Part 13
Poco fa, uno tra' maggiori potentati d'Europa si scosse alla vostra voce, e facendo luogo al diritto, risparmiò a sè e a' suoi regni di assaggiare gli effetti della vostra lesa giustizia. Non potrà un altro principe, che è doppiamente vostro figliuolo e si professa religiosissimo, resistere alle preghiere di tanto padre, e ai consigli e alle istanze di tanto pacificatore. Nè i popoli dall'altra parte ricalcitreranno ostinati ed immoderati, ognora che Vostra Beatitudine entri mallevadrice dei patti e serbatrice della fede. Voglia, per altro, la Santità Vostra richiamarsi alla mente, che a lei fu fatta promissione larga ed esplicita di concedere miglioranze e riforme subitochè le sommosse di Calabria venissero a fine; le quali venute, non pertanto è apparita nessuna volontà di riforme, e nessun decreto che le annunzi almeno ed accerti per l'avvenire.
Ei si conviene, adunque, alla Santità Vostra nell'alto secreto di sua prudenza investigare e trovare modi assai più efficaci e solleciti d'intervenimento, e praticare rimedj tanto maggiori, quanto qualunque indugio diviene sopramisura funesto, e i danni e i pericoli sonosi fatti ogni giorno più gravi e ogni giorno meno evitabili.
Pieni di fiducia nella Vostra virtù e sapienza, umilmente ci rassegniamo di Voi, Padre Santo e glorioso, devotissimi obbligatissimi servi e figliuoli
IL DIRETTORE E I COMPILATORI DELLA LEGA ITALIANA. (Dalla _Lega Italiana_.)
_Iscrizioni dettate pei funerali che Genova celebrò, il 22 di gennajo 1848, alle anime dei Lombardi uccisi in Milano e in Pavia._
_Rimpetto alla porta._
DEL RISORGIMENTO ITALIANO GENEROSO INCOLPABILE INIZIATO DAL GRAN PIO SALVETE O MARTIRI PRIMI
_Dall'uno dei lati._
ALLE ANIME DE' MILANESI NOSTRI FRATELLI NEL DÌ TERZO DI GENNAIO DEL MDCCCXLVIII UCCISI DAL FERRO STRANIERO INERMI E NON RELUTTANTI ALLE LEGGI PREGATE LA GLORIA DE' MACCABEI
_Dall'altro lato._
ORATE PEI GIOVANETTI STUDENTI CHE NEL DÌ NONO DI QUESTO MESE IN PAVIA CADDERO SOTTO LE PUNTE DE' BARBARI IN ZUFFA DISUGUALISSIMA PRELUDENDO AHI TROPPO ANIMOSI AL FINALE COMBATTIMENTO
Rimpetto all'altare.
BEATISSIMI VOI CHE NEL SENO DI DIO OVE DAL MARTIRIO SALISTE SCORGETE D'UN SOLO SGUARDO TUTTA LA FUTURA GRANDEZZA D'ITALIA
(Dalla _Lega Italiana_.)
DEL MEMORIALE AL PONTEFICE
PEI FATTI DI SICILIA.
24 gennajo.
Nella vita politica è gran bisogno che le opinioni si manifestino, e ciascuno caldeggi la propria con lealtà e franchezza e con buon coraggio civile. Da ciò nasce il profitto comune che la verità sia discoperta e conosciuta con più sicurezza; e la discussione schietta e libera sminuendo col tempo gli errori, le discrepanze, le ambiguità e le amplificazioni, produca nell'universale un giusto criterio pratico: oltrechè gli uomini politici sostenendo con dignità ed a viso aperto i proprj pareri, possono divenire avversarj ma non nemici; e in quella parte in cui tutti convengono, che per lo più sono i principj ed i sentimenti d'amore patrio, d'indipendenza e di libertà, congiungono il consiglio e l'azione con vigore e concordia maravigliosa.
A ciò abbiamo noi inteso con l'atto che jer l'altro compimmo di addirizzare un Memoriale al Pontefice; il quale atto fortemente suggella le nostre opinioni, e dichiara la via che vogliamo calcare con indeclinabile lealtà e franchezza. E nostro pensiere non è stato al sicuro, come stima taluno, di versar biasimo sulle insorte popolazioni; e chi leggerà la Lega del 19 conoscerà bene sino a che punto (secondo il nostro giudicio) sieno esse scusabili, ed a qual grado di fiera disperazione abbiale trascinate la mala signoria che pure altra volta
Mosse Palermo a gridar mora mora.
A noi non fu presente se non solo questo concetto; che, cioè, la sollevazione de' Siciliani da un lato e l'ostinazione cieca e feroce dall'altro, mettevano del pari a pericolo estremo il risorgimento pacifico e progressivo d'Italia; e però convien tentare ogni modo d'intervenire fra esse, e porre ordine ai moti incomposti e freno agli sformati voleri.
Noi non siamo di quelli che desiderano e sperano di vedere oggidì in Italia rinnovarsi alcun che del furore repubblicano francese; il quale, con eccessi inauditi e con ispaventevole vigoria, tenne fronte agli eserciti collegati e domò le intestine discordie; ma poi, stanco e della metà consumato, si riposò sotto una ferrea dittatura. E di grazia, dove sono appo noi le oppressioni feudali, le proprietà conculcate, i diritti sociali offesi che infiammino le moltitudini? dove l'aspettazione certa ed universale d'un secolo d'oro di civiltà vicinissimo, e più bello del sogno di tutti gli antichi filosofi? dove il senso e l'essere di nazione, nudrito appresso i Francesi da mille anni di vita comune? dove le tradizioni guerresche, dove l'animo oltremodo disciplinevole, e le vittorie strepitose e continue, generanti in quel popolo un salutare orgoglio e una fede invitta in sè stesso? dove, in corpo smisurato, un solo e gagliardo capo, e membra numerosissime avvezze a obbedire con alacrità e con ardore? dove, infine, lo spazio dato alla Francia di parecchi anni bastevole ad educare le moltitudini e prepararle per ogni guisa al combattimento? E che? noi mezzo inermi e divisi, noi inesperti e indisciplinati, noi tutto fuori di quelle singolarissime condizioni poc'anzi rassegnate, sfideremo non che l'Austria ma pur l'Europa, e vinceremo ad un tempo il nemico esteriore e interiore?
Chi farà questo enorme prodigio? forse lo immenso vigore della stessa rivoluzione? Ma quel vigore onde nascerà, se le cagioni anzidette nè sono nè hanno tempo di sorgere?
In somma, la salute d'Italia intera estremamente pericola se le manca tempo e opportunità di unirsi, di educare le plebi, d'armarsi e apparecchiarsi d'accordo co' suoi governi, d'accordo con tutti gli ordini dello Stato. E però, a lei conviene fuggire le violenti rivolture, e l'esorbitanza delle pretese e delle passioni che ne conseguono, e il porsi in nimistà e in discordia co' principi suoi, con la diplomazia europea, col Papa e la miglior parte del clero. Questa è la credenza nostra invittissima; e se in lei sta il vero, e la pluralità degl'Italiani così la pensa, dico che debbe loro rincrescere fuor di modo così la caparbietà dell'uno come le sollevazioni degli altri; dico che il disperar subito di salvare l'ordine e la concordia, e di raddrizzare il moto delle miglioranze e riforme pacifiche, è debolezza ed avventatezza; dico che dobbiamo invece por mano a tutti i rimedj, quanti ne sono in facoltà nostra.
Obbiettano ancora, che l'intervenzione e ingerimento morale de' principi e del Pontefice, e qualunque nostra cooperazione ed azione privata, quando farà sentire gli effetti suoi, le sorti del Regno saranno già consumate; imperocchè, o la sollevazione avrà ceduto alla forza regia, o questa alla sollevazione.
E noi rispondiamo, che ciò per appunto dimostra la grande proficuità del proposito nostro, riuscendo ugualmente opportuno e ugualmente utile in ciascuno dei casi. Perchè, se la superano i sollevati, l'intervenimento morale procaccerà con ogni sforzo di temperare i vincitori e ricondurli all'ordine ed all'unione; e se il principe rimarrà superiore, l'intervenimento del pari procaccerà di non pur scemarne lo sdegno e il risentimento, ma di rompere l'ostinazione sua contro le larghe riforme ed innovazioni. A chi, poi, estima che l'una e l'altra cosa sono affatto impossibili ad ottenere, noi rispondiamo, anzi tutto: che il procedere regolato e concorde del nostro risorgimento è si bello, sì necessario e sì salutevole, porge tal nuovo esempio ed arreca tal maraviglia all'Europa, innalza a siffatta grandezza di fama e d'onore il nome e la sapienza italiana, che merita sia tentata ogni prova per mantenerlo e difenderlo, e sia prevenuto col nostro proprio l'intervento degli stranieri. Rispondiamo in secondo luogo: che mai le cose umane, e massime le politiche, non riescono tanto assolute ed inesorabili, quanto considerate in astratto appariscono; e la forza del pubblico voto, qualora sia saldo, manifesto ed universale, e si conformi affatto col desiderio dei buoni e coi principii eterni della giustizia e del bene, acquista ne' nostri tempi un valore ed un'efficacia tanto maggiore ed inestimabile, quanto sembra celare l'azione sua, ed usar solo le armi spirituali e invisibili della verità e della persuasione.
(Dalla _Lega Italiana_.)
L'ALLOCUZIONE DEI PARI DI FRANCIA.
Adì detto.
I Pari di Francia proseguono da qualche giorno a discutere, con la pacatezza loro ordinaria, l'allocuzione al re, o, come dicono, l'indirizzo. Il solo incidente gradito e favorevole a noi Italiani è stato un paragrafetto che vi si volle inserire, dove si parla con lode di Pio IX e delle riforme iniziate da lui in Italia; cosa dimenticata affatto nel discorso regio, non senza un po' di maraviglia di tutti i Francesi. Ai ministri è paruto bene, scorgendo l'assentimento pressochè unanime, accettare la cosa con garbo, e come se non inchiudesse biasimo del silenzio. Il Guizot ha ragionato a un dipresso come ne' suoi dispacci; e a riassumere la generale sentenza del suo discorso, basterà di notare questo concetto, che mentre il popolo romano va intorno al cocchio del Papa sclamando: «coraggio, Santo Padre, coraggio;» il Guizot, in quel cambio, sembra dirgli ed anzi espressamente gli dice: «adagio, adagissimo, Santo Padre. Oh Dio, vedete quanti pericoli e quanti malanni. Ecco qua i Trattati, chi può toccarli? L'indipendenza è delirio, la libertà non è matura, le teste bollono, l'Austria minaccia: giudizio, per carità.» E se ciò consiglia il Guizot al Pontefice, in cui (secondo suo dire) di costa al punto di movimento v'ha per necessità un punto di resistenza continua ed invincibile, quali avvisi ed ammonizioni andrem noi presumendo che porga ai principi secolari?
Ciò non ostante, noi ripetiamo che la buona propensione del governo francese ci è cara, e gliene sappiam grato. Ma vedesi aperto, ch'ella non può contentare l'opposizione parlamentaria, perchè questa dee reputare che a un sì potente e sì liberale paese come è la Francia conviene qualche cosa di più attivo e di più gagliardo. Onde, agli occhi degli opponenti il sistema politico del Guizot dee far la comparsa d'un guardiano di serraglio, alla custodia del quale sia consegnata la pace d'Europa, bellissima favorita del suo signore.
Parecchi in tal discussione son venuti tratteggiando lo stato e le condizioni d'Italia; ma, per nostro avviso, chi meglio di tutti ne ha giudicato, è senza dubbio il Cousin. Il luogo ed i tempi, le ricordanze di sua passata dignità e forse l'aspettazione della futura, hanno fatto il suo parlare moderatissimo e assai contegnoso; ma, non pertanto, egli ha dimostrato abbondevolmente, che la risurrezione italiana e il bene stare dell'Austria implicano contradizione, se pure a ciò facea mestieri dimostrazione alcuna. Oh quante parole per provare che la luce risplende! Anche il ministero ha gli occhi, e la vede: pur nondimeno, che può far egli volendo tenersi amici e l'Austria e le popolazioni italiane? Ma del discorso del Cousin, la parte che accogliamo più volentieri è quella dov'egli ci porge consigli sinceri e non superbi, affettuosi e non imperiosi; diverso non poco in questo da qualche altro Pari, e segnatamente dal Montalembert, che mal conosce l'Italia e male la giudica: il qual errore in sè non farebbe caso, considerandosi che ai forestieri riesce poco men che impossibile il conoscere con giustezza e il ben valutare le cose nostre. Ma perchè allora tanta sicurezza nel sentenziare, e tanta solennità e autorità nell'ammonire? Stima egli forse il Montalembert, che basti essere nato francese ed aver seggio nel palazzo del Luxembourg, per assumere quell'aria boriosa, e far cadere così dall'alto le sue parole su ventiquattro milioni d'uomini? Chè se la nazione francese operasse alcun gran sacrificio per la emancipazione de' popoli, potrebbesi pigliare in pazienza l'alterigia de' suoi oratori. Ma dappoichè ella si ristringe nel suo diritto e pensa solo all'utile proprio, noi consigliamo il Montalembert e gli altri colleghi a dismettere affatto il linguaggio che usano da protettori e da Mentori; chè l'Italia potrebbe a ragione finire col prenderne un po' di spasso. In quel loro linguaggio si sente chiaro ch'essi ci trattano, sottosopra, come fanciulli inesperti. E per fermo, noi non possiamo saper daddovero ciò che dal tempo e dalla pratica sola viene insegnato. Ma, di grazia, non doveasi perciò appunto ammirare quella specie di virilità e di senno precoce, e quella divinazione della scienza politica di cui dà prova al presente la nazione italiana, involta come è, pur troppo, in casi ed in circostanze le più intricate e le più malagevoli che dar si possano?
Per vero, il conte di Boissy à lodato la nostra saviezza, e ha contraddetto con zelo l'esagerate paure e i sospetti non ben fondati che molti Pari hanno fatto intendere circa alle mene settarie, e all'immoderatezza dei desiderj e delle opere negli Stati della Lega. Ma il bel cuore e il retto senso del vero non sempre sortiscono il dono delle belle parole; e quell'egregio signore ha confermato un poco il proverbio, che un mal destro amico equivale a un nemico.
Noi dobbiamo, poi, ringraziamenti caldi e pienissimi alle parole d'incoraggimento e di affetto che Vittore Hugo ha pronunziate. Il risorgere dell'Italia è di necessità una vivente e magnifica poesia; e però nel cuor d'un poeta doveva essa spegnere tutti i pensamenti politici e tutte le arguzie parlamentarie, per solo lasciar campeggiare e risplendere una ammirazione durevole e una speranza sublime.
(Dalla _Lega Italiana_.)
RIFORME NEL REGNO.
25 gennajo.
Dio protegge l'Italia; e perchè veggasi viemeglio che tutta opera delle sue mani è il risorgimento di lei generoso e incolpabile, l'ha lasciata gire fin sull'orlo estremo ove s'apre l'abisso delle rivoluzioni e della guerra intestina; e poi tutt'a un tratto ne la ritrae, mutando con salutari paure le volontà pertinaci, e schiudendo la via delle conciliazioni e dei provvidi consigli.
Ieri l'anima nostra gemeva nel lutto; oggi si riconforta e quasi gode e trionfa, non perchè non sovrastino ancora pericoli gravi e timori di nuovo inciampo e di nuovo sangue, ma perchè a tali timori e pericoli v'è tempo e modo di riparare, ed è validissima la speranza del buon successo.
Il re di Napoli fa promessa d'un'amnistia; concede a' suoi Stati larghezza di stampa; aumenta le pertinenze e prerogative della Consulta di Stato; accresce il numero dei Consultori e cávali da ogni condizione di cittadini; dilata le facoltà dei Consigli provinciali, e dà loro adito alla Consulta di Stato.
Commette ad essa Consulta di far la proposta d'un ordinamento nuovo di Municipj, al quale dia base: _1º La libera elezione dei Decurioni conferita agli Elettori; 2º Ogni attribuzione deliberativa conceduta ai Consigli comunali; 3º Ogni incarico di esecuzione affidato ai Sindaci._
Con altro decreto, re Ferdinando concede ai Siciliani governo, amministrazione ed esercito proprio, rimettendo in atto ciò che fu statuito nel 1816; epoca dolorosa per l'Isola, dacchè in quell'anno appunto fu consumato l'annullamento della Costituzione siculo-inglese.
Di tal regio decreto noi prendiamo consolazione, non perchè ottimo, spiacendoci forte la divisione nuova che ne risulta tra le due Provincie italiane, ma perchè ne dee conseguire almeno un pronto armistizio, e guadagnasi tempo ed agio ad usare mezzi più efficaci e più accomodati per ricondurre la pace, l'unione e l'affratellamento.
Noi, dunque, non avemmo il torto a sperare che il moto pacifico e progressivo della nostra rigenerazione, benchè scomposto e quasi interrotto, poteva essere ancora raddrizzato e riordinato. I tempi corrono velocissimi, e i casi nostri s'incalzano e quasi direi s'accavalcano; onde ai provvedimenti d'un giorno convien dare il dì dopo modificazione ed assetto nuovo: ma la sostanza non muta, e bisogno è tuttora d'un morale intervenimento.
Quel che sappiamo finora delle tarde concessioni di re Ferdinando in risguardo della Sicilia, non dà certezza di credere che gl'insorti s'accheteranno e terrannosi per soddisfatti. Sembra, in quel cambio, probabile assai, che, poichè sono in armi e non domi, ei richiedano la Costituzione loro del 1812, giurata da Ferdinando il vecchio, e poscia da lui sospesa e infine abolita di proprio arbitrio. Oltrechè, non può il rimanente d'Italia vedere senza rammarico, che nel regno delle Due Sicilie risorga di nuovo uno stato nello stato, invece di quella unità di governo e perfetta riunione di membra che una larga e libera legislazione potea solo ottenere. Molti nodi pertanto sono ancora da sciogliere, ed è nostro debito di procacciare che non li tagli la spada, nè la malvagità e l'ostinazione li ravviluppi, ma l'amore ingegnoso e paziente della concordia e dell'italiana fraternità si travagli e sudi a disfarli. Disponiamoci ad ogni maniera di sacrificj, ricorriamo ad ogni spediente, imploriamo ogni ajuto così dal Pontefice come dai principi della Lega; e niuna cosa rimanga intentata, perchè lo straniero nè perturbi nè si intrometta nelle nostre faccende, e gli estremi e sanguinosi cimenti sieno rimossi e fatti impossibili.
Noi non vogliamo sollevazioni e guerra intestina: ecco quello che intese significare il Memoriale nostro al Pontefice. Noi non le vogliamo, e con tutte le forze dell'animo, e con quanti mezzi legittimi e usabili sono in nostro arbitrio, le allontaneremo da noi. Perchè, tralasciando il discutere de' diritti e de' principj, e ragionando solo di pratica, a noi sta fermamente fitto in pensiere, che l'Italia di sconvolgimenti gravi e funesti è capace pur troppo, ma di vera e generale rivoluzione non mai; e s'anco potesse farla, impossibile le sarebbe condurla a buon fine: quindi gli stranieri disporrebbero a lor talento delle sue sorti, rompendo e impedendo con forza e violenza bestiale il suo felice comporsi in essere di nazione. Sta poi del pari nel nostro animo una fede saldissima, che posto che tutti coloro i quali assentono a tal verità vogliano porsi all'atto di scostare con ogni mezzo e sperdere la tempesta delle rivoluzioni e dei sanguinosi conflitti, ei del sicuro riusciranno nel nobile intento, raccogliendosi in loro (per quel che pensiamo) la prevalenza altresì del numero, e potendosi dalla volontà universale onesta e operosa trovar sempre qualche riparo ai pubblici danni e qualche sorta di compromesso tra le parti contendenti. E questo fu il secondo significato del Memoriale nostro al Pontefice; conciossiachè l'esperienza fa, pur troppo, vedere che ne' momenti difficili e quando l'azione de' buoni diventa più necessaria, come ora in Italia, ella suole invece far difetto, o almeno rallentarsi e rattiepidirsi, perchè la bontà comune non è coraggiosa, e la comune virtù più presto s'astiene dal male di quello che osi attuare il bene: quindi accade che gli spiriti turbolenti o fanatici tengono solo il campo e sgomentano gli avversarj. Noi, dunque, intendemmo e tuttora intendiamo di fare ai probi e savj Italiani una chiamata solenne in quest'ora quasi direi formidabile, in cui l'Italia può correr rischio di lasciare le vie di progresso pacifico e di mutua confidenza, per entrare alla cieca nei cupi e inestricabili labirinti delle rivoluzioni; alla porta dei quali, per seguitar la metafora, sta un mostro biforme: cioè la discordia civile e l'intervento straniero, pronto ed armato ad uccidere chi per avventura ne uscisse salvo.
Iddio, inverso l'Italia misericordioso, dischiude, dicemmo, fra le tenebre che s'addensavano sopra il Regno una via di luce che mena a salvezza. Guai, se tutti i prudenti e gli onesti non entrano in quella. Ora fa d'uopo risolvere, e non occorrono declamazioni e sofismi. In noi pure è il senso delle passioni generose, e freme in petto a noi pure l'odio sacro e veemente contro i tiranni; a noi pure vengono a schifo le prepotenze soldatesche, le bindolerie de' diplomatici, e la fiacchezza e ignoranza del volgo. Ma più che la passione e il risentimento, più che il desiderio del meglio e della perfetta libertà, più d'ogni cosa, insomma, e più di noi stessi abbiamo a cuore la salute estrema d'Italia.
Ripetiamo, pertanto, che gli è gran mestieri ordinare tutte le forze morali omogenee, e raccogliere tutti i pensieri e gli affetti comuni, onde n'esca poi l'unità e l'efficacia delle opere. Probabilmente, non sono ancora di là dal Faro cadute le armi di mano de' sollevati, e forse vi dura un'ira profonda e implacabile, una diffidenza cupa e troppo scusabile, una voglia cocente di certe e irrevocabili guarentigie. Forse al re non parrà fattibile abbandonare le forme del governo assoluto; forse per resistere ai Siciliani tenta di amicarsi i popoli di qua dal Faro, conoscendoli di più miti pensieri e più facile contentatura. Per ricomporre e sedare sì gran tumulti, sciogliere tanti viluppi e a tanti e sì vecchi mali recare rimedio stabile, appena sarà sufficiente la viva e sollecita azione e cooperazione di tutti i buoni, nè già timida e dislegata, ma stretta, coordinata e animosa.
Noi, nell'atto di jeri l'altro, arbitrammo di seguir l'uso d'ogni buon capitano, il quale volendo ordinar la milizia e riempierne meglio le file, fa, innanzi ogni cosa, la chiama, e così impara quanti accorrono e quanti mancano al suo vessillo. E noi, del pari, desiderammo conoscere quanti fra coloro che reputano inopportune e funeste in Italia le rivoluzioni si dispongono ad operare concordi, vigorosi e costanti per arretrarle. I tempi son fieri, il momento è più che mai minaccevole. Innalzi ciascuno la insegna de' principj e delle credenze sue proprie. Noi, col Memoriale al Pontefice, abbiamo innalzata e spiegata la nostra. Chi vuol salvare davvero l'Italia, s'accosti a quella e combatta; se no, adocchi un'altra bandiera e sott'essa si arruoli. Ma, per Dio, non se ne rimanga indifferente ed inerte; e pensi alla bontà e necessità della legge ateniese, la quale nelle politiche alterazioni faceva delitto a ciascun cittadino il ritrarsi e il non iscegliere la sua parte.
(Dalla _Lega Italiana_.)
CONSIGLI AL RE DI NAPOLI.
27 gennajo.
Alle concessioni di re Ferdinando si è fatto mal viso, non solo perchè carpite a lui dalla subita paura, ma pel medesimo essere loro. Elle aggiungono qualche larghezza e perfezionamento a quegl'istituti che da ormai quarant'anni non diciamo governano il Regno, ma dimorano scritti nelle sue leggi. Ognun sa che dal 1821 in poi è durata in Napoli questa contraddizione sconcissima; leggi e istituti, cioè, tanto buoni quanto possono stare in assoluta monarchia, e un Governo ed una amministrazione pessima e inemendabile. E a ciò ha dato cagione principalmente la veemenza sconsigliatissima con cui tutta l'opera del 21 fu atterrata e distrutta. Da indi in poi, i reggitori di quelle provincie hanno comandato ed amministrato a guisa di setta, e con la diffidenza e la rabbia di una fazione che schiaccia la sua contraria e lasciasi vincere alla paura. Questa ha fatto che il reprimento e le concussioni eccederono tutti i termini comportabili; e d'altra parte, i pensieri di libertà erano penetrati così addentro nell'animo dell'universale, che il Governo non ebbe intorno di sè, salvo che i più ignoranti od i più corrotti.