Part 16
Ma persuadiamoci bene, che non si confuta e non si atterra tutto un sistema politico, salvo che contrapponendolo ad uno od a più, i quali oltre al mostrarsi connessi e coordinati in ciascuna parte, debbono eziandio comparire pratici ed operabili, e insegnar la guisa di adempiere il lor disegno speditamente e con somma probabilità di successo. Ora, a nostro giudicio, questo non fu mai definito e insegnato dagli oratori della sinistra in modo chiaro e persuasivo; e i discorsi facondi e splendidi loro negano e distruggono (la più parte almeno) ma non edificano; e percuotono l'avversario di piatto ma non di punta, ne' fianchi ma non mai nel mezzo del petto.
Voi temete sopra ogni cosa, noi diremmo al Guizot, le rivoluzioni e le guerre: ma gli è agevole ritorcere contro di voi gli argomenti vostri medesimi; perchè, sempre l'Europa vivrà in giusto sospetto e paura delle rivoluzioni, e però delle guerre, infino a che i diritti di molte nazioni sieno conculcati, e il gius delle genti non nel bene comune e durabile, ma nella prepotenza di pochi avrà base. Tra il rompere e il calpestare i trattati, ovvero osservarli pur come stanno, e volerli intangibili e inviolabili, corre molto intervallo; e vi giace in mezzo ciò che è sol degno d'una sì gran nazione come la Francia, vale a dire osservare i trattati e chiederne e conseguirne alla fine le necessarie modificazioni, e che le parti affatto sleali ed inique ne vengan rescisse. Del pari, v'à qualche cosa in mezzo tra il rispettare ciecamente la lettera dei trattati quando da tutti i contraenti si faccia il simile, e rispettarli con tale scrupolo quando gli altri, occorrendo, li trasgrediscono. Delle due parti che compongono l'influenza politica esterna, cioè di quella che esercitar si vuole sui re, e dell'altra ch'esercitar si vuole sui popoli, voi sempre ed unicamente pensaste alla prima, e la seconda avete distrutta. Eppure, in questa soltanto è la forza e grandezza morale della nazione francese. Se in diciassette anni di pace non à la vostra diplomazia saputo o voluto far nulla per emendare i trattati e porgere mano alle nazioni che soffrono, voi brillate a giusta ragione fra i filosofi e i cattedranti, ma uomo di Stato non siete. E se la paura delle guerre e delle rivoluzioni dee fare immobile la politica e perpetuar le ingiustizie, converrebbe chiamare la diplomazia un'arte deplorevole di eternare il male e fare impossibile il bene.
A queste conclusioni, o ad altre poco diverse, è giunto sempre il nostro pensiero, quante volte si è fermato a considerare la lite acerba e ostinata che ferve da tanti anni in Francia tra il ministero e l'opposizione. Ma riducendo ora il discorso alle cose nostre e al giudicio che far dobbiamo di quei caldi dibattimenti, rispetto al bene della causa italiana, ci sembra poter fermare le proposizioni che seguono.
Le moltitudini in Francia sono inchinevoli e favorevoli alla causa italiana.
Il ministero vuol conciliare due cose troppo nemiche; la sua buona colleganza con l'Austria, e l'ajuto al risorgimento italiano.
Ad ogni modo, egli non potrà combatterlo scopertamente, nè avversar molto i Principi nostri nel proposito saldo che ànno di concedere maggiori franchigie e statuti rappresentativi.
L'Inghilterra ci favoreggia più alla scoperta e senza ritegni, e solo domanda che non si rompa lo statu quo, in risguardo della possessione di territorio.
Ma rotto che fosse, non moverebbe l'armi per ristorarlo.
Il ministero francese, quand'anco volesse in quel caso stare dal lato dell'Austria, non par probabile che il potesse, perchè troppa ingiuria recherebbe ai sentimenti liberali di sua nazione.
A noi, dunque, rimane arbitrio di proseguire nel cammino di libertà in ciascuno Stato non sottomesso alla forza austriaca. In caso poi di conflitto, ciò che par possibile a prevedere si è, che l'Europa rimarrebbesi spettatrice. Nè altro noi domandiamo: l'Italia farà da sè.
La diplomazia europea non ci recherà, dunque, nè molto bene nè molto male. Uniti ed armati, d'ogni nemico trionferemo, d'ogni impresa verremo a capo; disuniti e sprovvisti, a niuno darem suggezione, e s'aprirà di nuovo il mercato del nostro sangue e delle nostre provincie.
(Dalla _Lega Italiana_.)
SULLA COSTITUZIONE CONCEDUTA IN PIEMONTE.
I.
9 febbrajo 1848.
Inutilmente noi ci sforziamo di contenere la nostra gioja e padroneggiare il nostro animo, sì che possa questo foglio farsi organo men difettivo ed araldo meno infedele della pubblica esultazione. A noi pure, come al popolo intero di Genova, manca modo di raccontare quel che sentiamo; e invece di parole, ci corrono al labbro tronche e sospirose esclamazioni: conciossiachè pure il gaudio supremo guarda il cielo e sospira.
Ecco sorge, ecco splende sul nostro capo il giorno fortunatissimo, l'aspettato da cinquant'anni. Ecco ci sta presente e stringiam con mano il frutto sublime di tanti travagli e pericoli, e il subbietto d'un desiderio infinito. Ecco l'ultima maturezza dei tempi, il suggello d'ogni nostra speranza, il fatto primo e novissimo ch'era in cima d'ogni nostro pensiere, informava il più degno e profondo de' nostri affetti, e fin dalla tenera giovinezza svegliò nell'ingenuo cuore i primi moti generosi, e suscitò i germi vivaci d'un sentire forte e magnanimo. Quel nome che per lunghi anni fu mormorato a bassa voce, e nudrì e crebbe nel silenzio e nell'ombra la religione nostra politica; quel nome che parea suonare infortunio, e mai non usciva scompagnato da un gemito; quel nome che epilogava tutte le libertà, significava i più fervidi voti, riempieva di sacro ardore tutto lo spirito, ora (bontà di Dio) esce aperto e risonante dal labbro — Viva la Costituzione! —
Il sangue dei martiri ha fruttificato; le voci alzate dal fondo delle prigioni giunsero all'orecchio di Dio; le amare e copiosissime lacrime dei raminghi e degli esuli sono state convertite in rivo di ubertà, in rugiada fecondatrice; e il fiore immortale e divino della libertà è spuntato.
— Viva la Costituzione! — con tal grido sul labbro è lecito infine ai Liguri e ai Piemontesi, lecito ai figliuoli tutti d'Italia di ripigliare intera e lucente la dignità d'uomo, conquistar quella di nazione, e sentirsi fremer nell'animo l'alterezza del nome italiano.
Fratelli e figliuoli d'una sola gran patria! stringiamoci caramente, stringiamoci tutti in quello amplesso ineffabile di cui l'anime sole sono capaci; e tra gli affetti gagliardi e soavi che d'ogni parte c'investono e assalgono, predomini di presente la gratitudine, e sia calda, sincera, abbondevole e quanta ne può capire in umano petto. Primieramente, chiniamo le ginocchia al Signore Iddio, al largitore eterno di ogni libertà e d'ogni gloria, e che degna scuotere dal sonno di morte e dalla polvere dei sepolcri le razze latine, sempre risorgenti e non mai periture. In secondo luogo, volgiamo l'animo conoscentissimo a re Carlo Alberto, e ringraziamolo del gran benefizio nel modo migliore e più conveniente d'un popolo rigenerato; facendogli, cioè, solenne promessa di seguitar dappertutto la sua spada e le sue bandiere, e di spendere per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, tutto il sangue nostro e de' nostri figliuoli.
— Viva Carlo Alberto! — Oggi egli è il più lieto e più avventuroso dei Principi, conciossiachè gli avviene ciò che troppo radamente incontra a chi siede sul trono; cioè di possedere certezza perfetta, che le lodi le quali ascolta sono affatto leali e spontanee, e che vero è il gaudio, vero l'amore, vera la felicità de' suoi popoli.
(Dalla _Lega Italiana_.)
II.
10 febbrajo 1848.
Noi siamo ancor tanto pieni di vera letizia e di gratitudine per la conceduta Costituzione, che non vorremmo e non sapremmo far luogo ad alcuna indagine critica intorno al suo contenuto, qualora ciò non venisse a noi comandato dal nostro ufficio medesimo, che è una specie d'intellettuale magistratura ordinata a illuminare le moltitudini: e oltre a questo, ci sorge in pensiero, che il nostro esame può riuscire non tutto disutile così per le provincie italiane ove ancora non sono Governi rappresentativi, come per li medesimi Stati Sardi ove il disegno intero del patto costituzionale non è compiuto.
Egli è manifesto per quello che noi dettavamo lunedì scorso nella _Lega_, che molta maggiore soddisfazione ci avrebbe recato il veder promulgare un decreto, ove promettendosi solennemente al popolo d'investire i suoi deputati della facoltà legislativa, e concedendoglisi l'uso immediato della libertà della stampa, e la istituzione pure immediata della Milizia Cittadina, fossesi pel rimanente significato di aspettare consiglio dal tempo, dalla scienza e dalla pubblica discussione.
Forse il nostro Governo ha pensato che in Piemonte, ove può d'un subito alzarsi l'incendio di guerra, e al canto giulivo degl'inni succedere d'ogni parte il rimbombo dell'armi, dovesse provvedersi perchè le genti non fossero di soverchio commosse e preoccupate dall'alte questioni di forme e diritti costituzionali.
Nell'articolo quattordicesimo dell'insigne decreto degli 8, si annunzia che v'ha chi prepara, per comando del Principe, il disegno intero dello statuto fondamentale. Noi pigliamo fiducia che que' consiglieri di Carlo Alberto a cui fu commesso il più grave e il più malagevole di tutti gl'incarichi, farannosi coscienza di consultare gli uomini più avvisati e meglio istruiti, e vorranno far buon tesoro di tutte le cognizioni e giudicj che l'opinion pubblica espone di mano in mano con l'organo della stampa.
Due cose ottime sono nel mondo; la scienza consumata di pochi, e il buon criterio istintivo delle moltitudini. La perfezione sta nel congiungere insieme tali due termini. Ma vicino ad essi è una terza cosa non buona; e ciò è la presunzione e la falsa dottrina di quelli che, tirati su pel ciuffetto della fortuna, o ricchi d'un bel casato e poveri d'ogni altro bene, o infine avvezzi da lunghi anni al maneggio, direi quasi, meccanico delle faccende di Stato, spaccian sè stessi per grandi uomini, assediano tuttogiorno il Principe, nè sopportano che esca loro di mano la lavorazione delle leggi. Ora, i tempi domandano assai imperiosamente, che in luogo di questi tali sieno molto più uditi i pochi veri sapienti tenuti discosto ed inonorati, e il buon criterio istintivo d'ogni porzione onesta ed illuminata del popolo.
A noi non sa male la istituzione di due parlamenti, ed anzi la reputiamo utilissima; perchè, come dice uno scrittore italiano, «Innovare è mutare, e il mutamento solo non è progresso: adunque, si fa necessaria la identità e permanenza allato alla mutazione; e però necessaria si fa la scienza del conservare..... Ma rado è che coloro i quali sanno ben conservare sappiano altresì innovare; ed, e converso, rado è che gl'ingegni novatori e inventori sappiano e vogliano serbare e modificare l'antico. Ma pur bisogna alla umana società le due sorti d'intelletti e di spiriti insieme contemperare, affine che la conservazione non diventi superstiziosa, nè l'innovazione o falsa o immatura o malefica.»[9] Ora, tale contemperanza ritrova la repubblica con la istituzione appunto di due consessi legislativi. Nè ciò è nuovo de' nostri tempi, o è dottrina inglese e francese, ma scaturisce, come vedesi, dall'indole universale e dalle condizioni perpetue del convivere umano. Ma perchè tali due consessi riescano al fine loro, uopo è che in ciascuno risieda una forza propria morale. Ciò posto, quel parlamento che è tutto e solo ordinato ed eletto dal re, sembra investito di pochissima autorità negli occhi del popolo, dacchè all'ultimo non è il principe ma sibbene i ministri che scelgono e chiamano a quella dignità ed ufficio: quindi se ne forma un consesso affatto ministeriale, che non vien creduto e non è, nel fatto, indipendente abbastanza. Ma noi ci rifaremo tra breve a parlare di questo subbietto.
Nell'ordine e costruzione delle pubbliche guarentigie, la milizia cittadina fa giusto riscontro alla libertà della stampa, e sono ambedue le maggiori e più salde colonne del vasto edificio. Per vero dire, la milizia _Comunale_ promessa dal regio decreto degli 8, non sembra poter rispondere pienamente agli alti concetti di malleveria e di franchigia che sogliono presedere alla istituzione e all'ordinamento della Guardia Nazionale. Stando alle condizioni presenti del Regno Sardo, neppure uno dei capi di bottega e di fondaco entrerebbe nelle righe della Milizia Cittadina, essendo ch'essi non pagano censo alcuno diretto; e posto eziandio che in processo di tempi sia deliberato che il paghino, rimarrebbesi esclusa dal corpo di quella Milizia tutta la immensa moltitudine degli operai; e ciò non crediamo nè provvido nè molto legittimo. La legge non dee nè può senza ingiuria porre quelli affatto in disparte, ma sì li debbe esentare dall'obbligo; conciossiachè il costringerli loro malgrado ad interrompere di quando in quando il lavoro onde traggono di continuo la sussistenza, sarebbe eccessiva gravezza.
Da ultimo, nel vedere copiata a lettera la disposizione dell'ordinamento francese la quale serba al Sovrano la facoltà di inabilitare o sciogliere la Milizia Cittadina nei luoghi dove crederà opportuno, ci è corso all'animo il desiderio che tal potestà fosse accompagnata dall'altro savio temperamento della legge francese, la quale assegna al Governo un termine certo di tempo entro a cui debbono que' corpi disciolti di Milizia Cittadina venire rifatti e riordinati.
Tutto ciò abbiamo notato per iscrupolo quasi di pubblicista, e per recare qualche utile alle rimanenti deliberazioni. È legge dell'umana natura desiderare il bene, e questo conseguito, desiderar l'ottimo ed il perfetto.
(Dalla _Lega Italiana_.)
D'UNA MARINERIA ITALIANA.
10 febbrajo 1848.
Io non istarò a numerare tutti i gran beni che recheranno all'Italia i casi e le condizioni nuove di Napoli e di Palermo. Pure dirò qualcosa a rispetto d'un particolar vantaggio che debbe uscirne per la comune difesa.
Di tutte le Provincie italiane, Napoli è la meglio fornita di marineria da guerra, massime in bastimenti a vapore. Questi, la maggior parte, sono ottimamente costrutti, benissimo corredati, e nelle varie fazioni che occorrono benissimo esercitati. Purtroppo, fino ad ora tale esercizio ha proceduto da molto trista cagione; perchè il Governo napolitano, più che d'ogni altro mezzo, valevasi dei legni a vapore per estinguere rapidamente quelle prime fiamme di sollevazione che scoppiavano qua e là in Sicilia e nel Regno. Ma Dio tragge il bene dal male, e ciò che gli uomini ciechi propongono a un fine, Egli dispone ad un altro. E così quelle navi che furono per tanti anni sgomento dei popoli e mezzo validissimo di oppressione e di servitù, diverranno da quindi innanzi buona difesa d'Italia, e a que' degni capitani che le comandano sarà cessato il sommo cordoglio di spargere l'arte e i sudori per ribadire i ceppi de' lor fratelli. Dico diverranno buona difesa d'Italia, perchè supposto libero il mare, è incredibile in tempo di guerra quale e quanto profitto possa ritrarsi da una buona squadra di legni a vapore, massime in un paese configurato come l'Italia. E di vero, quella squadra adoperata e diretta con accorgimento e opportunità, tiene sempre forniti di armi, di provvigioni, di uomini e d'ogni altra cosa acconcia alla guerra, le fortezze e i luoghi muniti lungo le coste; ed a peggio andare, imbarca e salva le guarnigioni e le artiglierie: e tutto ciò con somma agevolezza e prestezza.
Ma da una squadra copiosa e bene ordinata di legni a vapore si cava in guerra quest'altra specie più notabile di utilità, che consiste a condurre improvvisamente molte migliaja d'uomini e di cavalli e moltissime artiglierie in qualunque punto si voglia, e farli giungere inaspettati ad offendere o il fianco o le spalle dell'inimico: le quali fazioni eseguite spesso e con senno, e validamente ajutate dai popoli in mezzo de' quali succedono, soglion recare, col tempo, danni maggiori e men riparabili d'una o due battaglie perdute.
Tutto questo bene (se Dio ci ajuti) riceverà la difesa d'Italia dalla marineria da guerra napolitana. Ma perchè ciò succeda, conviene che Napoli e la Sardegna non solo si dichiarino amiche, ma senza dimora alcuna strettamente si colleghino; e il patto che le confederi non sia solo d'interessi economici, ma di militari e politici. Chè anzi, a dir vero, nella pratica degli affari di Stato, più malagevole assai delle altre riesce la Lega economica. Per fermo, a volersi due o più popoli stringere e collegare politicamente, basta che i grandi e universali interessi loro sieno nella sostanza i medesimi: ma per la lega doganale, come la chiamano, ricercasi, a poterla subito porre in atto, non solo la professione delle stesse dottrine, ma una parità sì perfetta, ovvero una equivalenza e una reciprocazione sì ben bilanciata nelle condizioni economiche dei paesi collegati, che non è agevole di trovare ed è difficile assai di comporre: senza dire del danno e offesa che recasi inevitabilmente a molte industrie private, alle quali bisogna pure per equità dar soccorso e provvedimento.
A noi non si fa lecito di nascondere più lungo tempo il vivo rincrescimento e la grave e continua preoccupazione che ci cagiona il vedere i Governi nostri così dubbiosi e lenti a promovere fra essi una politica confederazione. Il tardare e il titubare su ciò, sembra troppo pericoloso; e non sappiamo indovinare quel che si aspetti, massimamente dopo i casi e le mutazioni del Governo napolitano. L'Austria stessa non può ragionevolmente dolersi d'una confederazione ordinata con puro carattere difensivo, e richiesta dalla crescente e visibile fratellanza dei popoli. L'Austria, negli editti che manda fuori per interdire l'entrata alle gazzette dell'Italia media, dà titolo di anarchia allo stato nuovo di cose. L'Austria fa ripulsa intera e minaccevole alle domande legali dei popoli del Regno Lombardo-Veneto, e con ciò si discioglie e distacca viemaggiormente dagli Stati della Penisola, e dalle massime e dai principj che li governano. L'Austria ingrossa sì fattamente sul Po le sue truppe, e moltiplica i suoi apparecchi per guisa, che l'Inghilterra medesima ha stimato debito di ricercarla del perchè. L'Austria, interpretando a suo modo i trattati, tentò, mesi sono, d'insignorirsi affatto della città di Ferrara; e sotto colore or di buona vicinanza e amicizia, or di crescere pompa ad un funerale, introduce l'armi sue in Modena e in Parma. Che più? Ciò che al presente succede in Napoli ed in Piemonte, e fra breve succederà nell'altre provincie italiane, eccetto la Lombardia, non fu nel 1820 dannato e colpito dagli anatemi dell'Austria? o le possono forse mancar pretesti e sofismi per pareggiare affatto l'un tempo con l'altro, e implicarli ambidue in una medesima riprovazione? E dopo tanto, non sarà lecito ai nostri Principi di collegarsi per mera difesa propria, e congiungere e ordinare in comune tutte le forze, in quel modo che le menti e gli animi di tutti i popoli loro sono congiunti? Noi ripetiamo con l'ossequio e modestia che ci compete, ma sì ancora con l'istanza e sollecitudine di buoni e veri Italiani, che il collegarsi i Principi nostri politicamente, e con fermo e tenace patto, entra oggidì fra le più manifeste e le più calzanti esigenze della salute d'Italia.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DI NUOVO, DEL MINISTERO NAPOLETANO.
10 febbrajo 1848.
A noi non è facile significare quanto ci gode il cuore di veder chiamato all'ufficio di ministro dell'Interno il cavalier Bozelli, uomo insigne di virtù e di scienza, stato maggiore delle sventure, serbatosi puro ed integro nella povertà, nell'esilio e nella prigionia, e alla libertà e salute d'Italia invariabilmente devoto. Ma oltre a ciò, noi godiamo di tal promozione, perchè ci è sicura caparra che quasi tutto il ministero nuovo napolitano dovrà mutare fra breve. Il cavalier Bozelli non può avere per lungo tempo a colleghi il duca di Serra Capriola, il principe di Cassero e il generale Garsia; tre nomi che non dànno alcuna sufficiente malleveria del loro zelo vivo e sincero per la libertà e per la causa del popolo. Quanto più si vuole intera e perfetta la inviolabilità del monarca e divertere dal suo capo le imputazioni d'ogni mal operato, tanto fa bisogno sicurezza maggiore ed anzi certezza piena dell'animo libero, generoso ed energico dei ministri. Chi ha patteggiato con gli oppressori, e servito o lontano o d'appresso un Governo che ha fatto arrossire l'Italia intera in faccia al mondo civile, non può, non dee sedere nel consiglio del Re. Fratelli Napolitani, sovvengavi spesso il disastro del 1821.
(Dalla _Lega Italiana_.)
FILOSOFIA CIVILE ITALIANA.
14 febbrajo 1848.
Noi, sotto questa rubrica, intendiamo d'intrattenere i lettori nell'esame e speculazione di quegli alti problemi sociali e politici, la cui soluzione sembra più specialmente commessa al Genio Italiano ora ridestato: e così compiremo, se l'ingegno e la fatica ci basti, quello che si annunzia nel nostro Programma; l'idea e il disegno, cioè, dell'edificio nuovo civile, a cui tutti i buoni pongono mano. Che se ciò non vien praticato dalla più parte de' giornali politici forestieri, si voglia considerare che l'Inghilterra e la Francia non sono al presente, o non credono essere, in via di profonda trasformazione; e le leggi che si discutono nei lor parlamenti entrano molto di rado nel novero di quelle che si domandano organiche, e sono fondamentali e costitutive. Per lo contrario, chiunque andrà un poco sfogliando i giornali francesi dettati in sul cadere del secolo scorso, vedrà con quanto compiacimento e abbondanza discorrevano e disputavano le teoriche di alta filosofia civile. Ma oltre a ciò, noi non iscorgiamo ragion sufficiente per imitare in ogni qualunque cosa le effemeridi oltramontane. E di più aggiungiamo, che tuttavolta che occorre a quei fogli di entrare ad esaminare i principj (il che avviene pur di frequente), la povertà e incertezza di lor cognizioni si fa manifesta ai meno avveduti. Per la ragione stessa, le massime direttive che nelle questioni cotidiane s'aggirano come spiriti ed elementi vitali di tutto il corpo della scienza politica, sono accolte ed asseverate il più del tempo e dalla più gente alla cieca e per forza di uso. Onde poi interviene che molti e gravissimi errori son mantenuti e perpetuati: e ne porge esempio l'Economia pubblica, intorno alla quale ognun si ricorda il ripetere che hanno fatto i giornali francesi, per tanti anni e con sicurtà e intrepidezza compiuta, abbagli sperticati e falsissimi ragionamenti.
Ma come ciò sia, noi vorremmo nell'animo de' lettori trasfondere parte del convincimento nostro intero e ben radicato; il quale è, che il risvegliamento d'Italia non può non riuscire principio di cose grandi e novissime nella vita sociale del mondo; e che però le fa d'uopo una matura sapienza civile, la qual consiste precipuamente nella cognizione profonda dell'umana natura, e nell'esperienza trita e copiosa dei fatti, purgata e universalizzata al lume delle prime cagioni.
Posto che tale credenza risieda altresì nell'animo della pluralità de' lettori, noi non temiamo con queste nostre dottrine e teoriche di lor parere gente infusa di pedanteria e con indosso la zimarra accademica. Dacchè gli è impossibile a chicchessia di persuadersi che l'idea non debba antecedere al fatto, e che la repubblica umana possa rassomigliare e imitare quella delle api, ove lo istinto insegna misteriosamente ogni cosa.
(Dalla _Lega Italiana_.)
LA COSTITUZIONE NAPOLITANA.
16 febbrajo 1848.
Re Ferdinando ha, il 10 febbrajo, _risoluto di proclamare, ed ha proclamato irrevocabilmente_ il Patto Costituzionale del Regno delle Due Sicilie.