Part 18
Profittate, Ungheresi, dell'aura vivace e feconda che spira d'Italia, e accendetevi singolarmente di vergogna e dispetto considerando che i vostri vassalli, ed anzi voi stessi in gran numero, serviate ancora d'istrumento e di braccio all'oppressione e alla tirannia. Veri e robusti rampolli del sangue Magiaro, come non arrossite che per le vie di Milano, di Padova, di Pavia, di Brescia, alle scimitarre austriache sieno tramischiate le ungariche, e le vostre mani grondino sangue innocente? come non arrossite di vibrare il ferro nel petto di giovani il cui delitto è simile al vostro, e il cui desiderio è quel medesimo che vi fa eloquenti e animosi nelle vostre diete? Generoso empito di Cavalleria vi mosse, già tempo, a salvare la casa di Ausburgo: movetevi oggi a salvare l'onor vostro medesimo; e a chi vi ricordi la fedeltà antica e gli allori in comune raccolti, fieramente rispondete: — Cavalieri siamo, ma non carnefici. —
(_Dalla Lega Italiana._)
LA COSTITUZIONE TOSCANA.
19 febbrajo 1848.
La Costituzione Toscana è promulgata. Al Granduca avrebbe gradito pensarla e meditarla più lungamente; ma la impazienza non al tutto ragionevole di moltissimi, e il dubbio e sospetto che già correva non si volesse, sotto colore di fare opera affatto toscana, privare que' popoli d'alcune notabili guarentigie, ha mosso il Governo ad affrettare la pubblicazione del patto fondamentale. Mal si può _stans pede in uno_ pronunziare giudicio alquanto sicuro intorno ad opera di tanto e sì grave momento. Pur cediamo al desiderio e al piacere di subito significare la molta soddisfazione ch'ella ci reca nel suo beninsieme; e a noi non par temerario di dire ch'ella supera di bontà eziandio la Carta Napolitana: la qual nostra lode ha però sempre rispetto alle condizioni in cui sonosi posti senza necessità il Legislatore Napolitano e il Toscano, d'imitare al possibile il patto costituzionale francese.
Noteremo in breve i pregi principalissimi della Carta Toscana; dico i proprj e speciali, essendochè gli altri sono comuni alla maggior parte degli Statuti rappresentativi odierni.
Le parole del Proemio ci sono sembrate bellissime, e tanto degne d'un Principe generoso, quanto sincere e piene d'affetto. Nè in quelle parla soltanto il Principe di Toscana, ma l'uno dei contraenti della Lega Italiana, ma il caldissimo cooperatore della rigenerazione nostra comune; imperocchè Egli dice, di volere col nuovo Statuto procurare a' popoli _quella maggiore ampiezza di vita civile e politica, alla quale è chiamata l'Italia in questa solenne inaugurazione del nazionale risorgimento_. E zelante e religioso Italiano si mostra pure laddove conchiude raccomandando l'opera sua al Signore Iddio, _e rafforzando la preghiera di quella benedizione che il Pontefice della Cristianità spandeva poc'anzi sull'Italia tutta_.
L'art. 6 del titolo primo registra fra i principj del Giure pubblico dei Toscani _la libertà del commercio e dell'industria_: ciò fa suggello all'antica saviezza di quella contrada, ove non si credè mai che le ricchezze e le industrie crescessero per privilegi ed inibizioni. Ma bello è vedere i dogmi dell'Economia Pubblica conformarsi alle nozioni del dritto universale, e prender luogo alla perfine nella legge fondamentale d'un popolo.
Nel titolo terzo, fra le pertinenze dei Senatori non si annovera il far giudicio di qualunque delitto di Stato. E questa pure è sapienza toscana e degna del nipote di Leopoldo I, che osò abolire per fino il nome di crimenlese. Già lo Statuto napolitano avea circoscritta la facoltà giudiciaria dei Pari, applicandola unicamente ai reati di alto tradimento _di cui possono essere imputati i componenti di ambedue le Camere legislative_. Ora lo Statuto di Leopoldo II annulla affatto quella particolare spettanza, e vuole, con alto senno, che una sola sia la giustizia, uno il procedere di lei per tutti e per ogni ragione di colpe. Se non che, fa eccezione a questo la responsabilità dei ministri, dei quali potrà essere accusatore il Consiglio generale e solo giudice il Senato.
Nell'articolo 30 del paragrafo secondo dell'articolo terzo, è scritto: _il possesso, la capacità, il commercio, l'industria conferiscono al cittadino toscano il diritto di essere elettore, ai termini e coi requisiti della legge elettorale._ Non il solo censo, adunque, porgerà titolo di elettore. Tanto promette lo Statuto; d'ogni rimanente provvederà la prossima legge. E ben fa lo Statuto a non preoccupare in gran parte la legge stessa, la quale versando sopra materie implicate e difficili, dee potere liberamente informarle e coordinarle. L'articolo, poi, 39 del paragrafo terzo del medesimo titolo, ne lascia intendere che la legge elettorale vorrà escludere tutti coloro il cui ufficio è salariato: altra ottima disposizione dello Statuto.
Nel titolo VII provvedesi alla Lista Civile. Molte cose attinenti verranno discusse e deliberate dai Corpi legislativi. _Durante il regno del Granduca attuale, è mantenuta alla R. Corte l'annua assegnazione della quale è ora dotata, non ostante l'accaduta reversione di Lucca al Granducato, e la conseguente perdita delle signorie di Boemia._ È lodevole ed onorando vedere esso medesimo il Principe metter limite ai proprj assegni, e far sentire con modestia a' suoi popoli quel che ha perduto in lor beneficio.
Ma la parte nella quale lo Statuto toscano sopravanza oltremodo quello del Regno, risguarda le materie di culto, intorno alle quali poco cede alla Costituzione stessa francese. Il primo articolo del titolo primo decreta, che _la religione cattolica-apostolica-romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono permessi conformemente alle leggi._ Dal secondo articolo si decreta, i Toscani qualunque sia il culto al quale s'addicono, essere tutti uguali al cospetto della legge, e tutti venire ammessi egualmente ai civili uffici ed ai militari. Se non andiamo errati, ciò importa la emancipazione compiuta degl'Israeliti, e il poter essi sedere nelle assemblee ed esercitare ogni qualunque diritto politico. Nel qual giudicio siam confermati dai termini e dalle parole del giuramento, non introdotte a caso dal savio legislatore nello Statuto fondamentale. Infine, nell'art. 6 dichiarasi che le leggi sulle mani-morte sono conservate.
Da ultimo, non possiamo non avvertire con compiacenza, che tanto manca che il Governo toscano concepisca ombra e sospetto dell'armi cittadine, ch'egli conclude questa promulgazione del Patto costituzionale con affidarlo in modo espresso e particolare alla vigilanza e al coraggio della Guardia Civica, sua naturale tutela.
Per dire delle imperfezioni della grand'opera, noteremo, fra l'altre cose, le poco avvedute disposizioni del titolo VIII ne' primi suoi cinque articoli. La materia loro è il patriziato toscano e gli Ordini cavallereschi. A noi non par bello del sicuro, nè utile alla patria comune, abolire le tradizioni e gli onori delle grandi famiglie storiche. Ma si convien trovare alcun modo dicevole ai tempi e ai costumi per mantenere ad esse famiglie il lustro, l'autorità e la considerazione che loro competono: i soli stemmi e titoli baronali e le onorificenze di corte non giovano, ed anzi operano effetto contrario. Similmente, noi non vorremmo annullare del tutto gli Ordini antichi cavallereschi, perchè ogni cosa la quale ha lunghissima pezza durato e mandato splendore di gloria, ha in sè un'efficienza di bene e un elemento di vita civile. Però, innanzi di sradicare e spiantare le istituzioni, deesi venir ricercando se non vi fosse guisa e spediente di trasformarle e di rinverdirle: ma chi le serba quali già furono e più non possono rimanere, egli per certo gitta l'opera e la fatica.
Osserveremo ancora, a rispetto dell'assemblea dei Pari, che se nella Carta napolitana le categorie entro le quali dee cadere la scelta del Re sembrano troppo anguste, quelle assegnate dallo Statuto toscano largheggiano tanto, che la legge viene a dire poco più di questo: non sceglierai persone volgari nè idiote.
Ma usciamo delle censure, e torni l'animo riconoscente a encomiare con orgoglio italiano la saviezza e larghezza legislatrice del Secondo Leopoldo.
(Dalla _Lega Italiana._)
DELLA PROSSIMA
LEGGE SULLA LIBERTÀ DELLA STAMPA.
19 febbrajo 1848.
I tempi e gli avvenimenti s'affrettano tanto, ed è così veloce, per non dire precipitato, il compilar delle leggi che fa ora l'Italia, che la stampa cotidiana non trova spazio da prevenirle nè la pubblica opinione da giovarle col suo consiglio. Ma non per tanto a noi si menoma punto il dovere di ciò tentare ed effettuare, come il possiamo, e per la tenue porzione che ci compete: ed ora che il re Carlo Alberto ha commesso ad uomini specchiatissimi, di presentargli tra breve la proposta d'una legge intorno alla stampa, noi ci facciamo debito rigoroso di subito manifestare la nostra mente intorno a quella gelosa materia, con l'usata sincerità e moderazione.
Ognun sa che l'Inghilterra è in Europa il paese classico della libertà della stampa. Nulla cosa, dunque, si può suggerire al legislatore tanto savia ed utile, quanto di accostare l'opera sua alle norme che son seguite in quell'isola. Se non che, egli dovrà convertire in decreto scritto e sancito gran parte di quello che in Inghilterra vennesi costituendo per virtù di consuetudine. Chi sparla della stampa (e sono moltissimi, e non d'ingegno mediocre) e ardisce accusarla dei mali di cui s'affligge la nostra età, guardi e mediti sull'Inghilterra, in cui, insieme con la libertà compiuta di stampa, crebbe, invece di affievolirsi, il rispetto alle leggi, la bontà dei costumi, la pietà inverso Dio e inverso gli uomini.
Non giudichiamo, poi, ad un tratto che l'Italia non sia capace di tanta larghezza. Ella n'è capace (lasciatemi dire) più forse della Francia medesima; perchè tutto quello che al presente veggo in Italia, mostrami un popolo risorto gigante, e a cui l'uso della libertà e della vita politica sembra non essere venuto meno pur mai, e che gli torni a mente siccome cosa dimenticata, ma non ignorata. V'ha nell'indole degli Italiani alcun che di grave e di positivo che salvali dalla furia e dall'esagerazione: il buon senso pratico similmente li ajuta a non abusare del dritto; e il sentimento vivo del bello e del grande, li fa inclinevoli a rispettare ciò che è santo e ciò che è degno. Nel 1820 durò appresso i Napolitani per nove mesi la libertà della stampa; e fra gente tanto impetuosa, in tempi così infiammativi, a vista di palpabili tradimenti e spergiuri, la stampa non traboccò e non fece scandalo.
Comunque ciò sia, si consideri almeno accuratamente il principio che in Inghilterra fa largheggiar tanto sul fatto della pubblicità: e il principio è questo, che non solo il manifestare la propria opinione è diritto naturale ed incancellabile, ma che è la prima e più vigorosa e feconda efficienza del bene comune. Onde compete al legislatore, a stretta ragione di debito, di agevolare al possibile e in tutte maniere la piena e libera significazione del pensiero. Da ciò procede che in Inghilterra non si domandano ai giornalisti depositi di gravi somme, e in quella vece studiano i legislatori di sminuire, quanto è fattibile, le spese del bollo. Da ciò procede che non è posto quivi in arbitrio di alcun ministro il ripigliare agli impressori le lor patenti e chiudere le loro oficine.
Da ciò procede che non pure son tollerate colà le stampe le quali toccano gli ultimi termini del diritto, ma eziandio quelle che li oltrepassano: e però i processi per delitti di stampa sono radissimi, poichè la Nazione e il Governo serbano fede nelle forze del vero e nell'universale buon senso; e conoscono per lunga prova, che la stampa esercitando la sua medesima libertà, imbriglia e corregge a grado a grado sè stessa; e ciò non facendo, perde di autorità e di credito.
Ad ogni modo, se ancora in tale materia gradisce al Governo Sardo di calcar le orme della legislazione francese, piacciagli almeno di non mozzarla nella parte sua più vitale e che inchiude la massima delle guarentigie: noi vogliam dire, il condurre i giudicj dei delitti di stampa con l'intervenimento e partecipazione dei cittadini giurati.
Sieno pure i giudici _inamovibili_ e de' più integri. Da chi mai dipende il lor tardo o spedito salire alle superiori dignità? dal Governo. Chi dà loro segni cospicui di parzialità, ovvero indizj e prove di malumore e allontanamento? il Governo. D'altra parte, da chi move l'accusa contro gli scrittori imputati? dal Governo. Chi s'offende quasi sempre, di chi si sparla, contro chi s'imperversa dagli scrittori nelle stampe incolpate? contro il Governo. Troppo, adunque, è difficile la imparzialità dal lato de' giudici, e molto manca perchè essi intendano al punto la ragione e i diritti dell'opinione, e sappiano, per così dire, trasfondersi appieno ne' sentimenti e ne' pensieri del popolo. Ma oltre di ciò, non v'ha nulla sotto il cielo, nulla nella vita degli uomini di così indefinito ed indefinibile quanto il pensiero; e però l'espressione sua non mai verrà sottoposta con esattezza e con dirittura alle fredde disposizioni e circoscrizioni di qual legge si voglia. Di quindi sorge la massima nostra, che l'opinione soltanto può dar giudicio delle incolpate opinioni.
Noi speriamo pertanto, che alla saggezza dei consiglieri del Re non isfugga quest'alta e vera necessità di concedere, pei delitti almeno di stampa, la guarentigia preziosa dell'intervenimento de' cittadini siccome apprezzatori e giudici del valor morale del fatto.
Ma per sola una cosa noi supplichiamo ed esortiamo, più che per qualunque altra, i degnissimi compilatori della Legge reprimente gli abusi di stampa; e ciò è di rimovere affatto dalla proposta di essa legge qualunque determinazione e parola la qual sembrasse voler prendere a sindacato e porre a materia di giudicio, non che i fatti patenti e già consumati, ma eziandio le tendenze e le propensioni degli scrittori. Conciossiachè, appresso dei tribunali cotesta voce tendenza piglia un sentimento e un significato così incerto e così inquisitorio nell'esercizio e nell'uso, e tanto nelle applicazioni divien vessatrice ed arbitraria, da movere a indignazione giustissima chi medita un poco i misteri e la natura profonda e inviolabile della coscienza umana. Applicata poi quella voce a delitti di stampa, tanto cresce e moltiplica maggiormente la sua tristizia, quanto son più nascoste e difficili ad affermare e determinare le cupe e tacite macchinazioni del pensiere e della parola.
(Dalla _Lega Italiana_.)
D'UNA CROCIATA DEI RUSSI.
21 febbrajo 1848.
I giornali tedeschi, hanno questi giorni passati, profuso nuove un po' troppo nuove, cioè strane e non molto credibili. Una di esse annunziava, che i Russi domandano il passo per 60 mila uomini, i quali calerebbero giù a furia a soccorrere il re di Napoli e l'ex-ministro Del Carretto. Gl'Inglesi questa sorta di novelle domandano un _puff_: noi, pensando alla gran nazione a cui riferiscesi quella notizia, non la chiameremo una _sparata_, ma una spiritosa invenzione, che accenna forse scherzando al malumore d'un monarca assoluto. Più volte ho veduto in Parigi quell'orso badiale che ha nome Martino, e d'intorno al quale scherzano e ruzzano di continuo e alla spensierata una gran turba di monelli, perchè l'orso che è giù in una larga lustra murata, non può loro far danno alcuno. Parecchi potentati europei operano qualcosa di simile intorno alla grande orsa del Norte. Ben l'accarezzano volentieri finchè passeggia dentro il circuito vastissimo del suo impero; ma se le tenta il cuore la voglia di uscirne, tirata dalla dolcezza de' nostri climi, e' se ne adombrano forte, e si pentono de' troppi vezzi. E benchè quella proferiscasi ad ajutarli senza interesse alcuno, e prometta loro di aggiustar le faccende proprio secondo il gusto comune, cioè tutte a norma e a talento del potere assoluto; ciò nondimeno ei si spaurano molto in pensando la dura fatica e il fiero impaccio che avranno per ricondurla poi con le buone dentro alle sue gelide abitazioni.
I Russi, adunque, non moverannosi per al presente, e Nicolò non è uomo da ritrovare le temerarie pedate di Suvaroff. Ma che lo Czar esibisca denari agli Austriaci, e questi si lascino prendere ed invescare alla dolce offerta, ciò mi par naturale e molto probabile. L'Austria è bruciata di danari e cercali da ogni banda, come fa il prodigo che vuol levarsi un capriccio e va e picchia a tutti gli usci degli usurai. Alla Russia, invece, le miniere nuove d'argento colmano, a quel che si dice, tutti gli scrigni; e se l'Austria nel pagare sarà morosa, pagherà largamente d'altra moneta sulle bocche del Danubio e lungo l'Eusino.
A questo pensano i Russi, e non a mischiarsi per via di fatto nelle cose d'Italia. Però, noi replichiam volentieri quello che il nostro Giornale affermava, son pochi giorni: che, cioè, in caso di qualche grave conflitto fra l'Austria ed i nostri Principi, l'Europa starebbesi ansiosa a riguardare le due parti contendenti, ma niuno de' suoi potentati darebbe nell'armi, a cagione principalmente, che, movendosi l'uno, subito tutti gli altri verrebbero in campo, e una guerra generale e terribile ne scoppierebbe. Ora, una simigliante guerra a tutti fa gran paura, e quasi niuno può sostenerla senza pericolo di ruina; e l'Europa intera uscirebbene così mutata e scompaginata, che il sol pensarlo fa sudar freddo ai sovrani ed ai diplomatici. Armiamoci dunque speditamente, e non confidiamo che in noi medesimi; e ogni buon cittadino ripeta infinite volte quelle benedette parole: l'Italia farà da sè.
Ma, infine (osserverà qui taluno), se un terzo entrasse nello steccato e l'Europa isse tutta sossopra, come certo avverrebbe movendosi un esercito russo, o d'altra nazione, che sarà dell'Italia? Sarà dell'Italia tutto quel maggior bene che le avremo ammannito, armandoci ora con diligenza, ed affratellandoci di più in più, e collegandosi i nostri Principi in santa confederazione. Dacchè fra i regni forestieri gl'interessi sono divisi e sovente opposti, niuno di loro può passarsi di buoni compagni: e però il coraggio, l'unione e la prudenza trovano del sicuro poderosi alleati. Li trovarono gli Olandesi, picciola gente, ma generosa; li trovò l'America divisa e lontana; la Grecia di questi dì gli ha trovati: al coraggio e all'unione italiana neppur mancheranno. Armiamoci, su, ed affratelliamoci tuttavia: all'uscir della lotta, quella nazione starà a galla che avrà tra i guerreggianti stranieri frapposta con ardire e prodezza la spada propria, e combattuto con dirittura e magnanimità, così per li suoi sacri diritti, come per quelli della ragione e della giustizia comune.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DEL POPOLO.
22 febbrajo 1848.
Si affermò nel Programma di questo Giornale, che nessuna gran cosa nel mondo viene operata e condotta a buon termine senza la immediata partecipazione della parte più numerosa del Popolo. Or, quanto deesi pensare che ciò sia più vero, trattandosi del nostro risorgere dopo tre secoli luttuosi e pieni di servitù e di vizj, che è l'impresa maggiore a cui si possa applicare qualunque nazione del mondo? A noi liberali importa, quindi, assaissimo avere dal lato nostro piena d'ardore e operosa cooperatrice la moltitudine. Due modi furono sempre considerati come i più efficaci e diretti per affezionarsi durevolmente l'animo della plebe; ciò sono istruirla e beneficarla. E però, a tali due istrumenti del bene speciale di cui ragioniamo, s'addirizzeranno del continuo le nostre parole, e le pratiche che verrem suggerendo.
La istruzione, a rispetto della vita politica, ha per materia sua propria l'imprimere nelle menti e ne' cuori delle classi povere quel senso di dignità che lor manca, e quel concetto de' proprj doveri e diritti che sempre ànno avuto annebbiato dall'ignoranza, guasto dall'abito del servire e dagli incitamenti ciechi dell'indigenza, e viziato persino dal sentimento (per sè ottimo e santo, ma non ben diretto e non ben purgato) della pietà religiosa. La istruzione accenderà eziandio nelle lor menti il vero amore di Patria, non ristretto nel palmo di terra ove nascesi, ma dilatato a tutta quanta la sacra Terra Italiana.
Nella plebe stanno riposti (si creda pure) i germi vigorosi de' più nobili istinti e degli affetti profondi ed eroici, appunto perchè più prossima alla natura, e meno lisciata e forbita dalle molli e artificiose consuetudini del vivere signorile. Deesi perciò incolpare l'inerzia e l'incuria (per non dir l'egoismo) delle classi culte ed agiate, se quei germi salutari e veramente divini imbozzachiscono e muojono; imperocchè in tali classi risiede il debito naturale e incessante di tutelare la plebe, educarla e sovvenirla. E il primo benefizio e l'educazione prima sarebbero (a parlar sincero) mostrarle ne' portamenti nostri l'esempio del vivere corretto e severo; laddove è necessità il riconoscere che nella plebe v'à parecchie virtù che ella può attribuire solo a sè stessa, e v'à moltissimi vizj che imita e copia dai facoltosi e ben nati: e noi che scriviamo, vedemmo in Francia coi proprj nostri occhi riconfermarsi questo vero ogni giorno più.
Ma non è da pensare che il solo amor di nazione, e il desiderio solo di libertà e delle altre perfezioni politiche basti a condurre sollecitamente le moltitudini dal lato nostro, e a farle infiammate e perseveranti; poichè, per giungere a tanto effetto, occorre di aspettare che il tempo e i metodi nuovi d'educazione e l'uso protratto delle franchigie pubbliche convertano que' sentimenti e que' desiderj, come a dire, in carne ed in sangue, e li rendano parte sostanzialissima e abituale della vita comune. Ei conviensi, pertanto, supplire a ciò con l'opera dei beneficj (comandata d'altra parte dalla pietà cristiana), mostrando in effetto alla plebe che noi liberali siamo veri e parziali amici di lei e d'ogni suo bene, e provandole altresì, con saggi e fruttuosi provvedimenti, che il nuovo stato di cose le torna senza confronto e più profittevole e migliore del già passato.
In tal guisa, l'interesse ed il sentimento cospirando insieme ad un fine, avremo, ripeto io, nelle mani il più poderoso strumento dell'opere grandi e forti, la plebe. In Francia, l'amor di nazione che pure da secoli era fondatissimo, e il desiderio delle pubbliche guarentigie nudrito per cinquant'anni da ogni ragione scrittori, non sarebbero tornati sufficienti ad accendere le moltitudini e persuader loro le azioni più coraggiose e più disperate, qualora non vi si fosse aggiunto il pungolo dell'interesse: tanto che, la paura vivissima di ricadere sotto il giogo dei baroni e sotto il reggimento dei privilegi, dei balzelli e delle avanie, le tenne forti più che ogni altra cosa alle difese e alle lotte; e volentieri detter la vita per una causa che stimarono la santa causa delle plebi angariate ed oppresse.