Part 12
Di tal genere, per mio giudicio, sono i fatti odierni della Penisola. Pur nondimeno, egli sembra potersi dire, che la nostra patria dopo le mutazioni e il conquasso della grande rivoluzione francese, ripiglia oggi con vigore e saggezza virile il largo moto di civiltà e di riforma a cui dava principio poco prima della metà del secolo scorso. Allora, siccome oggi, iniziatori del mutamento furono i principi. Ma in que' tempi, le riforme ampliavano la potestà regia, rovesciando la feudalità, le privilegiate corporazioni e gli arbitrj della Curia Romana: oggidì le riforme assumono, al contrario, per fine di temperare il regio potere, e rinnovano in mezzo di noi quel genere di monarchici che i padri nostri, latinamente e con profondo significato, domandavano civile, come il solo buono e degno effettualmente dell'umano consorzio. In que' tempi ogni sforzo tendeva all'equità ed all'uguaglianza; quest'oggi tende alla libertà. Allora, cavatane l'Inghilterra, nessun principato conosceva il freno degli ordini rappresentativi e dell'altre pubbliche guarentigie; onde Pietro Leopoldo e il Tanucci entrarono innanzi in più cose allo stesso Turgot, il quale in Francia non compariva del certo un rimesso e lento riformatore: ma a questi giorni, in tutta l'Europa è sciolto e cancellato il potere assoluto, se n'escludi la Russia che è barbara, e l'Austria incapace di mutazione. Allora i consiglieri arditi e liberali dei re erano letterati e filosofi cortigiani; e ciò che persuadevano e conseguivano venía dai popoli ricevuto o in silenzio rassegnato o con gioja pura ed immensa, come suol farsi per beneficj inaspettatissimi, e i quali niuno osa non che richiedere ma nemmanco sperare. Al dì d'oggi, se i letterati proseguono a consigliare i monarchi, il fanno discosto, e per mandato espresso e perpetuo delle moltitudini, e segnatamente delle classi mezzane; e parlano e s'interpongono come la divina forza della ragione e della giustizia, che vieta e impedisce il conflitto.
Da queste e da parecchie altre disparità che intervengono tra il moto riformatore antico ed il nuovo, sorge il concetto generale, che ne' principi, alle cui mani è affidato presentemente il governo d'Italia, bisogni maggiore maturità di pensieri, più docilità di animo e minor lentezza di opere.
D'altra parte, nel secolo andato e propriamente in quegli anni in cui s'attuavano le riforme, lo straniero regnava in Italia assai meno poderoso; e piuttosto che minacciare, difendevasi e patteggiava. Patteggiava col re di Napoli e col re di Piemonte, patteggiava coi Genovesi. Quello che oggi ne sia, ciascuno lo sa, ciascuno lo vede. Nel secolo andato esistevano stati e genti italiane riconosciute alla dolce favella del _si_, ma la nazione italiana non esisteva. Ne' giorni nostri, se badasi alla nuda scorza dei fatti, nazione italiana neppure esiste; se al sentimento, al desiderio, al proposito fermo ed universale, le genti italiane son già pervenute a costituire una sola persona morale. E appunto perchè dal sentimento e dal desiderio vuolsi procedere alla piena realità, e gli ostacoli sono molti e gagliardi; e perchè prevedesi di dovere o subito o non mai molto tardi invocare sul Mincio e sul Po il Dio degli eserciti, e però fa mestieri a noi tutti l'unione e la fiducia perfetta e reciproca; ne segue che abbisogni eziandio ne' popoli altrettanta assennatezza, docilità e prontezza viva e operosa. Saggia debb'essere la moltitudine in frenare all'uopo la naturale impazienza de' suoi desiderj; e frutto primo e salutare di tal suo senno debb'essere la docilità, cioè il saper riverire e ottemperare alla legge, mostrarsi arrendevole ai suggerimenti e alle ammonizioni de' buoni, e comportarsi per guisa che più non abbia verun poeta moderno a poter replicare la sentenza del Tasso:
. . . . . . . . . alla virtù latina O nulla manca o sol la disciplina.
Ma non pertanto, il popolo dee serbarsi pronto ed attivo, non inerte, non freddo, non pusillanime. Distinguiamo sempre e in qualunque cosa l'operosità dal tumulto, la vita dal sonno, l'ordine e la disciplina dalla sommessione cieca ed irrazionale. Nel moto regolare e crescente della cosa pubblica educhiamo l'intelletto ed il cuore; delle concessioni ottenute caviamo buon frutto, le ottenibili maturiamo. Con l'esempio del nostro vivere franco e pieno d'ardore, ma legale, dignitoso e pacifico, con l'aspetto della nostra verace e pacata letizia, con la concordia di tutti gli ordini, ma specialmente di popolo e principe, facciamo impossibile la tirannia, impossibili il negare ostinato e il resistere pauroso nelle rimanenti Provincie italiane. Non si ricerca da noi che ancora un poco di moderanza, di assennatezza, di longanimità; e i figli della gran madre staranno tutti raccolti e tutti beati in un solo amplesso. La santa Lega Italiana avrà compiuto e stretto il suo mistico fascio, nel cui mezzo starà sola una scure, perchè infinite braccia parranno impugnare una sola spada; e miseri quegli stranieri che vorranno assaggiarla.
Come in persone eziandio scorrette e di mala indole sorge tal volta per mezzo all'anima un senso puro del bene e un desiderio generoso di nobili geste, così accade che la Provvidenza spiri per qualche tempo su tutto un popolo l'aura della virtù e del coraggio, e un amore di sacrificio che agli occhi suoi stessi il fa nuovo e maraviglioso. Procacciamo con isforzo continuo, che pur sopra noi, infralita generazione, passi quell'aura sublime; e lo zelo attivo e sincero del pubblico bene invada tutti i seni dell'anima nostra. Sui canti delle strade di Genova (or non sono molti giorni) leggevansi stampate a larghe majuscole queste belle parole: — _Ordine, Fratelli; tutta Italia ci guarda_. — Ed io dico agl'Italiani: _Fratelli, siamo prudenti, disciplinati, operosi; tutta Europa ci guarda_; e (facciasi luogo al vero) ci guarda mezzo ammirata ed incredula, e dubita forte se noi siamo ancora i figliuoli dell'eroiche generazioni che vinsero il mondo, ovvero gente spuria e ragunaticcia la qual sogna le grandi cose e le conta per fatte, agitandosi con furore tra le processioni, le luminarie e i banchetti.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DEL FATTO DI LIVORNO.
Adì detto.
Gli ultimi casi di Livorno rattristano l'anima, perchè sono la prima nebbia che sorge a intorbidare il sereno della nostra rigenerazione. Ma forse il male non è tanto grave e profondo, quanto si mostra di fuori: e a niuno poi venga in animo, come scioccamente fu detto, che gl'imprigionati cospiravano a pro dell'Austria. Egli non è possibile ormai in Italia rinvenire dieci persone di mediocre fama, e di vita e condizione alquanto civile, che accolgano in seno un desiderio così vile insieme e così scellerato. Se in quegli uomini si troverà colpa (e speriamo che no), sarà colpa di fanatismo. Non perde subito una nazione i modi e gli usi funesti a cui l'han menata le sventure e la tirannia. Si cospirò per lunghissimi anni, e a mali estremi, e che parevano inemendabili per altra via, si cercarono rimedj violenti e non sempre legittimi. Si brandì il pugnale accanto alla mannaja, il secreto fu contrapposto al secreto, l'inquisizione settaria all'inquisizione di Stato; e, insomma, come i medici temerarj costumano, a fieri veleni riparossi con altri più fieri e mortali. Forse ad alcuni, que' mezzi sono paruti ancor necessarj; forse la inconsideratezza dell'ira e i pungoli dell'orgoglio hanno fatto gabbo alla coscienza e velo al giudicio. Di più non diciamo, e più là non vogliamo andare colle presunzioni e i supposti. È debito di carità e di giustizia il non aggravare coi sospetti e con la baldanza delle parole gente che sia a repentaglio della vita e dell'onore, sebben della vita non crediamo e non paventiamo. Nella felice Toscana, fra gli altri esempj di sapiente mansuetudine che i Principi Lorenesi hanno dato non pure all'Italia, ma sì all'Europa, questo è il maggiore ed il più solenne; di avere, ottant'anni addietro, abolito il crimenlese. Poco stanno discosto da noi que' giusti e benigni tempi, in cui non dico non si puniranno di morte e d'altri gravi castighi gl'imputati di mere colpe politiche, ma si prenderà maraviglia che ciò abbiasi potuto praticare per secoli da tutto il mondo civile e cristiano, come si stupisce oggidì dell'avere cercata e scrutata la verità con l'opera dei tormenti. Dove cessa l'evidenza del reato, là cessa il diritto di punire; e v'ha, pur troppo, infinite quistioni di giure sociale e politico in cui la ragione vacilla, e il comune senso morale non dá risposta patente e assoluta.
Noi non dubitiamo che agli imputati di Livorno non debba, nel processo a cui danno materia, apparire manifestissimo, quanto il dominio della pubblicità torni loro giovevole, e quanto gli amici e fautori di libertà (nelle cui mani sono) procaccino e studino, anzi ogni cosa, la imparzialità e integrità dei giudicii: o se questo vuol esser vero per tutti, maggiormente desideriamo che sia per coloro, alcuni de' quali hanno con noi sospirato e sofferto per la redenzione della patria. Li tenemmo, pur jeri, compagni ed amici; non può il nostro cuore assuefarsi a un tratto a stimarli nemici odiosi ed abbominevoli.
Ma un'altra osservazione importante vien subito fatta a chi bada un poco a cotesto avvenimento. Il Governo Toscano è sembrato scarseggiar sempre di forza, di attività e di speditezza. I tempi, infrattanto, da quetissimi e sonnolenti son divenuti svegliati e vivi. Gli spiriti, prima indolenti e molli, hanno contratto in poco d'ora alcun che dell'antica febbre repubblicana. Tra le città poi toscane, Livorno è la più ardente e più malagevole a governarsi. Un bel giorno, moltitudine grande adunasi quivi in piazza, gridano armi, vogliono armi. Al gonfaloniere ed ai superiori vien meno ogni modo di acchetarli. Creasi a voce di popolo una deputazione, la quale in breve intervallo sembra fatta signora della città ed arbitra delle cose. Le viene comandato di cessare e scomporsi; ed ella, a rincontro, dichiara sè stessa organo e rappresentanza vera del popolo livornese, e pon la sua sede nel palazzo municipale. In questo mezzo, giunge il ministro Ridolfi, che per primo atto fa in ogni quartiere assembrare la Civica: questa obbedisce volonterosa e prestissima, e quattro mila cittadini già stanno accolti e armati sotto le insegne. Entrasi in molte case, imprigionansi cittadini non volgari, e parecchi de' quali erano principalissimi tra i deputati; quindi son menati sul vapore reale il _Giglio_, e condotti a Porto Ferrajo. Tutto ciò in qualche ora, con risolutezza, con facilità e corampopulo. Ogni cosa ritorna in quiete; la città ripiglia i negozj; in niuna parte è spavento, in niuna è sdegno e rancore. Or che è questo? donde viene al Governo Toscano tanto vigore, tanta prontezza, un fare sì animoso e sicuro, e il sapersi appigliare a partiti forti e recisi? Da due cose ciò proviene: dal muovere che fa il Governo i suoi passi di pari con l'opinione, e dal munirsi e fidarsi compiutamente nell'armi cittadine. La Guardia Civica riesce in Toscana ciò che sempre, ciò che per tutto è riuscita; vale a dire lo scudo e il palladio dell'ordine pubblico, e il sostegno della libertà vera e durevole, non della avventata e mal ferma. Nel Governo Toscano ben rincalzato dall'opinione e dall'armi cittadine, è non solo risorta la gagliardia e l'attività, ma egli porge caparra sicura che di quindi innanzi sarà del corpo della Lega Italiana un membro saldo, sollecito e poderoso.
Che diranno di tali fatti coloro cui la virtù e il regno della opinione mette sgomento? E quegli altri eziandio che diranno, i quali si ostinano a giudicare e credere la Guardia Civica non più che una istituzione militare, apparecchiata in casi di guerra a supplire e spalleggiare l'esercito?
(Dalla _Lega Italiana_.)
L'ECO DELL'ALPI MARITTIME.
Adì detto.
Ci corre all'occhio il programma d'un nuovo giornale nizzardo, col titolo l'_Eco dell'Alpi Marittime_. I compilatori annunziano di aver gran fede nel moto vitale e rigeneratore che penetra e fa risentire di mano in mano le più morte membra di nostra nazione. Desiderano con ardore il risorgimento suo, la vogliono libera e indipendente, e si professano e chiamano Italiani di sangue, Italiani di cuore. Ma, cosa stranissima, ei dicono e ripetono tutto ciò in francese! Per prima testimonianza dell'animo loro italiano, abiurano l'armonioso idioma di Dante; e per primo atto d'indipendenza, fannosi servi d'un linguaggio straniero, il quale tenta di snaturare e viziare sì fattamente il nostro, che sarà dura e lunga fatica a guarirlo e salvarlo. Ei sembra che pur anche a que' giornalisti sia caduto in mente un qualche sospetto della loro stranezza; ma tosto l'hanno cacciato da sè, racchetandosi con questa ragione, che _dobbiam cercare un po' meno quello che ci divide, e molto di più quello che ci ravvicina_. O bella o bella davvero! Ma, signori giornalisti nizzardi, noi per serbare appunto e convalidare, quanto ci è dato il meglio, ciò che ne può tenere uniti, abbiamo carissima la nostra lingua, solo segno visibile e universale della comunanza del sangue, solo retaggio rimasto della mente e gloria degli avi. Come ad ogni nazione è sortita una forma propria intellettuale, così è sortito da Dio un organo particolare a significarla. In esso, in quell'organo particolare e mirabile, sta la nostra effigie, il nostro stemma, la nostra bandiera; in esso è quel tesero antico ed inestimabile che nè il correr del tempo, nè le somme sventure, nè il servaggio lunghissimo, nè la stessa nostra incuria e viltà ci hanno potuto involare. Signori giornalisti nizzardi, voi ci avete ferito, senza volerlo (crediamo), nella più nobil parte del cuore. Certo, voi siete arbitri e liberissimi di parlare e scrivere la lingua che più v'aggrada. Ma chi non parla e non iscrive la nostra, dee sentirsi dire con qualche sdegno da tutti i buoni Italiani: — A che mentite il nostro nome, o signori? a che v'accostate al nostro banchetto? Uscitene, noi non vi conosciamo. —
(Dalla _Lega Italiana_.)
NOTIZIE DELLA SICILIA.
21 gennajo.
Dalle nuove di Sicilia tutta l'Italia del certo sarà funestata; e niuna cosa può riuscire più misera ed afflittiva al cuore de' buoni Italiani, come vedere in mezzo al quieto e ordinato nostro risorgimento scoppiare un conflitto la cui fine non può tornare se non infelice ad entrambe le parti. Se la superano i sollevati, chi porrà modo alle lor domande, e chi interdirà loro d'inalberare il vessillo isolano, squarciando e dispiccando un membro di più al corpo già troppo lacero e troppo diviso d'Italia? E se vince la podestà regia, ormai gli è impossibile che ciò succeda senza moltissimo sangue, fiera semenza di sollevazioni nuove e più pertinaci; e niun modo, poi, e niuna misura verrà segnata agli esilii, agli incarceramenti e ai supplizj che già tanto moltiplicavano in quelle provincie sfortunatissime. Dio conosce gli autori e gl'istigatori di tanto male; e certo, a chi ha menate le cose ad estremi così terribili, prepara nella sua giustizia squisiti castighi e vendette.
Primamente, noi sentiam bene per tutto ciò, che gli animi colpiti così a un tratto dalla narrazione di casi lacrimevoli a tutta l'Italia si abbandonino al dolore e allo sdegno, e quasi disperino della salvezza pubblica, od almeno si sentan fallire la dolce speranza di campare la patria dai tumulti sanguinosi, dalle mutazioni violente e immature, e dalle miserie e dal lutto della guerra intestina. Ma dato sfogo al primo impeto dell'affetto, e rimenate le forze della ragione e le virtù dell'animo agli uffici loro, debbono tali forze e virtù, avanti ogni cosa, impedire che noi ci lasciamo vincere all'immaginazione, invece di crescere in attività e in coraggio quanto i danni e i pericoli crescono. Se il vorremo tutti, e gagliardamente il vorremo, niun uomo, e sia pur coronato, potrà contrastarci di ricondurre la conciliazione e l'ordine dove ora sono sbanditi, e di far cadere le armi male impugnate, disfare i patiboli, restituire alla patria i fuggiaschi, assicurare la pace, dar principio e base a riforme larghe ed irrevocabili. Per tutto ove abbondano i buoni e accorrono risoluti e operosi, mai non è mancato rimedio ai più profondi guasti e alle più cangrenose piaghe dei regni. Poniamoci tutti, con quanta efficacia di persuasione e con quanti mezzi possediamo di forza e ingerimento morale, poniamoci in mezzo ai sollevati ed al principe: Dio e la fortuna d'Italia compiranno il restante. Ma noi siamo privati, e l'azione nostra va lenta, dislegata e difficile. Tocca pertanto ai principi nostri riformatori il primo alto e il più vigoroso del morale intervenimento di cui ragioniamo. E che? potrà una sola volontà, potrà una sola mente caparbia turbare e sconvolgere a suo talento l'Italia intera? Permetteranno i principi della Lega, che tante loro fatiche e buoni desideri e savissime opere, che tante speranze e disegni loro magnifici per salvate con progressivi e pacifici mutamenti l'Italia, vadan perduti? No, questo non accadrà, chè sarebbe importabile e mostruoso. Parlino ed operino essi con tutta la pienezza e la vigoria di lor dignità, e con tutta quella che porge loro al presente la necessità delle cose, la santità della causa, il dovere di padri e salvatori de' popoli, l'orrore del sangue civile; e a ciascuno sarà giuocoforza obbedire. Ma lascino addietro (noi ne li preghiamo e gli scongiuriamo) le forme e le lungaggini diplomatiche, e come i fatti sono straordinarj e giungono subitanei, altrettanto sia straordinaria e subita l'azione loro. Guai se non riuscissero, guai. V'ha già chi trae compiacenza di tal prima sollevazione, pigliando fiducia che le cose precipitino tanto al male, da vedere disfatti e poi ricomposti a lor modo i regni e i trattati. Ma noi, corretti dalle lunghe sventure, noi non ignari della bestiale pazienza degli uomini, e che ne' gran rovesci la libertà e i diritti de' popoli quasichè sempre vanno in conquasso, noi speriamo tuttavia che la rigenerazione nostra regolare e incolpabile abbia vita così poderosa e tanto piena di partiti e compensi, da trionfare eziandio di questa prima battaglia, e rimovere questo durissimo inciampo che trova nel suo cammino, semprechè i principi della Lega vi si adoperino di concerto e con intera e pronta efficacia. Deh! movali almeno l'enormità del pericolo, se altro sentimento ed affetto non gli riscuote: sebbene dal cuore de' principi nostri niun sentimento pietoso e nobile rimane escluso; e singolarmente dal cuore di Pio, il quale benchè sia padre di tutti i fedeli, pure sa e sente che gl'Italiani sono primogeniti suoi, primogeniti della Chiesa.
Usi egli, dunque, larghissimamente della più che umana autorità del suo grado e carattere; usi della maestà che possiede e della gloria che ha conquistata; e interceda potentemente e con azione sollecita, e con quanti modi e mezzi e clientele ed ajuti ha seco, interceda, diciamo, per otto milioni e più d'Italiani e compatrioti suoi, i quali pure in mezzo al tumulto e alle armi girano in verso di lui lo sguardo, e ne invocano in ogni istante il nome venerando e miracoloso. Noi non sappiamo quali ragioni distogliessero poco fa il Pontefice dall'interporsi in guisa patente e solenne tra le popolazioni Svizzere in procinto di azzuffarsi; ma questo sappiamo, che niuna ragione, niun dubbio, niuna cautela può stoglierlo legittimamente dall'intromettersi con somma efficacia tra il re delle Due Sicilie e le insorte popolazioni. Quindi egli debb'essere risoluto di ciò; e noi, chinati ai suoi piedi, ne lo supplichiamo con quella istanza e con quel fervore d'affetto e profondità di dolore, che la civile carità e la voce del sangue italiano ci fa sentire e significare.
(Dalla _Lega Italiana_.)
DELLA SICILIA.
22 gennajo.
No, la felice innovazione delle sorti d'Italia non debbe così a un tratto cangiar natura per la cieca pertinacia d'alcuno e l'ira impaziente di molti.
Nè il sangue di nostre vene dee piovere in guerra fraterna o sotto il ferro del manigoldo, ma bensì serbarsi per causa infinitamente migliore, e spargersi tra le armi nemiche in guerra giustissima, anzi nella sola accettevole a Dio, e in cui quel sangue laverà l'anime nostre quasi un nuovo battesimo.
No, non è lecito ai buoni di starsi con le mani a cintola, in faccia al nascente incendio dell'Italia meridionale. E noi invitiamo tutti i buoni a pensare con zelo, e di stretto accordo, gli spedienti e i ripari migliori e più praticabili: l'amor santo di patria e di libertà vera, e la necessità di salvare il quieto e progressivo risorgimento italiano, assottigli l'ingegno così de' privati come de' principi, e li ajuti a rinvenire ed usare tutte le facoltà e i mezzi morali conducenti a spegnere colaggiù le sollevazioni violente, abolire le condanne e i supplizj, fondare e mallevare le progressive riforme. E perchè l'opinione pubblica cresce ogni giorno di autorità e di efficienza, ed ora ha modo in Italia di farsi conoscere quale e quanta è, giova significare in guisa aperta e solenne il nostro cordoglio ed il biasimo nostro a tutti coloro d'ambe le parti, che vogliono sommerger nel sangue la speranza e la fede di una trasformazione ordinata e conciliativa. Siamo certi che nè le distanze nè l'armi nè le polizie nè il terrore impediranno alla voce di migliaja di buoni Italiani il farsi intendere in mezzo de' combattenti. Ma la voce senza misura più potente, efficace e penetrativa di tutte, debb'essere quella del Sommo Padre e Gerarca. Non ha egli nelle Due Sicilie come nell'orbe intero cattolico la sua sacra milizia, i suoi ministri e ufficiali? E che non potrà la falange de' vescovi e de' sacerdoti inviata da lui, con alto ed espresso comando, a spartire la mischia e riconciliare insieme i popoli e il re, non a nome del dispotismo ma della ragionevole libertà, non col diritto del forte ma con quello della civiltà progredita e delle pubbliche guarentigie?
Noi per questo intento pigliamo arbitrio di trascrivere qui il Memoriale che addirizziamo con debito ossequio al Pontefice, facendo preghiera agli amici nostri, al clero, al popolo ligure e piemontese, a tutte le genti della Penisola di ripetere questo fatto concordemente e sollecitamente, affine che l'anima di Pio IX si senta nell'ufficio santissimo fortificata dal voto manifesto, ardente e affettuoso, di tutti i suoi figliuoli e compatrioti.
BEATISSIMO PADRE.
Gl'Italiani a Voi concittadini per sangue e figliuoli in Cristo Signore, recano ai piedi vostri nelle parole di noi sottoscritti l'espressione e il testimonio di lor profondo cordoglio, vedendo nelle Due Sicilie scoppiare un conflitto il quale minaccia o di riempiere nuovamente quelle contrade di crudeli giustizie e in peggiore servitù sprofondarle, o di pervertire nell'intera Penisola il moto pacifico e bene ordinato di rigenerazione politica.
Voi foste, Santo Padre, il glorioso principiatore di quel moto regolare di civiltà, e a Voi s'appartiene di mantenerlo in sua via. Nè certo noi veniamo a supplicarvi di ciò per bisogno che faccia di consigliare e spronare la carità e saggezza vostra, ma solo per isfogo dell'anima, e per accompagnarvi nell'opera santa con l'ardore de' nostri voti, e affinchè sappiate essere noi apparecchiati e desiderosi di ogni qualunque maniera di cooperazione.