Scritti politici

Part 15

Chapter 153,811 wordsPublic domain

Deh! abbracciamoci strettamente, o Fratelli, in desiderio e in ispirito, e ringraziamo dal profondo dell'animo il Dio Salvatore de' Popoli e Datore eterno di libertà. Questi, nelle gran meraviglie che da due anni fa comparire nella Penisola, manifestamente c'insegna che la parola increata ha negli abissi di sua sapienza e bontà pronunziato che l'Italia sia, e l'Italia infallibilmente sarà.

Oh quanti amari sospiri, quante angosciose sollecitudini, quante querele sconsolatissime ci cagionavano i vostri mali, o Fratelli! Oh come lo strapazzo indegno e la servitù miserissima d'una sì nobil parte d'Italia spargeva di molto assenzio i cittadini banchetti e le feste a cui entravamo! Oh come le lacrime vostre e ogni stilla del vostro sangue dalla mannaja versato parea ripiovere sul nostro cuore, e attristarlo dell'amaritudine della morte!

Ora godiamo delle speranze comuni, e nel puro e libero abbracciamento dell'anime nostre esultiamo. Trenta secoli di civiltà sono già corsi sulla Terra Italiana; e pur questo, o Fratelli, questo è il giorno primissimo in cui gli abitatori dell'uno e dell'altro estremo di lei possono pubblicamente e solennemente, in fatto e non in pensiero, chiamarsi figliuoli e cittadini d'una sola gran patria. Nè cento mila spade straniere bastano ad interdire quel grido sulle rive stesse del Po, del Mincio e del Bacchiglione.

Fratelli Napoletani! sforziamoci con ardore e costanza operosa e incolpevole di non rimanere inferiori all'altezza de' nostri destini. Agli altri popoli è gran fatica il gir oltre, a noi il tornare quello che fummo.

(Dalla _Lega Italiana_.)

PARTE SECONDA.

TEMPI COSTITUZIONALI.

CONSIGLI AI PRINCIPI E AI POPOLI.

3 febbrajo 1848.

Noi riputiamo avere a quest'ora dato prove sufficientissime di quanto teniamo a cuore la conservazione dell'ordine, l'unione di tutti gli animi, la concordia fra popolo e principe. A noi sembra, pertanto, aver conseguito qualche buon dritto di non palliare il vero e di non dimezzarlo; ma, quando ci occorra, esprimerlo francamente, e quale il sentiamo ed il conosciamo.

I fatti burrascosi dell'Italia meridionale non recarono (gran bontà della Provvidenza) quel sanguinoso e profondo conquasso che temer si potea. La rigenerazione nostra può procedere, oggi pure, ordinata e con moto equabile, semprechè non si contrasti alla molto maggiore velocità del suo corso, e non le si nieghino que' premj e guadagni che già stima di avere in pugno. Occorre pertanto (e ogni giorno ci cresce il debito di ripeterlo), che tutti i Principi della Lega intendano questa incessante necessità, e si persuadano che ogni ritardo come è inopportuno ed inefficace, così può riuscire odioso, e togliere ad essi non poco credito di lealtà e non poco merito di spontanea risoluzione. Certo, quel nobil carro, ed anzi propriamente quella nobil quadriga in cui siede ora l'Italia e onde ai suoi destini è condotta, non potrà far buona e regolar via, se tutti quattro i popoli non si attelano in riga, quasi destrieri generosi, e tutti con uguale ardore e uguale prestezza non muovono.

Che debbesi oggi da qualunque buon Italiano e sopra ogni cosa augurare e desiderare alla patria? questo principalmente, che poco o nulla si muti nel morale stato di lei; perchè migliore di quel che si mostrava poc'anzi, non potrebb'essere. E quando l'Italia ha conosciuto giorni così fortunati di concordia e di fratellanza? quando ha goduto di simile congiunzione fra Stato e Stato, e di simile amicizia e contemperanza fra la religione e la politica? quando vide giammai estinte le sètte com'ora? quando cessate le cospirazioni, ridotti quasi al nulla i partiti? quando i pensieri, i sentimenti, le speranze, i disegni di tutti si risolvettero si pienamente in un pensare e in un sentire universale e comune! Tutto ciò, adunque, non dee mutare; e perchè non muti, occorre rimovere di mano in mano qualunque cagione grave di risentimento e di turbolenza, e dare sfogo ai desiderj divenuti impazienti e infrenabili, perocchè fatti maturi e legittimi dalla prepotenza dei casi e del buon successo. Se da per tutto gli animi debbon serbarsi in pieno consenso, è grande necessità che le leggi e gl'istituti eziandio consentano da per tutto; e se non vuolsi che le fazioni ripullulino, i savj si sgomentino, le passioni s'inacerbiscano, convien porre in atto sollecitamente ciò che risponda alla generale esigenza dei tempi. Jeri le cagioni di discordia parean giacere nell'esorbitanza di certe opinioni e nell'eccesso dell'arder giovanile; oggi possono rampollare dalle inutili resistenze e dalle funeste dimore. Ei si vede che noi miriamo sempre al medesimo scopo, e consigliamo con la debita modestia e imparzialità or l'una parte ed or l'altra, e così i governati come i governanti; e però ci diamo pace se mal ci spiegammo o male fummo capiti. Al presente, le nostre parole debbono piuttosto che alle moltitudini addirizzarsi ai lor reggitori, pigliando arbitrio di ricordare sentenze utili, benchè non nuove, ed anzi vecchie quanto la civiltà umana. E già Omero le pose con rara facondia sulla bocca del savio Fenice, il quale raccontando molto a distesa di un re d'Etolia come troppo s'indugiasse ad appagare il suo popolo, conclude che

. . . . . . . . il tardo Beneficio rimase inonorato.

Sta col nostro animo una gran fede nella Provvidenza, che protegge ed ajuta l'Italia; e confessiamo volentieri, ed anzi con viva letizia il facciamo, che gli avvenimenti sono infino a qui riusciti più avventurosi che non ci parea lecito di sperare, ed hanno contraddetto a parecchi de' nostri timori. Con tutto ciò, non è bene di domandare dal Cielo nuove maraviglie ogni giorno, e nè i popoli nè i re debbono in alcuna guisa tentare Iddio. Chi non iscorge in fondo di tutti i cuori l'ansietà e l'incertezza? Prima e presentanea cagione di sicurezza e di calma sarà la vista desideratissima dell'armi cittadine. Colui che non consiglia oggi a' suoi superiori la istituzione immediata della Guardia Civica, o sconosce affatto la forza de' nuovi accadimenti, o resiste e mentisce alla propria coscienza.

(Dalla _Lega Italiana_.)

DEL NUOVO MINISTERO NAPOLETANO.

3 febbrajo 1848.

Noi non vorremmo così subito mostrarci scontenti dei nuovi reggitori dello Stato, tanto più che si afferma non avere essi voluto accettare il gravissimo carico, salvo che ricevendo promessa solenne di veder promulgata una Carta. Ma la sventura di vivere il governo o in conflitto aperto o in secreto coi governati debbe aver fine, e però è necessario che l'universale possa di gran cuore stimare e obbedire i supremi ufficiali; e noi dubitiamo forte, che il popolo napolitano possa e voglia far ciò lungamente inverso i personaggi testè chiamati da re Ferdinando. Quattro di loro sono principi. Io non partecipo alle ingiuste preoccupazioni del volgo contro i gran signori: ma so che ad essi è, in generale, troppo difficile il pensare e il sentire come la maggior parte del popolo: so di più, che in Napoli parecchie di quelle stirpi di gran titolati sono degeneri affatto e d'assai poca levatura: e so infine, che agli errori quivi commessi debbe assegnarsi per cagion principale, la turba inetta dei nobili cortigiani, che sconoscendo i tempi e le cose, adulava e accecava il monarca.

Nel presidente del Consiglio, Serra Capriola, è molta onestà e naturale benevolenza, e qualche pratica delle corti: ma troppo manca perchè l'ingegno e l'animo suo pareggino le difficoltà del grado e del nuovo reggimento, e dieno pegno bastevole di amare fortemente le libere istituzioni. Assai minor pegno può darne il Cassero, che già più anni è stato ministro quando, non dico la libertà, ma le miglioranze politiche d'ogni maniera trovavano chiuse tutte le porte della reggia e dei ministeri. Del Bonanni dicono che abbia, parecchi anni addietro, patito guai per le sue liberali opinioni; ma fama di abilità e di politica scienza non gode. Il sol nome caro ai Napoletani è il Colonnello Cianciulli; uomo di spiriti moderatissimi, ma integro, illibato, caldo dell'onor nazionale e amico sincero di libertà. Però, logoro e cagionevole da gran tempo e desideroso di quiete, gli è da temere che sopportar non possa tutta la gravezza di un tanto ufficio.

Del resto, quel nuovo ministero dee forse unicamente segnare un mezzo tempo, ed agevolare un passaggio fra 'l regno dell'arbitrio e quel delle leggi. Ma non ho mai veduto simili tentamenti e saggi riuscire a bene e a profitto: per consueto, scontentano le due parti, e provocano le moltitudini. Ad ogni modo, il ministero presente napolitano, nel suo tutto insieme, non si confà per nulla con le esigenze e le pratiche dell'Era nuova che in Italia incomincia. Noi ci siamo affrettati a manifestare tal nostra opinione, perchè in Napoli più che altrove gli uomini hanno fatto gabbo alle leggi; e ognun ricorda i danni gravissimi che produsse nel 1820 e 21 quell'aver lasciato maneggiare la cosa pubblica da gente poco devota alle franchigie costituzionali, e più disposti a tollerare il giogo tedesco, che l'impero del popolo, e le fatiche e i pericoli della libertà.

(Dalla _Lega Italiana_.)

COSTITUZIONE DESIDERATA DAGLI ITALIANI.

6 febbrajo 1848.

La parola Costituzione giunge gradita oltremodo agli orecchi del popolo, non già perch'ella gli svegli in pensiero un concetto chiaro e ben definito di tutto quel che significa, ma perchè gli ricorda queste due cose bellissime e desideratissime, _Libertà e Guarentigia_ Conviene, pertanto, distinguere in una Costituzione ciò che ha virtù e sodezza di fondamento ed è affatto universale, da ciò che muta e si trasforma secondo l'indole delle nazioni e le varie contingenze dei tempi e dei casi.

La prima parte, pertanto, è quella che, supposta certa maturità di opinioni e certa efficacia di avvenimenti, mal si farebbe d'indugiare a mettere in atto. L'altra invece (come si notava, fa pochi giorni, nel _Corriere Mercantile_) ricerca molta meditazione e lunga disamina per riuscire a bene, e adattarsi con proprietà e giustezza alle condizioni peculiari d'ogni paese. In cotesta seconda parte si racchiude eziandio la risoluzione ed applicazione di molte dottrine che non sono ancora uscite di controversia; laddove la prima più non porge materia di dubbio, e i suoi principj sonosi fatti, quasi a dire, massime di senso comune, e come tali compariscono ne' nostri tempi in tutte quelle provincie del mondo civile in cui mette radici la libertà.

In essi principj si raccoglie e conchiude quel general concetto della forma migliore politica che l'epoca odierna venne trovando. Così accadde della scienza di Stato in ogni tempo e in ogni contrada; e quelle nazioni nel cui intelletto luceva l'idea d'un'ottima forma politica, mai non conobbero vero riposo e prosperità insino a che non la conseguirono ed effettuarono. Ad onta degl'infortunj nostri grandissimi, la natura ci ha di tale e tanto ingegno forniti, e abbiam conservato avanzi così notabili della civiltà e sapienza antica, che la forma generale dei governi rappresentativi ci comparve la migliore possibile e la più conveniente all'età in cui viviamo, prima ancora che Montesquieu cantasse l'apoteosi della costituzione inglese. Tutto ciò che è di poi accaduto, non altro poteva indurre nell'animo degl'Italiani salvo che un più fermo e invitto convincimento di quella verità: e però, chi governa l'Italia dee credere con gran saldezza che questo si è l'inveterato e radicatissimo desiderio nostro, al quale oggimai non sembra potersi altramente resistere che usando la forza delle scimitarre straniere.

Ora, tornando alla distinzione di cui, poco è, parlavamo, occorre di ricordare, che i fondamenti d'ogni qualunque costituzione debbono star riposti nelle libertà e guarentigie sostanziali e primarie del diritto privato e pubblico. E tali libertà e guarentigie riduconsi propriamente alle cinque infrascritte, cioè: 1º La facoltà compiuta di pubblicare le proprie opinioni. 2º La Guardia Cittadina. 3º Ministri sindacabili, e però eziandio punibili. 4º La nazione chiamata per via di rappresentanti a discutere e a squittinare le leggi e le imposte. 5º La libertà personale, e l'altre sicurezze e tutele a cui particolarmente provvedono i Codici. Qualunque di coteste franchigie e malleverie mancasse in una Costituzione, o vi stesse in mostra ed in apparenza più che in effetto, farebbe perdere a quella ogni suo valore, perchè tutte si legano e si mantengono mutuamente; ed in altro caso, ella somiglierebbe affatto ad una fortezza in cui moltissime porte fosser guardate eccetto che una: e così nello Stato, per quel solo special difetto di libertà e di sicurezza, entrar potrebbero a mano salva la tirannide o la licenza.

Segue dal fin qui espresso, che ciò che importa di promettere sollecitamente e in modo solenne ed irrevocabile, sono le cinque istituzioni summentovate; ed anzi, l'ultima è in buona porzione di già conceduta e sancita nei codici nuovi. Le due prime poi, con le quali, a dir vero, componesi la universal mente e il braccio vigoroso del popolo, come possono venire immediatamente ad effetto, così dovrebbero esser date e compite senza dimora. Invece, per la seconda parte che versa sui modi più confacenti di rappresentar la nazione nei congressi legislativi, e sul restringere od allargare le pertinenze di questi, e sull'altre materie attinenti; noi desideriamo assaissimo, che in cambio di promulgare e ottriare in fretta simili leggi e istituti, vogliasi innanzi ponderarli per bene e con gran diligenza e fatica, e giovarsi di tutto il senno che emerge dalla pubblica discussione; onde quelli sieno come il portato ed il parto della migliore sapienza civile italiana. Passò quel tempo in cui gli statuti e le leggi uscivano dai penetrali del tempio, o dalla mente d'un solo ed unico saggio. Ora i popoli sono legislatori a sè stessi, e non riconoscono mai in veruno il diritto assoluto di prevenire e d'interpretare ad arbitrio suo il giudicio e la scienza comune. Certo, se al re di Napoli fossero sovvenute queste verità, non avrebbe in quel primo disegno di patto costituzionale specificate certe forme politiche, le quali trovando subito contradittori, o scemarono il pregio ed il credito della concessione, o indussero a desiderare che la legge non appena nata venisse mutata: brutto abito contratto dai popoli servi, alli cui sguardi la legge non ha nulla d'augusto, nulla di sacro e d'inviolabile. Raro è che le nazioni sieno dalla fortuna condotte in istato di potere alzare da' fondamenti, e quasi a piena lor voglia e con un disegno preordinato, l'arduo edificio delle istituzioni loro politiche. Ma più raro è ancora, che di tale facoltà preziosa e fuggevole sappiano ritrarre utilità e profitto largo e durabile: chè anzi quasi sempre sonosi vedute le leggi fondamentali uscire alla luce o per concorso strano di casi, o da un conflitto passionato e violento di parti, o dall'intelletto di uomini men che mediocri, balzati dalla fortuna in cima alla ruota, e che per accidente trovavansi strette in mano le redini dello Stato. Facciamo noi miglior senno, se gli è possibile; e sempre ci dimori innanzi alla mente, che in noi si trasfuse e il sangue e l'ingegno del più gran popolo legislatore dell'antichità.

(Dalla _Lega Italiana_.)

LA LOMBARDIA E IL METTERNICH.

7 febbrajo 1848.

La Cancelleria di Vienna è istizzita, e nol può tacere. Ognuno sa che le provincie dell'impero sono tutte sue figliuole carissime, maternamente da lei governate. Fra queste si annovera la Lombardia, la quale benchè sia figliuola prediletta, siccome l'ultima apparsa in casa e venuta a consolare la vecchiezza della monarchia, ricalcitra ingratamente contra i benefizj della tenera madre. E per vero, la Cancelleria di Vienna dimostra in un articolo molto succoso, dato testè a pubblicare alla Gazzetta d'Augusta, che il regno Lombardo-Veneto possiede e fruisce da lunghissimi anni tutte quelle buone leggi e quei liberali istituti, per la concessione dei quali i Romani, i Toscani o i Piemontesi vanno in visibilio dalla gioja, e fanno di continue feste e baldorie.

A questo osserviamo, che quando pur ciò fosse vero, resterebbe a spiegare quel verso di Dante:

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Dappoichè, ancora laggiù nel Regno stavano scritte bellissime leggi, e ognun conosce il gran caso che ne faceva il Governo. Ma forse Metternich o il suo segretario non intendono Dante, e occorre a ogni modo farci sopra un po' di commento: e noi prendiam questo carico assai volentieri, usando uno stile piano ed aperto, come si ricerca al buon chiosatore. Diteci, pertanto, o Signori: avete voi conceduto ai Lombardi la Guardia Civica, e una moderata libertà di stampare le proprie opinioni? Egli è certo e provato che no: parvi dunque poco divario avere le medesime leggi con quelle due libertà e guarentigie di giunta? Una libertà moderata di stampa accanto all'armi cittadine, vuol dire, e ben lo sapete, l'opinione fatta signora e governatrice: vuol dir la mente dei savj che à il braccio del popolo per difesa.

Intendete cotal differenza? In Lombardia sono le bajonette Croate, che quando accade, vibrano punte mortali alla cieca: e nell'Italia media, il cittadino medesimo è fatto guardiano della libertà insieme e dell'ordine, e però è sicuro che ogni riforma conveniente e ogni progresso legittimo verranno di mano in mano attuati.

L'achille degli argomenti di Metternich è sempre questo: — La Lombardia è straricca, la Lombardia è prosperosa. — Ma quante volte deesi, dunque, suonargli all'orecchio il detto evangelico, che l'uomo non vive del solo pane? quante volte deesi fargli entrare nel comprendonio, che al popolo italiano non basta di far vita grassa ed allegra, e sentir sulla sera suonar i pifferi de' Tirolesi, e vedere l'Essler trinciar l'aria coi piedi e fare lezj e svenevolezze? Ei bisogna dire di Metternich, salvo sempre il rispetto che gli si vuol serbare, o ch'egli à l'anima tutt'adiposa, o che intorno di sè non vede nè conosce uomini veri, ma gran pezzi di carne con gli occhi, e automati che respirano: perocchè non so qual altro ministro di Stato abbia mai tenuto così a vile il genere umano, e siesi dato a credere di poterlo governar bene ingrassandolo e trastullandolo come si usa fare coi paperi.

Insomma, il Metternich non vuol pensare che i Lombardi e i Veneziani si rivoltino così dispettosi e fieri per mancanza di buone leggi. — Tutti questi tafferugli e subbugli movono, ei dice, da un _capriccio_ in cui sono entrati, di volere insieme con gli altri Italiani costituirsi in nazione. — E qui l'uom di Stato lascia di botto quel dolcebrusco parlare che usa un padre col suo beniamino un po' scapestrato e bizzarro, e ponendosi le mani sui fianchi e arrossando le gote, minaccia guai a chi toccherà la corona di ferro sull'augusta fronte del successore dei Cesari. — Costui, dice, andrà del sicuro col capo rotto. — E forse in tal passo la minaccia sale più alto, e vuol essere udita così di qua come di là dal Ticino. Come ciò sia, il diplomatico senza spiegarsi da vantaggio, soggiunge: — Ma non verranno a tanto quei sussurroni Lombardi; e però puniremoli non secondo le intenzioni, ma come porta il fatto. Essi ci forzano a tener grosso esercito lungo il Po e l'Adda, e sembra che l'incomodo della spesa maggiore cagionata dal lor _capriccio_ non è per cessare domani nè doman l'altro: però decretiamo fin da quest'ora, che ogni soprapiù di spesa verrà pagato e rifatto in contanti dai signori Lombardo-Veneti, e i più ricchi ne saranno pelati al dovere. —

Troppa fretta, o Principe! ei non si può dir quattro finchè non si à nel sacco. Il cielo è nuvolo molto, e mal coprite con la franchezza e baldanza delle parole l'apprensione e sollecitudine fiera dell'animo. Voi toccate ormai la decrepitezza, e pure (confessatelo) voi non vi siete imbattuto mai a vedere in Italia ed in Lombardia quello che ora vi scorgete. Paese nuovo, nuova vita, uomini nuovi; e i mille sintomi che d'ogni lato appariscono, fannovi argomentare una malattia sì profonda e talmente maligna ed appiccaticcia, che tutta la spezieria dello Spielberg non la guarisce.

(Dalla _Lega Italiana_.)

LE CAMERE FRANCESI.

8 febbrajo 1848.

In Francia nella Camera dei Deputati non d'altra cosa s'è ragionato e discusso per due giorni interi, salvo che d'Italia e del suo pieno risorgimento. Secondo il costume, i discorsi sono stati a mostra d'ingegno e a sfogo dell'animo, non a mutare una virgola nell'allocuzione o indirizzo, come ora il chiamano. Ciò nondimeno, alla causa italiana non nuoce aver sentito pronunziare parole caldissime in suo favore; e noi dobbiamo ringraziamenti a quei molti oratori che hanno provato di amarci, e in particolar modo al Lamartine ed al Thiers. Certo, quando il primo ha descritto lo spirito nazionale italiano sempre vivo e rinascente, e il secondo ha versato a man piene la lode sul nostro sforzo ordinato e gagliardo per attingere la indipendenza e rinverdire la gloria degli avi, ardea nel lor favellare una fiamma che rade volte sfavilla al presente nelle arringhe parlamentarie francesi. Così pure, quando Thiers ha mosso discorso di Palermo bombardata e delle uccisioni di Milano, e quando per simili atti ha chiesto che in fondo al cuore di tutti i buoni sorga e ferva quello sdegno giustissimo che per simili altre scelleratezze ha commosso l'Europa, subito è parso eloquente e sublime, perchè i santi e incancellabili dritti dell'uomo tuonavano sulle sue labbra. Per ciò noi gli condoniamo quell'eccesso di orgoglio francese, per non dir vanità, il quale gli fe pronunziare, che ogni cosa in Italia, qualora non sia per le mani stesse della Francia operato, è, del sicuro, operato dal Genio di lei. Tocca a noi di fare che ciò non sia, e che il solo Genio italiano presieda alle sorti italiane.

Quanto è poi ai termini stessi della controversia, bisogna con molta cura distinguere ciò che s'attiene direttamente alla Francia, e alla lunga ed aspra contesa che l'opposizione sostiene contro il Guizot, distinguere, dico, e separar l'uno e l'altro, dall'estimazione e giudicio che dee farne l'Italia per sua propria norma ed utilità.

Il Guizot, nella discussione intorno le cose d'Italia, esponeva con nettezza e franchezza maggiore che per addietro le massime direttive di sua politica, o vogliam dire della politica di Luigi Filippo.

«Il nostro governo si fa debito, diceva egli, di conservare i fatti consumati e accettati, e i diritti perdurabili e positivi; e ciò per iscansare le rivoluzioni e le guerre. Esso accoglie, pertanto, i trattati quali sussistono, e quelli del 15 specialmente, perchè sono base dell'ordine moderno europeo. Esso vive, non che in pace ma in osservanza e amicizia con tutti i governi, e combatte dove può e quantunque può la demagogia. Se a Cracovia l'Austria ruppe i trattati, noi ben l'avremo in memoria: ma non per ciò imiteremo lei ed i suoi colleghi nell'infrazione dei patti. Abbiam usato in Italia il massimo d'ogni sforzo per ajutare le riforme: più là v'è la guerra, la qual non vogliamo e non possiamo volere. Ogni acquisto o perdita di territorio trascina oggi a conflitto tutte le armi d'Europa: l'Austria assalita sul Po non difenderebbesi sola.»

Queste e altrettali ragioni rispondeva il Guizot al Lamartine ed al Thiers; ragioni connesse con un sistema il quale non rispondendo all'esigenze naturali e legittime dei Francesi, è per la forza logica stessa de' suoi principj pervenuto a conseguenze che sentono del paradosso; e tra le quali poi il Guizot, passionato più che non sembra, meschia non poche amplificazioni: e tale è senza dubbio quell'accusa perpetua di radicalismo che scaglia sulla Penisola, e quel dire che v'ha un partito gagliardo fra noi, a cui sta in mente di menare il Pontefice a rimpastare tutta l'Italia e costituirvi un reggimento quasi repubblicano. D'altra parte, la medesima esagerazione lo muove a chiamar l'Austria del dolce nome di amica e di collegata, e lodarla segnatamente di molta moderazione, e del compiacimento sincero che prova per le riforme che vede altrove attuarsi.