Scritti politici

Part 14

Chapter 143,795 wordsPublic domain

Così gl'istituti ottimi di cui fu fornita la monarchia, son rimasti una lettera morta; e le poche larghezze che ora v'aggiunge il re, sono comparse agli occhi del popolo come membra vive appiccate a un gran corpo cangrenoso e disfatto. Per farli utili ed accettevoli, conveniva, la prima cosa, chiamare al governo persone di fama integra e di spiriti liberali, e però capaci di render vigore al cadavere delle leggi: oltrechè avrebbero cominciato da ciò che è prima e fondamentale necessità d'ogni accordo in quel regno; vogliamo dire dal ricondurre negli animi un po' di fiducia, la quale n'è tutta uscita da lungo tempo, ed a gran ragione.

Da tutto ciò è proceduto che ai nuovi decreti di Ferdinando, non pure i Siciliani insorti, ma i popoli ancora di qua dal Faro, ne' quali si stimava essere maggiore arrendevolezza, sembrano voler tutti rispondere fieramente: «gli è troppo tardi;» terribil parola che muta e travolge affatto il movimento delle cose italiane. Già l'animo infiammato dei giovani esulta; già nella baldanza de' lor pensamenti e de' lor desiderj applaudono ai nuovi successi, e gridano pure a noi, fautori e propugnatori dell'ordinata e progressiva rigenerazione: «gli è troppo tardi.»

Dunque, la ostinazione cieca d'un solo uomo avrà potuto non che mettere a repentaglio la sua corona e sè stesso, ma la concordia e salute di tutta l'Italia? Dunque, un risorgere così bello per misuratezza e virtù, e degno d'essere dato ad esempio in ogni secolo ad ogni popolo, verrà guasto e annullato dalla colpa di un solo? Quell'amicizia e cooperazione mirabile di tutti gli ordini, quel consenso perfetto e continuo di tutti gli animi, quella fratellevole congiunzione d'ogni città, di ogni provincia, d'ogni Stato, non fia possibile salvare in alcuna guisa dalla procella che, scoppiata nel mezzogiorno, non tarderà guari ad invadere tutto il cielo italiano? Se ciò è destino, non sì ammirino i lettori nostri sentendoci tornare più d'una volta sulle medesime lamentazioni. Chè mai l'Italia non aveva visto e goduto di giorni non dico sì fatti ma neppur somiglianti. Nel clero come ne' laici, nella plebe e nei rozzi come nei dotti e civili, dalle officine ai palazzi, dalle città ai villaggi, sempre, per ogni luogo ed in tutti era un sol sentimento; la gioja, vo' dire, del nuovo stato, e la certa e dolce speranza di veder fra breve l'Italia intera tornata libera e grande. Nelle feste il pudore e il contegno, nella vita pubblica la moderazione e l'ossequio alle leggi, in ogni atto politico la pietà religiosa e la santità e pompa dei riti cattolici. Un aspettare non inquieto, un domandare dignitoso, un obbedire ragionevole, un giudicare assennato, un armarsi ed apparecchiarsi senza tumulti e con precoce maturità di pensieri e d'affetti. E tutto ciò sparirà, dunque, in un giorno? Tanto merito di prudenza, tanta fatica per riparare agli eccessi, sì lungo studio per evitarli, finirà (com'è da temere) nello scompiglio e nel sangue? Noi, benchè quasi sentiamo il rumore dell'armi e le grida delle insorte popolazioni, benchè ogni corriere e ogni nave che giunge rechi nuove più gravi e più avverse alla pace e alla conciliazione, noi non possiamo disperarne del tutto, e mai non caleremo il vessillo onorato che poco avanti spiegammo.

I mali sono profondi: mano, dunque, agli eroici rimedj. Tre ne proporremo fallibili ed efficaci. L'intervenzione del Pontefice; la immediata istituzione per tutto il Regno della Guardia Cittadina; l'abdicazione di Ferdinando in favore del suo figliuolo.

Se il re di Napoli invece di comparire ne' nostri tempi, fosse nato in quelli favolosi di Grecia e uscito dalla famiglia de' Pelopidi o degli Atridi, i poeti, parlando di lui, avrebbero immaginato che tutte tre le Eumenidi siedono invisibili accanto di lui, accecandolo in ogni consiglio ed in ogni impresa, per vendicare e punire nella persona sua molti ed antichi misfatti.

Molte fïate già piansero i figli Per le colpe de' padri.

Certo è che ogni cosa ha pensato ed eseguito a rovescio; e quando era bello di resistere ha conceduto, e quando di concedere ha resistito. Mai nè i tempi nè gli uomini, nè il valor delle cose, nè i pensieri e le esigenze del secolo gli sono comparse nell'aspetto loro verace e istruttivo. Sedici anni d'impero assoluto, invece d'illuminarlo, son venuti vieppiù annebbiando la non molta intelligenza che à da natura. Al presente, a lui mancano per intero i due soli mezzi d'ogni regno e d'ogni comando, il farsi amare o il farsi temere; e similmente, gli vien fallita quella facoltà che è base e strumento d'ogni transazione e riconciliazione, il dare e il ricever fiducia. Per nostro avviso, è necessità suprema di fatto, che re Ferdinando abdichi volontariamente, e lasci in suo luogo il figliuolo con una reggenza. Noi ripiglieremo presto il discorso e la trattazione di sì grave materia.

(Dalla _Lega Italiana_.)

IL PASSATO E IL PRESENTE DI NAPOLI.

I.

31 gennajo.

Delle Provincie italiane la più disgraziata ci è sempre paruta la terra di Napoli. In tutte l'altre, la fortuna girando sua ruota, ha spinto i popoli, almeno per qualche tempo, in sull'alta cima. In Napoli io non so quando quella ingegnosa e stupenda natura di uomini abbia potuto mostrare appieno ciò che sente e che vale. Ogni sorta di gente straniera ha corso e occupato il paese loro, e trattatolo come conquista: onde tutte le specie di tirannide ha sostenute, tutte le forme più improvide di governo ha provate; e quelle che lo potevano prosperare e difendere, sono cadute appena comparse. Nel mentre che nella rimanente Europa civile la feudalità rovinava, nel Regno, per contro, parea col dominio Spagnuolo accrescersi e fortificarsi; od almeno crescevano le angheríe e i soprusi, cresceva la boria e l'insolenza dei baroni inverso de' popoli: certo mai non ha pesato sopra una colta nazione e ricca d'intelletto e di cuore un reggimento più funesto e più distruttivo di quello dei Vicerè Castigliani. Si giudichi dopo ciò, qual tempra robusta d'animo e d'intelligenza sia stata dalla natura impartita ai Regnicoli per avere non che resistito a sì gran cumulo di sventure, ma dato a quando a quando segni tanto mirabili or di energia e fermezza, or di eroica magnanimità, or di luminoso e rapido incivilimento.

Ma, da ormai mezzo secolo le vicende del reame di Napoli corrono più del consueto straordinarie e terribili; e variando sempre d'aspetto, questa sola simiglianza hanno mantenuta con sè medesime, di non mai riuscire a bene ed a salvamento di quella tanto nobile parte d'Italia. Chi non sa le stragi del 99, la formidabile sollevazione delle Calabrie, il tempestoso regno di Gioacchino, e la guerra infelice da lui tentata nel 1815 a nome dell'indipendenza italiana? A chi non è noto l'insorgere del ventuno, l'invasione degli Austriaci, il modo sì deplorevole con che cadde la libertà, le vendette e oppressioni di poi succedute, gli sforzi e i tentamenti per iscuotere il giogo, sempre con audacia rinnovellati e sempre conchiusi con le prigioni e i patiboli? Veramente, quella provincia è stata ed è tuttavia terra vulcanica, e il Governo ha di continuo camminato

_per ignes_ _Suppositos cineri doloso._

Ma in ventisei anni già corsi dall'annullamento della Costituzione, è mancato affatto a quel Governo il senno e l'abilità di procacciarsi altro migliore sostegno che i gendarmi e gli Svizzeri: onde per lui nessuna forza morale può supplire alla materiale; quando non si voglia chiamar del nome della prima quella prostrazione di animo in cui gli onesti e generosi spiriti eran caduti, e lo sgomento rimasto in essi dell'armi straniere, e il sentirsi e il vedersi sfregiati innanzi all'Europa e innanzi a' proprj occhi: tutte cose di cui il Governo non arrossiva di farsi arme e puntello.

L'effetto peggiore e più amaro di tal traviamento e di tal servaggio è stato l'abbiezione e la corruttela. Diciamo l'effetto peggiore, perchè dove l'animo non è troppo corrotto, le buone leggi tosto il risanano; ma dove la depravazione abbonda, le buone leggi e le libere istituzioni non bastano, ed anzi rischiano forte di essere contaminate e guaste esse stesse. Gli è un fatto, che ovunque l'ingegno e la fantasia sono più pronti, il sentire più vivo, l'indole più passionata e focosa, quivi la servitù reca danni molto maggiori; perchè la scaltrezza vuol supplire alla forza, la simulazione e la frode s'assottigliano all'infinito; e quanto sono vietati i piaceri dell'animo e l'esercizio delle maschie virtù cittadine, altrettanto l'accensione naturale del sangue e le blandizie del clima trascinano l'universale ai piaceri del senso, alle sconce libidini e alle intemperanze d'ogni maniera.

Nondimeno, rispetto al Regno, è da distinguere con gran cura le provincie dalla città capitale. In questa poco rimane, a dir vero, di sano e d'intatto; e quella plebe singolarissima, la quale insorse tanto animosa nella metà del cinquecento per cacciar dal suo seno l'Inquisizione; e un secolo dopo tenne fronte ella sola, può dirsi, a tutta la gran potenza Spagnuola; e più tardi, in sul primo invadere delle truppe francesi, mostrò a Championnet come in una città non murata e senza armi rimanevano ancora nel nudo petto e nelle pronte braccia del popolo fortissimi baluardi; quella plebe, diciamo, perdendo il rozzore della barbarie, non per ciò ha contratto la dignità e gentilezza civile, e con lo smettere a grado a grado le sue vecchie e profonde credenze, nessuna nuova ne ha guadagnata: onde rimane una cosa informe e scomposta, che non ha sembianza nè nome, e più s'approssima al vizio che alla virtù.

Ma nelle provincie, massime negli Abruzzi e Calabrie, lo stesso vivere appartato e poco socievole, le ricchezze men che mediocri, le possidenze minutamente spartite, il trarre pressochè ogni sussistenza dall'arti agrarie, certa semplicità di costumi durata per mezzo a mille mutazioni, hanno conservato, per gran ventura, fra quelle genti molta vivezza di affetti nobili e di pensieri liberali, accanto a molta naturale bontà e schiettezza.

A ogni modo, noi siamo di quelli che reputano, che in popolazioni eziandio guaste e degeneri, il numero dei non corrotti è infinitamente superiore, e valgono a riparare ogni male e ricondurre ogni sanità, posto che il vogliano fermamente, e che la bontà loro (nol ripeteremo mai troppo) sia coraggiosa ed attiva. Per ciò ardentemente desideriamo, che a qualunque altra innovazione nel Regno preceda la istituzione della Guardia Cittadina. Imperocchè, tra gli altri profitti notabilissimi che reca tal Guardia, debbesi annoverare la fortunata necessità in cui pone gli onesti e assennati a divenire solleciti ed operosi del bene comune, e a compiere una intervenzione gagliarda e continua tra la tirannide e la licenza.

Per la ragione medesima, desideriamo e con calde istanze chieggiamo l'intervenire del Pontefice; essendochè la sua voce e l'autorità sua serviranno d'esempio e di sprone a tutti quei tepidi, benchè buoni, i quali altrimenti starebbersi muti ed inerti, e lascerebbero andare le cose a seconda delle immoderate passioni, e come la temerità e improntitudine dei partiti le vuol condurre.

Ma oltre a tutto questo, a noi non esce dell'animo, che nelle nostre provincie meridionali, se la natura sensitiva e delicatissima degli uomini sembra con facilità stemperarsi e corrompersi, altrettanto guarisce con celerità, e risorge e trasformasi in meglio, con istupore di chi n'è testimonio. E certo, noi non crediamo che poco prima dello scoppiare della rivoluzione francese i costumi della città di Napoli tenessero dell'austero e del forte; chè anzi nella reggia e nelle case de' grandi e sin nei chiostri e ne' seminarj v'era mollezza, ignavia e dissolutezza non poca. Venne il turbine delle guerre e della rivoluzione, corsero tempi e vicende le più rischiose del mondo, e fu agli spiriti non volgari offerta occasione frequente di dure lotte e di arditissime prove. Ora, egli avvenne che in seno di quella terra voluttuosa e indolente, apparvero tutt'a un tratto uomini non solo non disformi dal secolo, ma grandi come i suoi casi e forti come i suoi rischi. Noi non possiamo se non accogliere in cuore speranze liete e magnifiche di quella Provincia italiana ove il Cirillo, il Conforti, il Caraffa, il Serio, Mario Pagano e cento con essi vestirono in un momento l'animo antico, e porsero agli scrittori moderni materia degnissima della penna di Plutarco.

Noi seguiteremo altra volta a spiegare a quali mezzi e provvedimenti debbano por mano i nostri fratelli di Napoli per condurre a bene il nuovo risorgimento loro, e uscire delle gravissime e difficilissime condizioni in cui la cecità sventurata di alcuni gli ha posti.

(Dalla _Lega Italiana_.)

PALERMO BOMBARDATA.

31 gennajo.

Il supplemento dell'ultimo nostro foglio ha dato notizia che Palermo da parecchi giorni era bombardata, e che aggiugnendosi ciò alli scontri frequenti delle soldatesche coi cittadini, cagionava _una terribile mortalità_. Ier sera poi ci venne riferito da testimonio oculare, che il tredici dal Forte di Castellamare furono scagliate sulla città 132 bombe.

Nel 1821 Palermo insorse, e domandò di avere governo proprio sotto la corona medesima, con la medesima costituzione. Nel Parlamento un'ira ingiustissima accecò affatto il giudicio, e fu risoluto di vincere con la forza la sollevazione Palermitana. Sbagliò il Parlamento, come ora il Governo Napolitano; ma gli è impossibile di non osservare e notare le differenze fra li due errori. Palermo nel 21 insorgeva contro Napoli fatta libera, già venuta in possesso d'una forma di reggimento politico, che in que' tempi volevasi la migliore di tutte e la perfettissima. Oggi Palermo insorge contro un dispotismo violento ed improvvido, e che s'incera l'orecchie per non udire richiami e supplicazioni, e fa rispondere con le sciable agli _evviva il re_ e _le riforme_. Allora, capo della spedizione fu il generale più reputato delle Due Sicilie, uomo di nobil cuore e di sentimenti e pensieri liberalissimi, D. Florestano Pepe: oggi, capo e governatore è il generale Majo, uomo spregevole affatto, e soldato inetto, e dall'universale troppo mal visto. Allora il Pepe non accettò i sussidj che Messina e Catania gli offrivano, abborrendo dal vedere spargere dai Siciliani il sangue siciliano; potea tagliare i condotti dell'acqua e nol fece; i mulini già occupati dalle sue truppe rendeva all'uso cotidiano, in benefizio e ristoro della città; era già penetrato in Palermo e poteva al tutto sforzarla, e non volle; e impose alle navi di non danneggiarla, e a tutti di risparmiare al possibile le vite de' lor fratelli.

Oggi, il Governo di Napoli non usa alcuno di tali rispetti; e incapace di sforzar la città, la fa bombardare spietatamente; ed avventa il fuoco su quelle venerande basiliche, in cui l'arte italiana conserva gli avanzi e i testimonj maravigliosi di ciò che potè il nostro Genio nella notte barbarica del medio evo. Tanta è la furia che pone a domare gl'insorti, che rompe le costumanze e i buoni procedimenti d'ogni nazione civile, e i quali son divenuti regole certe e costanti del gius delle genti. Diffatti, la protesta dei Consoli da noi ristampata jer l'altro, dà prova che niun tempo è stato lor conceduto di riparare e provvedere così a sè stessi come ai loro compaesani. Le dimostrazioni di fratellanza, il far luogo all'amore e alla compassione in mezzo al conflitto medesimo, il saper temprare lo sdegno e reprimere il risentimento, sono questa volta dal lato de' Siciliani. Dio protegga la causa di chi fra l'armi e nel sangue non iscorda i doveri di buon Italiano, e sente nel danno dell'avversario il danno e il dolore della patria comune.

(Dalla _Lega Italiana_.)

IL PRESENTE E IL PASSATO DI NAPOLI.

II.

2 febbrajo.

Le cose di Napoli, chi ben le guarda, s'avviano verso d'un termine che le assomiglia a quelle del 1820. Parecchie differenze per altro intervengono, le quali son tutte, la Dio mercè, in favore della innovazione presente. Noi ne darem conto ai lettori con brevità e chiarezza, secondo il nostro istituto.

E primamente, diciamo che se l'Austria non fa disegno d'intervenire, questo sol caso porrebbe tra oggi e il venti sì gran differenza, che lascerebbe ai due tempi una mostra di simiglianza, e non altro. Ma nell'Austria la voglia d'intervenire non può mancare, qualunque volta non manchino la opportunità e la potenza. Divisiamo, adunque, per bene quali condizioni nuove di cose difficultano la intervenzione austriaca in Napoli.

Nel venti, la lega dei re assoluti, che per antifrasi fu detta sacra, toccava il colmo della sua fortuna e potenza. Oggi, quella cospirazione veramente inaudita e novissima contro le libertà dei popoli, non solo è sconnessa e mezzo annullata, ma i governi rappresentativi maggioreggiano in guisa da occupare ormai tutta l'Europa civile. E se tu ne cavi la Turchia la quale è barbara, e la Russia ove ancor dura la schiavitù, l'Austria sola accenna di voler, dove può, conservare il pieno arbitrio monarchico: ma in Ungheria nol può, e in più altre parti del vecchio e scrollato impero cesserà di poterlo.

L'Austria nel venti predominava in Germania, predominava in Europa; pendevano dal suo labbro i gran consiglieri dei re; parea rinsanguata, robusta e piena di vita. Al presente, è sopraffatta in Germania dall'arti prussiane, poco ascoltata in Europa, incresciosa all'universale, massime pei casi di Galizia e Cracovia e per gli orrori dello Spielberg; la stimano tutti esausta, vacillante e decrepita: la quale opinione, fosse pur falsa, riesce dannosa oltremodo, infin che i fatti non la smentiscono.

Avea l'Austria nel venti quete le provincie, fedeli i popoli, strette con vigore le redini del governo. Al di d'oggi, neppur ne' Circoli austriaci è piena tranquillità, e dalle rupi del Tirolo alle foci del Danubio non v'ha un palmo di suolo in cui si rincontri buona contentezza e fidanza. Quel malumore, poi, che nel regno Lombardo-Veneto serpeggiava qua e là al tempo della Costituzione Napolitana, e non parea farsi intenso e profondo salvo che negli uomini colti e bollenti d'affetto patrio, ora scoppia da tutte parti, invade le moltitudini, e manifestasi con tali prove di virtù e coraggio civile, da superar di gran lunga l'aspettazione medesima de' più caldi Italiani.

Allorquando in sul principiare del ventuno l'Austria, poco dubbiosa dell'esito, fece movere le sue truppe, lasciavasi dietro alle spalle il Piemonte travagliato da sétte ma non insorto, e che non parea prossimo a insorgere; e quantunque l'esercito Sardo ponessesi di poi in sollevazione, subito discordò e si divise e tutto scompaginossi; onde pochi reggimenti tedeschi bastarono a spegnere quel primo incendio di libertà. Quest'oggi, l'Austria trova Liguri e Piemontesi tanto infiammati quanto concordi, e così bene in arme e in assetto, come docili alle leggi, ordinati nel loro ardore, e affidatissimi ne' loro capi.

Nell'anno venti e ventuno, l'Austria scorgea buona parte d'Italia commossa dalle opinioni liberali più in superficie che nel profondo: v'avea società secrete estesissime, cospirazioni di ufficiali d'esercito, scontentezza di molte provincie; ma ardor popolare assai poco, e il sentimento nazionale appena spuntava, e, per isbaglio quasi comune, più pensavasi alla libertà che all'indipendenza; ogni Stato viveva in disparte e per sè, e il concetto di unione e collegazione di popoli o non nacque o non si mantenne. Oggi, per lo contrario, il desiderio d'indipendenza entra avanti a tutti gli altri; gli Stati si confederano, i popoli chiamansi ad alta voce fratelli, e la vita morale della nazione è già una, e ferve in tutti i suoi membri vigorosa e omogenea.

Nel venti, in fine, i Principi nostri o alla scoperta o di soppiatto tenevan con l'Austria, e taluni non vergognavano di confessarla solo sostegno e salute rimasta alla persona e potestà loro. Al presente, più d'uno fra essi sta dalla parte de' popoli, accetta ogni buon progresso civile, sdegnasi dell'ingiuriosa tutela di Vienna, e gode di avere a capo e scòrta il nome glorioso e la venerabile autorità del Pontefice.

Ora, di tutte queste notevoli differenze in fra i due tempi paragonati, alcune rimangono ferme e indipendenti dai casi, altre si legano all'andamento e alla fine che avranno le sollevazioni del Regno. Felice l'Italia, se ne' popoli delle Due Sicilie sarà tanto di virtù e di senno, da porre insieme due cose nate veramente per procedere bene unite, ma che il volgo e i partiti disgiungono assai di leggieri: noi vogliam dire l'energia e la prudenza.

Occorre a que' popoli l'energia, per rimovere la possibilità d'ogn'inganno e sventare ogni trama cortigianesca, e mostrando la gran fermezza e unione di lor desiderj, conseguire sufficiente malleveria dell'ordine nuovo di cose. Occorre poi sopramodo a que' popoli la prudenza, per non trascendere in cotesti atti il segno e il termine della necessità, e saper tornare sollecitamente nell'ordine e nell'obbedienza alle leggi.

Adoperando essi in tal guisa, e guadagnandosi e mantenendosi piena ed intera la propensione e amicizia degli altri Stati Italiani, nè dando ai Principi della Lega cagione legittima alcuna di spaventarsi; l'Austria avrà tuttora contro di sè la unione che sì la sgomenta de' cittadini d'ogni ordine, la consonanza perfetta degli animi, la tenace confederazione di tutti gli Stati, il desiderio comune ed inestinguibile d'indipendenza e di libertà, protetto oggimai e santificato dalla maggiore e miglior parte del Clero, difeso da eserciti disciplinati, e dalla mutua fede e assistenza di ventiquattro milioni d'uomini.

Ma un'altra difficoltà, e forse la maggiore di tutte, debbono procacciare all'Austria i nostri fratelli del Regno; e questa è di toglierle ogni presunzione ed ogni speranza di veder rinnovati gli errori gravissimi in cui la fortuna nemica d'Italia lasciò cadere i Napoletani nei nove mesi che vissero di risorgimento e di libertà. Distingueremo altra volta cotesti errori, e accenneremo i mezzi e le pratiche più confacenti a bene evitarli.

(Dalla _Lega Italiana_.)

IL CARROCCIO,

GIORNALE DELLE PROVINCIE.

31 gennajo.

Con gran piacere leggiamo il Programma d'una nuova Gazzetta Politica che sta per uscire in luce in Casale, e alla cui direzione intenderà il conte Pier Dionigi Pinelli; nome che per se stesso è pegno grandissimo della bontà del Giornale, e ne accerta particolarmente che quel periodico mai da verun altro verrà sorpassato nella integrità e nobiltà delle massime e delle dottrine. E veramente, quando vediamo persone così specchiate e generose come il conte Pier Dionigi Pinelli porsi a capo di tal sorte d'imprese, debbe ognuno augurare con sicurezza un bene copioso e durevole per la nostra Italia; ricordandosi, fra l'altre cose, come appresso molte nazioni, e in Francia segnatamente, la stampa periodica sia venuta a mano di gente non molto onorevole, e povera soprattutto di ferme e radicate credenze. Il titolo del giornale Casalese sarà il _Carroccio_, bello e bene appropriato battesimo; perchè, volendosi con quel Giornale prender cura peculiare dei municipj e degl'istituti provinciali, doveasi riporre in mente ai popoli italici quel simbolo antico de' nostri gloriosi Comuni; e il quale fu loro sì sacro e cagionò tanto profitto, quanto forse ai Romani quell'ultimo adito del Pretorio, ove, a modo di reliquie e di numi indigeti, stavano raccolte le aquile e le altre insegne delle vincitrici legioni.

(Dalla _Lega Italiana_.)

ALLOCUZIONE AI NAPOLETANI.

2 febbrajo.

_Era giunta notizia che Ferdinando di Napoli, più non fidandosi di resistere, apparecchiava una Carta costituzionale._

Fratelli Napoletani!

La gioja che dentro al cuore ci abbonda non può rimanersene chiusa, ma vuol mostrarsi di fuori ad ognuno; ed a voi particolarmente, o Popoli Napoletani, aggiunti oggi a quella famiglia di patrioti che, francheggiata dai Principi riformatori e stretta in lega santissima, affrettava coi voti, preparava con gli scritti, predicava con gli esempj la unione e rigenerazione di tutti i figliuoli d'Italia.