, tanto cresce la facoltà di abusarne; e quando un solo consiglio move ogni cosa, falso ed errato che sia, nessuna forza il corregge e radduce al bene. Ma, a qual monarchia fa più bisogno di non ingannarsi, a quale di non uscire dal buon sentiero, se non alla pontificia? Evvi cosa al mondo così deplorevole, disordine così tristo a vedersi, sconcezza tanto deforme, quanto che il Vicario di Cristo, la persona più veneranda fra gli uomini, e guardiana e rappresentatrice dell'essenza medesima della saggezza eterna, inciampi in isbagli gravissimi, e pongasi a rischio di governare e imperare in modo che tutto il mondo civile ne rida e si scandolezzi? Pur troppo, non son queste supposizioni assai temerarie; e l'Italia il sa, e ne piange tuttora. Invece, cambiata la dittatura in reggimento costituzionale, nessuna imputabilità può salire fino alla seggia di S. Pietro; e il Principe sacerdote può solo operare il bene e non mai il male: principio, come è noto ad ognuno, e massima direttiva di quel reggimento, e la quale sembra appunto pensata per dignità e decoro del regno pontificale.
Potremmo senza fine moltiplicar le ragioni; ma le più sono state messe in buona considerazione da egregi scrittori, e però ci asteniamo dal ricordarle. Solo qui aggiungiamo, che se all'immortale Pio IX sta veramente in cuore di tramandare intera la potestà regia a' suoi successori, debbesi affrettare di darle per fondamento la libertà, che è oggimai la sola e abbondevole scaturigine d'ogni potere e d'ogni forza.
Certo è, che se il conculcare i popoli con le alabarde svizzere e le bajonette tedesche domandasi pienezza di regno, Pio IX la rifiuta e l'abbomina, e piglierassi piuttosto la parte che il tutto; e se colmar le prigioni, sbandeggiare i migliori, erigere tribunali soldateschi e feroci, armare i centurioni, e tinger di sangue le città di Romagna, sono i soli mezzi rimasti per tramandare a' successori l'integrità del potere, a Pio IX fa ribrezzo e dolore pur di pensarlo; e niuno s'aspetti dalle sue mani innocenti un'eredità cotanto misera ed abborrita. Il sentir dire, poi, e obiettare che, molti secoli fa, giurarono i cardinali per sè e per gli ultimi lor successori di conservare cotal plenitudine di diritti, e che in niuna guisa si può derogare a quel giuramento antichissimo, ciò suona agli orecchi nostri quasi come bestemmia. Questo non giurarono del sicuro i cardinali in lor cuore e pensiero, e se il fecero, malissimo adoperarono, e il peggiore sarebbe mantenere quel sacramento. Eh via, lasciamo una volta i sofismi e i cavilli, che a ogni specie di prepotenza e di tirannia servito hanno di velo e di scusa; e non si meschii, soprattutto, alle faccende laicali la santità inviolabile della teologia. Il padre Boerio e il padre Perrone pensino ad altro: qui non fa duopo il lor magistero. Profani e materialissimi sono coloro che la spiritualità della Chiesa e le condizioni sue eterne e immutabili involgono, in qualsiasi maniera, con le contingenze, le varietà e i casi del potere temporale. La Chiesa di Roma ha esistito e con l'autorità principesca e senza, e ha provveduto a' suoi fini dallato a ogni forma sociale e politica, compresavi eziandio la repubblicana, essendo Roma più d'una volta nel medio evo stata repubblica e affatto signora di sè. A noi fa sdegno veramente il vedere, che uomini i quali pur jeri l'altro riconoscevano nel Pontefice ogni possibile latitudine di facoltà e di arbitrio, sieno disposti a provare la sua impotenza unicamente quando si tratta di largire ai popoli la libertà, e rivocare l'Italia alla grandezza e gloria perduta.[10]
(Dalla _Lega Italiana_.)
CARTEGGIO TRA METTERNICH E PALMERSTON.
23 febbrajo 1848.
Jeri e jer l'altro la _Lega_ ha riferito e tradotto un carteggio ufficiale e di molta importanza tra il visconte Palmerston e il principe di Metternich intorno ai casi d'Italia. Nel primo dispaccio, dato alli due d'agosto dell'anno scorso, il gran Cancelliere di Vienna comincia, secondo suo stile, a chiamare sconvolgimenti vertiginosi le quiete e ordinate riforme che i Principi nostri han praticato nell'Italia media. Per l'Austria ogni moto è sconvolgimento, perchè simbolo del suo governo è il serpente a sonagli in torpore, e perchè ella si fa gloria di traslatare la Cina in Europa: quindi a Vienna, come a Pechino, ogni mutazione vien riputata sedizione. Dice poi Metternich, che di tali scombujamenti le conseguenze si lasciano indovinare anche troppo. Io non so degli altri, ma se le indovina egli davvero quel gran Tiresia dei diplomatici, e vedele tutte e ben chiare, il buon tempo è finito per lui, e nemmeno può confortarsi col motto di Tiberio che molti pongono sulla sua bocca, _dopo me il finimondo_. Insomma, avea gran ragione quel Greco di dire a Creso: «Scusami, ma s'io non ti veggio innanzi morire, io non ti posso chiamar felice.» Principe di Metternich, le glorie e i trionfi di Lubiana e di Verona son mezzo affogati, e aspettatevi di vederli ridotti al niente. Oh bel morire, sono già ventisei o ventisette anni, accosto al tappeto verde, in su quel seggiolone a bracciuoli ove con maestà e grazia vi sdrajavate, e l'Europa intera pendeva dal vostro labbro. Ma torniamo al dispaccio. Metternich vuol tastare e sapere come la pensi l'Inghilterra intorno al possesso e all'indipendenza reciproca degli Stati Italiani, e se basti ad essi per piena ed intera malleveria il Trattato di Vienna. Ogni frase ha senso lato e generalissimo, e conoscesi aperto, che il fine di quello scritto è soltanto di scoprir terreno, ed esigere una dichiarazione ex officio. In tal dispaccio stanno pure le famose parole: _Italia è una espressione geografica._ Metternich pronunzia il vero. Il Congresso di Vienna tolse alla povera Italia qualunque altra significazione, fuor quella d'essere un pezzo di terra europea configurato d'un certo modo, e al quale i geografi impongono per abitudine un nome solo. A ciò non si risponde con le parole, ma sibbene coi fatti; e finchè questi non parleranno, taci, popolo Italiano, taci, ed infrattanto
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
La seconda lettera del gran Cancelliere va ripetendo, quanto al costrutto, il medesimo che nella prima; salvo che aggiugnevi una pittura nerissima, ed oso dire grottesca dei moti d'Italia: e badisi che al dispaccio è apposta una data anteriore di molti mesi ai fatti di Sicilia e alle promulgate Costituzioni. Che vogliono gli agitatori d'Italia e que' settarj malvagi che la sommovono da sì lunghi anni? Metternich solo ha scoperto il secreto ed avvolto al dito il bandolo della matassa: ei vogliono fare d'Italia una gran repubblica federata, con un governo centrale de' più stretti e gagliardi. Scuotetevi dunque, o Monarchi, alla voce del vostro amico, e provvedete al pericolo che vi sovrasta. Così parla ed esorta il gran Cancelliere; e sono trent'anni che la cosa stessa ripete; e veramente, _chordà obberrat eàdem_, nè altro sa figurare il brav'uomo che sétte e pugnali, _comitati_ e congreghe, rivoluzioni e repubbliche. Ciò prova che nelle fissazioni mentali v'ha moltissimi gradi, e non tutti menano alla pazzia: senza di che, il decano degli Statisti d'Europa soggiacerebbe da lungo tempo alle docce fredde e agli altri calmanti.
Lord Palmerston fece da prima una sola risposta alle due lettere di Metternich, e poi mandò una seconda con data degli 11 di settembre, cioè in quel torno di tempo in che l'Austria avea sorpresa Ferrara; laonde v'è inserita questa frase osservabilissima: — L'integrità degli Stati Romani dee venir reputata siccome un elemento essenziale dell'indipendenza politica della Penisola italiana. E non può accadere alcuna invasione di quel territorio senza che ciò non meni gravissime e importantissime conseguenze. — Parole son queste molto significative; e la punta loro è sì acuta e pungente, che i soliti fiori segretarieschi la cuoprono a mala pena.
In generale, Lord Palmerston ristringesi a dire, che l'Austria richiamandosi, come fa, al trattato di Vienna per la conservazione delle province lombarde, ha buon dritto e ragione; e che non solo debbono venire adempite le determinazioni e le clausole di quel trattato, ma il debbono essere _tutte_; il che vuol dire, a Cracovia come in Italia. D'altra parte, prosiegue Palmerston, considerando che nel congresso di Vienna i Sovrani d'Italia furono riconosciuti liberi e indipendenti nel modo più formale ed esplicito che mai si possa, ne discende che non debbono essi venir turbati in qualunque esercizio di loro sovranità a rispetto del governo interiore; e però, qualunque atto di cotal genere non può fornire all'Austria buona ragione d'invadere con le armi veruno degli Stati italiani.
Questo parlare, nello stile sempre officioso e cortesemente dissimulato delle cancellerie, ha del risoluto e del vigoroso; e però Metternich, che squadernava e citava il trattato di Vienna, è stato benissimo redarguito; e i due dispacci di Palmerston sono, per nostro avviso, un molto leggiadro e continuo ritorcere d'argomenti, ove non manca neppure la grazia dell'ironia, e ricorda quel grave e maliziosetto sorriso de' gran signori, nel quale, eccetto la sincerità, si trova ogni cosa. Lord Palmerston affermando il diritto che l'Austria possiede di proteggere i possedimenti suoi sul Po e sul Mincio, fa pur notare che niuno l'offende e il minaccia, e non si vede chiaro a che proposito sia ricordato con tanta solennità e premura: laddove, per lo contrario, il pericolo che non si rispetti l'indipendenza degli Stati d'Italia è visibile e soprastante.
Quanto poi al disegno dei caposchiera italiani di giungere a fondare o una repubblica sola o molte confederate, confessa il Palmerston, con vera e sentita modestia, che benchè dappertutto abbia consoli, e gente non poca che attende a ben informarlo, egli non ha avuto neppur sentore di tanta e sì grave macchinazione. Ma ciò invece che quel ministro ha da lunghissimo tempo saputo di certa scienza, e per mille vie e per mille organi, si è che l'Italia veniva retta e governata miserissimamente, e bisognavanle riforme pronte e larghissime, soprattutto in Roma ed in Napoli. Laonde, conclude il Palmerston, gli è da sperare che il ministero di Vienna, al quale più che a qualunque altro dee stare a cuore la salda pacificazione d'Italia, vorrà dar mano ai Principi della Penisola per condurre le riforme a termine fortunato, e caldeggerà ogni determinazione loro intesa a quel fine. Qui ognun vede che il velo della socratica ironia divien troppo sottile, e si squarcia. Oh come! il Principe stesso di Metternich dee con le sue proprie mani ajutare gli altri a scavargli la fossa? Questo nol chiediamo neanche noi Italiani, perchè le virtù eroiche non possono domandarsi a veruno. Noi nel servaggio abbiamo bensì perduto parecchie doti, ma non la discrezione e l'urbanità. Il Metternich invecchia assai, e gli sta bene, dopo enormi fatiche, un po' di riposo. E perchè ai molto attempati ogni divertimento si cangia in tedio, la gentilezza italiana preparagli uno spettacolo tanto vivo e patetico, che impossibile è non lo svaghi per qualche poco, e non gli riempia gli occhi e gli orecchi di straordinario e ricreativo diletto. Possa egli vivere tanto da vedere finito il dramma e calato il sipario.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DI NUOVO,
DI UNA LEGA POLITICA DIFENSIVA.
16 febbrajo 1848.
Tra la lega de' popoli e la lega de' Principi, qual dee riuscire più malagevole a praticarsi? certamente la prima; ed anzi, ella non può essere menata in atto, salvo che dall'azione lenta del tempo, e da un fortunato concorrere di avvenimenti e di circostanze. Eppure, scorgesi oggi in Italia questa singolare contrarietà e discrepanza, che la lega de' popoli tocca oramai la sua perfezione, laddove a quella de' Principi neppure dàssi cominciamento. Ma che sai tu? mi diranno alcuni; ella è forse molto innoltrata. Lavoransi ed apparecchiansi tali cose in piazza? Gelosi negozj son questi, e da tenersi più che celati. Vorresti tu provocare il nemico senza profitto ed innanzi al tempo? Gran maestri furono gl'Italiani del secreto di Stato; e se la fortuna li abbandonò, l'arte non li abbandona.
Rispondo ai contraddittori in tal guisa. V'ha due metodi, ciascuno de' quali ha sue convenienze e disconvenienze: ciò sono il maneggio occulto e diplomatico, e il pubblico e popolare. Quello da cui bisogna astenersi affatto, si è il confondere insieme od il perturbare l'uno con l'altro; imperocchè allora perdesi la maggior porzione dell'utile, e incontrasi la maggior porzione del danno che sta in ambedue. Ora, gettiamo le illusioni dopo le spalle: pretendere che a quattro Governi italiani sia mai fattibile d'intavolare un patto e un capitolato d'unione e confederazione politica senza che l'Austria nol sappia e non ne conosca le clausole principali, sono supposti troppo innocenti, e che disdicono alle commedie e ai romanzi medesimi, oltrepassando il segno d'ogni naturale verisimiglianza.