Scritti politici

Part 11

Chapter 113,714 wordsPublic domain

In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'_ordine del giorno_ esentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade, e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sorta di gente con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se taluno s'imbatteva per caso in essi.

Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti, ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissione bastevole per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna; promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli, ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.

In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere il _Club_ ove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e della Lega Italiana.

Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.

Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal Torresani _gente irrequieta e facinorosa_, dovè inacerbirla oltremodo, e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo, doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.

Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia, e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.

Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più dipendenti hanno posta da lato la longanimità e la pazienza, e sonosi ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.

A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani, e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto, in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti, concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de' suoi patrioti.»

Infine, dal racconto qui sovrapposto si scorge, che alcuni ingegni perversi vorrebbero sperimentare nel regno Lombardo-Veneto un modo di reprimento diverso nella specie ma simile nella ferocia a quello usato, sono appena due anni, in Galizia. Ma i Lombardi, come si vede, nè cospirano nè si atterriscono. Nel paese loro non v'ha servi di gleba, non v'ha classi nè ordini che si nimicano; e la prepotenza e bestialità soldatesca, qualora volesse farsi durevole e abituale, affogherebbe nel proprio sangue, non nell'altrui.

(Dalla _Lega Italiana_.)

DELL'ORDINAMENTO NUOVO DE' MUNICIPJ.

15 gennajo 1848.

Tutti tre i principi nostri riformatori ànno avanti ogni cosa pensato a riordinare i Comuni: nel che si vennero mostrando e avveduti e provvidissimi. Il primo, perchè quelle riforme sono accettate più volentieri, le quali toccano gl'interessi prossimi e cotidiani del maggior numero; il secondo, perchè incominciare dal porre sesto e regola al tutto, innanzi di aver bene e fermamente composte le parti, tanto varrebbe per avventura quanto il costruire e l'architettare non badando per niente alla forma e acconcezza de' materiali. Nello Stato della Chiesa il Municipio nuovo romano è già in atto e in autorità: così volle Pio IX, del quale veramente diranno i posteri, che _romanam restituit rem_. Fino poi dall'aprile dell'anno poc'anzi cessato, una circolare del Cardinal Gizzi raccomandava in ispecial modo alla cura e meditazione dei deputati delle provincie l'ordinamento dei Municipj. In Toscana, alli 25 di questo vertente mese, vedremo adunata una Conferenza di sindaci e altre persone notabili affine di raccogliere i fatti, udire le informazioni, conoscere i desiderj de' popoli, e determinare le massime direttive della costituzione municipale che là si prepara. Negli Stati Sardi, quello che in sul cominciare di novembre fu promesso dal re in ordine a tal subbietto, vedesi ora mantenuto con la promulgazione del _Regio editto per l'amministrazione dei comuni e delle provincie_.

Noi di questo Editto parleremo tra breve, con la ponderazione e maturità di giudicio che si conviene in tali argomenti. Oggi basterà l'accennare i punti cardinali che porgono il primo criterio e le prime norme per esaminar bene così il fatto come il da farsi; e ciò non solo in Piemonte e in Liguria, ma eziandio negli altri Stati della Penisola. Conciossiachè sarà intento particolare di questo giornale il discorrere con egual cura, e (secondo sue forze) con egual cognizione, di tutte insieme le Provincie italiane e di quelle della Lega segnatamente.

Ottima cosa è certo da reputarsi, che tutti tre i principi riformatori partecipino a questo concetto speciale intorno alle istituzioni comunitative; e ciò è, ch'elle debbono venir fondate con ordini elettivi larghissimi, e coi principj assoluti dell'uguaglianza civile. Nè per rispetto alla larghezza elettiva potrebbesi forse desiderare o più o meglio di quello che si prescrive nell'Editto di re Carlo Alberto. Ma non deesi porre in dimenticanza, che tale franchigia può divenire angusta e povera negli effetti, qualora da un lato il numero de' consiglieri comunitativi sia grande e quello degli elettori grandissimo, e dall'altro sieno circoscritte e inceppate le facoltà e pertinenze di essi consiglieri. Onde gli è da considerare, per la libertà dei Comuni e insieme la spontaneità e il frutto delle opere loro, qual cosa nel fatto e nell'uso torni migliore: se il numero degli elettori larghissimo e più legate le facoltà, ovvero più ristretto quel numero e maggiore la facoltà e scioltezza dell'operare. Per fermo, non si dà franchigia municipale vera e fruttifera laddove non si componga di queste tre parti essenziali; che sono: elezione popolare; giudicio e scrutinio libero d'ogni interesse speciale e proprio del Municipio; azione libera del suo magistrato.

Sotto queste considerazioni, a noi sembra che non tutto sia buono e non tutto largo e lodevole nel Motuproprio del Santo Padre e nell'Editto di sua Maestà Sarda; e fermamente crediamo, che molte disposizioni di tale Editto oltrepassino quel bisogno di _unità_, di _uniformità_ e di _connessione col Principato_, che la legge ha avuto in mente di soddisfare.

Se non che tra l'_Editto_ ed il _Motu-proprio_ interviene una differenza fondamentale; essendo che il primo ha virtù generale, perpetua ed irrevocabile; quando l'altro non dà fondamento e principio salvochè a un istituto particolare, qual è il municipio della sola città di Roma: e oltre a ciò, esso dichiara più d'una volta, che le disposizioni sue dovranno concordarsi tutte con l'universal legge riformatrice dei Comuni, alla quale s'affrettano di por mano i deputati alla Consulta di stato. Ei si può dire pertanto, che su tal subbietto nulla è per anco determinato nella media Italia, e la cosa pende tutt'ora dal senno de' principi e de' lor consultori. Il perchè, prevenendo le nostre parole in que' paesi ogni atto deliberativo, e però potendone ancora uscire un qualche lume e profitto immediato, a noi cresce l'obbligo di non tener chiusa la nostra opinione, e di significarla invece con lealtà e franchezza.

Notiamo per prima cosa, che nel Regio Editto, ma più molto nel Motuproprio di Pio IX, le facoltà e pertinenze del Municipio stanno dinumerate e specificate una per una e con gran minutezza: il che non accade quivi per abbondanza di dire e a schiarimento ed esempio delle pratiche del diritto comunitativo, ma si è fatto al fine di circoscrivere con rigore e definire con esattezza il potere che vien largito dal Principe a forma di privilegio; e però le cose che son taciute non possono in guisa veruna venir sottointese in virtù di una qualche generale franchigia in altre parti del decreto espressa e riconosciuta: onde ripetiamo, che in ciò il Motuproprio romano vince in istrettezza l'Editto Regio, dacchè in questo oltre al cominciare il legislatore dal riconoscere in universale la libertà dei Comuni, esprime nell'articolo VIII del capo VII, che _il Consiglio Municipale fa gli atti devoluti alla popolazione in massa, ed in generale delibera su tutti gli oggetti di amministrazione locale che, eccedendo la semplice esecuzione, non sono attribuiti al Sindaco_; nelle quali parole, e segnatamente nella clausola prima pare sottinteso il principio, che ogni qualunque atto possibile a farsi in comune dal popolo cade sotto la deliberazione dei Consigli Municipali.

Ora, secondo noi, risiede nel Comune, a rispetto dello Stato, una libertà naturale d'azione e di reggimento, appunto come nell'individuo a rispetto del Comune. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle. E però, in genere, la legge non dee (come sotto i governi feudali e dispotici) venir numerando le speciali e singolari facoltà del Comune e prescrivergli ciò che può, ma ciò che non può e non dee. Noi sentiam bene, che poco importerebbero tali rassegne e specificazioni ove s'accompagnassero con formole generali di chiaro ed ampio significato, e in cui lucesse una confessione piena e patente del dritto. Noi sentiamo altresì, che parlare in nome dei principj universali del giure non è stile e consuetudine de' _Motuproprj_ e delle Carte e Statuti alla foggia antica. Ma i tempi ricercano altro linguaggio, e non son queste del sicuro disputazioni di grammatica.

Da siffatto principio della libertà naturale d'azione e di reggimento in che vive ogni Comune a rispetto dello Stato, emerge tutta quanta la idea dell'ordinamento comunitativo e delle sue piene franchigie. Per fermo, se il legislatore accoglie nell'animo quel principio, ei non può non volere costituire il Comune con quanta maggiore larghezza di facoltà e d'esercizio è fattibile; appunto com'egli adopera nel dettare le leggi e le guarentigie della libertà privata di ciascun individuo, ai quali mai non oserebbesi di prescrivere le specie, le condizioni e i modi dell'uso ed eziandio dell'abuso delle proprie loro sostanze. Col principio anzidetto, il legislatore dee confessare, che il limite alle libertà naturali dei Municipj è segnato non dalle restrizioni governative e ministrative arbitrarie, non dal desiderio di certa unità fattizia e più militare assai che civile, non dalle vecchie pragmatiche che, or sotto nome di tutela, or sotto quello di vigilanza e di buon governo, nojosamente comprimono e impacciano, ma bensì dalle necessità universali, e dall'ingerimento legittimo e razionale della potestà legislativa operante a nome della utilità vera e durevole di tutto lo Stato.

Col principio anzidetto, si debbono volere disciolte d'ogni legame non necessario all'ordine e alla salute comune le deliberazioni dei Consigli municipali e l'azione dei lor magistrati. E poichè al governo è ragionevolmente serbato d'interporre l'autorità sua tuttavolta che il municipio o travia dalle forme prestabilite di sua istituzione, o rompe alcuna legge od alcun mandamento legittimo dello Stato, in qualunque altro caso non dee far mestieri l'assentimento dei supremi ufficiali, siccome atto con piena ragione presunto e che vuolsi avere per compiuto. Molto meno poi fa d'uopo l'assistenza e presenza de' supremi uffiziali alle discussioni ed alli scrutinj comunitativi; molto meno il richieder licenza per le ordinarie o straordinarie convocazioni de' Consigli: e il simigliante si discorra per altri vincoli e suggezioni. Nè qui ci è lecito di tacere, che sì in risguardo della libertà di congregarsi, deliberare ed eseguire, sì per la libertà e speditezza d'azione de' magistrati municipali, sì infine per la indipendenza e dignità di loro persone, l'Editto piemontese torna senza misura più restrittivo del Motuproprio Romano, nel quale si legge, in fra le altre risoluzioni, che _l'approvazione superiore delle deliberazioni consigliari avrà sempre luogo, tranne il caso della mancanza di forme, dell'eccesso di potere e di contravvenzioni alle leggi_. (_Titolo_ 1. § 27.)

E quanto è alla dignità e indipendenza del Magistrato, non v'ha nel Motuproprio Romano neppur vestigio delle prescrizioni del Regio Editto che qui registriamo: _Capo II._ § 6. _Il Sindaco è capo dell'amministrazione comunale ed agente del governo._ § 9. _Il Sindaco è nominato da noi e scelto fra i consiglieri comunali... Rimane in carica tre anni e può essere da noi confermato._ § 10. _L'Intendente generale può sospendere i Sindaci. Capo III._ § 16. _I Vice-sindaci sono nominati per un anno, sulla proposta del Sindaco, dall'Intendente generale, cui spetta di sospenderli e rivocarli._

Non ci è ignoto che la molta suggezione dei magistrati municipali, il fluttuare de' sindaci tra il carattere cittadino e il politico, l'intervenire continuo de' superiori negli atti comunitativi, e la necessità del consenso e della revisione imposta a pressochè ogni spesa ed ogni deliberazione, non qui solamente fra noi ma durano e si perpetuano di là dall'Alpi, appresso di una nazione la quale presume essere specchiatissimo esempio di libertà. Queste cose sappiamo da lungo tempo. Ma duole e pesa all'anima nostra, che volendosi pure imitare i popoli forestieri, non sempre si scelga il lor meglio, ma talvolta eziandio il peggiore e il più strano. Oltrechè, le istituzioni de' popoli molto civili sono una vasta e variatissima architettura, ove la deformità d'alcun membro quasi scompare nella bella simmetria e acconcezza del tutto insieme. Altrove la poca libertà dei Comuni è supplita dalla moltissima dello Stato; ma dove questa scarseggia, par necessario compensarla col dilatare e mallevare la vita franca e spontanea del Municipio.

(Dalla _Lega Italiana_.)

DISPACCI FRANCESI SULLE COSE ITALIANE.

Il _Débats_ delli 7 ci fa conoscere il testo di alcuni dispacci intorno alle cose d'Italia mandati dal Guizot agli ambasciatori e ministri, ed ora comunicati alla Camera. Sono tre lettere al conte Rossi in Roma, una al conte Marescalchi in Vienna ed un'altra al conte di La Rochefoucauld in Firenze; la sesta è in forma di circolare, e l'ultima è indirizzata al signore di Bourgoing in Torino.

Chiunque si ponga a leggere cotesti dispacci, dee notare a bella prima, quanto nei nostri tempi vada mutando il linguaggio dei diplomatici, ovvero quanta diversa natura d'uomini sia quella che amministra oggi i gran fatti politici. Per fermo, in essi dispacci v'ha un lusso di generalità accademiche e un dissertare così vivo e abbondevole, che la Sorbona li accetterebbe affatto per suoi. Il secolo, adunque, è gentile se non vigoroso; gli uomini forse non grandi, ma pieni di facondia e filosofia.

Noi confessiamo assai volentieri, che in tutte sette le lettere del Guizot scorgesi aperto il buon desiderio del governo francese pel risorgimento italiano. E di tal sentimento non può dubitare alcuno il quale conosca la fine e classica civiltà della Francia, e pensi che non v'è quasi villaggio colà ove non si spieghi Virgilio ed Orazio, e non si stupisca dinnanzi alle tele o copiate od originali di Raffaele e di Michelangelo. Del pari risulta da quelle lettere, che il Guizot vive sempre in grave apprensione di veder trionfare i troppo infiammati, e sembra stimare gl'Italiani non capaci ancora di più larghe concessioni e più sostanziali riforme. Ma d'altra parte, com'egli ammira sinceramente la saggezza insperata del popol romano, nè stenta ad applicare simili elogi agli altri popoli della Penisola già ridestati, a noi pare che se ne debba dedurre ch'essi sarebbero sufficienti a molto maggior grado di libertà.

Sulle cose di Ferrara, spiace particolarmente al Guizot che il governo Pontificio abbia posta la controversia in piazza. Ciò naturalmente sa male a un diplomatico consumato, e gli sembra quasi una propalazione indebita dei misteri e della scienza esoterica. Ma se i Tedeschi invadessero un palmo solo del territorio francese, io sfido il ministro Guizot a mantener quivi il secreto, la riservatezza, e la gravità dei capitolati e dei protocolli. La lettera al Marescalchi, che appunto s'aggira sul brutto frangente di Ferrara, è da un capo all'altro tutta mite in verso dell'Austria, tutta lusinghevole e piena d'unzione; e non v'ha neppure una fiammolina di sdegno, una favilla di giusto risentimento. Certo, se il Papa non colpiva di religiosa paura il capo medesimo dell'Impero, ognun può pensare quale difesa efficace e gagliarda sarebbe uscita dalla dolce e tenera ammonizione del Guizot. Pur troppo, i casi della Galizia ci fanno presumere che a Vienna le orecchie non sono così delicate, e il cuore non così cereo come stima l'insigne autore della Storia dell'incivilimento.

Vero è che nella lettera al La Rochefoucauld il ministro Guizot accenna, così di passata, come il Papa abbia fatto richiedergli se in certe date congiunture potesse fare assegnamento su d'una più attiva cooperazione della Francia, e com'egli il Guizot crede d'avergli risposto in modo da contentarlo. Ma qui il velo diplomatico diventa sì fitto ed oscuro, da simigliare a quello che già copriva la statua d'Iside, e non è più la intelligenza ma il cuore che giudica, e gli si comanda un umile atto di fede.

V'ha però in queste lettere diplomatiche due proposizioni non pure verissime, ma da stare ferme e inchiodate in mente degli Italiani. L'una è nel dispaccio al signore di Bourgoing in Torino, e consiste in dire che gl'Italiani s'ingannerebbero forte sperando la lor salute da un rovescio di cose in Europa. L'altra è nella terza lettera al conte Rossi, e la quale afferma che non bene opererebbono i principi nostri a troppo tardare le riforme e le concessioni le quali fossero divenute un'alta necessità di fatto. «In quella protratta aspettazione, dice il Guizot, gli animi traviano per la foga pericolosa delle speranze e dei timori soverchio aggranditi; e quindi colui che regge sembra cedere, suo malgrado, all'urto popolare, dove in fatto egli obbedisce soltanto alle persuasioni di sua coscienza. Il signor conte Rossi ha più d'una volta ciò espresso con debita moderanza ai consiglieri del Santo Padre, ed al Santo Padre esso stesso.»

Noi ringraziamo del dato consiglio e l'ambasciatore e il ministro, al quale parimente dobbiamo e vogliamo esser tenuti della propensione (quantunque un po' peritosa e non assai procacciante) che mostra al bene d'Italia. Noi non ci poniamo tra quelli che da' forestieri pretendono molto di più e molto di meglio, perchè sempre abbiamo opinato che niuna nazione si salvi mediante l'altrui braccio: ed esigere che le genti straniere vuotino per lo scampo nostro le loro vene ed i loro scrigni, o mettano a repentaglio la pace che godono e i negozj e le comodezze in cui vivono, ci compare, non sappiam bene, se una sfrontatezza o una melensaggine: il rimproverarle, poi, fieramente ed anzi svillaneggiarle perciò di continuo, come piace a molti, ci sembra che senta del fanciullesco insieme e del vile.

(Dalla _Lega Italiana_.)

DELLO STATO PRESENTE D'ITALIA.

19 gennajo 1848.

Vogliono i pensatori moderni, che la fortuna non abbia nè molta nè poca parte nelle faccende umane. Io non so bene di questo, ma so che qualora ne piacesse di battezzar con quel nome le cagioni occulte ed ignote de' gran casi che avvengono, la fortuna comparirebbe ancora spessissimo nella storia de' nostri tempi. E per fermo, chiunque venisse dicendo di aver previsto punto per punto ciò che ora si compie in Italia, rischierebbe forte di non essere creduto sincero. Comunque ciò sia, l'ignoranza nella quale io confesso di rimanere della più parte delle cagioni a rispetto di quel che accade in Italia, mi piace, perchè ho sempre veduto gli avvenimenti massimi e fecondi davvero portar seco questo carattere del farsi ammirare ma non intendere, e tanto più ammirare quanto ciascuno si assottiglia di penetrarli.