Scritti editi e postumi

volume di sue poesie, e le stampava. Poi si raccomandava agli amici per

Chapter 233,534 wordsPublic domain

lo spaccio dell'opera. Fra noi ebbero incombenza di questo N., X., ed io.

Io ho fatto poco, ma ho fatto quel che ho potuto; X. si esaltò, parlò in stile orientale, promise mari e monti, ma poi non ha venduto nè anche una copia; non ha pensato neppure a comprarne una per sè. – N. è partito precipitosamente, e di certo non ha saputo, o potuto, o voluto consacrare un momento o un pensiere all'amico disgraziato. Intanto il povero S.***, che pensava stampando di galleggiare un tal poco sulla miseria, vi è sprofondato un palmo più addentro. Che si farà egli di tante copie stampate, se la carità degli amici non gliele leva di mezzo? Il suo nome non è un gran nome; le sue cose non sono sublimi; la fama o la moda non può farne oggetto di speculazione libraria; non sono però nè anche cose turpi, o infime affatto, specialmente le Liriche; e a fin di conto sono un onesto espediente adoprato da un uomo di cuore per non ricevere l'umiliazione di un'elemosina nuda nuda. Non facciamo morir di fame chi lavora nella vigna, perchè gli operai si faranno sempre più rari, e poi non è cosa nè giusta, nè prudente.

Raccogliamo pertanto le vele: tutto il discorso è per pregarti di vedere, se puoi darmi via una copia, due, tre, quante più puoi, del libro in questione. Il prezzo è quattro franchi, ossia sette paoli; il tomo è in ottavo, l'edizione piuttosto bella. Se ti riesce, l'avrò caro; se non ti riesce, non temere da me l'anatema, perchè so che la buona intenzione non ti manca. _Vale._

1835.

CARLO.

XII.

P.***

Buongiorno. Perlustrando i banchi di T.*** ho visto una turba di libri tedeschi, e me la sono menata meco. Non so se sieno buoni o cattivi figliuoli; però te ne mando due, che leggerai a tuo bell'agio, e in séguito mi dirai di che si tratta.

Che fa A.***? Mi pare un secolo, che io non lo vedo. Come vive, e in che mondo vive? Se vive bene, lascialo stare, che non avesse a perdere il filo; se poi vive male, lascialo stare egualmente, che non avesse a far peggio. Deve operar la Natura. Egli ha sempre un quaderno di mio nelle mani; vedi se ti è possibile di riscattarlo, e me lo renderai quando ti piace. Addio

_4 Aprile 1835._

CARLO.

XIII.

P.***

Eccoti il Manifesto, dove non ho potuto raccogliere che la firma di U. – ***N. mi disse non volerne sapere, perchè opera di un Francese, ragione che può valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer nulla; o forse fu ispirazione dell'Aritmetica, che gli sussurrò di non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. – X. sta dietro a farsi marito, nè può badare alle Vergini Muse, che poverette oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di dieci mila filippi. Io non prendo moglie, nè mi tormenta l'ansia d'imporre scudo sopra scudo. No, per l'anima di mia madre! io lo posso giurare; non sono, nè sarò un avaro giammai! I giganti quando accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio, e l'idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro sublime di una grandezza sì terribile da far palpitare anche il cuore di un Dio; ma l'avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti, che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di fare? Povero avaro! egli è condannato a non poter voler nulla, – ultima miseria dell'anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo d'accordo, – non piglio moglie, e non sono un avaro; – però sono un povero, nè deve parerti strano, chè tu pure in siffatte discipline mi sembri sufficiente dottore. Amo le Muse, è vero, e di candido amore, ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che è il mese dei fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose venditrici te li vengono offerendo col più bel garbo del mondo, e a così poco prezzo. Amo le Muse, è vero, ma non posso dar loro, che un ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del Manifesto, e così abbia fine l'Idillio.

Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi sono accorto, che per me non è impresa da pigliarsi a gabbo, almeno la prima parte intitolata ― Il campo di Wallenstein. ― Mi riesce a mala pena d'intenderne un verso qua e là, e le altre cose mi rimangono impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale, e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perchè moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l'avrei caro, perchè veramente il doverlo lasciare così per disperazione è pensiero che mi mortifica assai. Addio.

_11 Maggio 1835._

_P. S._ Mi scordavo del meglio. – N.*** M.***, scrive da *** che muore di fame, e si raccomanda alla carità dei fedeli. Vi deve stare cinque anni, come saprai. In società faceva il maestro di scuola, e gli bastava per vivere; – laggiù la professione non corre, ed egli non sa farne altra, e..... Come ti dico, si tratta di fame vera e reale, non di fame figurata. Questo giovane non ha nè roba, nè nessuno, che lo possa aiutare. Ha padre e madre, due miseri vecchi, che adesso andranno a chiedere l'elemosina, perchè, se prima non la chiedevano, era per via del figliuolo. Bisogna fare qualche cosa pur sempre: esser grandi, e buoni, è l'apice degli umani destini; – ma quando non si può altro, siamo buoni almeno, – e quando si vuole è cosa più facile che altri non crede. Vedi se puoi mettere insieme pochi paoli; – tutto fa a chi non ha nulla. Tu conosci qualche signore, e qualche signora; – narra loro il fatto schiettamente com'è. Abbiamo sovvenuto tanti altri, e spesso Dio sa che gente; – e poi erano uccelli di frasca, e non di gabbia, come questo povero diavolo. Non ti dico altro, perchè parmi aver detto abbastanza. Di nuovo, addio.

Rammenta ancora ad A.*** questa elemosina. Gliene parlai Sabato; mi fido della sua memoria, ma non troppo della sua attività.

XIV.

1. ― M.*** scrive da *** che il 15 di Settembre non avrà più da mangiare. In tale urgenza si rivolge a noi tutti, chiedendo in prestito quattro mila franchi, ed obbligandosi solennemente a render la somma fra due anni. – La persona, a cui più particolarmente fu indirizzata la lettera, vede impossibile effettuare il desiderio di M.***, e propone invece mandargli un migliaio di franchi accattato di porta in porta. – Meditando il fatto più quietamente, possiamo asserire ineseguibile affatto l'idea di M.***? possiamo credere che il mezzo termine proposto supplisca al bisogno, e produca l'effetto voluto? – Quando io rammento l'integrità e l'alterezza d'animo di M.***, penso quanta amarezza di passione gli debbono esser costate quelle poche parole d'inchiesta; sento intimamente che M.*** non può esser disceso a questo, fuorchè per forza d'una inesorabile necessità. Egli non è l'uomo che chieda quattro mila fianchi per metter di mezzo nessuno; – non è l'uomo che chieda quattro mila franchi per andare avanti intanto due anni, e non morire di fame. M.***, è vero, ha bisogno di vivere per ora, ma non è un bisogno di vita brutale come la nostra; è un bisogno di vivere per una sublime intenzione, per una speranza che gli apre l'avvenire, e gli fa veder cose, che i più non vedono, nè possono vedere. Se il disinganno a un tratto gli dimostrasse fallace l'intenzione, che gli alimenta la vita, e gli abbuiasse la speranza, M.*** è tale da farsi saltare il cervello, o tirarsi in un canto, e morir placidamente di fame. – M.*** dunque ha bisogno assoluto, inevitabile, di quattro mila franchi. Mandargli, o, per dir meglio, prestargli di meno, oltre l'essere un assurdo, sarebbe un trattare da ragazzo, da giovanastro scapestrato, un uomo che ha dritto all'amore e alla venerazione di quanti sentono e pensano generosamente. Se egli avesse avuto bisogno di mille franchi, mille ne avrebbe chiesti. La sua natura è troppo semplice e troppo retta, per appigliarsi al miserabile sotterfugio di dire una cosa invece d'un'altra per un pugno di monete più o meno. – Mille franchi dunque non fanno al caso; – un mascalzone senz'altro li prenderebbe, dicendo: è meglio poco che nulla; ma se noi li manderemo al M.***, forse non saprà che farsene; – faremo l'elemosina a chi non l'ha chiesta; umilieremo un nobile spirito; gli rapiremo una delle sue poche illusioni; aggiungeremo un nuovo dolore ai suoi mille dolori.

Pensiamoci di nuovo, e sul serio. Si può, si deve dare un rifiuto a M.***, che promette sull'onor suo di render l'imprestito? Io, che lo conosco da lunghi anni, credo alla sua parola più che al mio core, più che un mercante non crede alla firma di Rothschild. Se M.*** non fosse sicuro della sua promessa, avrebbe detto: – datemi, e non – prestatemi. – Di più, fate a tant'uomo l'elemosina, e rifiutategli invece un imprestito, di mezzo a tutto questo traluce così insultante un pensiero di diffidenza, che non può mancare di giungergli amarissimo al cuore: perchè non ci è angolo del mondo, dove non si possano trovare quattro mila franchi in prestito, – perchè tutto giorno ciarlatani, progettisti, e cavalieri d'industria, trovano con poca resistenza migliaia e migliaia di scudi. Il caso è pertanto come io lo presento; noi mostreremo apertamente a questo giovane incontaminato di tenerlo in concetto d'uno scroccone. – Eppure M.*** è un'anima pura, che non può, che non sa concepire un'idea di bassezza; – è una di quelle rare esistenze che Dio suscita di quando in quando per far credere alla virtù sulla terra. – M.*** sarà un nome glorioso; il suo genio, la sua fede, la sua divina pazienza, i suoi patimenti, il sacrifizio di tutto...., lo faranno grande nella Storia non già d'un Popolo, ma della Umanità. Però quando i posteri sapranno, che, dopo aver dato tutto ai suoi compagni d'infortunio, un giorno ebbe fame per sè; che si rivolse ai giovani del suo partito, chiedendo un pugno d'argento per renderlo un tempo; che fra questi giovani v'erano i ricchi, che senza scomodo potevano darlo; che non ostante con mentiti pretesti gli fu negato; – i posteri impallidiranno di vergogna e di paura, e non sapranno come definire questo secolo ipocrita, freddo, e millantatore.

A che mena questa lunga cicalata? – tu mi dirai. – A risparmiare un fregio alla dignità umana, se pure si può. – Io disapprovo altamente l'idea della questua, – idea codarda e scompleta. – Nondimeno un partito bisogna prenderlo. Trattandosi di quattrini, lo spirito è ricorso naturalmente a quelli che ne hanno. Eccitando la potenza della visione, me gli sono fatti passare tutti dinnanzi, e ad ogni figura che passava mi veniva una trafitta di freddo. A un tratto non so come il mio Angel Custode mi ha sussurrato all'orecchio il tuo nome. Ho accolto volentieri l'ispirazione, e da parte sua ti domando: – Saresti in grado di far questo imprestito? Ove tu non possa, non ci sarà nulla di male, nè io per questo ti porterò rancore; e allora ci metteremo all'accatto, arrogandoci non so quanto giustamente il diritto di strascinare nel nostro fango uno splendido nome. Ma tu dovrai meco convenire, che certi fatti sono una misura fatale dei tempi, e degli uomini; dovrai convenire, che la nostra è una generazione perduta ad ogni speranza di bene, perchè, non che intendere, ed essersi mandata in sangue l'idea santa, essenziale, del sacrifizio, non sa per anche compitarne il vocabolo.

Un rigo di risposta. ― Addio.

CARLO BINI.

XV.

Caro A.***

2. ― La lettera per M.*** mi è venuta più lunga di quel che volevo. L'ho scritta nella furia del cuore, e ho tutta la massa del sangue alla testa. Leggila, e mandala se credi; o se no, riducila a più giuste proporzioni. Io non spero nulla di buono, e vado convinto, che la faccenda finirà coll'esser trattata _costituzionalmente_. Piango lacrime di sangue per il povero M.***, e non credevo che la Fortuna volesse serbarlo a strazi così disonesti. Siccome il fatto mi sembra grave, e tale da passare fra i documenti della Storia contemporanea, così _gradirei, che della Lettera ne fosse fatta una copia_, per mostrare al mondo occorrendo, che non tutti furono codardi, e brutali, e che se afflitti dalla povertà non poterono aiutare l'amico infelice, dissero almeno una parola franca e generosa. Dura questo poco di fatica per amor mio; chè io non ne posso più. Amami. Addio.

CARLO.

XVI.

3. ― A.*** mi ha fatto risapere la tua risposta. Parlandoti candidamente, le difficoltà da te opposte non mi sembrano tali da reggere al paragone; mi sarebbe meglio piaciuto, se tu avessi detto: quest'anno io non ho voglia di far certe cose. Anima viva non avrebbe saputo mai nulla del fatto. Io e A.*** siamo temperati a tenere ben altri segreti che questi. Tu mi avresti dato il danaro, io avrei presa una cambiale per ***, e tutto sarebbe stato operato a mio nome. Un silenzio impenetrabile avrebbe coperto la cosa; noi siamo per natura discreti, e il caso presente sarebbe stato per noi un caso di coscienza, d'onore, di religione. Io sono ancora più che convinto, che fra due anni la somma sarebbe stata restituita. Non ho osato offrirti la mia garanzia, perchè, vivo mio Padre, non rappresento nulla nel mondo; ma un giorno spero e credo di aver quattro mila franchi al mio comando; se così ti bastasse, eccomi qua in corpo e in anima ad ogni tuo cenno. Con tutto ciò non pretendo costringerti a fare contro il tuo avviso. Non potrei volendo, e potendo non vorrei, perchè sono un gran partigiano del libero arbitrio. ― E M.*** intanto che farà? Muoia di fame, o si provveda altrove. Soffra come ha sofferto, e duri a soffrire. Egli non ha diritto di sottrarsi a quella legge fatale e perpetua, che condanna al dolore certa specie di spiriti. E così apprenda una volta a conoscer più addentro quella razza, per la quale ha speso il fiore della sua gioventù, la nobiltà del suo ingegno, e il sangue più puro del suo cuore.

Della colletta non voglio occuparmi; ci pensi altri più acconcio all'ufficio: io non mi sento in diritto di allearmi nella congiura di avvilire un Amico, che vale infinitamente più di me, e di mille de' miei buoni padroni.

Abbi pazienza di questo disturbo, che senz'altro sarà l'ultimo che avrai per parte mia. Sta sano, e addio.

1836?

CARLO BINI.

XVII.

P.*** mio

M.*** mi ha fatto quasi ogni giorno i tuoi saluti. Io non ti ho scritto mai finora, perchè i grandi dolori amano specialmente sul principio di esser lasciati soli. Avendo però spesso raccolte notizie di te, e sentendo che il soggiorno di Pisa poco o nulla ti ha profittato, io ti conforto a tornare fra noi, convinto che starai meno peggio. Troverai l'aria più tepida, troverai chi meglio t'intenda, chi simpatizzi meglio colle tue amarezze; e se puoi sperare un sollievo, ti rimane quest'unico, il consorzio dei tuoi antichi amici, la presenza di coloro, che hanno veduto, assistito, e sentito, la sciagura che ti ha percosso.

Addio; – noi ti aspettiamo.

_16 Febbraio 1838._

CARLO.

XVIII.

Caro P.***

Finalmente è arrivata la Signora C.***, la quale è voluta partire subito alla vostra volta. Io non ho potuto farle troppe attenzioni, principalmente perchè a stento so spiccicare una parola in Francese. Essa deve avermi trovato naturalmente goffo più ancora di quel che sono. Non vuol dir nulla. Scusatemi presso di lei, e ditele che il buon volere in me non manca mai per nessuno, e segnatamente per una donna raccomandatami con tanta caldezza. E se altra volta c'incontreremo, e ci sarà dato intenderci nella nostra benedetta lingua d'Italia, se non troverà in me la galanteria profumata di Parigi, troverà cuore e cortesia da non lasciarla affatto scontenta. Ma lasciando andar queste inezie, io son qua per voi, per lei, e per tutto il mondo, fin dove le mie forze arrivano. Disponete di me, e credetemi il vostro

_Livorno, 3 Agosto 1839._

CARLO.

XIX.

P.***

. . . . . . .

Per me sono già incominciati i giorni neri, ed eccomi già all'_ergo_ di farmi accompagnare per le vie se voglio andare. Ma la mia pazienza è più grande dei miei malanni. La Medicina se ne sta in un canto a viso basso, mortificata, e colle mani in mano. E sì che io non le ho detto mai una parola di rimprovero! Ma tant'è: resteremo soli, io e il Fato, a giuocare tra noi due questa partita di vita, o di morte. I saluti a tutti. Addio.

_21 Ottobre 1840._

CARLO.

XX.

P.***

Eccoti un manifesto del M.*** per la ristampa d'un Dante; e se avrà luogo, sarà ottima spesa. Se puoi firmarti, bene; se no, no. Ma firmato o non firmato rimetti subito il Manifesto nelle mani di S.***, che deve rinviarlo a Londra.

Addio. Imprendo nuovamente l'infausto viaggio dell'altra volta per ragioni anche più imperiose. Vado in luoghi strani ed inospiti, tra cattiva gente, tra pessimi affari, e in uno stato di salute, che fa paura. Dio me la mandi buona. L'ombra di N. mi perseguita, e non so come placarla. Io mi abbandono alla corrente senza sapere dove andrò a battere. Di nuovo addio.

_16 Marzo 1841._

CARLO.

XXI.

Signora A.***

Ho ricevuto con grato animo la sua del 28 Luglio, perchè un segno di ricordo da qualche anima buona mi fa sempre bene. Sento, che Recoaro non ha corrisposto alle sue aspettative, e già sapevo, che tutte le acque del mondo servono a poco; ma pensavo, che un giovamento qualunque le sarebbe venuto dal mutare aria, e dal veder cose nuove, e questo in ultimo si farà forse sentire.

Io sto anche peggio di quando ci vedemmo. Ciò non vuol dir nulla. Ho misurato tutto, e sono al mio posto.

È facile, che dimani, o posdimani, io parta per Roma, se non sorgono impedimenti. È viaggio affatto mercantile, trattandosi di assistere allo sviluppo di certi affari N. – Vedrò a ogni modo la _città eterna_, ma son fiacco, e scuorato, e punto disposto a ricevere in me lo spirito delle grandi memorie.

Un bacio a L.***, e mi creda suo affezionatissimo

_Livorno, 4 Agosto 1841._

CARLO BINI.

XXII.

A.***

. . . . . . .

Scriverò al Sig. G.*** quanto mi accenni dell'imbroglio B.*** E dalle meschine turpitudini degli umani interessi ascendendo alla solennità del dolore, ti dirò, che del tuo povero Nonno non ho saputo mai nulla. Io son qua dimenticato, come persona già andata al suo destino. Gli uomini badano ai fatti loro, e non li posso biasimare. Nondimeno, se mi fosse stato semplicemente annunziato, che il tuo Nonno era morto, io non mi sarei riscosso per questo, anzi avrei detto fra me: – era tempo che riposasse; – perchè era stanco, e aspettava, e spesso desiderava di riposare. Dico così, perchè egli spesso mi diceva così, e a quell'età non ci è interesse a mentire. Ora però, che tutto è finito, che la carne è morta e impassibile, e che lo spirito è in salvo, dico la verità, duolmi più di voi, che di lui; perchè la morte è come la bevanda amara; – passata la gola non è più altro. Spero però, che il tempo mitigherà il dolore, che la sua morte ha lasciato negli animi vostri, e che da ultimo resterà in voi sola e perenne la fragranza della sua dolce memoria. E credo fermamente, che non ci sia bisogno di pregare per lui, perchè il suo petto racchiudeva tutto quel fiore di bontà, che può germogliare su questa misera terra. E così io pregherò l'anima di quel giusto, perchè preghi Dio prima per voi e poi per me. Altro non posso fare. Addio.

_Carrara, 21 Ottobre 1841._

CARLO.

XXIII.

A.***

. . . . . . .

Ho finito di leggere da qualche giorno il discorso del Centofanti[25], e mi dirai per qual modo devo rimandartelo. Questo discorso, che pure è di poca mole, mi ha lasciato un'impressione curiosa, – un'impressione di durata, come se avessi letto almeno due mesi, o un'opera di cinque, o sei grossi volumi. Non saprei distinguere, se ciò dipenda da mente che si disorgana, o se sia segno che il libro fa pensare. Sottosopra mi è piaciuto assai, e quantunque io non abbia coscienza tale di studi da giudicarlo _intus et in cute_, nondimeno mi è parso dettato con intendimenti di critica e di filosofia piuttosto nuovi in Italia. E vi sono tratto tratto pagine generose ed eloquenti, che non tanto onorano l'intelletto dello scrittore, quanto rivelano un bel cuore d'uomo. Mirabile è poi la forza di congettura e d'intuito, onde penetra nel buio di tempi quasi senza memoria, rifabbrica il passato, e dà senso, valore, e sembianza, a cose, che finora parevano vaneggiamenti e capricci. Basta, a me pare un bel lavoro, fatto di buona fede, all'antica. Credo però, che non sarà di lettura volgare, e il libro, sì per lo spirito, che per la fattura, è veramente aristocratico, come sono tutti i libri dove ci è altezza, e novità di teorie, dove c'è condensazione d'idee, e di stile. Aggiungi inoltre, che l'Italia è sempre innamorata del suo dolce _far niente_, sempre supina a bere l'oblio di tutte le cose, sempre ripugnante a ruminare il forte cibo della sapienza.........

_Livorno, 30 Aprile 1842._

CARLO.

XXIV.

Signora A.***

Un Poeta in tutta l'estensione del termine, perchè muore anche di fame, chiede l'elemosina ai suoi amici. E quì sta l'imbroglio, – di trovare cioè gli amici d'un uomo, che muore di fame. – Ma _butta in mare, e spera in Dio_, dice il proverbio dei marinari. Il povero Poeta è N., che forse Ella avrà sentito nominare; uomo,..... cui la Natura fece molti doni di cuore e d'ingegno, senza dargli però un fiato, un atomo, di quel _terribile giudizio_ che sa fare i fatti suoi. E però oggi si trova a stender la mano, e per giunta è malato di malattia della quale forse non guarirà mai. E però io lo raccomando alle di Lei carità; e se Ella e i suoi amici potranno far qualche cosa, io gliene saprò grado per conto del povero Poeta, e per conto mio, quantunque egli si sia indirizzato per chiedere aiuto a T.*** G.***, e questi poi si sia rivolto a me.

Intanto abbia pazienza del disturbo, e mi creda

_2 Settembre 1842._

Suo Devotissimo

CARLO BINI.

XXV.

Signora A.***

Ho sentito da M.***, che riguardo a N. Ella penserebbe di fare un foglio. Io veramente me la dico poco coi fogli, e credo, che in ogni caso, e specialmente in questo, la parola viva e sentita possa più assai che tutti i mezzi dell'arte. Ma poichè s'ha da scrivere, io stimo più espediente copiare tale e quale la lettera di N., che le rimetto qui acclusa. Sono poche righe, ma vere, e stringenti; e se queste non valgono, le mie e quelle di qualunque altro varranno anche meno. Ella pertanto, che è così buona, veda di persuadere quanti più può a firmare sotto la lettera del povero N., ma quello che importa è di far presto, anzi prestissimo, a riscuotere il danaro, e farglielo avere, perchè il bisogno ha furia, e conta le ore e i minuti. Spero che tra tutti faremo qualche cosa per questo disgraziato; ma quando poi non riuscissimo a buon porto ci vorrà pazienza, ed io scriverò direttamente a N., che _i suoi buoni amici di Livorno_ hanno rigettato il suo appello, e confermano la sua sentenza di morte di fame.

Io tra qualche giorno dovrò partire per miei affari; e se questo negozio non fosse anche perfetto, allora lascerò le mie istruzioni a M.***, perchè tutto vada il meglio possibile.

Mi creda

_Livorno, 5 Settembre 1843._

Suo Devotissimo

CARLO BINI.

XXVI.

T.***

Ebbi per tempo la grata tua con quella del povero N., ed egli non poteva scegliere il miglior momento per morire di fame. A.*** mi ha detto, che non deve dar nulla, e per conseguenza non ha dato nulla. Ho fatto un appello ai poveri, e come ragion vuole mi hanno dimandato se avevo da dar loro qualche cosa; – ho chiesto ai ricchi, e mi hanno risposto peggio dei poveri. In somma è un affaraccio, e in tanti giorni ho raccolto forse sei o sette scudi. Non per questo mi fermerò, e spingerò le cose fin dove possono andare.

La mia salute non vale un quattrino, e la mia testa è un mucchio di rovine. Pure per veder di dare una mano al povero N., ho preso a tradurre dal Tedesco certi articoli intorno al Sismondi per convertirne il ricavato a pro del suddetto; e credi, che se avessi avuto un cento di scudi glieli avrei dati volentieri, piuttosto che soffrire una fatica così sanguinosa, una fatica che finisce di mandarmi in polvere il cervello.

Addio. Credimi

_Livorno, 14 Settembre 1842._

Il tuo Affezionatissimo

CARLO.

XXVII.

Gentilissima Signora A.***

Vengo a prender commiato da Lei, perchè certi affari mi cacciano fuori di casa. Vado via in cattivo arnese, e chi sa come ritornerò, o se resterò per la strada. _Fiat voluntas Dei._

Saluterà pertanto G.***, e il Sig. P.***, al quale auguro una sollecita guarigione, e godrò al mio ritorno di trovarlo perfettamente rimesso in buona salute.

A Lei non dico nulla, se non che, quando avrà terminato tutte le faccende, si rammenti qualche volta di me. Andando a Lucca, come farò tra qualche giorno, farò i di lei saluti all'ottimo nostro B.***, e a quella buona creatura della Signora V.***

La questua per il povero N. finalmente è finita, e facendo un po' di tutto abbiamo raccapezzato sopra Lire 400, e ho incaricato P.***, perchè le mandi. Il merito principale di questo negozio per altro è da attribuirsi a X., che ideando la traduzione del _Sismondi_, e stampandola, e distribuendola con molte fatiche e disgusti ha messo insieme il nerbo vero di questo soccorso, perchè senza il _Sismondi_ eravamo a poco più di cento Lire..........

Se vuol conoscere il mio itinerario, eccolo: dimani a Pisa, dove starò tre o quattro giorni; poi a Lucca, quindi nella Provincia Lucchese, e di là a Massa e Carrara, che è la Mecca dei miei malaugurati pellegrinaggi.

Metto fine alle ciarle; mi creda suo affezionatissimo

_Livorno, 12 Ottobre 1842._

CARLO BINI.

FRAMMENTI

Io sento, parlo, e scrivo, senza studio, come l'anima detta, ma io son sicuro oramai di quest'anima mia: – conosco fin dove può salire, fin dove può scendere: esiste in me una forza d'impulso, che mi spinge avanti gran tratto, ma poi si sviluppa prontissima una forza di resistenza, che mi rimette nei giusti limiti; e questo contrasto di forze diverse fra loro, sovente per me doloroso, è quello però che mi ha salvato finora da qualunque bassezza.

Non pensate; io soffro, ma son forte. Educato per 30 anni nello sconforto, la mia anima ormai sa comprimere il suo gemito immenso, – la mia testa porta fieramente il dolore, come un re la corona.

E i miei patimenti sono di tal sorta, che il volgo non li saprebbe intendere, o li deriderebbe. Ecco l'anima mia: – un anelito eterno all'amore puro, santo, ideale; – un cuore nato a sentire quanto di bello e di armonia Dio sparse nell'universo; – un intelletto severamente educato a comprendere il vero; – una coscienza dignitosa, e superba di sentirsi incontaminata; – e tutto questo messo a contrasto con una società misera, corrotta, incredula, e da me conosciuta nelle sue più riposte viscere. Questo è il segreto del mio dolore.

Non vi dia noia il mio _gran talento_. Egli è una povera cosa questo mio _gran talento_, ed io ne ho fatto sempre così poco conto, che non l'ho mai adoperato. La scienza le più volte è una fastosa impostura. Io ho vegliato lunghe notti sui volumi della sapienza antica e moderna, e li ho richiusi sospirando; – il velo del mistero era più fitto di prima. Oh! questo mio _gran talento_ mi fa pietà. Forse volendo avrei potuto scrivere dei libri; ma questo a che buono? Il mio ingegno irritandosi nelle condizioni presenti si sarebbe scaldato a quel grado di valore, che genera il fulmine, – avrebbe maladetto, fulminato la razza umana. Ma il mondo non è contristato abbastanza?

Il mio carattere è forte, severo, passionato, – disprezza le forme esterne delle cose, – attende solo allo spirito; – non si contenta, che del vero, e aborre mortalmente la civetteria d'ogni specie. – Il mio carattere è al tempo stesso cavalleresco, – la Donna non ha nulla a temere da me, – il culto della Donna è per me santo, solenne; – e quando io non potessi più amarla, nè stimarla, saprei pur sempre compatirla sinceramente.

La mia fantasia percorse come ape a succhiare i fiorì più eletti della Bellezza, che la mano di Dio profuse sull'universo, e formò una creatura coll'ale d'angiolo, vestita dei ricchi colori del firmamento, coronata di stelle, armoniosa delle armonie, che suonano in cielo. Bella e cara creazione, che alla perfetta natura dei celesti univa quanto ha di simpatico, di buono, di grande, la natura mortale! Bella, perfetta, e cara creatura, anello intermedio fra il Cielo e la Terra, tipo d'un angiolo nuovo, che Dio deve aver rimirato con compiacenza, e accolto nell'eterna sua mente, per riprodurlo in un mondo migliore.

* * * * *

Le lagrime d'un _angiolo_ lavano le colpe dei mortali, e fanno fiorire le rose del Paradiso nel fango di questo mondo.

Considerato tutto, gli uomini valgono assai meno delle Donne. Vantano senno, forza, e mille altre qualità, che poi all'occasione non hanno. Dove abbiamo noi la dolcezza, il coraggio, la celeste pazienza, che in certe epoche della vita fanno sublime la Donna?

La Donna sola intende pienamente la santa virtù del sacrifizio; – l'uomo non saprà mai amare come la Donna.

Quando la Donna ama veramente, sa e può amare come l'uomo non saprà mai. In questo la Donna è d'un tessuto assai più fine dell'uomo; – tutta l'anima sua è una melodia d'amore, dolce, profonda, perenne. La donna è un raggio creato da Dio per fare il chiaro fra l'ombre cupe, feroci, di questo mondo. Quando parlo così, però non intendo di tutte, – intendo della Donna pura, cara, gentile. _Donna anima._ Il volgo afferma, che la Donna dura meno in amare. Io non ci credo. La Donna non è stata anche compresa, che da pochi cuori intemerati, sublimi; e come creatura debole, inerme, è stata sempre oppressa, calunniata. E se la Donna talvolta dura meno in amare, è perchè l'uomo spesso riprende troppo presto gl'impeti della sua natura brutale, cessa troppo presto di meritare il suo amore.

Una Donna fragile, leggiera, spensierata, può mettere il delirio in un cuore potente, la confusione in un forte intelletto, fiaccare, ridurre in polvere una volontà di ferro; e tutto questo conseguirlo senza disagio, senza perdere un minuto di sonno, con quella stessa _nonchalance_ con che si appunta una spilla.

Prima causa della pessima educazione delle Donne sono gli uomini, i quali non sanno o non vogliono mai dir loro la verità; – le adulano a torto e a diritto, tanto per sedurle; – poi quando son sazi, e si saziano presto, le lasciano infelici e corrotte senza rimedio. Succhiato l'arancio, gettano la scorza.

Le accuse continue che gli uomini fanno alle Donne, e le Donne agli uomini, sono piuttosto ridicole, che vere. Uomo e Donna non possono esistere isolati, – ambedue compongono un essere completo: ora la Natura non può aver creato un essere mezzo buono, mezzo cattivo. Quest'essere diviso in due parti non può comporsi, che d'elementi consimili, omogenei; – noi abbiamo pregi, difetti, e qualità comuni, – quindi l'obbligo di tollerare, di compatire, di giudicare con senso di carità.

* * * * *

Io non cerco nell'Amore piaceri caldi, inebbrianti, ma gioie modeste, asperse di una dolce malinconia. La malinconia è una cosa santa; è l'eco di un'armonia, che suona nei cieli; è un sentimento, che profuma l'Amore, e lo fa incorruttibile.

L'Amore profondo si fa sentire più da lontano che da vicino. Questa legge morale è connessa forse a quell'altra legge fisica, per la quale i grandi colossi acquistano proporzioni armoniche, e piacciono all'occhio a grande distanza, ed una forte musica riesce soave e deliziosa sentita ad una certa distanza.

* * * * *

Nelle cose d'affetto, meno che si pensa, meno che sì calcola, meno che si disegna, meglio è. – Sentire, e sempre sentire, ma senza prevenzione, alla buona, all'italiana d'una volta, – quest'è l'anima, l'essenza dell'Amore. L'Amore non ragiona, non fa di conto, non vede, – e per questo gli antichi lo dipinsero cieco.

A me piace più l'espressione calda, fanatica, baccante, dell'anima commossa, che il tono freddo, compassato, cattedratico, della ragione, – cosa tanto vantata, e così poco definita; cosa, che vale assai meno della sua riputazione, che tutti più o meno posseggono nei tempi ordinari, che tutti più o meno perdono nei tempi straordinari, come ognuno ha il polso regolare quando è sano, e l'ha troppo celere quando lo investe la febbre.

* * * * *

Io non mi fido dì quelli, che stringono la mano a tutti, che si chiamano amici di tutti; – il cuore umano non si può così spicciolare; non può, e non deve bastare a tutti; – ma può aversi, ma è necessario avere un amico, e all'uopo conviene fare per lui dei nobili sacrifizi.

* * * * *

Chi non presume troppo di sè deve lasciarsi portare dal fiotto degli avvenimenti, senza mormorare, senza bestemmiare, adorando un ordine di cose, che vede, che sente, ma non comprende.

Che diritto ha il verme di giudicare i fini e gli andamenti della Mente Eterna, che nell'immenso creato governa con egual bilancia il moto d'una stella, e il nascere, il crescere, il cadere, e il trasformarsi, d'un fiore fugace, d'un povero filo d'erba?

* * * * *

Non dee far maraviglia, se talvolta l'uomo generoso di cuore e d'intelletto assume una maschera, e cela le sue schiette sembianze; – la colpa è del mondo stupido e miscredente, nel quale è condannato a vivere.

* * * * *

I Tedeschi non fanno mai di quei libri facili, trasparenti, spumosi, oppio vero dell'anima: i Tedeschi fanno pensare, e tengono l'anima del Lettore in piedi da mattina a sera.

* * * * *

La felicità sarebbe facile a conseguirsi, se il mondo osservasse la legge di amore, d'armonia, d'attrazione, che Dio impresse nel creato; se permettesse che ogni anima gravitasse liberamente al suo centro.

* * * * *

Non è il cuore l'organo il più prezioso, quello che decide sempre i destini della vita? E le grandi opere, i grandi pensieri, non vengono tutti dal cuore? E le questioni le più solenni, che travagliano il genere umano, non sono tutte questioni di cuore? Nè potranno sciogliersi, che dal cuore, perchè la mente da secoli vi si affatica indarno.

* * * * *

Adoriamo il dolore. Le anime, che non sono tutte di terra, hanno per distintivo il dolore, – sentimento che le raffina continuamente, che le innalza sempre più verso il cielo, che svela loro l'esistenza di mondi non pensati, e non creduti dal volgo; sentimento, che in mezzo alle sue amarezze contiene certe voluttà sacre, indistinte, velate, baleno delle gioie che Dio riserba alle anime provate su questa terra. Adoriamo il dolore.

NOTE:

[24] _L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non vorrà, lo crediamo, disapprovare tale ommissione._

[25] Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso di SILVESTRO CENTOFANTI. – _Firenze 1841._

SECONDA PARTE.

TRADUZIONI.

LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY

― _DI LORENZO STERNE_ ―

I.

STORIA DI YORICK.

Aguzza quì, Lettor, ben gli occhi al vero; Che 'l velo è ora ben tanto sottile, Certo, che 'l trapassar dentro è leggiero.

DANTE, _Purgatorio_.

Yorick nominavasi il parroco, – ma devi notare, (come apparisce da notizie antichissime di famiglia scritte in pergamena, e ben conservate,) che tal nome era stato pronunziato appunto in quel modo per quasi.... io stetti per dire 900 anni: ma perchè riferendo una verità improbabile, sebbene di natura sua fuor di quistione, non vorrei perderci di fede, mi appagherò soltanto del dire, che quel nome era stato pronunziato appunto in quel modo per non so che spazio di tempo; nè tanto oserei dire per la metà dei cognomi del regno, che nell'andar degli anni hanno sostenuto tante vicende quante coloro cui appartenevano. Daremo questo all'orgoglio, o alla vergogna delle persone che li portavano? A dirla schietta, io tenni conto dell'una e dell'altra causa, secondo che la tentazione operava. Ma egli è mal fatto: – un giorno verrà a mescolarci tutti così confusamente, che uomo non potrà levarsi a giurare, che l'avolo suo fece questo o quell'atto.

La famiglia di Yorick aveva riparato a questo male, prudentemente conservando a guisa di religione le memorie da me citate, le quali di più c'informano, che l'origine della famiglia fosse Danese, trapiantata in Inghilterra fino dai tempi di Horwendillus Re di Danimarca, e pare, che a quella corte un antenato donde M. Yorick discendeva dirittamente tenesse carica riguardevole; – solo aggiungono, che già da due secoli era stata abolita, come inutile affatto in quella e in ogni altra corte del mondo cristiano.

Spesso mi è passato per la mente, che la carica fosse quella di primo buffone del Re, – e lo Yorick nell'Hamlet del vostro Shakespeare, – che ha moltissimi drammi fondati nel vero, – era di certo lo stesso.

Io non ho tempo di svolgere la Storia Danese di Sasso Gramatico per saperne la verità, – ma se i miei hanno agio e facilità di procacciarsi quel libro, lo facciano di per se stessi. Ebbi però tempo ne' miei viaggi di Danimarca, e tanto bastommi, di provare la verità di una osservazione fatta da tale, che dimorò lungamente in quella contrada, cioè, – che la natura non era nè troppo larga, nè troppo avara, nei presenti d'ingegno e di capacità agli abitanti di quel paese; – ma, simile a madre discreta, era modestamente liberale verso tutti, osservando tanta eguaglianza di misura nel dispensare i suoi favori, che a fin di conto gli uni non la cedevano agli altri. Tu rinverrai pochi esempi in quel regno di mente elevata, – ma in tutte le classi del popolo una dovizia di buono, semplice, e domestico intendimento, – e ciascuno n'ha la sua parte, – e questa parmi cosa ben dritta.

Ma con noi le cose procedono ben di altro passo, e in questa faccenda tocchiamo il fondo, e la cima: – o voi siete un genio, o scommetto cinquanta contro uno, che voi siete, o Signore, uno stupido al di là dei confini, e una zucca da sale; – non già che manchino al tutto i gradini di mezzo, – noi non siamo irregolari di tanto; – ma gli estremi sono frequentissimi, e condotti ad altissimo punto in quest'isola instabile, dove la natura nelle sue doti e disposizioni di simil sorta è bizzarra, e fantastica in modo, che la fortuna stessa non è più di lei stravagante nel lascito dei suoi beni.

Tutto questo mi fece dubitar sempre della discendenza di Yorick, e da quanto mi ricordo di lui, e da tutte le notizie che ho potute raccogliere, pare che non avesse nelle vene neppure una goccia di sangue danese; – forse in 900 anni era tutto svaporato; – ma non voglio filosoficarci un momento: – sia che può, il fatto era questo; in vece di quella flemma ed esatta regolarità di sensi ed umori, che ti saresti aspettato in uno della sua origine, era all'incontro una composizione tanto mobile e sublimata, – una creatura tanto eteroclita nelle sue declinazioni, – e aveva in sè tanta vita e capriccio, e _gaïté de coeur_, come se fosse il figlio d'un cielo ardentissimo. Con tanta vela il povero Yorick non portava un'oncia di zavorra; – non era pratico in nulla del mondo, e a ventisei anni sapeva guidare in esso il suo corso come un'ingenua fanciulla di tredici; talchè al primo mettersi in mare, immagina pure, che il vento fresco de' suoi spiriti dieci volte al giorno lo facesse impigliare nelle sarte di alcun navilio: – e perchè navigando gli occorrevano più di sovente quei gravi e lenti all'andare, immagina pure, che con questi voleva la sventura che restassesi sempre intricato; e, se non m'inganno, in fondo dovevano avere un non so che di maligno, poichè Yorick per natura ripugnava invincibilmente alla gravità; – non dirò in certo modo alla gravità, – perchè, se bisognava, era Yorick, il più grave e il più serio di tutti i mortali, a giorni, e settimane intere, – ma era nemico alla di lei affettazione, e la guerreggiò apertamente, perchè copriva di mantello l'ignoranza, e la stoltezza, – e quante volte la incontrava per via, benchè difesa e protetta, di rado le usava mercede.

Forse ragionava strano, ma spesso dichiarava la gravità un pretto furfante, e pericoloso d'assai, – soggiugnea, – perchè scaltrito; e veracemente credeva, che ella avesse giuntate dei beni e del danaro più oneste persone in un anno, che i tagliaborse e i mariuoli non fecero in sette. Dicea, che l'indole aperta rivelata da un cuore allegro non facea male a nessuno, fuorchè a sè stessa, – mentre nella gravità vivea per anima il disegno, – e quindi l'inganno; – era una frode ben disposta a guadagnarsi nel mondo stima di senno, e di sapere oltre il merito, – e con buona pace di tutte le sue pretensioni non era migliore, ma sovente più trista, di ciò che l'ebbe definita non è gran tempo un bell'ingegno francese: «un misterioso portamento del corpo per velare i difetti della mente.» E dicea Yorick, con molta imprudenza, che quella definizione meritava di scriversi in lettere d'oro.

Ma era indipendente, e inesperto del mondo, e lasciavasi andare agli scherzi in qualunque argomento di discorso la prudenza avrebbe usato ritegno. Yorick non sentiva che una impressione, – e quella emergeva dalla natura del fatto, – e la traduceva in chiaro Inglese, senza perifrasi, e spesso senza risguardo alla persona, al tempo, o al luogo; – onde se rammentavano un atto meschino o codardo, non pensava un momento all'eroe, o al suo stato, o se potesse nuocergli appresso; – ma se l'atto era vile, senz'altro l'uomo era vile, – e così di séguito. E la sciagura voleva, che d'ordinario i suoi commenti finissero in un _bon mot_, o fossero via via ravvivati da qualche facezia, o festività di espressione, e questo cresceva l'indiscretezza di Yorick. Certo non le cercava, ma però non fuggiva le occasioni di dir quanto cadeva in acconcio, e senza rispetti; – così non n'ebbe in vita sua che troppi incitamenti a spandere il bell'umore, e le arguzie, e i motteggi, e le beffe, e non andò nulla perduto per mancanza di chi raccogliesse. Ora ne intenderete le conseguenze, e come Yorick avesse fine.

Coloro che danno e tolgono ad usura differiscono fra loro nella durata degl'interessi, quanto nella durata della memoria il beffatore e il beffato. E quì, secondo gli Scoliasti, il paragone cammina su tutte e quattro le gambe, che vuol dire una gamba o due di più, che non hanno alcuni dei migliori paragoni d'Omero; ed è, che l'uno piglia a prestito una somma, e l'altro suscita una risata a vostre spese, e più non ci pensano. Ma gl'interessi corrono tuttavia nell'uno, e nell'altro caso, – e i pagamenti, che se ne fanno periodici, o casuali, bastano a tener viva la memoria dell'affare, finchè l'ora trista non giunga, che il creditore sopravvenga improvviso a ciascuno, e, dimandando all'istante il capitale coll'usura sino a quel giorno, faccia sentir la gravezza del debito.

Il lettore conosce nell'intimo la umana natura, (a me non piace dubitarne,) e però gli basti che il mio eroe non potè seguitar quella corsa senza un lieve saggio di questi ricordi. E' s'era avviluppato sbadatamente in una gran rete di siffatti debituzzi, che dispregiava soverchio, – nè valeva nulla il consiglio d'un amico suo dolce chiamato Eugenio, – e stimava, che non avendoli contratti per malignanza, ma invece per onestà d'intenzione, e per mera allegria di spiriti, naturalmente verrebbero tutti cancellati.

Eugenio pensava di no, – e dicevagli spesso, che un giorno o l'altro sarebbe certamente chiamato ai conti; e sovente aggiugnea, col mestissimo accento di chi teme una sventura, – sino all'ultimo picciolo. – E Yorick al solito non curando sempre rispondeva: – oibò! – E se la questione si ventilava ne' campi alla fine rispondea con un salto, o uno scambietto: – ma se in un canto del socievole camino al reo facevano barricata una tavola, e due seggioloni a bracciuoli, tanto che non potesse fuggirsi d'un tratto, Eugenio continuava la sua lezione intorno alla discretezza in parole siffatte, ma un po' meglio acconciate.

― Credimi, Yorick mio, che la tua malaccorta piacevolezza o presto o tardi ti legherà in tanti nodi, che poi non varrà il senno a strigartene. In questi casi ho veduto sovente, che la persona derisa si considera sotto l'aspetto della persona ingiuriata con tutti i diritti che da quella situazione le spettano; – e se tu pure la vedi in quello aspetto, – e noveri gli amici, la famiglia, i congiunti, gli alleati, – e passi in rivista le molte reclute, che vanno alle sue bandiere pel sentimento del comune pericolo, non è calcolo esagerato a dire, che per ogni dieci motti ti sei guadagnato cento nemici, – e finchè non sei giunto a tale da sollevarti d'intorno alle orecchie uno sciame di vespe le quali mezzo ti pungano a morte, non andrai mai persuaso.

Dio mi guardi dal sospettare, che l'uomo da me stimato si muova alli scherzi per dispetto, o malignità d'intenzione; – so, e credo sinceramente, che sieno onesti, e detti a modo di sollazzo. Ma poni mente, amor mio, che gli stolti non possono distinguere, e i furfanti non vogliono: e tu non sai quanto importi provocar gli uni, o prendersi giuoco degli altri; e qualunque volta si uniscano a difesa scambievole, abbi per fede, amico mio, che ti guerreggieranno in maniera da fartene il cuore malato, e con pericolo ancora di vita.

La vendetta da qualche angolo segreto spargerà di te novelle d'infamia, – nè ripareranno l'innocenza del cuore, la integrità del costume; – le tue sostanze verranno a mancare, – e malignando sui mezzi che un dì ti procuravano, la tua riputazione darà sangue da tutte le parti; – la tua fede sarà posta in dubbio, – smentite le opere, – dimenticato l'ingegno, – e la dottrina tenuta a vile. A chiudere l'ultima scena della tragedia, la crudeltà, e la codardia, scellerati gemelli condotti a prezzo dalla malizia, e incitati nelle tenebre, prenderanno insieme la mira a tutte le tue debolezze, ed errori, – e gli ottimi di noi, amor mio, vi stanno soggetti; – e credimi, credimi, o Yorick, allorquando per lusingare un privato appetito si deliberi il sacrificio d'una creatura innocente, ed inerme, è facile di raccogliere stecchi per ogni macchia dove ella ha traviato, onde accendere un fuoco, – e bruciarvela sopra. ―

Yorick intese il vaticinio dei suoi destini, e nell'atto con una lacrima furtiva, accompagnata da uno sguardo di promessa, dispose per l'avvenire di correre più misuratamente l'arringo. Ahi troppo tardi! Innanzi del presagio erasi collegata una forte alleanza dei suoi nemici, e l'assalto, giusta la predizione d'Eugenio, fu dato in un tratto, e con sì poca mercè dalla parte degli alleati, – e con sì poco sospetto in Yorick di quanto gli tramassero, – che quando quell'ingenuo avvisava ricevere il premio ai suoi meriti, omai l'avevano scosso alla radice; – cadde, e in quella guisa, che molti valentemente erano caduti prima di lui.

Ma Yorick combattè per un tempo con tutto il valore possibile, – finchè sopraffatto dal numero, e in ultimo affranto dalle calamità della guerra, ma più ancora dalla maniera codarda onde facevasi, gittò la spada, e in vista fece animo sino agli estremi, ma credono tutti che l'uccidesse il cordoglio. E quanto segue piegava Eugenio alla medesima opinione.

Poche ore avanti che Yorick esalasse l'anima, Eugenio entrò nella stanza per vederlo l'ultima volta, e dargli l'ultimo addio. Nel tirar le cortine gli domandò come stesse; – e Yorick guardandolo in faccia gli strinse la mano, – e ringraziandolo dei molti segni di amore a lui dimostrati aggiunse, che, se il fato li faceva incontrare nell'avvenire, lo avrebbe più e più sempre ringraziato; e disse, che di lì a brevi ore sarebbesi involato in eterno ai suoi nemici. ― Spero di no, – rispondeva Eugenio col più tenero accento di voce, che uomo parlasse giammai, e le lacrime gli scendevano giù per le guance, – spero di no, Yorick mio. ― Yorick rispondeva elevando lo sguardo, e premendogli gentilmente la mano, – e nulla più: – ma questo dirompeva il cuore di Eugenio. ― Su via, Yorick, – riprese quest'ultimo asciugandosi gli occhi, e facendosi cuore, – confortati, amor mio, nè li spiriti e la fortezza ti abbandonino al maggior uopo; – chi sa mai quanto possano operare per te i rimedi, e la potenza di Dio? ― Yorick si pose una mano sul cuore, e crollò un tal poco la testa. ― Per la parte mia, – continuava Eugenio, e piangeva amaramente in mezzo alla parola, – per la parte mia non so come da te dividermi, e di buon grado lusingherei le mie speranze, – seguitava rallegrando la voce, – che di te avanzerà tanto da farne un vescovo, e io vivrò tanto da vederlo. ― Io ti prego, – favellò Yorick, levandosi alla meglio di capo il berretto da notte colla manca, perchè la destra avea sempre stretta da quella d'Eugenio, – io ti prego a guardarmi un poco la testa. ― Non vi scerno cosa che l'offenda, – rispondeva l'amico suo. ― Ahimè! io vo' che tu sappi adunque, – riprese Yorick, – ch'ella è sì mal concia e sformata dai colpi che i miei nemici le dettero così villanamente all'oscuro, che potrei dire con Sancio Panza: – «se mi riavessi, e dal cielo mi cadessero sul capo le mitre spesse come la gragnuola, neppure una gli potria convenire.» ―

L'ultimo fiato di Yorick a queste parole pendeva pronto a fuggirsi dalle sue labbra tremanti, – ma tuttavia le profferse in un suono, che sapea di maniera _cervantica_; – e mentre parlava, Eugenio vide accendersi per un momento in quegli occhi una striscia di fuoco lambente, scarsa immagine di quelle vampe di spirito, che solevano, a quanto disse Shakespeare dell'antenato suo, eccitar la gioia del convito.

Eugenio si convinse, che il cuor dell'amico fosse spezzato; – gli strinse la mano, – e poi adagio adagio uscì della camera, e piangeva all'andarsene. Yorick seguitò cogli occhi Eugenio sino alla porta, – quindi li chiuse, e mai più non li riaperse.

Ei riposa sepolto in un angolo del suo camposanto sotto una semplice pietra di marmo, che l'amico Eugenio con licenza dei curatori gli poneva sulla fossa con queste tre parole d'iscrizione, che servono a un tempo d'epitaffio, e d'elegia:

---------------------- | AHI POVERO YORICK! | ----------------------

Dieci volte al giorno lo spirito di Yorick si consola a sentir leggere la sua funeraria iscrizione con tanta varietà di lamentevoli accenti, che per lui dinotano stima, e pietà universale; – e perchè un sentiero attraversa il camposanto, da quel lato appunto dove è la sua fossa, non passa di lì viandante che non si fermi, e non vi getti uno sguardo, e non sospiri partendosi;

AHI POVERO YORICK

― 1829[26] ―

II.

IL NASO GROSSO.

RACCONTO DI SLAWKENBERGIUS.[27]

Finiva un giorno affannoso degli ultimi d'Agosto, e cominciava a spirare il fresco della sera, allorchè un Forestiere entrava nella città di Strasburgo, montato sopra una mula nera, e a tergo una valigia con poche camicie, un paio di scarpe, e un paio di brache di seta chermisi. E, passando le porte, al dimandar della sentinella rispondea, che era stato al Promontorio dei Nasi, – che andava a Francfort, – e sarebbe tornato fra un mese per viaggiare alle frontiere della Crimea. La sentinella guardando in viso il Forestiere sclamava: – poffare Dio! non ho veduto un tal naso a' miei giorni. ― Me ne trovo assai bene, – rispondea il Forestiere; e si trasse la mano dal cinto donde pendeva una scimitarra, e la si pose in tasca, e tutto cortese toccando con la manca la parte davanti del cappello stendeva la destra, mettendo in mano alla sentinella un fiorino, e seguitava la via. ― Duolmi, – disse la sentinella drizzando la parola a un tamburo nano della statura, e storto delle gambe, – che un'anima tanto gentile abbia perduto il fodero della sua scimitarra; nè per viaggio potrà farne a meno; nè in tutto Strasburgo troverà fodero che le si adatti. ― Non l'ebbi mai, – ripigliò il Forestiere, volgendosi indietro alla sentinella, e mettendosi in questa la mano al cappello; – e la porto, – continuava, alzando nuda la scimitarra, e intanto la mula movea lentamente, – e la porto a difesa del mio naso. ― E lo merita bene, o Forestiere cortese, – diceva la sentinella. ― Non vale un bagattino, – disse il tamburo dalle gambe storte; – è un naso di cartapecora. – Da uomo onesto, – riprese la sentinella; – fuorchè sei volte più grosso, è un naso simile al mio. ― L'ho sentito scricchiolare, – favellava il tamburo. ― Cappita! – disse la sentinella; – ho veduto ben io, che sanguinava. ― Peccato, – sclamò il tamburo dalle gambe storte, – che nol toccassimo tutti e due! – E mentre la contesa durava tra la sentinella e il tamburo, la stessa quistione agitavasi fra un trombettiere e la moglie sua, che per via si erano fermati a veder passare il Forestiere. – Dio ci salvi, che naso! è lungo come una tromba, – disse la moglie. ― E dello stesso metallo, – aggiungea il trombettiere, – come puoi giudicare dallo sternuto. ― È soave come un flauto, – disse ella, ― È d'ottone, – disse il trombettiere. ― Frasche! – rispondeva la moglie. ― Affermo di nuovo, – dicea il trombettiere, – che il naso è di ottone. ― Vo' saperne il vero, – disse la moglie, – e però vo' toccarlo con queste mie dita prima d'andare a letto. ― La mula del Forestiere movea così piano, ch'egli intese ogni parola della contesa non solo tra la sentinella e il tamburo, ma fra il trombettiere ancora e la moglie sua. ― No, – diss'egli, allentando le briglie sul collo alla mula, e incrociandosi le mani sul petto nell'atteggiamento di un santo; e la mula seguiva a muover pian piano; – no, – diss'egli, alzando gli sguardi; – oltraggiato e deluso come fui, non devo al mondo poi tanto da convincerlo in questo; no, – diss'egli, – nessuno mi toccherà il naso, finchè il cielo mi dia forza. ― A che fare? – chiese la moglie di un borgomastro. Il Forestiere non badò alla moglie del borgomastro, e fece voto a S. Niccola, e poi sciolse le braccia con la stessa solennità onde le aveva incrociate, e raccolse con la manca le briglie, e si pose in seno la destra donde pendeva la sua scimitarra, e cavalcò passo innanzi passo per le strade più larghe di Strasburgo, finchè la ventura lo condusse al grande albergo del mercato dirimpetto alla chiesa. Il Forestiere smontando subito impose che la mula fosse menata alla stalla, e la valigia portata dentro; quindi l'aperse, – e traendone le brache di seta chermisi con un pendaglio ornato d'argento, se ne vestiva; e poi colla scimitarra impugnata andò a passeggiare sulla piazza d'arme. Come ebbe fatti appunto tre giri, scorse alla banda opposta la moglie del trombettiere, e si voltò in fretta, temendo che il suo naso non fosse posto al cimento; e tornò immantinente all'albergo, e spogliandosi ripose le brache etc. nella valigia, e chiese la mula. ― Io me ne vado a Francfort, – disse il Forestiere, – e torno tra un mese. Spero, – continuò il Forestiere, palpeggiando il muso della mula intanto che si accingea a salirla, – spero che avrete usato cortesia a questa mia schiava fedele; ella mi ha portato colla valigia più di seicento leghe; – e in così dire lievemente le batteva la schiena. ― Viaggio lungo, signor mio, – dicea il locandiere, – e chi lo fa certamente ha di grandi affari tra mano. ― Niente, niente! – rispondea il Forestiere; – sono stato al Promontorio dei Nasi, dove grazie a Dio me ne sono procacciato uno de' più belli, che sia mai caduto in sorte a uomo vivente. ― Il Forestiere rendeva di sè stranamente ragione, e il locandiere e la moglie sua gli fissavano gli occhi sul naso. – Per Santa Radegonda! vi è più naso in quel naso, che in qualche dozzina dei più grossi nasi di tutto Strasburgo mettendoli insieme; non è, – diss'ella, mormorando nelle orecchie al marito, – non è un gran bel naso? ― È un'impostura, anima mia, – ripigliò il locandiere, è un naso falso. ― È vero, – disse la moglie. ― È d'abete, – disse il marito; – non senti l'odor della trementina? ― Vi è sopra una bollicina, – aggiunse la moglie. ― È un naso morto, – riprese il locandiere. ― È vivo, – disse la moglie, e giuro per l'anima mia, che vo' toccarlo. ― Oggi ho fatto voto a S. Niccola, – dicea il Forestiere, – che nessuno mi toccherà il naso, fino.... ― E quì sospendea la voce, e alzava li sguardi. ― Fino a quando? – diceva frettolosa la donna. – Nol toccheranno, – diss'egli intrecciando le mani, e stringendosele al petto, – fino a quell'ora. ― Qual ora? – esclamava la donna. ― Mai, – ripigliò il Forestiere, – finchè io non arrivi. ― Dove? per l'amor di Dio! – insisteva la donna. Il Forestiere partì, nè disse parola.

Non era il Forestiere innoltrato mezza lega per la via di Francfort, che tutto Strasburgo andava sossopra a cagion del suo naso. Le campane della compieta chiamavano li Strasburghesi ai sacri uffici, e a chiudere il giorno nella preghiera; non le sentiva un'anima. La città pareva uno sciame di api; uomini, donne, fanciulli, (e le campane suonavano,) correvano qua e là; uscivano da una porta, entravano in un'altra, di su, di giù, per le strade, pei viottoli. ― L'avete veduto? ― L'avete veduto? ― L'avete veduto? ― Oh! l'avete veduto? ― Chi lo vide? ― Chi l'ha veduto? ― Dio buono! chi lo vide? ― Io lavava. ― Io dava l'amido. ― Io era ai vespri. ― Io ripuliva la casa. ― Io cuciva. ― Dio mi aiuti! io non l'ho veduto. ― Io non l'ho toccato. ― Oh fossi stato un po' la sentinella, o il tamburo dalle gambe storte, o il trombettiere, o la moglie sua! ― E questo grido, e questo lamento, errava universale per ogni via, e per ogni canto di Strasburgo. Mentre la confusione e il tumulto turbavano la gran città di Strasburgo, il Forestiere cortese cavalcava di un passo soave soave verso Francfort, – nè facea vista d'aver nulla che fare in quel fatto; – ma per la via favellava in rotte sentenze ora alla sua mula, ora a sè stesso, ora alla sua Giulia, ― O Giulia! amabile Giulia! – No, io non posso fermarmi perchè tu mangi quel cardo. – Che le trame di un rivale mi abbiano rapito ogni mio diletto al punto che andava a gustarne! – Poh! non è che un cardo; lascia andare, stanotte avrai miglior pasto. – Esiliato dalla patria mia, dagli amici, da te! – Povero diavolo! sei stanco del viaggio? via, camminiamo più forte; la valigia non ha che due camicie, un paio di brache di seta chermisi, e.... – Cara Giulia! – Ma perchè a Francfort? Forse una mano arcana mi conduce per tutti questi meandri? – S. Niccola! incespichi ad ogni passo; così consumeremo tutta la notte a fare.... – Forse felice, o ludibrio della fortuna, e della calunnia; – cacciato via nè convinto, nè ascoltato, e innocente. E perchè non restavi a Strasburgo, dove la giustizia.... – ma feci voto.... – Via! tu berrai.... – a S. Niccola. – O Giulia! – E perchè rizzi le orecchie? è un uomo, etc. ―

Il Forestiere cavalcava conversando in questa maniera colla sua mula, e con Giulia, finchè giunse all'albergo; e smontando badò che la mula fosse trattata bene secondo le promesse, – e portò nell'albergo la sua valigia, e volle da cena una frittata, – e a mezza notte si mise a letto, e dopo cinque minuti dormiva profondamente.

E all'ora stessa diminuiva il tumulto in Strasburgo, – e gli abitanti andavansi a letto; – ma quanto al corpo e alla mente non riposavano di certo, come faceva il Forestiere; – perchè la fantasia, agilissima fata, aveva preso il naso del Forestiere, e, senza toccar nulla della grossezza, aveva sudato tutta la notte a dividerlo e suddividerlo in tanti nasi di diversa figura quante erano teste in Strasburgo. La Badessa di Quedlingberg venuta quella settimana a Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo, a consultare l'Università sopra un caso di coscienza relativo alli sparati delle loro gonnelle, non potè chiudere un occhio. Il naso del gentil Forestiere erasi posato in cima alla glandula pineale del suo cervello, – e facea brulicar tante immagini in capo alle quattro prime dignità del suo Capitolo, che non ci fu da prendere un fil di sonno in tutta la notte, nè da star ferme un attimo; in somma si alzavano tutte come altrettanti spiriti. Tutte le monache di più severo istituto, che passano la notte vestite del cilicio, erano a partito peggiore della badessa di Quedlingberg; e girandosi e rigirandosi da ogni banda del letto si erano tutte scorticate a morte, e credevano che il fuoco di S. Antonio le avesse visitate a fin di provarle; nè chiusero un occhio da vespro a mattutino. Le Orsoline operando più saviamente non andavano a letto. E il decano di Strasburgo, e i prebendati, e il corpo dei canonici, (adunati tutti in capitolo la mattina per considerare il caso delle focacce condite col burro), bramavano aver seguitato l'esempio delle Orsoline. – Nel trambusto delle cose, la sera innanzi i fornai si erano dimenticati di fare il lievito, – nè in tutto Strasburgo potevi trovare per colezione focacce condite col burro. La cattedrale era in moto perpetuo, nè tanta causa d'inquietudine, nè tanta gelosa ricerca nella causa dell'inquietudine, si era veduta in Strasburgo dal tempo che Martino Lutero colle sue nuove dottrine sovvertiva quella città da cima a fondo. E se il naso del Forestiere scompigliava la mente dei chierici, qual facesse baccano in quella dei laici è più assai di ciò che possa descriver la mia penna consumata sino al gambo. So di certo, – esclama qui Slawkenbergius, nè da lui mi aspettava tanta gaiezza di concetto; – so di certo, che ci sono molte similitudini buone a darne un'idea ai miei concittadini; ma alla fine di un'opera come questa, scritta per amor di loro, e dove ho speso grandissima parte della vita, sarebbe giusto l'esigere, che io trovassi il tempo e la voglia di cercarle? Vi basti che universale era il disordine nelle fantasie Strasburghesi, e dominava assoluto ogni facoltà delle menti loro; e con tanta asseveranza, e con tanta eloquenza parlavano, e giuravano stranissime cose intorno a quel naso, che la corrente di qualunque discorso a maraviglia si drizzava a quel segno. Il buono e il cattivo, il ricco e il povero, il dotto e l'ignorante, il maestro e il discepolo, la padrona e la fantesca, l'accorto e lo stordito, la monaca e la donna, si affannavano tutti per udirne novelle, – e ogni occhio struggevasi di vederlo, e ogni dito anelava toccarlo.

Aggiungete ancora, – nè bisognava aggiunger nulla all'ardore di tanto desiderio, – che la sentinella, e il tamburo dalle gambe storte, e il trombettiere e la moglie sua, e la vedova del borgomastro, e il locandiere e la moglie sua, differivano tutti largamente nell'attestare, e descrivere il naso del Forestiere; – ma si accordavano in due punti, cioè che andava a Francfort, e tornerebbe fra un mese; – in secondo luogo, – fosse, o no, vero il naso, – il Forestiere era paragone di perfetta bellezza, – l'uomo il più ben formato, – il più gentile, – il più generoso della sua borsa, – il più cortese ne' suoi portamenti, che avesse giammai passate le porte di Strasburgo; e mentre cavalcava per le vie colla scimitarra penzolone alla destra, e mentre passeggiava attraverso la piazza d'arme colle brache di seta chermisi, il facea con aria tanto soave, disinvolta, e modesta, e al tempo stesso virile, che, se non fosse venuto in mezzo il suo naso, avrebbe intricato il cuore di qualsiasi fanciulla gli avesse dato uno sguardo. ― Mal abbia il cuore che non sente il palpito e la passione della curiosità; e merita scuse la Badessa di Quedlingberg colle quattro sue dignità, se a mezzogiorno mandarono per la moglie del trombettiere. Ella andava per le vie di Strasburgo recandosi in mano la tromba del suo marito, – nè migliore apparato onde illustrare le sue teorie le concedeva la strettezza del tempo, – e si trattenne tre giorni. Ma rispetto alla sentinella, e al tamburo dalle gambe storte, Atene non potea metter loro a fronte veruno; – nè con tanta pompa Crantore e Crisippo leggevano sotto ai portici loro, con quanta leggevano que' due sotto le porte della città a chi andava e veniva. Il locandiere col ragazzo a sinistra leggeva sul medesimo stile nella corte della stalla; leggeva ancora la moglie, benchè in una stanza appartata; e tutti si affollavano a quelle lezioni, – no confusamente, ma, come è il costume, o da questo, o da quello, secondo che la fede e la credulità li schieravano: – insomma ogni Strasburghese affollavasi per saper la novella, – e ognuno sapeva la novella desiderata.

Vuolsi notare a benefizio di tutti i dimostratori in filosofia naturale etc., che, appena la moglie del trombettiere ebbe finito di leggere in privato alla Badessa di Quedlingberg, incominciò in pubblico, sopra uno sgabello, in mezzo alla piazza d'arme; e turbò fieramente gli altri dimostratori, tanto che la parte migliore della città subito traeva a sentirla. Ma quando il dimostratore in filosofia, – esclama qui Slawkenbergius, – ha per apparato una tromba, chi è di grazia il rivale di dottrina, che pretenda essere ascoltato a preferenza? Mentre gl'ignoranti pei condotti della nozione si affaccendavano a scendere in fondo al pozzo dove la VERITÀ tiene la sua piccola corte, i maestri smaniavano altrettanto di tirar su il vero colle trombe pei condotti della induzione dialettica; – nè si brigavano dei fatti, – ragionavano. Ma professione al mondo non avrebbe meglio illustrato il soggetto, che la Facoltà medica, dove non si fosse smarrita a disputare intorno le glandule e i tumori edematici; – e così non ci fu verso di veder lume; – e il naso del Forestiere non avea nulla di comune colle glandule, e coi tumori edematici. Però fu dimostrato a sufficienza, che quella massa ponderosa di materia eterogenea non poteva ammucchiarsi al naso mentre l'infante era nell'utero, senza tor l'equilibrio alla bilancia del feto, e collocar bello e gonfio quel naso sul volto nove mesi prima del tempo. Li oppositori concedevano la teoria, – negavano le conseguenze. ― E se convenienti vene, ed arterie, – ripigliavano i primi, – a nutrir debitamente quel naso non fossero concorse al principio della sua formazione, pria che venisse al mondo, (lasciando il caso delle glandule), non avrebbe potuto regolarmente crescere, e dipoi sostentarsi. ― A questo rispondeva una dissertazione su gli alimenti, e l'effetto, che gli alimenti producono nel distendere i vasi, e il crescere e il prolungarsi delle parti musculari al massimo incremento, e alla massima espansione immaginabile. E nel trionfo di questa teoria, giunsero ad affermare, che in natura non v'era ragione, perchè un naso non potesse arrivare alla grossezza dell'uomo stesso. Rispondevano non potersi avverare l'evento, finchè l'uomo avesse uno stomaco solo, e due polmoni. ― Lo stomaco, – dicevano, – è l'organo destinato unicamente a ricevere il cibo, e convertirlo in chilo; i polmoni sono la macchina, che lavora il sangue; e quest'ingegni nell'adempiere alle proprie funzioni hanno misura dall'appetito, – o ammettendo possibile, che l'uomo carichi di soverchio lo stomaco, la natura ha dato confine ai polmoni; quei visceri ebbero grandezza e forza determinata, nè possono elaborare una certa quantità, che a spazio fisso di tempo; cioè producono tanto sangue, che basti a un uomo solo, e non più; – e se vi fosse tanto naso che uomo, provavano, che dovrebbe seguitare necessaria cancrena; e perchè non v'era da sostentare ambedue, o il naso sarebbe caduto dall'uomo, o l'uomo inevitabilmente dal naso. ― La natura si accomoda a queste emergenze, – gridavano gli oppositori; – altrimenti, che direste voi d'uno stomaco intero, di due polmoni interi, e d'un uomo mezzo, cui sventuratamente un cannone abbia tronche le gambe? ― Ei muor di pletora, – riprendevano, – o sputa sangue, e in quindici giorni, o al più tre settimane, va consumato a babboriveggoli. ― Non è così, – ripigliavano li oppositori. ― Così non fosse! – rispondevano gli altri. Quelli spiriti curiosi, che indagano l'interna natura, e i suoi fatti, sebbene andassero d'amore e d'accordo per un buon tratto di via, finalmente si divisero intorno al naso in tante opinioni, quante quelle dei medici stessi. Statuivano pacatamente, che le varie parti del corpo umano avevano un ordine, e una proporzione geometrica corrispondente ai suoi vari uffici e funzioni, nè potea trapassarsi fuorchè con certi limiti; e benchè la natura talvolta scherzasse, scherzava anch'ella in un certo circolo, nè potevano conceder nulla al di là del suo diametro. Più che altra classe di letterati, i Logici si tenevano stretti all'argomento, e cominciavano e finivano con la voce _naso_; e se non era una petizione di principio, nella quale fin dalle prime andò a batter di capo uno de' più capaci tra loro, la quistione sarebbesi terminata in un fiato. ― Un naso, – argomentava il Logico, ― non può sanguinare senza sangue, e sangue che circoli a produrre il fenomeno con una serie di gocciole; – e una corrente altro non è, che una serie più veloce di gocciole. – Ora la morte non essendo, che il ristagnamento del sangue.... ― Nego la definizione; la morte è la separazione dell'anima e del corpo, – disse il suo antagonista. ― Dunque non ci combiniamo nell'arme, – riprese il Logico. ― Dunque la quistione è terminata, – rispose l'antagonista. Furono più concisi i Giurisperiti, e quanto profferivano aveva meglio sembianza di decreto, che di contesa. ― Quel naso mostruoso, – dicevano, – se fosse vero, non potea sofferirsi agevolmente nella civil società; se poi falso, ingannare così la società con segni mentiti era un violare altamente i suoi diritti, e però gli si dovevano anche meno rispetti. ― A questo obbiettavano unicamente, che, se provavasi alcuna cosa, era, che il naso dello Straniero non appariva nè vero, nè falso. E questo diè luogo di seguitare alla controversia. ― Sostenevano gli avvocati della Corte Ecclesiastica, che nulla potea vietare un decreto, dacchè il Forestiere _ex mero motu_ confessava essere stato al Promontorio dei Nasi, dove se n'era procurato uno de' più belli etc., etc. ― Rispondevano a questo, essere impossibile che vi fosse il Promontorio dei Nasi, e i dotti non lo sapessero. Il commissario del Vescovo di Strasburgo prese le parole dell'avvocato, e chiarì la materia con un trattato sulle frasi proverbiali, dimostrando loro il Promontorio dei Nasi, come semplice espressione allegorica, significante, che la natura lo aveva dotato di lungo naso; e come prove citava dottamente infinite autorità, che fuor di dubbio avrebbero deciso la causa, se non fosse apparito, che 90 anni prima erano servite a terminare una questione intorno alcune franchigie di un decano. Intanto avveniva, – nè dirò sventuratamente pel Vero, poichè così facendo gli davano leva da un'altra parte, – intanto avveniva, che le due Università di Strasburgo, la Luterana fondata il 1538 da Giacomo Sturmis consigliere del Senato, e la Papale da Leopoldo Arciduca d'Austria, impiegavano tutta la forza del loro sapere, (tranne quel po' di tempo, che richiedeva l'affare della Badessa di Quedlingberg intorno agli sparati delle gonnelle), a determinare il punto della dannazione di Martino Lutero;......... ....... ma il naso grosso del Forestiere distolse l'attenzione del mondo da quanto avevano tra mano, – e lor convenne seguitar la corrente. Nè fu ritegno la Badessa di Quedlingberg, e le sue quattro prime dignità; il naso grosso del Forestiere mosse ai dottori la fantasia, quanto il caso di coscienza; e però l'affare degli sparati delle gonnelle fu per un tratto sospeso; in somma gli stampatori ammannivano i tipi, e dispute d'ogni maniera corsero in pubblico. Tu avresti potuto più agevolmente mettere insieme un vescovo e un tegame, che indovinare da qual parte del naso si sarebbero tratte le due Università.

― È sopra la ragione, – gridavano da una parte alcuni Dottori.

― È sotto la ragione, – gridavano degli altri.

― È fede, – gridò uno.

― È un archetto da violino, – rispose l'altro.

― È possibile.

― È impossibile.

― Infinita è la potenza di Dio, – gridavano i _Nasisti_, – può far quanto vuole.

― Non può far nulla, – ripresero gli _Antinasisti_, – che in sè comprenda contradizione. ― Può far che la materia pensi, – dissero i Nasisti. ― Già, come tu dell'orecchio d'una scrofa puoi farne un berretto di velluto, – risposero gli Antinasisti. ― Non può fare, che due più due facciano cinque, – dissero i Cattolici. ― Non è vero, – risposero gli oppositori. ― La potenza infinita è potenza infinita, – dissero i dottori che affermavano la realtà del naso. ― Si estende solamente a tutte le cose possibili, – rispondevano i Luterani. ― Dio del cielo! – esclamavano i Cattolici, – se così crede, può fare un naso grosso come il campanile di Strasburgo. ― Ora il campanile di Strasburgo essendo il più grosso e il più alto campanile che si veda nel mondo, gli Antinasisti negavano, che un naso di 575 piedi geometrici in lunghezza potesse portarsi almeno da un uomo della comune statura. I Cattolici giuravano di sì. ― No, non può essere, – dicevano i Luterani. ― E questo suscitò nuova contesa, che portarono innanzi gran tratto, intorno l'estensione e i limiti degli attributi morali e naturali di Dio. Non s'intese più nominar parola del naso del Forestiere, che servì appunto come di fregata a lanciarli nel golfo della teologia scolastica, e quivi navigavano a vele spiegate. Lo scaldarsi sta in proporzione alla mancanza del vero sapere. La controversia degli attributi etc. invece di raffreddare aveva all'incontro scaldate più che mai le immaginazioni strasburghesi, e quasi fuor di misura. Meno intendevano, e più maravigliavano, ma furono lasciati nell'angoscia del desiderio non appagato. Vedi carità dei loro dottori! Da una parte quei della cartapecora, dell'ottone, e della trementina, – dall'altra i Cattolici, s'imbarcano tutti, e son già fuor delle viste, come Pantagruello, e i suoi compagni, che vanno a cercar l'oracolo della _Bottiglia_. E i poveri Strasburghesi abbandonati sul lido! che fare omai? – nullo indugio di mezzo; – cresceva il tumulto, e le porte vennero aperte. Sfortunati Strasburghesi! nel magazzino della natura, nell'armadio delle scienze, nell'arsenale del caso, fu lasciata forse indietro una macchina per tormentare la vostra curiosità, per suscitare i vostri desideri, che la mano del fato non accennasse onde potesse operare sul vostro cuore? Io non tingo la penna a scusarvi della resa che faceste, ma scrivo le vostre lodi. Mostratemi una città così travagliata dalla espettazione, senza mangiare, bere, o dormire, o pregare, o intender le voci del cielo e della natura, pel corso di giorni ventisette, e ditemi poi se avrebbe sostenuto un giorno più a lungo! Al ventottesimo il Forestiere cortese aveva promesso di ritornare. Settemila carrozze, (e credo, che Slawkenbergius abbia sbagliato nel conto), settemila carrozze, quindicimila calessi a un cavallo solo, ventimila carri, si affollavano insieme serrati, e pieni di senatori, di consiglieri, di sindaci, di beghine, di vedove, di mogli, di vergini, di concubine etc. La Badessa di Quedlingberg con le sue quattro prime dignità guidava la processione in una carrozza, e il decano di Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo le veniva alla manca; i rimanenti seguitavano a rifascio come meglio potevano, – a cavallo, a piedi, in vettura, pel Reno, per questa via, per quell'altra; tutti insomma uscivano incontro al Forestiere cortese. Noi precipitiamo alla catastrofe del nostro racconto. ― Io dico catastrofe, (esclama qui Slawkenbergius), perchè un racconto regolarmente disposto nelle parti, non solo va lieto della catastrofe, e della peripeteia d'un dramma, ma gode ancora di tutte le altre parti, che ne fanno l'essenza; ed ha la protasi, l'epitasi, la catastasi, la catastrofe o peripeteia, succedentisi fra loro in quell'ordine, che prescrisse Aristotele, senza le quali, – dice Slawkenbergius, – un racconto non dovrebbe narrarsi ma invece tenerselo in cuore; e in tutte le mie dieci decadi io Slawkenbergius ho tenuto ogni mio racconto strettamente annodato alla regola da me seguita in questo del Forestiere, e del suo naso. Dalle prime parole alla sentinella fino al punto che lascia Strasburgo dopo aver cavate fuori le brache di seta chermisi, è la protasi, ovvero l'introduzione, dove si toccano i caratteri dei personaggi così di volo, e il soggetto è lievemente incominciato. L'epitasi, dove l'azione progredisce fino all'ultimo grado chiamato catastasi, e che d'ordinario comprende il secondo, e il terz'atto, è rinchiusa in quell'operoso periodo del mio racconto, cioè dal tumulto della prima notte fino a che la moglie del trombettiere fa la sua lezione in mezzo di piazza d'arme. E dall'entrar che fanno i dottori nella questione fino a che sciolgon le vele, lasciando desolati li Strasburghesi sul lido, è la catastasi, ossia quella parte in che gli avvenimenti e le passioni sviluppano, prorompendo nel quint'atto. E questo comincia dall'uscir che fanno li Strasburghesi sulla via di Francfort, e finisce strigando il labirinto, e conducendo l'eroe dallo stato di agitazione, (così lo chiama Aristotele), allo stato di riposo, e di quiete. E questo, – dice Hafen Slawkenbergius, – costituisce la catastrofe o peripeteia del mio racconto, e questa è la parte che imprendo a narrare. Lasciammo il Forestiere dietro il sipario a dormire; or vien sulla scena. ― E perchè rizzi le orecchie? è un uomo a cavallo,.... ― fu l'ultima parola, che il Forestiere disse alla mula; e allora non tornava bene far sapere al lettore, che la mula prese in parola il padrone, e senz'altro lasciò passare il viandante e il suo cavallo. Il viandante studiavasi a tutta fretta di giunger la notte a Strasburgo. ― Pazzo, che non son altro! – poi disse fra sè, dopo aver cavalcato circa una lega: – pazzo, che non son altro! se penso d'entrare in Strasburgo stanotte. Strasburgo! Strasburgo la grande! Strasburgo la capitale di tutta l'Alsazia! Strasburgo città imperiale! Strasburgo stato sovrano! Strasburgo munita di cinquemila dei migliori soldati che sieno! Ahi! se ora fossi alle porte di Strasburgo, non mi farebbero entrare per un ducato, nè per uno e mezzo; – è troppo; – e il meglio è tornarsi all'ultimo albergo da dove sono passato, che fermarsi io non so dove, o donare io non so quanto. Il viandante così meditando girò la testa del cavallo, e giunse all'albergo tre minuti dopo che il Forestiere era stato condotto alla sua stanza. ― Abbiamo del lardo, e del pane, – diceva l'oste, – e all'undici avanzavano tre uova, ma un Forestiere, che arrivò, non è un'ora, se le fece acconciare in frittata, e non abbiamo più nulla. ― Ahimè! – disse il viandante; – affaticato come sono, non mi bisogna che un letto. ― E morbido quanto altro mai dell'Alsazia, – riprese l'oste, – e ci avria dormito il Forestiere, perchè è il migliore che io m'abbia, se non era per via del suo naso. ― Gli è forse venuto un flusso di sangue? – favellò il viandante. ― No, ch'io sappia, – diceva l'oste, – no davvero; ma Giacinta, (e in questa accennava dello sguardo la fantesca), immaginò, che il letto non fosse capace tanto, che egli vi potesse rivolgere il suo naso. ― Come mai? – sclamò il viandante, facendosi indietro. ― È un naso tanto lungo, – ripigliò l'oste. Il viandante fissava gli occhi sopra Giacinta, poi li fissava al suolo; si piegò sul ginocchio diritto, e si pose una mano sul petto. ― Voi già non beffate l'ansia del mio desiderio? – diss'egli, come risorse. ― No, in verità, – rispondeva Giacinta, – è un naso magnifico. ― Il viandante s'inginocchiò nuovamente, – si pose la mano sul petto, – e guardando al cielo diceva: ― tu m'hai condotto al termine del mio pellegrinaggio; egli è Diego. ― Era il viandante fratello di Giulia tanto invocata dal Forestiere, la notte che cavalcando la mula si dipartì di Strasburgo; e veniva in cerca di lui, pregato dalla sorella, la quale accompagnò da Valladolid in Francia traversando i Pirenei; e gli fu mestieri superare infinite difficoltà cercandolo pei molti andirivieni e voltate improvvise, onde è composta la spinosa via d'un amante. Ma Giulia soccombeva, – nè potè muovere un passo fuor di Lione, dove per gli affanni di un tenero cuore, (ne favellano tutti, ma è raro chi sente), si giacque malata, – e appena ebbe forza di scrivere a Diego una lettera; e avendo scongiurato il fratello a non volerla giammai rivedere, se prima non lo avesse trovato, gli mise nelle mani la lettera, e andossene a letto. Ferdinando, (così aveva nome), non ostante il letto morbido quanto altro mai dell'Alsazia non potè chiudere un occhio, e come fu giorno si levò, e sentendo che Diego ancora era levato entrò nella camera disobbligandosi della sua commissione. Così diceva la lettera:

_SIGNOR DIEGO!_

_Non è l'ora da vedere se i miei sospetti intorno al vostro naso fossero, o no, giustamente eccitati; vi basti, che io non ebbi costanza da farne la prova. Io conosceva poco me stessa, allorchè mandai la mia governante a divietarvi, che non veniste più sotto la mia gelosia; e meno ancora conosceva il mio Diego, avvisandomi, che resterebbe un giorno a Valladolid per chiarire i miei dubbi; ma fu pietà, o Diego, l'abbandonarmi perchè rimasi ingannata? o fu cortesia prendermi alla parola, giusti o no che fossero i miei sospetti, e lasciarmi, come faceste, a tanta incertezza, a tanto dolore? E come Giulia abbia sentito quest'atto vel dirà il fratel mio al consegnarvi la lettera; e vi dirà come di lì a un istante si pentiva del precipitoso messaggio che vi mandò, e forsennata correva alla gelosia, – e stette più giorni e notti di séguito appoggiata sul gomito guardando alla via donde era solito Diego venire. E quando ella ebbe nuova della vostra partenza, vi dirà come l'abbandonava lo spirito, e il core le si ammalava, e piangeva pietosamente, e chinava la testa sotto il peso degli affanni. O Diego! quanti passi non ho misurati, stanca, anelante di rintracciarvi! e la pietà del fratel mio mi conduceva per mano; e il desiderio mi portava al di là delle forze, e sovente io mi sveniva, e gli cadea tra le braccia, senza proferire altra voce, che questa: – o Diego mio! – Se il cuor vostro non è smentito dalla gentilezza dei modi, volerete presso di me colla velocità onde fuggiste, affrettatevi tanto, che possiate.... che possiate giungere a vedermi spirare. È un sorso amaro; ma è più ancora amareggiato dal morir non....._

Ella non potè seguitare. Slawkenbergius suppone, che la parola significasse _non convinta_, ma le forze non le consentirono di finire la lettera. E mentre il Forestiere cortese la leggeva, il cuore gli straboccava di affetti, e ordinò che fosse insellata la sua mula, e il cavallo di Ferdinando; e perchè nel combattimento delle passioni lo sfogo della prosa non agguaglia quello dalla poesia, il caso, che del pari ci spinge ai rimedi e alle infermità, avendo gettato dalla finestra in camera un pezzo di carbone, Diego se ne giovò, e intanto che il ragazzo allestiva la mula, così disacerbava il suo spirito scrivendo nel muro come segue:

ODE

1.

No, – se la mano della Donna mia L'arpa non tocca, esce il concento e muore, Nè l'accompagna un'aura d'armonia; Ma se le muove, tremano d'amore Le belle corde, e l'anima delira Di misteriosa voluttà sospira.

2.

O Giulia!

I versi erano naturali, e convenienti al soggetto, dice Slawkenbergius, – e peccato che rimanessero in tronco; ma o che il Signor Diego avesse tardo l'ingegno a far versi, o che il ragazzo si affrettasse a sellare le cavalcature, non è chiaro; fatto sta, che la mula di Diego, e il cavallo di Ferdinando, erano lesti alla porta dell'albergo prima che Diego fosse in atto per la sua strofa seconda; e però senza restare a finir l'ode, ambedue montarono, dettero di sprone, passarono il Reno, traversarono l'Alsazia, e piegarono alla volta di Lione; e prima che li Strasburghesi e la Badessa di Quedlingberg uscissero della città, aspettando l'arrivo del Forestiere, Ferdinando, Diego, e la sua Giulia, avevano passati i Pirenei, ed erano giunti sani e salvi a Valladolid. Non importa avvertire il lettore geografo, che, Diego essendo in Ispagna, il Forestiere cortese non potevasi più incontrare sulla via di Francfort; basti il dire, che, la curiosità essendo di tutti gl'inquieti desideri il più ardente, li Strasburghesi la sentivano di massima forza, e per tre giorni e per tre notti si trabalzavano su e giù per la via di Francfort con tutta la tempesta di quella passione, nè sapevano ancora adattarsi a tornarsene a casa. Ma sciaguratamente per loro il fato preparava l'evento il più funesto che possa accadere a popolo libero. Perchè molti hanno discorso, e pochi inteso, questa rivoluzione degli affari Strasburghesi, io Slawkenbergius voglio chiarirne il mondo in dieci parole, e al tempo stesso finirò il mio racconto. Ognuno sa del gran sistema di Monarchia Universale composto per comandamento di Monsieur Colbert, e dato manoscritto a Luigi XIV l'anno 1664. Ognuno sa, che un ramo di quel sistema era l'impadronirsi di Strasburgo onde favorire a tutti i tempi un'invasione in Suabia, e disturbare la quiete della Germania, e che in conseguenza di questo piano Strasburgo cadde finalmente in mano di Francia. A pochi è dato di rimontare alle vere sorgenti di questa e simili rivoluzioni. I volgari guardano tropp'alto; gli uomini di stato troppo basso. Il vero sta di mezzo. È funesta, – esclama uno storico, – la superbia popolare di una città libera. Li Strasburghesi stimavano, che scapitasse la libertà a ricevere una guarnigione imperiale, e così vennero in preda ai Francesi. Il destino delli Strasburghesi, – dice un altro, – può servire di avvertimento ad ogni popolo libero, perchè faccia risparmio di danaro. Li Strasburghesi spesero anticipate le rendite, s'imposero tasse di per sè stessi, e si affiacchirono tanto, che finalmente non ebbero forza da tener chiuse le porte, e i Francesi le apersero. – Ahi! ahi! – grida Slawkenbergius, – non furono i Francesi, ma fu la curiosità che le aperse. Veramente i Francesi, che stanno mai sempre all'erta, veggendo li Strasburghesi, uomini, donne, e fanciulli, uscir tutti della città dietro al naso del Forestiere, si posero in marcia ed entrarono. D'allora in poi le manifatture e il commercio hanno piegato a continua decadenza, ma non per le cause assegnate dai capi del commercio; piuttosto vuolsi ascrivere a questa sola: che i nasi hanno sempre fatto tanto frastuono in quelle teste, che li Strasburghesi non poterono badare ai loro interessi. ― Ahi! ahi! – grida qui Slawkenbergius, facendo un'esclamazione, – non è la prima, e temo che non sarà l'ultima fortezza conquistata o perduta per via dei Nasi.

― 1829 ―

III.

STORIA DI LE FEVER

Era di poco avanzata l'estate di quell'anno in che gli alleati presero Dendermond, – e il mio Zio Tobia sedevasi a cena, e Trim sedeva dietro di lui a una tavoletta, allorchè il padrone di un alberghetto del villaggio entrò nella stanza a chiedere un bicchiere o due di vin di Canarie. ― È per un povero gentiluomo, io credo dell'armata, – diceva l'oste, – e son quattro giorni, che il male l'ha côlto in casa mia, nè d'allora in poi ha più sollevato la testa, o avuto voglia di gustar cosa alcuna, se non che ora appunto gli è venuta vaghezza d'un bicchier di Canarie, e d'un crostino. – Io penso, – ha detto il malato levandosi dalla fronte la mano, – io penso che se vorrà, conforterà. – Se nol potessi chiedere, o prendere in prestito, o comprare, – soggiugnea l'oste, – vorrei quasi rubarlo per amor del povero gentiluomo, che è malato di tanto. E spero in Dio, – continuava, – che ogni dì più andrà migliorando, – perchè ci sta troppo a cuore la sua salute. ― Poffare il mondo! – sclamava il mio Zio Tobia, – tu sei di buona pasta, e berrai tu pure un bicchier di Canarie alla salute del povero gentiluomo, e gliene recherai due bottiglie co' miei saluti, e digli che gliele mando di cuore – e una dozzina ancora, se gli potranno far bene. Io son persuaso, – disse il mio Zio Tobia, nel punto che l'oste serrava la porta, – che costui abbia veramente viscere di pietà; – ma pure, o Trim, non posso tenermi di stimare altamente anche l'ospite suo; – e' dee avere alcuna dote più che ordinaria, perchè in tempo sì breve si sia conciliato tanto l'affetto del suo albergatore. ― E dell'intera famiglia, – riprendeva il Caporale, perchè tutti lo tengono a cuore. ― Vàgli dietro, – disse il mio Zio Tobia, – va, Trim, e dimandagli come si chiami. ― Me ne sono dimenticato davvero, – disse l'oste rientrando nella stanza col Caporale, – ma ne posso dimandar nuovamente al suo figliuolo. ― Egli ha dunque seco un figliuolo? – disse il mio Zio Tobia. ― Un giovanetto, – rispose l'oste, – di circa gli undici, o i dodici anni; ma la povera creatura non ha gustato quasi nulla di cibo come suo padre: non fa che addolorarsi, e piangere notte e giorno, e son due giorni che non si muove dalla sponda del letto. ― Il mio Zio Tobia posò il coltello, e la forchetta, e si tolse il piatto davanti, mentre l'oste gli facea quel racconto, – e Trim senza aspettar comando, nè dir parola, sparecchiava, e di lì a pochi minuti gli recò la pipa e il tabacco. ― Trim! – disse il mio Zio Tobia dopo avere accesa la pipa, e date dieci o dodici boccate di fumo. Trim venne alla presenza del suo padrone, e lo inchinò. Il mio Zio Tobia seguitò a fumare, nè più fece motivo. ― Caporale! – disse il mio Zio Tobia. E il Caporale lo inchinò. Il mio Zio Tobia non andò più là col discorso, ma finì la sua pipa. ― Trim! – disse il mio Zio Tobia, – mi è venuto in capo, perchè è una cattiva nottata, di avvolgermi tutto nel mio mantello, e visitare quel povero gentiluomo. ― Vostro Onore, – rispose il Caporale, – non ha indossato una volta il mantello dopo la notte precedente al giorno che Vostro Onore fu ferito facendo la guardia nelle trincee davanti alla porta di S. Niccola; e di più la notte è tanto fredda e piovosa, che tra il mantello e il temporale vi sarà da morirne, o vi ritorneranno i dolori nell'inguinaia. ― Temo di si, – rispondeva il mio Zio Tobia, – ma la mente non mi quieta, o Trim, dopo il racconto dell'oste. Avrei desiderato non saperne tanto, – aggiungeva, – o saperne di più. E che modo terremo noi? ― Lasciatene a me la cura, se vi aggrada, – rispose il Caporale, – io piglierò il mio cappello, e il mio bastone, e andrò all'albergo per riconoscere, e far quanto occorre, e tra un'ora Vostro Onore avrà nuova di tutto. ― Va Trim, ― disse il mio Zio Tobia, – ed eccoti uno scellino, perchè tu lo beva insieme al suo servo. ― Gli trarrò tutto di bocca, – disse il Caporale serrando la porta. – Il mio Zio Tobia empiè la seconda pipa, e se non fosse che tratto tratto si divagava dal soggetto, considerando se tornasse bene che la cortina della tanaglia avesse una linea retta, o una curva, poteva dirsi che a null'altro pensasse fuorchè a Le Fever e al suo figliuolo in tutto quel tempo. E non aveva per anche scosse le ceneri della sua terza pipa, che il Caporale ritornò dall'albergo, e gli diè le seguenti notizie. ― A prima giunta io disperava, – cominciò il Caporale, – di recare a Vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo. ― È dunque dell'armata? – disse il mio Zio Tobia. ― Certo, – rispose il Caporale. ― E di qual reggimento? – disse il mio Zio Tobia. ― Io vi narrerò tutte le cose, – rispose il Caporale, – a mano a mano che le ho sapute. ― E empirò dunque di nuovo la mia pipa, – disse il mio Zio Tobia, – nè cercherò d'interromperti, finchè tu non abbi finito; e però siedi a tuo bell'agio, o Trim, sulla seggiola presso alla finestra, e comincia da capo. ― Il Caporale fece l'antico suo inchino, che generalmente esprimeva chiaro, per quanto lo possa un inchino, – Vostro Onore è buono, – e di poi si mise a sedere come gli fu imposto, e cominciò da capo la storia presso a poco colle stesse parole. ― Io disperava a prima giunta di recare a vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo, e al suo figliuolo, perchè dimandando del suo servo, da cui io confidava sapere ogni cosa lecita a chiedersi, ( ― giustissima distinzione, o Trim, ― disse il mio Zio Tobia, – ) mi risposero che non aveva servo con sè, – ma era giunto all'albergo con dei cavalli noleggiati, e trovandosi inabile a proseguire, – io suppongo per unirsi al reggimento, – la mattina vegnente gli aveva rimandati. – Se posso migliorare, – disse, dando al suo figliuolo la borsa onde pagasse l'uomo, – noleggeremo quì dei cavalli; – ma il povero gentiluomo non moverà più di quì, – diceva l'ostessa, – perchè tutta la notte ho sentito l'uccello del mal augurio: e se muore, morrà certamente con lui il giovanetto suo figlio, e di già gli si spezza il cuore. – Io stava a sentire, e il giovanetto venne in cucina ordinando il crostino rammentato dall'oste: – ma lo voglio far io per mio padre, – aggiunse il giovanetto. – Di grazia, o giovanetto gentile, – diss'io pigliando a tal fine una forchetta, e offrendogli la mia sedia perchè sedesse vicino al fuoco, – di grazia lasciate fare a me. – Io credo, o Signore, – mi rispondea verecondo, – di poter meglio contentare mio padre. – Io tengo per fermo, – ripigliai, – che Suo Onore non vorrà gradir meno il crostino perchè l'abbia arrostito un vecchio soldato. – Il giovanetto mi prese la mano, e subito ruppe nel pianto. ― Povero giovanetto! – disse il mio Zio Tobia, – educato sin da fanciullo all'armata, il nome di soldato gli suona, o Trim, come nome d'amico: – oh l'avessi io pure quì presente! – Nella marcia più lunga, – continuò il Caporale, – io non ebbi mai sì gran voglia di desinare, come allora di piangere con lui. E che dir voleva per parte mia? – scusimi Vostro Onore. ― Niente affatto, – rispose il mio Zio Tobia soffiandosi il naso, – se non che tu sei di ottimo cuore. ― Nel tempo che io gli dava il crostino, stimai bene dirgli come io fossi il servo del Capitano Shandy, e che Vostro Onore, benchè straniero, voleva bene fuor di misura a suo padre, – e se v'era cosa qualunque in casa vostra, o in cantina, ( ― e tu potevi aggiugnere eziandio la mia borsa, ― disse il mio Zio Tobia; – ) ne disponesse a piacer suo. Mi fece un inchino profondo che fu inteso a Vostro Onore, ma non rispose, perchè il suo cuore era pieno, e così ascese le scale col crostino. – E vi assicuro, o mio diletto, – gli dissi nell'aprir l'uscio di cucina, – che vostro padre tornerà di nuovo in salute. – Il curato di M. Yorick fumava la pipa vicino al focolare, – ma non disse parola nè buona nè cattiva per consolare quel giovanetto; – e mi parve mal fatto, – soggiunse il Caporale. ― E pare anche a me, – disse il mio Zio Tobia. ― Come il Luogotenente ebbe preso il bicchier di Canarie, e il crostino, sentissi un po' ravvivato, e mandò in cucina a farmi sapere, che tra dieci minuti mi saprebbe buon grado se io salissi le scale. – Credo, – diceva l'oste, – che voglia fare le sue preghiere, perchè sopra una seggiola accanto la sponda del letto eravi un libro, e nel chiuder la porta vidi che il suo figliuolo prendeva un guanciale. – Io pensava, – disse il curato, – che voi altri uomini d'arme non diceste mai fiato d'orazione. – La notte passata intesi il povero gentiluomo che recitava le sue preghiere, – disse l'ostessa, – e con tutta divozione, e lo intesi con queste mie orecchie, altrimenti non ci avrei creduto. – Ne siete certa? – riprendeva il curato. – Un soldato, scusimi Vostra Riverenza, – favellai allora, – prega sovente, e spontaneo, al pari d'un parroco, e quando egli combatte pel suo Re, per la vita, e per l'onore, ha più ragione di pregare a Dio, che persona di questo mondo. ― Ben parlasti, o Trim, disse il mio Zio Tobia. ― Ma quando un soldato, – scusimi Vostro Onore, – risposi, – è stato dodici ore di séguito in piedi, fino ai ginocchi nell'acqua ghiaccia, o impegnato per mesi intieri in lunghe e pericolose marcie, oggi per avventura inseguito, dimane perseguitato – mandato in un luogo, – quindi richiamato, – una notte riposando sull'armi, – l'altra destato a battaglia in camicia, – assiderato nelle giunture, – e senza un po' di paglia nella tenda per coricarvisi sopra, – un soldato allora deve fare orazione come e quando può, – e credo, – continuai a dire, essendo punto sul vivo per la riputazione dell'armata, – e credo, – scusimi Vostra Riverenza, – che quando un soldato abbia tempo, preghi di cuore da quanto un parroco, e certo con meno boria ed ipocrisia. ― Ciò non dovevi dirgli, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio solo conosce chi sia l'ipocrita, o no. Al grande esame di noi tutti, o Caporale, al giorno del giudizio, (e non mai fino a quel punto,) vedremo chi abbia adempito al suo ufficio in questo mondo, – e chi no, – e ne avremo premio secondo il merito. ― Spero di sì, – disse Trim. ― Si legge nella Scrittura, – disse il mio Zio Tobia, – e dimani tel mostrerò. Intanto possiamo credere, o Trim, a nostro conforto, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio onnipotente è sì buono e giusto governatore del mondo, che, dove abbiamo fatto l'ufficio nostro, non vorrà mai ricercare se l'abbiamo fatto vestiti di rosso, o di nero. ― Spero di no, – disse il Caporale. ― Ma prosegui la storia, – disse il mio Zio Tobia. ― Allorchè fui salito nella camera, – continuò il Caporale, – aspettando per altro il termine dei dieci minuti, – il Luogotenente giacevasi in letto colla testa levata sopra una mano, e il gomito sopra il guanciale, e accanto un polito fazzoletto di tela bianca. Il giovanetto chinavasi in quella a raccorre il guanciale, dove suppongo che il padre si fosse inginocchiato: – il libro era sul letto, – e mentre il figlio si alzava con una mano raccogliendo il guanciale, distese l'altra per levare il libro nel medesimo tempo. – Lasciatelo lì, o mio diletto, – disse il Luogotenente. Non si mostrò disposto a parlarmi, finchè io non mi accostai alla sponda del letto. – Se voi siete il servo del Capitano Shandy, fate al vostro padrone i miei ringraziamenti, e quelli del mio figliuoletto, per la cortesia che mi ha usato. – Poscia mi dimandò se Vostro Onore fosse del Lever; io gli risposi di sì. – Dunque, – diss'egli, – noi abbiamo militato insieme per tre imprese nelle Fiandre; ma perchè io non ebbi l'onore di conoscerlo assai da vicino, è probabile che egli non sappia nulla di me. Voi nondimeno gli direte, che la persona tanto dal suo buon cuore obbligata è un certo Le Fever Luogotenente nell'Angus: – ma pure non mi conosce, – diss'egli pensoso una seconda volta; – ma può sapere la mia storia, – continuò; – ditegli di grazia, che io fui l'Alfiere di Breda, cui sfortunatamente venne uccisa la moglie da un colpo di moschetto, mentre io me la teneva tra le braccia. – Me ne ricordo benissimo, – scusimi Vostro Onore, – gli dissi. – Ve ne ricordate voi? – diss'egli asciugandosi gli occhi col suo fazzoletto. – Ed io: – pur troppo! – E in queste parole si cavò di seno un anelletto, che pareva legato al collo da un nastro nero, e lo baciò due volte. Poi disse: – vien qua, Guglielmino, – e il fanciullo traversò di volo la stanza, e, cadendo ginocchioni, si recò in mano l'anello, – e lo baciò, – poi baciò suo padre, – si assise sul letto, e piangeva. ― Io vorrei, – disse il mio Zio Tobia traendo un profondo sospiro, – io vorrei esser nel sonno. ― Vostro Onore, ― rispose il Caporale, – è troppo commosso: vi mesco un bicchier di Canarie, e vi dò un'altra pipa? ― Sì, o Trim, – disse il mio Zio Tobia. ― Io mi ricordo, – disse il mio Zio Tobia nuovamente sospirando, – io mi ricordo la storia dell'Alfiere, e più una circostanza, che la sua modestia ha tralasciato, – ed è, che ambedue, per una o per altra ragione (non mi rammento quale), erano generalmente compianti da tutto il reggimento. Ma finisci la storia, che hai preso a narrare. ― È omai finita, – disse il Caporale, – dacchè non potei trattenermi più a lungo, – e così augurai la buona notte a Suo Onore, e il giovanetto Le Fever mi fece lume sino in fondo alle scale, e nello scendere mi diceva che erano venuti d'Irlanda, e si erano messi in viaggio per unirsi al reggimento nelle Fiandre. – Ma sventura! – disse il Caporale, – l'ultima marcia del Luogotenente tocca al suo termine. ― Cosa avverrà del povero suo figliuolo! – esclamò il mio Zio Tobia. ―

Eterno onore al mio Zio Tobia! (quantunque io il dica solamente per amor di coloro, che posti tra una legge naturale e positiva non sanno di per sè stessi a che partito appigliarsi in questo mondo;) eterno onore al mio Zio Tobia! – perchè sebbene in quel tempo avesse l'animo caldamente inteso a portare innanzi l'assedio di Dendermond di pari agli alleati, che incalzavano il proprio con tanto vigore, che a mala pena gli davano tempo da desinare, – nondimeno abbandonò Dendermond, benchè avesse di già fatto un alloggiamento sulla contrascarpa, – e volse tutti i pensieri alle private sciagure dell'albergo; e fuorchè impose che la porta del giardino fosse chiusa a catenaccio, onde poteva dirsi che avesse rivolto l'assedio in blocco, lasciò Dendermond in sua balìa, fosse o no sovvenuto dal Re di Francia, secondo che avrebbe stimato bene, – e solo considerava come potesse sollevare il povero Luogotenente, e il suo figliuolo.

― Quell'Ente benigno, che è l'amico del derelitto, te ne renderà merito.

― Tu mi hai lasciata imperfetta l'opera, – disse il mio Zio Tobia al Caporale, mentre ei lo metteva a letto, – e ti dirò dove.... Primieramente offerendo i miei servigi a Le Fever, siccome la malattia e il viaggiare ambedue portano dispendio, – e tu sai, ch'egli era un povero Luogotenente costretto a vivere sulla paga col suo figliuolo, – mancasti a non offrirgli ancora la mia borsa, – e tu sai, o Trim, come in caso di bisogno egli ne avrebbe potuto disporre al pari di me. ― Sa Vostro Onore, – disse il Caporale, – che io non avea nessun ordine. ― È vero, – disse il mio Zio Tobia, – tu operasti benissimo come soldato, – ma veramente male come uomo. In secondo luogo, e tu hai per questo la medesima scusa, – continuò il mio Zio Tobia, – allorchè gli offeristi le cose mie, dovevi ancora offerirgli la casa. Un confratello uffiziale infermo dovrebbe, o Trim, aver le stanze migliori, – e se or noi l'avessimo quì potremmo assisterlo e badare. Tu sei, o Trim, un eccellente infermiere, e tra la cura tua, e quella della vecchia, del suo figliuolo, e la mia insieme, lo potremmo sanar da capo, e rimetterlo in piedi. Tra quindici giorni, o al più tre settimane, – aggiugnea sorridendo, – egli potrebbe marciare. ― Non marcerà più de' suoi giorni in questo mondo, – scusimi Vostro Onore, – rispondeva il Caporale. ― Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, levandosi dalla sponda del letto con un piè senza scarpa. ― Scusimi Vostro Onore, – non marcerà, che per andare alla fossa, – diceva Trim. ― Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, facendo marciare il piè, che aveva nella scarpa, ma non avanzando d'un dito, – marcerà per andare al suo reggimento. ― Non può tenersi in piedi, – disse il Caporale. ― Lo reggeremo, – disse il mio Zio Tobia. ― Cadrà finalmente, – rispose il Caporale: – e che avverrà del povero suo figliuolo? ― Non cadrà di certo, – dicea fermamente il mio Zio Tobia. ― Poffare! – disse Trim sostenendo l'assunto, – fate per lui l'impossibile, ma la povera creatura morirà. ― Non morirà, no per....! – gridò il mio Zio Tobia. ―

Lo Spirito dell'Accusa, che volò col giuramento alla cancelleria del cielo, si cosperse di rossore nell'atto di darla, – e l'Angiolo della Memoria mentre lo segnava vi fece su cadere una lacrima, e lo cancellò per sempre.

Il mio Zio Tobia andò al suo forziere, e si mise la borsa nella scarsella delle sue brache; – poi comandò al Caporale, che di buon'ora andasse pel medico, e si pose a letto e si addormentò. La mattina vegnente il Sole appariva splendido agli occhi di tutti, fuorchè a quelli di Le Fever, e dell'afflitto suo figlio. La mano della morte pesava a Le Fever sulle palpebre, – e gli avanzava tempo di vita quanto appena ne mette una carrucola di cisterna a far tutto il suo giro, allorchè il mio Zio Tobia, essendosi levato un'ora prima del solito, entrò nella camera del Luogotenente, e senza preambuli o scuse si pose a sedere accanto al letto, e senza cerimonie aprì le cortine a quella guisa che avrebbe fatto un vecchio amico e fratello ufficiale, – e gli domandò come stesse, – come avesse riposato la notte, – di che si dolesse, – ove fosse il suo male, – e che potesse fare per sovvenirlo; – nè gli dava tempo a rispondere a nessuna delle dimande, – ma seguitava a dirgli del piccolo divisamento combinato per lui la notte avanti col Caporale. ― Voi verrete, o Le Fever, direttamente a casa mia, – disse il mio Zio Tobia, – e manderemo pel medico a veder che mal sia, – e avremo lo speziale, – e Trim vi farà da infermiere, – e io da servo, o Le Fever. ― Avea tal franchezza il mio Zio Tobia, – non l'effetto della familiarità, ma la causa, – che di súbito ti metteva nell'anima sua, e ti mostrava la bontà della sua natura; – e negli sguardi, nella voce, e nei modi, traspariva certa cosa, che accennava eternamente allo sventurato di ripararsi sotto di lui; talchè il mio Zio Tobia non era giunto a mezzo delle cortesi offerte, che faceva al padre, e il figlio insensibilmente gli si era accostato ai ginocchi, – e preso un lembo della sua veste lo tirava a sè. Il sangue e li spiriti di Le Fever, che più e più sempre si facevano torbidi e freddi, e si ritiravano all'ultima cittadella, il cuore, – ricorsero indietro; il velo della morte lasciò quegli occhi un momento, – egli guardò desioso in faccia al mio Zio Tobia, poi al figliuol suo, – e quel legame della vita, sottile come era, non si ruppe! Ma la natura all'istante riprese il suo corso; – gli occhi si velavano di nuovo, – il polso batteva, – si fermava, tornava a battere, – balzellava, – si fermava da capo, – si moveva, – cessava: – devo dir tutto? – no. – Quanto bisogna aggiugnere è che il mio Zio Tobia, e il giovanetto Le Fever, come capi del funerale, accompagnarono il povero Luogotenente alla fossa. Quando il mio Zio Tobia ebbe convertito ogni cosa in danaro, – e aggiustato ogni conto fra l'agente del reggimento e Le Fever, – tra le Fever e tutto il genere umano, – non gli rimase più nelle mani che una vecchia veste militare, e una spada, di modo che il mio Zio Tobia incontrò lieve o nessuno ostacolo dal mondo, per amministrare quel patrimonio. Diè la veste al Caporale, dicendogli: ― portala, o Trim, finchè sta insieme, per amore del povero Luogotenente. – E questa, – diss'egli, recandosi in mano la spada, e la trasse dal fodero nell'atto che favellava, – e questa serberò a te, o Le Fever. È tutta la fortuna, o mio diletto, che ti ha lasciato Dio, – ma se ti ha dato un cuore, onde aprirti con essa un varco nel mondo, – e da uomo onorato, basta per noi. ― Appena il mio Zio Tobia gli ebbe dati i primi rudimenti, e insegnato a iscrivere un poligono regolare in un circolo, lo mandava alla pubblica scuola, – e quivi dimorò sino alla primavera dell'anno suo diciottesimo, – tranne le feste del Natale, e della Pentecoste, chè allora il Caporale puntualmente andava per lui; – allorchè la nuova, che l'Imperatore spediva in Ungheria un'armata contro i Turchi, gli accese in seno una scintilla di fuoco, e senza tor licenza lasciò il Greco e il Latino, – e gittandosi alle ginocchia del mio Zio Tobia, gli chiese la spada di suo padre, e la permissione di andare a tentare la ventura sotto d'Eugenio. Due volte il mio Zio Tobia si dimenticò la ferita, – e gridava: ― io verrò teco, o Le Fever! io verrò teco, e tu combatterai al mio fianco; ― e due volte si pose la mano sull'inguinaia, e piegò la testa nel dolore, e nello sconforto. Il mio Zio Tobia spiccò la spada dal gancio ove era stata appesa, intatta sempre dopo la morte del Luogotenente, e diella al Caporale perchè la forbisse; e avendo intertenuto Le Fever quindici giorni soli onde fornirlo del bisognevole, e contrattare il suo passaggio a Livorno, gli pose in mano la spada, e: ― se tu sei valoroso, – disse il mio Zio Tobia, – questa non ti fallirà. ― Ma il può la fortuna, – diss'egli pensoso un tal poco. ― Il può la fortuna, e se ella ti fallisce, – soggiunse il mio Zio Tobia, – nuovamente ripara a me, o Le Fever, e noi ti diviseremo altro corso. ― La più grave ingiuria non avrebbe oppresso di tanto il cuore a Le Fever, quanto la paterna amorevolezza del mio Zio Tobia, – e si divise da lui, come l'ottimo dei figli dall'ottimo dei padri: – ambedue piangevano, – e mentre il mio Zio Tobia gli dava l'ultimo bacio, fece scorrergli in mano 60 ghinee, avvolte in una vecchia borsa di suo padre, ove era ben anche l'anello di sua madre, e l'accomiatò benedicendolo nel nome di Dio. Giunse Le Fever all'armata imperiale nel punto di provare di che metallo fosse temperata la sua spada nella sconfitta dei Turchi dinanzi Belgrado: ― ma da quel momento lo perseguitava una serie di disastri non meritati per quattro anni continui, – e resisteva a queste percosse della fortuna; ma la malattia lo colse a Marsiglia, e scrisse lettera al mio Zio Tobia, – che aveva perduto il suo tempo, i servizi, la salute, e tutto in somma, tranne la sua spada, e aspettava l'opportunità del primo bastimento per ritornarsene presso di lui.

― 1829[28] ―

NOTE:

[26] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 12._

[27] _Questo Racconto nel libro di Sterne è accompagnato dalla seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede._

«Essendo HAFEN SLAWKENBERGIUS – _De Nasis_ – estremamente raro, non sarà discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io farò sopra questo, si è che il suo stile storico è più conciso di quello filosofico, – e sembrami che abbia più del Latino».

SLAWKENBERGII FABELLA.

Vespera quâdam frigidulâ, posteriori in parte mensis Augusti, peregrinus, mulo fusco colore incidens, manticâ a tergo, paucis indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta, Argentoratum ingressus est.

Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et Argentoratum, transitu ad fines Sarmatiæ, mensis intervallo reversurum.

Miles peregrini in faciem suspexit: ― Dî boni, nova forma nasi!

― At multum mihi profuit, – inquit peregrinus, carpum amento extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et magnâ cum urbanitate, pilei parte anteriore tactâ manu sinistrâ, ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit.

― Dolet mihi, – ait miles, – tympanistam nanum et valgum alloquens, – virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari haud poterit nudâ acinaci: neque vaginam tote Argentorato habilem inveniet. ― Nullam unquam habui, – respondit peregrinus respiciens, seque comiter inclinans; – hoc more gesto, – nudam acinacem elevans, mulo lente progrediente, – ut nasum tueri possim.

― Non immerito, benigne peregrine, – respondit miles.

― Nihili æstimo, – ait ille tympanista, – e pergamenâ factitius est.

― Prout christianus sum, – iniquit miles, – nasus ille, ni sexties major sit, meo esset conformis.

― Crepitare audivi, – ait tympanista.

― Mehercule! sanguinem emisit, – respondit miles.

― Miseret me, – iniquit tympanista, – qui non ambo tetigimus! ―

Eodem temporis puncto, quo hæc res argumentata fuit inter militem et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore suâ, qui tunc accesserunt, et peregrino prætereunte, restiterunt.

― Quantus nasus! æque longus est, – ait tubicina, – ac tuba.

― Et ex eodem metallo, – ait tubicen, – velut sternutamento audias.

― Tantum abest, – respondit illa, – quod fistulam dulcedine vincit.

― Æneus est, – ait tubicen.

― Nequaquam, – respondit uxor.

― Rursum affirmo, – ait tubicen, – quod æneus est. ― Rem penitus explorabo; prius enim digito tangam, – ait uxor, – quam dormivero. ―

Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum controversiæ, non tantum inter militem et tympanistam, verum etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret.

― Nequaquam, – ait ille, in muli collum fræna demittens, et manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) – nequaquam, – ait ille respiciens; – non necesse est ut res isthæc dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur, dum spiritus hos reget artus – Ad quid agendum? ― ait uxor burgomagistri.

Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e quâ negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam Argentorati latam quæ diversorium templo ex adversam ducit.

Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri jussit: quâ apertâ, et coccineis sericis femoralibus extractis cum argenteo laciniato Περιζωμα, his sese induit, statimque, acinaci in manu, ad forum deambulavit.

Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus exploraretur, atque ad diversorium regressus est; – exuit se vestibus, bracas coccineas sericas manticæ imposuit, mulumque educi jussit.

― Francofurtum proficiscor, – ait ille, – et Argentoratum quatuor abhinc hebdomadis revertar.

― Bene curasti hoc jumentum? – ait, muli faciem manu demulcens; – me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit.

― Longa via est! – respondit hospes, – nisi plurirum esset negotii.

― Enimvero, – ait peregrinus, – a Nasorum Promontorio redivi, et nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam sortitus est, acquisivi. ―

Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. ― Per sanctos sanctasque omnes, – ait hospitis uxor, – nasis duodecim maximis in toto Argentorato major est! estne, – ait illa mariti in aurem insusurrans, – nonne est nasus prægrandis?

― Dolus inest, anime mi, – ait hospes; – nasus est falsus.

― Verus est, – respondit uxor.

― Ex abiete factus est, – ait ille; – terebinthinum olet.

― Carbunculus inest, – ait uxor.

― Mortuus est nasus, – respondit hospes.

― Vivus est, – ait illa, – et si ipsa vivam, tangam.

― Votum feci sancto Nicolao, – ait peregrinus, – nasum meum intactum fore usque ad ― Quodnam tempus? – illico respondit illa.

― Minime tangetur, – inquit ille (manibus in pectus compositis), – usque ad illam horam – Quam horam? ― ait illa. ― Nullam, – respondit peregrinus, – donec pervenio ad ― Quem locum, obsecro? – ait illa. ― Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.

[28] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 13. Seconda Edizione di questo e del primo Articolo _(Storia di Yorick)_, – nella _Viola del Pensiero_, Anno III._

POESIE VARIE

IL PRIGIONIERO DI CHILLON[29]

POEMA ROMANTICO

― _DI LORD BYRON_ ―

I.

I miei capelli sono grigi, ma non dagli anni; nè in una notte[30] imbiancarono, come avvenne talvolta per súbita paura; curve ho le membra, ma non dalle fatiche; elle si contrassero in un vile riposo, dacchè furono preda della prigione, e a me toccò la sorte di coloro cui fu negato godere la bellezza della terra, e dell'aria. Ma io soffersi le catene, e stetti vicino alla morte per la fede del padre mio: e il padre mio periva alla tortura per massime, che non volle abbandonare, e per questo i suoi figli trovarono stanza nelle tenebre. Noi eravamo sette, ed ora sol uno rimane; sei giovani e un vecchio finivano come incominciarono, alteri della persecuzione. Uno sul fuoco, e due sul campo confermavano la fede loro col sangue, morendo come il padre moriva. Tre furono gittati in una carcere; e di questi io sono il misero avanzo.

II.

Nelle antiche e profonde prigioni di Chillon sorgono sette colonne di gotica struttura, sette colonne grigie, e massiccie, e tetre di un raggio racchiuso, un raggio di Sole, che ha smarrita la via, e per una fessura delle grosse muraglie è caduto strisciando sull'umido pavimento a guisa della meteora sulla palude. È in ogni colonna un anello, e in ogni anello una catena; e quel ferro rode, – perchè il segno dei suoi denti rimane in queste membra, nè andrà via finchè io non abbia finito questo nuovo giorno ora penoso agli occhi miei, – i quali non hanno veduto così sorgere il Sole per anni, che io non posso numerare, perchè ho perduta la memoria di numero sì lungo e gravoso, fin da quando l'ultimo fratel mio di lenta morte moriva, ed io stetti vivo al suo fianco.

III.

C'incatenarono alle colonne, – ed eravamo tre; – pure ognuno era solo: noi non potevamo muovere un passo, nè vederci l'un l'altro, se non a quella pallida e livida luce, che ci faceva nell'aspetto stranieri: e così insieme, benchè separati, colle mani in catene, e coll'affanno nel cuore, nella penuria dei puri elementi della terra, era un sollievo udirci favellare a vicenda, e l'uno volgersi a conforto dell'altro con una nuova speranza, o un'antica leggenda, o una canzone di eroico ardimento; ma queste cose ancora finalmente affreddavansi, e le nostre voci prendevano un suono terribile, – l'eco della prigione; – un suono stridente, non pieno, e libero come prima: – e sarà fantasia, ma quelle voci più non mi suonavano come nostre.

IV.

Io era il maggiore dei tre fratelli, e doveva sostenerne il coraggio, e feci il mio meglio, e tutti fecero bene secondo la loro potenza. L'anima mia era commossa di dolore pel fratello più giovane; il padre lo amava sopra tutti, perocchè avesse la sembianza di sua madre, e gli occhi azzurri come il cielo. In verità era sventura a vedere quell'uccello in tal nido; – egli era bello come il giorno, – allorquando il giorno mi pareva bello come all'aquile giovanette, e liete di libertà; – era bello come un giorno polare figlio nevoso di un Sole, che non giunge al tramonto, se non dopo lunghissima durata di luce. Così egli era puro, e luminoso, e gaio nel suo spirito ingenuo; nè per altro piangeva fuorchè per l'altrui sciagure, e le sue lacrime scorrevano come ruscelli di montagna, quando ei non poteva alleggerire il dolore, che aborriva di veder sulla terra.

V.

L'altro era similmente puro dell'anima, ma creato a combattere colla sua specie; forte del corpo, e di tal cuore, che saria stato in guerra contro il mondo tutto, e sarebbe morto gioioso tra i primi. Ma non era fatto per consumarsi nelle catene; e il suo spirito sveniva nel cigolio dei ferri, e io tacitamente lo vedeva mancare; e così per avventura faceva il mio spirito, ma io lo strinsi a dar animo a quelle reliquie di una cara famiglia. Egli era stato cacciatore dei monti, inseguendo il lupo, ed il cervo: per lui la prigione era un abisso, e il piede avvinto il supremo dei mali.

VI.

Presso alle mura di Chillon giace il lago Lemano; mille piedi giù nel profondo le masse dell'acqua s'incontrano, e scorrono; tanto fu misurato dal bianco baluardo[31] di Chillon, che intorno è recinto dall'onda: e il muro, e l'onda, ne hanno fatto una doppia prigione, – un sepolcro di vivi. La volta oscura dove eravamo, giace sotto la superficie del lago: noi lo sentivamo fremere di giorno e di notte sulle nostre teste; ed io nell'inverno ho inteso lo spruzzo delle acque bagnare le ferriate, quando i venti erano alti, e imperversavano pel cielo felice; ed allora la roccia tremava, ed io immoto accoglieva quell'urto, perchè avrei sorriso alla morte, che mi avesse fatto libero.

VII.

Io dissi, che il mio secondo fratello si consumava; io dissi, che il suo cuore potente sveniva: il cibo gli venne a fastidio, e non ne prendeva; non già che fosse mal dilicato, perchè noi eravamo avvezzi al pasto del cacciatore, nè il cibo ci dava pensiere. Il latte dalla capra montana fu scambiato con acqua dello stagno; e il pane era quel pane, che le lacrime dello schiavo bagnano da mille e mille anni, dopochè l'uomo per la prima volta chiuse i suoi simili come bruti in una prigione di ferro. Ma a noi, o a lui, che importava del pasto? Ciò non gli affliggeva il cuore, o le membra: l'anima del mio fratello aveva tempre siffatte, che in un palazzo sarebbe affreddata, se gli avessero negato di respirare liberamente sull'erta della montagna dirupata. Ma perchè differire il vero? – egli moriva. Io il vidi, ma non potei sorreggergli il capo, non potei stringergli la mano, nè quando moriva, nè quando fu morto, benchè a tutta forza mi dibattessi per rompere le mie catene. Egli morì; – e fu sciolto dai ferri, e gli scavarono angusta la fossa entro la fredda terra della nostra caverna. Io chiesi loro come una grazia, che ponessero il corpo da quella parte dove il giorno poteva splendere: – era un pensiere di follia, ma quel pensiere allora mi turbava il cervello, quasichè ancora nella morte il libero petto del fratel mio non potesse quietare in quella prigione. Oh! avessi risparmiata la mia vana preghiera! – Risero freddamente, e lo deposero laddove a lor piacque; e l'arida terra stette sopra colui, che amammo di tanto amore, e sopra la terra stettero le sue vuote catene, degno monumento di quell'omicidio.

VIII.

Ma il fiore dei miei fratelli, il più diletto dopo la sua ora natale, che nel bel volto ritraeva l'immagine di sua madre, il tenero amore di tutta la sua schiatta, il pensiere più caro del martire suo padre, – l'ultima cura mia, – colui, onde io cercai tenere la vita, perchè egli vivesse allor meno misero, e libero un giorno, – colui, che per virtù di natura, o ispirato, pur sostenne franco il suo spirito, – quel fiore fu percosso, e di giorno in giorno appassiva sullo stelo. O Dio! come è tremendo a veder l'anima umana sciogliere il volo, sotto qualunque forma si parla! – Io ho veduto dipartirsi l'anima nel sangue; io l'ho veduta sui marosi dell'oceano contendere con un moto di convulsione disperata; io ho veduto l'infermo sul letto dell'agonia nel delirio del peccato, e della paura: ma le angoscie del mio fratello non erano miste a simili orrori; – il suo era un dolore lento, e sicuro. – Egli veniva meno, ma tranquillo, e mansueto; si consumava soavemente, e senza pianto, e pur con immensa tenerezza, – e si addolorava per coloro, che lasciavasi addietro. Egli aveva prima una guancia florida sì, da prendere a scherno la tomba; – una guancia da cui sparvero a mano a mano i colori, come un raggio dell'iride, che si dilegua; – egli aveva un occhio così vivo di luce da rischiararne quasi la carcere; pur non disse parola di lamento, non diè gemito sopra la sua morte immatura, non parlò un momento dei giorni più felici, non mostrò la più lieve delle speranze per suscitare almeno le mie, – perchè io era caduto in fondo al silenzio, io mi perdeva in questa perdita estrema, la maggiore di tutte. Il fratel mio sopprimeva il sospiro di una natura vicina a mancare; e via via più sommesso traendolo, venne al punto, che io tesi l'orecchio, e non ascoltai più nulla: frenetico di spavento, chiamai a gran voce, e conobbi, che più non vi era speranza; ma il mio timore non voleva quell'avviso, e dando una scossa fortissima ruppi le mie catene e precipitai verso il mio fratello.... – era morto. Io solo viveva, io solo respirava l'alito maledetto di una prigione. In questo luogo fatale erasi spezzato l'ultimo, – l'unico, – il più caro legame fra me, e l'eterno abisso, – l'unico legame, che tuttavia mi stringesse alla mia schiatta cadente. I due miei fratelli avevano omai cessato di vivere: ed uno giaceva sulla terra, e l'altro sotto. Io presi quella mano immobile tanto; – ahimè! la mia non era meno fredda. Io non aveva vigore di muovermi, o di fare il minimo sforzo; ma io sentiva di aver sempre una vita, – sentimento di frenesia, quando sappiamo, che anime a noi care più non avranno una vita. Non so perchè non potessi morire: – non aveva speranza terrena, tranne la fede; e questa mi vietò, che io mi dessi colle mie mani la morte.

IX.

Quello che allora e dipoi avvenisse di me, io nol so bene, e nol seppi giammai. Dapprima venne la perdita della luce, e dell'aria; quindi delle tenebre ancora. Io non aveva pensiere, nè sentimento, – nulla: – stetti una pietra fra le pietre; e mal sapendo quel ch'io immaginassi, era come l'arida rupe fra le nebbie, – perchè tutto era vuoto, freddo, ed oscuro: non era nè notte, nè giorno, neppure la luce della prigione odiosa tanto agli occhi miei gravi: era un vuoto, che assorbiva lo spazio; e qualche cosa di fisso, ma senza luogo. Non v'erano stelle, nè terra, nè tempo, nè legge, nè vicenda, nè bene, nè male: ma silenzio; e un respiro insensibile, nè di vita, nè di morte; un mare di ozio stagnante, oscuro, illimitato, muto, ed immobile.

X.

Una luce mi balenò sulla mente: – era il canto di un uccello: – cessò, – e poi venne di nuovo; – il canto più dolce, che orecchie umane intendessero: ed io ringraziava, ascoltando, finchè i miei occhi in ogni parte si volgessero per la lieta sorpresa; ma in quell'istante non poterono scorgere come io fossi il figlio della sventura. Poi a grado a grado i miei sensi tornarono sull'usate traccie; ed io come per l'innanzi mi vidi attorno le mura della prigione, e il raggio di Sole, che vi penetrava furtivo; ma sulla fessura, donde quel raggio veniva, era posato l'uccello, tutto gaio, e dimestico, più che se fosse stato sull'albero; – un amabile uccello dall'ale azzurre; e il suo canto diceva mille cose, – e sembrava, che le dicesse tutte per me; io non aveva veduto in passato il suo simile, nè più lo vedrò. Pareva, che come a me gli mancasse un compagno; ma non era per metà così desolato: era venuto ad amarmi, nel punto che non viveva più nessuno per amarmi, – e consolandomi dalla fessura della mia prigione mi aveva ricondotto al sentimento, e al pensiere. Io non so, s'ei fosse libero di poco tempo, o se avesse rotta la sua gabbia per posare sulla mia: – ma ben sapendo, o diletto uccello, cosa sia schiavitù, non te la posso desiderare. – Era forse un angelo, che in forma d'alato mi visitava dal Paradiso? – perchè, (perdonimi il cielo questo pensiere,) mentre egli mi sforzava al pianto, e al sorriso, io pensai qualche volta, che fosse l'anima del fratel mio discesa a vedermi: ma finalmente l'uccello volossene via, ed era un mortale; – ben me ne accôrsi, perchè altrimenti così non sarebbe volato via, nè due volte mi avrebbe lasciato così solitario; – solitario, come un cadavere nel suo lenzuolo funereo; – solitario, come una nube in un giorno di Sole, mentre il resto del cielo è sereno; – un punto oscuro nell'atmosfera, che non ha motivo di apparire, mentre azzurro è il firmamento, e gaia la terra.

XI.

Nel mio destino venne una vicenda: i miei custodi si fecero pietosi, nè io so perchè, – talmente erano avvezzi allo spettacolo del dolore; ma così fu, e la mia catena giacque spezzata, e mi venne concesso passeggiare lungo la mia cella da una banda, e dall'altra, e su, e giù, e per traverso, e in fine da ogni lato, e intorno ad una ad una delle colonne, ritornando sempre là donde io cominciava, e nel passeggiare schivando solo le tombe fraterne, dove non cresceva cespuglio; perchè se io pensava, che sbadatamente il mio piede avesse profanato l'umile letto del loro riposo, grave mi si affannava il respiro, e il cuore mancandomi mi cadeva ammalato.

XII.

Io feci nel muro una scala, non già per fuggire, perchè io aveva sepolto tutti coloro, che mi amavano in forma umana; e quindi la terra intera non mi sarebbe apparsa, che una prigione più vasta. Io non aveva figlio, nè padre, nè parente, nè compagno nella mia miseria. Io pensai a questo, e ne fui lieto, dacchè il pensiere de' miei congiunti mi aveva travolto in follia. Ma io era curioso di salire alle mie ferriate, e di piegare un'altra volta sull'alte montagne la quiete d'uno sguardo innamorato.

XIII.

Io le vidi; – erano le stesse, nè cangiate come il mio corpo: vidi sulla cima i loro mille anni di neve, – e di sotto a loro il lago largo, e lunghissimo, e il Rodano azzurro nella sua pienezza; intesi i torrenti sgorgando saltare su per le roccie, e sui rotti arbusti; vidi la lontana città dalle bianche mura, e vele più bianche, che giù correvano veloci; e allora v'era un'isoletta[32], che mi rideva in faccia, l'unica, che fosse alla vista; – un'isoletta verde, e non sembrava più larga, che il pavimento del carcere mio. Ma sopra vi erano tre alberi alti, e vi spirava la brezza della montagna, e vicine le scorrevano le acque, e vi crescevano giovani fiori, gentili al fiato, e al colore. Nuotavano i pesci presso le mura del castello, e tutti mi parevano allegri: l'aquila correva sull'alto dei venti, nè mi parve corresse mai sì veloce come allora, che faceva sembiante di volare alla mia volta; e allora nuove lacrime mi tornarono negli occhi, ed io mi sentiva commosso, nè avrei voluto aver lasciata la mia recente catena: e quando io scesi al basso, la tenebra della mia dimora mi cadde sullo spirito come un peso gravissimo: era come una fossa scavata di fresco, che si chiuda sopra colui, che tentammo salvare; e pure il mio sguardo, oppresso di troppo, quasi aveva bisogno di un siffatto riposo.

XIV.

I giorni, i mesi, e gli anni passano; – io non li numerai, nè vi posi mente: non aveva speranza di sollevare i miei occhi, e sgombrarli della tetra loro caligine. Finalmente uomini vennero a farmi libero; ma non ne chiesi la ragione, nè mi curai dove andare: per me era tutt'uno, starmi sciolto, o nei ferri; – io aveva imparato ad amare la disperazione. E così quando vennero a sciogliere i miei legami, quelle orride mura erano per me diventate un eremitaggio; – erano per me tutto il mio, e nel cuore quasi sentiva come se quegli uomini fossero venuti a strapparmi un'altra volta dalla mia casa paterna. Io mi era fatto amico al ragno, osservandolo attento nelle triste sue reti, e aveva veduto il sorcio trescare al lume della luna: e perchè avrei dovuto sentire meno di loro? Eravamo tutti abitanti di un luogo medesimo, ed io monarca d'ogni razza aveva potenza di uccidere; – pur, cosa strana a narrarsi, noi avevamo imparato a vivere in pace. Perfino le mie stesse catene, ed io, eravamo diventati amici, – talmente una lunga comunanza tende a farci quel che noi siamo; – io dunque ricuperai la mia libertà con un sospiro.

― 1830[33] ―

PROMETEO

― _DI LORD BYRON_ ―

Titano! tu con gli occhi immortali vedesti nella trista loro realtà gli affanni umani, come cose che mal si trascuravano dagli Dei; ma qual era il premio della tua pietà? Un soffrire tacito, intenso; la rupe, l'avvoltoio, e la catena; – tutto il dolore che possono sentire i superbi, tutta l'agonia che non rivelano mai, – quel senso soffocato d'angoscia, che non parla fuorchè nella sua solitudine, e teme geloso, che il cielo non abbia un orecchio per ascoltare, nè vuol sospirare finchè la sua voce non sia rimasta senz'eco.

Titano! a te fu data la lotta tra il soffrire e il volere, cose che tormentano in quella parte che non può morire. E il cielo inesorabile, e la sorda tirannia del Fato, il principio dominatore dell'odio, che per suo trastullo crea le cose che può annientare, ti rifiutarono la sorte del morire: – un miserabile dono fu tuo l'eternità, e tu l'hai ben sopportato. – Tutto ciò che il Tonante strappò da te, fu solo la minaccia che gli lanciasti contro negli spasimi della tortura. Ben tu leggesti nel Fato, ma per placarlo non volesti ridirglielo; e nel tuo silenzio fu la sua sentenza, e nella sua anima un inutile pentimento, e una paura così mal dissimulata, che i fulmini gli tremavano nella destra.

Il tuo celeste delitto fu l'essere umano, e sminuire coi tuoi precetti la somma delle umane miserie, e afforzare l'uomo della sua propria mente; ma tradito come fosti dall'alto, pure dalla tua tranquilla energia, dalla tua pazienza, e dalla repulsa del tuo spirito impenetrabile, che Cielo e Terra non poterono scuotere, ereditammo una potente lezione: Tu sei simbolo e segno al mortale del suo destino, e della sua forza; l'uomo, come te, in parte è divino, torbido rivo d'una pura sorgente, e l'uomo in parte può prevedere il suo funesto destino, le sue sventure, la sua resistenza, e un'esistenza mesta, solitaria; al che il suo spirito può opporre sè stesso, scudo a tutti i mali, – e un saldo volere, e un senso profondo, che valga a scoprire, concentrata anche nei tormenti, la sua ricompensa; che trionfi dovunque osa, ed aspira, e converta la morte in vittoria.

― 1838[34] ―

VI FU UN TEMPO

― _DI LORD BYRON_ ―

Vi fu un tempo, che non importa rammentare, perchè non sarà dimenticato mai, quando tutti i nostri sentimenti erano li stessi, come l'anima mia è stata sempre per te.

E da quell'ora in che la tua lingua confessò la prima volta un amore uguale al mio, sebbene molti dolori abbiano lacerato il mio cuore, dolori sconosciuti, e non sentiti dal tuo;

Pure nessun dolore, nessuno, l'ha trafitto così profondamente come questo, il pensare che tutto quell'amore è svanito rapido e fugace come i tuoi baci infedeli, rapido e fugace nel tuo petto soltanto.

Eppure il mio cuore trovò un qualche sollievo, quando, non ha molto, udì sonare dalle tue labbra in accenti, una volta immaginati veri, la rimembranza dei giorni che furono.

Sì, mia diletta e crudele signora, tu non amerai più un'altra volta; ma per me è dolcezza ineffabile il sapere, che ti rimanga una memoria di quell'amore.

Questo è un glorioso pensiere per me, nè l'anima mia andrà più tanto contristata; – qualunque tu sia, o sarai, tu fosti una volta caramente, unicamente, mia.

― 1838[35] ―

E TU PIANGERAI QUAND'IO SARÒ MORTO

― _DI LORD BYRON_ ―

E tu piangerai quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono; io non vorrei dare un affanno al tuo seno.

È mesto il mio cuore, e le mie speranze sono svanite, e il sangue mi scorre freddo nelle vene, – e quando io morrò, tu sola verrai a sospirare sul luogo dove riposo.

Eppure parmi che un raggio di pace rompa traverso la nube delle mie angoscie; – e per un tratto i miei dolori si fermano, conoscendo che il tuo cuore ha sentito per me.

O Donna! benedetta la lacrima versata per uno, che non può piangere; quelle goccie preziose sono doppiamente care a colui, che non può bagnare d'una stilla i suoi occhi.

Una volta il mio cuore, o dolce mia Donna, era caldo di teneri sensi come il tuo; ma ora perfino la bellezza ha cessato d'incantare un infelice creato a gemere.

Piangerai tu dunque quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono, perchè non vorrei dare un affanno al tuo seno.

― 1838[36] ―

LE TENEBRE

― _DI LORD BYRON_ ―

Mi feci un sogno, che non era tutto sogno. Il Sole luminoso era spento, e le stelle erravano buie nell'eterno spazio senza raggi e senza sentiero, e la terra ghiacciata oscillava cieca e nereggiante per l'aria senza Luna; venne il mattino, e passò; rivenne, e non portò il giorno. E gli uomini dimenticavano le passioni nella paura di tanta desolazione, e tutti i cuori erano agghiacciati nell'egoismo d'una preghiera alla luce, e vivevano tutti raccolti ai focolari, e i troni, i palazzi dei re coronati, le capanne, e le abitazioni di tutte le cose che hanno un ricovero, erano abbruciate per farne fanali; le città furono consunte, e gli uomini si strinsero intorno alle case divampanti per guardarsi in faccia l'un l'altro l'ultima volta. Felici coloro, che dimoravano sotto l'occhio e la face sublime dei vulcani! Una tremenda speranza era tutto ciò che il mondo conteneva; le foreste furono incendiate, e d'ora in ora cadevano, e sparivano, – e i tronchi si estinguevano crepitando, – e tutto era nero. Le fronti umane a quella luce disperante vestivano un aspetto non terreno, quando la fiamma guizzando ci batteva sopra; alcuni si prostravano, e si celavano gli occhi, e piangevano; altri restavano col mento appoggiato sulle mani chiuse, e ridevano; ed altri correvano su e giù, alimentando di legna le tetre cataste, e con matta inquietudine guardavano uno stupido cielo, manto funerale d'un mondo defunto, e quindi si giacevano nella polvere maledicendo, e digrignavano i denti, ed urlavano. Gli uccelli di rapina stridevano, e volavano a terra esterrefatti, battendo inutilmente le ali; le fiere le più salvatiche vennero tremanti e mansuete; le vipere serpendo si avvinghiavano fra le moltitudini, e sibilavano, ma non pungevano; – esse furono uccise per cibo. E la guerra, che per un momento stette sospesa, si saziò nuovamente; – un pasto fu compro col sangue, e ciascuno sedè cupamente da parte, pascendosi nella oscurità. Non vi era più amore; – tutta la terra non era che un pensiere, e quel pensiere era morte immediata, ingloriosa; e gli spasimi della fame corrodevano le viscere a tutti, – gli uomini morivano, e le loro ossa stavano insepolte come la loro carne. Gli affamati mangiavano gli affamati, e i cani stessi assalsero i loro padroni, tutti fuori che uno. Questo fu fedele ad un cadavere, e tenne a bada gli uccelli, le fiere e gli uomini, finchè la fame non gli ebbe distrutti, o il cadere d'un altro cadavere non solleticò le loro vuote mascelle; ma il cane non cercò cibo, bensì con pietoso e continuo ululato, e con un grido acuto, desolante, lambendo la mano, che più non rispondeva con una carezza, morì. Le moltitudini a grado a grado perirono tutte; solo sopravvissero due uomini d'una sterminata città, ed erano nemici. S'incontrarono accanto alle ceneri morienti d'un santuario, dove un mucchio di cose sacre era stato radunato ad uso profano. Colle loro fredde mani di scheletro raccolsero insieme quelle poche ceneri, e coll'esile fiato vi destarono un momento di vita, e levarono una fiamma, che era uno scherno. Come si fece un poco più chiaro, alzarono gli occhi, e si guardarono in faccia; videro, diedero un urlo, e morirono; – morirono della loro scambievole bruttezza, mal conoscendo chi fosse colui sulla fronte del quale la fame aveva scritto – demonio. – Il mondo era vuoto; popolato dianzi e potente, adesso era un cumulo senza stagioni, senza erbe, senza piante, senza uomo, senza vita, – un cumulo di morte, un caos di dura creta. I fiumi, i laghi, l'Oceano, tutto taceva, e nulla moveasi nelle silenziose loro caverne; navi senza marinari giacevano putrefacendosi sul mare, e gli alberi cascavano a pezzi, e cadendo dormivano sull'abisso senza flutto; – le onde erano morte, le maree erano nella tomba, la Luna loro signora era spirata prima, i venti erano mancati nell'aere stagnante, e perite le nubi; le tenebre non avevano bisogno di loro, – le tenebre erano l'universo.

― 1838[37] ―

IL FUNERALE DEL POVERO

― _DI ROBERTO SOUTHEY_ ―

Che! neppur uno, che mandi un pietoso sospiro! neppur uno, che fuggendo un momento alle scene sociali, e alle delizie della vita, coll'occhio pregno di dolore versi una lacrima, e si fermi sul morto! Povero infelice reietto! io piangerò per te, io piangerò per la deserta umanità! Sì, io piangerò, non già perchè tu sia venuto ai severi riposi della tomba silenziosa; chè almeno lo squallido Bisogno, e la cupa velenosa Cura, demoni che corrodono il cuore, mai non entreranno laggiù. Io gemo sopra i mali che tu provasti nella vita, quando nel lungo pellegrinaggio del mondo compiesti la tua giornata senza amore e senza amici, solo accompagnato dalla povertà e dagli affanni. La tua gioventù trascorse nell'ignoranza e nella fatica, e la tua vecchiaia fu arida, assiderata. Fu duro il tuo Fato, perchè, mentre ti condannava al dolore, ti negava la sapienza di sopportarne l'amarezza; e spogliando prima la tua mente di tutta la sua forza, ti gettava abietto del pensiero, e vittima della miseria, a ramingare fra i tuoi simili nell'ampio deserto del mondo. Dormi in pace, povero reietto! La furia invernale più non investe acerba il tuo corpo indifeso. I tuoi mali sono passati, – tu riposi nel sepolcro; – io mi fermo, e medito sui giorni avvenire.

1838[38]

ODE SULLA SEPOLTURA DI SIR GIOVANNI MOORE

― _DI CARLO WOLFE_ ―

Non fu sentito un tamburo, nè una nota funerea, mentre col suo corpo ci affrettavamo ai terrapieni; nè un soldato fece lo sparo dell'addio sulla fossa dove seppellivamo il nostro eroe.

Noi lo seppellimmo nell'alto della notte smuovendo le glebe colle nostre baionette, alla luce nebbiosa d'un incerto raggio di Luna, e al cupo chiarore d'una lanterna.

Nè lo racchiuse l'inutile cassa, nè lo ravvolse il lenzuolo, o il manto funerario; ma giaceva simile ad un guerriero, che si riposi tutto avviluppato nel suo marziale mantello.

Poche, e brevi furono le preci, che dicemmo senza proferire una parola di dolore; ma guardammo fisamente la faccia del morto, pensando con amarezza al dimani.

Mentre gli componevamo l'angusto suo letto, e gli appianavamo il suo solitario guanciale, pensammo, che il nemico e lo straniero passerebbero sulla sua testa, e noi saremmo lontani sull'onda!

Irreverenti parleranno dello spirito dipartito dicendogli villania sulle fredde sue ceneri; ma egli non curerà di nulla, se lo lasciano dormire nella fossa, che gli ha scavato un Britanno.

Ed eravamo al mezzo della solenne opera nostra, quando l'orologio ci annunziò l'ora della ritirata, e dal cannone lontano, spesseggiante, sentimmo che il nemico aveva cominciato l'assalto.

Lentamente, e mestamente noi lo calammo giù nella fossa dal campo della sua fama fresca e sanguinosa; non incidemmo una linea, non alzammo una pietra; ma lo lasciammo solo con la sua gloria.

― 1838[39] ―

LAMENTO DI MARIA REGINA DI SCOZIA _ALL'AVVICINARSI DELLA PRIMAVERA_

― _DI ROBERTO BURNS_ ―

Ora la natura appende ad ogni albero fiorito il suo verde manto, e stende sull'erboso prato le sue lenzuola di bianche margherite; ora il Sole rallegra le cristalline correnti, e fa lieto l'azzurro dei cieli; ma nulla può rallegrare la povera creatura, che vive stretta in un carcere.

Ora la lodoletta sorta sull'ali rugiadose desta il gaio mattino, e il merlo a mezzogiorno sulla sua frasca fa risuonare gli echi del bosco; il malverso cantando in molte note invita a dormire il giorno sonnacchioso, e tutti esultano d'amore e di libertà, senza affanni e senza catene.

Ora fiorisce il giglio sui margini, e la primarosa giù pei declivi, e nelle valli germoglia la spinalba, e bianca latte è la prugnola, e l'infimo tra i cervi della bella terra di Scozia può aggirarsi a sua posta fra tutte queste dolcezze; – ma io sola, la Regina di Scozia, debbo giacermi in una dura prigione.

Io fui regina del bel paese di Francia, dove sono stata felice; leggiera leggiera io mi levava al mattino, e gioiosa mi coricava la sera; – e sono Sovrana di Scozia, e molti sono colà i traditori; pure io son qui cinta di catene straniere, e d'interminabili angoscie.

E tu, o falsa donna, mia sorella, e nemica, – una truce vendetta affilerà una spada, che andrà traverso all'anima tua; – tu non conoscesti mai la creatura piangente nel seno della madre, nè il balsamo che cade sulle ferite del dolore dall'occhio compassionevole della donna.

Figlio mio, figlio mio! più cortesi stelle splendano sulla tua fortuna, e possano abbellire il tuo regno quei piaceri, che mai non vollero balenare sul mio. Dio ti salvi dai nemici di tua madre, o converta a te i loro cuori; e dove tu incontri un amico di tua madre, oh! per amore di me ricordati di lui!

Ah! presto presto i Soli dell'estate più non accendano per me il mattino, ed i venti dell'autunno più non agitino per me le fronde ingiallite, e nell'angusto albergo della morte imperversi l'inverno intorno di me, e gli estremi fiori onde s'orna la primavera fioriscano sulla mia pacifica tomba!

― 1838 ―

LA VITA E LA MORTE

― _DI VITALIS_ ―

Alla mattina io stetti sull'alto della montagna bella dei fiori di maggio, e vidi il sorgere del giorno lieto d'oro, e di porpora, e gridai: – o Vita come sei bella!

Era già l'ora, che il Sole sorgeva, e gli uccelli cominciavano sui rami a cantare: e l'ora, e l'armonia, mi destarono in petto vaghezza di canto, e un ardore di passioni sublimi.

E in quel punto il mio spirito si mosse al desiderio di stendere il volo lontano dalla sua dimora, si mosse al desiderio di errare come il Sole di piaggia in piaggia creatore dei fiori, e della luce.

Alla sera io stetti sull'alto della montagna, e rapito nelle preci devote vidi il sorgere della notte lieta d'argento, e di porpora, e gridai: – o Morte come sei bella!

E quando il venticello della sera venne gentile col suo fiato di balsamo, sembrommi allora, che la natura mi baciasse le guancie, e teneramente sospirasse il mio nome.

Io vidi la larghezza del cielo diffusa intorno all'universo; e gli astri venivano al cielo come fanciulli: allora le gesta degli uomini mi parvero piccole; non conobbi di grande, che il nome dell'Infinito.

Oh! come sfuma il sorriso, che veste le gioie, e le speranze terrene, allorchè nel petto al Poeta gli eterni pensieri sorgono come in cielo le stelle!

― 1838[40] ―

LA CANZONE DELLA SERA DELLO STRANIERO

― _DI WERNER_ ―

Io scendo dalla montagna, e la valle riposa, e il mare romoreggia; io vado ramingando tacito e malinconico, e un sospiro sempre dimanda: – dove?

Il Sole qui mi par freddo, e i fiori appassiti, e vecchia la vita; e l'idioma che gli uomini parlano, uno strepito discorde: – io sono dappertutto straniero.

Dove sei, o mia terra diletta, cercata, presentita, e non mai conosciuta? o mia terra così bella, e verde di speranza? o terra dove le mie rose fioriscono?

Dove erano le mie visioni, dove i miei morti riposano? la terra che parla il mio linguaggio, ed ha tutto ciò che mi manca?

Io vado ramingando tacito e malinconico, e sempre un sospiro dimanda: – dove? – E l'aure riportano indietro il sospiro, che dice: – dove tu non sei, là fiorisce la felicità.

― 1838[41] ―

SCENA QUARTA DEL TERZO ATTO NELLA MARIA STUARDA

― _DI SCHILLER_ ―

ELISABETTA

Come si chiama il luogo?

DUDLEY, CONTE DI LEICESTER

Il castello di Fotheringay.

ELISABETTA

Rimandate a Londra il séguito della nostra caccia; il popolo si accalca troppo per le strade, – e noi cerchiamo un ricovero in questo parco tranquillo.

_(Talbot allontana il séguito. Ella fissa gli occhi in Maria seguitando a parlare con Pauleto)._

Il mio buon popolo mi ama soverchiamente. Smoderati, idolatrici, sono i segni della sua gioia; – così si onora un Dio, non un mortale.

MARIA

_(la quale in questo frattempo si era appoggiata mezzo svenuta sulla nutrice, ora si alza, e i suoi occhi incontrano lo sguardo teso di Elisabetta. Essa ne raccapriccia, e si abbandona di nuovo sul seno della nutrice)._

O Dio! da quei lineamenti il cuore non parla.

ELISABETTA

Chi è la Signora?

_(Silenzio universale)._

LEICESTER

Tu sei a Fotheringay, o Regina.

ELISABETTA

_(si mostra sorpresa e stupefatta, volgendo un'occhiata cupa a Leicester)._

Chi mi fece un tal tratto? Lord Leicester!

LEICESTER

La cosa è fatta, o regina; ed or che il cielo avviò i tuoi passi a questa volta, lascia che la magnanimità e la compassione trionfino.

TALBOT, CONTE DI SHREWSBURY

Consenti, donna reale, a piegare il tuo sguardo sull'infelice, che si curva alla tua presenza.

_(Maria si raccoglie, e vuole andare incontro a Elisabetta, ma si ferma a mezzo rabbrividendo tutta; i suoi gesti esprimono una violentissima agitazione)._

ELISABETTA

Come, Milordi? Chi fu dunque colui, che mi annunziava un inchino profondo? Io trovo invece una superba in nessuna guisa domata dall'infortunio.

MARIA

E sia così. Anche a questo io vo' sottomettermi. Va, fuggi, invalido orgoglio di un'anima generosa! Io dimenticherò chi sono, e quel che soffersi, e mi getterò ai piedi di colei, che mi travolse in questa ignominia.

_(Si volta verso la regina)._

Sorella, il cielo ha deciso per voi! – La fronte vostra fortunata è cinta della vittoria; – io adoro il Dio, che tanto vi sublimava.

_(Le cade ai piedi)._

Ma siate ben anche voi magnanima, o sorella! Non mi lasciate giacere piena di avvilimento! Stendete la vostra mano, porgetemi la destra reale per sollevarmi dalla profonda caduta!

ELISABETTA

_(ritraendosi)._

Lady Maria, voi siete al vostro luogo, e ringraziando lodo la bontà del mio Dio, che non abbia voluto prostrarmi ai piedi vostri come or voi siete ai miei.

MARIA

_(con affetto crescente)._

Pensate alle rivoluzioni delle cose umane! Vivono Dei, che fanno vendetta della superbia; e venerate, temete questi terribili Dei, che mi atterrano ai piedi vostri! Per rispetto di questi stranieri spettatori, in me onorate voi stessa! Non profanate, non vergognate il sangue dei Tudor, che nelle mie scorre come nelle vostre vene. Dio del cielo! non state là dura, inaccessibile, come lo scoglio che il naufrago contende invano di afferrare. Tutto, la mia vita, la mia sorte, pendono dalla forza delle mie parole, delle mie lacrime; scioglietemi il cuore onde io commuova il vostro! Se voi mi guardate con quel guardo ghiacciato, dal ribrezzo il cuore mi si serra, la corrente del pianto ristagna, e un freddo orrore m'incatena le preghiere nel petto.

ELISABETTA

_(fredda e severa)._

Che avete a dirmi, Lady Stuarda? Voi desideraste parlarmi. Ecco, io mi scordo la regina, la tanto gravemente offesa regina, per adempiere l'ufficio pietoso di sorella, e concedervi il conforto della mia presenza. Io séguito l'istinto di un animo grande, e mi espongo ad un biasimo ben meritato scendendo tanto in fondo,.... poichè voi ben sapete, che un tempo voleste farmi ammazzare.

MARIA

Donde darò principio, e con quale artificio disporrò le mie parole, perchè vi si appiglino al cuore, ma non vi offendano? O Dio, invigorisci la mia eloquenza, levandole ogni spina, che potesse pungere! Ma tuttavia io non posso parlare a mio pro, senza gravemente accusarvi; e nol vorrei. Voi mi avete trattata come non è giusto, dacchè io sono regina non altrimenti che voi, e voi mi avete tenuta come prigione. Io venni a voi come supplice, e voi in me violando le sante leggi della ospitalità, e il santo diritto delle genti, mi chiudeste fra le mura di un carcere; – gli amici e i servi crudelmente mi furono a forza tolti; – abbandonata in una ignobile miseria; – tradotta dinnanzi a un vituperevole tribunale. – Ma non più di questo! Un eterno oblio cuopra le durezze da me patite. Vedete! Io voglio chiamar tutto questo un destino; voi non siete rea, nè io il sono; – un cattivo spirito si levò dall'inferno per infiammare nei nostri cuori l'odio, che già disunì la nostra tenera giovanezza. L'odio crebbe con noi, e tristi uomini aggiunsero soffio alla malaugurata fiamma. Stolidi fanatici la non chiesta mano armarono di spada e di stiletto. – Destino maledetto dei re è che rissando squarcino il mondo coll'odio, e scatenino tutte le furie della discordia. Ora di mezzo a noi non è più bocca straniera.

_(Le si avvicina fiduciosa, e con aria carezzevole)._

Noi stiamo adesso a fronte l'una dell'altra. Or favellate, o sorella! Nominate la mia colpa; – io voglio sodisfarvi pienamente di tutto. Ah! se voi mi aveste dato ascolto in quel tempo, che io tanto bramosamente cercava vedervi! Le cose non sarebbero trascorse tant'oltre, nè in questo tristo luogo ora succederebbe un doloroso e sciagurato incontro.

ELISABETTA

La mia buona stella mi salvò dal mettermi in seno la vipera. Non incolpate il destino, ma il vostro cuore tenebroso, e la feroce ambizione della casa vostra. Nessuna cosa nemica era accaduta fra noi, quando il vostro zio, l'orgoglioso prete feudale, che la mano audace stende a tutte le corone, m'indisse la guerra, vi allucinò a pigliare le mie armi, a farvi proprio il mio titolo regale, a scender meco in un agone di morte e di vita. Che non mi sollevò contro costui? La lingua dei sacerdoti, – la spada dei popoli, – tremende armi di una religiosa frenesia; fino qui nella sede pacifica del mio regno soffiò le fiamme della ribellione; ma Dio è con me, e il vanitoso prete non tiene il campo. – Il colpo alla mia testa fu vibrato, e cade la vostra!

MARIA

Io sto nelle mani di Dio. Voi non eccederete così sanguinosa la vostra potenza....

ELISABETTA

Chi me lo impedirà? Il zio vostro diè a tutti i re del mondo l'esempio del come si faccia pace coi proprii nemici. La festa di S. Bartolomeo sia la mia scuola! Cos'è a me il vincolo del sangue, il diritto delle genti? La Chiesa scioglie ogni legame di dovere, – consacra la rotta fede, e il regicidio; – adesso io pratico quello che insegnano i preti vostri. Dite! qual pegno mi assicura di voi, quand'io magnanima sciogliessi le vostre catene? In qual castello custodirò la fede vostra, che le chiavi di S. Pietro non possano aprirlo? La forza unicamente assecura; – colla razza delle vipere non v'è alleanza.

MARIA

Ahi! son questi i vostri neri funesti sospetti! Voi mi teneste sempre in conto come di nemica, e di straniera. Se voi mi aveste dichiarata erede vostra come a me si appartiene, gratitudine e amore vi avrebbero mantenuta in me una leale amica e parente.

ELISABETTA

Al di fuori, Lady Stuarda, sono le amicizie vostre; casa vostra è il Papismo, vostri fratelli i frati. – Voi dichiarare erede, voi! Viluppo di tradimenti! – Affinchè in vita mia il mio popolo corrompeste, ed insidiosa Armida traeste nelle reti sottili dei vostri vezzi la nobile gioventù del mio regno; – affinchè tutto si voltasse dalla parte del nuovo Sole nascente, e io....

MARIA

Regnate in pace! Io rinunzio ogni titolo su questo regno. Ah! le ali del mio spirito son tronche; – la grandezza più non mi tira: – voi l'avete ottenuta; – io non sono che l'ombra di Maria. La generosa anima si è spenta nel lungo vilipendio del carcere. – Voi avete fatto l'estremo contro di me, mi avete distrutta sul fiore. Or fate fine, o sorella! Parlate la parola per cui siete venuta; nè io vorrò creder mai, che voi veniste per irridere barbaramente la vostra vittima. Parlate questa parola! Ditemi: – voi siete libera, o Maria! Avete provata la mia potenza, adesso imparate ad onorare la mia magnanimità. – Ditelo, ed io riceverò la vita, la libertà, come un dono delle vostre mani. Una parola rende tutto non avvenuto. Io l'aspetto. Oh! non mi fate più a lungo struggere di desiderio. Guai a voi, se non finite con questa parola! Imperciocchè se voi or non partite da me benefica, generosa, come una Divinità, – sorella! non per tutta questa ricca Isola, non per tutte le terre che il mar circonda, vorrei stare dinnanzi a voi come voi state dinnanzi a me!

ELISABETTA

Vi date alfine per vinta? Abbandonate le frodi vostre? Non vi son più assassini pronti a ferire? non vorrà più nessuno avventuriere cimentare per voi la trista cavalleria? Sì, tutto è finito. Lady Maria; – voi non sedurrete più nessuno contro di me. Il mondo ha ben altre cure: a nessuno talenta diventare il vostro – quarto marito; dacchè voi uccideste i vostri amanti al pari dei vostri mariti.

MARIA

_(con impeto)._

Sorella! sorella! O Dio! Dio! dàmmi moderazione!

ELISABETTA

_(la guarda lungamente con occhio di superbo disprezzo)._

Questa è pertanto la leggiadria, Lord Leicester, che nessuno impunemente rimira, cui nessuna altra donna ardisce paragonarsi! Certo! è gloria da conseguirsi con poco! Per esser la bellezza comune altro non costa che farsi a tutti comune!

MARIA

Questo è troppo!

ELISABETTA

_(con riso beffardo)_

Ora voi mostrate l'aspetto vostro sincero; fin qui non fu che una maschera.

MARIA

_(accesa di collera, ma con nobile decoro)._

Io ho fallato umanamente, e da giovane; il potere mi traviò, nè l'ho taciuto, o nascosto, ma con reale franchezza ho dispregiato le false apparenze. Il mondo sa il peggio di me, ed io posso dire d'esser migliore della mia reputazione. Guai a voi, se un tempo leverete dalle vostre azioni quel manto di onore, onde voi splendidamente coprite le fiere voglie di una segreta libidine! Da vostra madre non aveste in retaggio l'onestà; e tutti sanno per via di quali virtù Anna Bolena ascendeva sul palco.

SHREWSBURY

_(entrando di mezzo alle due regine)._

O Dio del cielo! a questo doveasi giugnere! Lady Maria, è questa forse moderatezza, sottomissione?

MARIA

Moderatezza! io ho sofferto quanto l'uomo può soffrire. Esci, o rassegnazione, dal cuore d'agnello! vola in cielo, tollerante pazienza! rompi i tuoi legami, esci dalla tua spelonca, o rancore così a lungo racchiuso! – e tu, che all'irritato basilisco desti lo sguardo omicida, tu ponmi sulla lingua l'avvelenata freccia![42]

SHREWSBURY

Oh! ella è fuor di senno! Perdonate in lei il furore, la potente irritazione!

_(Elisabetta, muta di collera, lancia occhiate furiose sopra Maria)._

LEICESTER

_(nella più veemente agitazione tenta di menar via Elisabetta)._

Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo malaugurato!

MARIA

Il trono d'Inghilterra è da una bastarda profanato: – il nobile Popolo Brittanno è da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perchè io sono la vostra regina.

_(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella più alta confusione)._

― 18...? ―

NOTE:

[29] «Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura di Ginevra.

Quest'uomo grande, – poichè gli dànno diritto a tal nome la forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti, e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina moltiplice, e lo spirito arguto, – questo uomo grande susciterà la maraviglia di chi può esser tuttora commosso da una virtù eroica, e spirerà sempre la più viva riconoscenza nel cuore dei Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno de' suoi più saldi sostegni, e per assicurare la libertà della nostra Repubblica non temè di perdere spesso la sua; nè curò il suo riposo, e dispregiò le sue ricchezze, nulla lasciando per convalidare la felicità di un paese, che volle onorare scegliendolo a patria; e da quell'ora l'amò come il più caldo de' suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuità del filosofo, e coll'ardore del patriotta.

Nel cominciamento della sua storia dice, _che dopo aver principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne la causa:_ – e questo genio di libertà certamente gli fece adottare a patria Ginevra.

Bonnivard tuttavia giovane si dichiarò altamente difensore di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519 Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il risentimento; però volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni. Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poichè le sue sventure non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, però era un nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel 1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna fattisi padroni del paese di Vaud.

Uscito di schiavitù ebbe il conforto di trovare Ginevra libera. La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella lo accolse cittadino, e gli diè la casa un tempo abitata dal vicario generale, e gli assegnò 200 scudi d'oro finchè dimorasse in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento.

Bonnivard non cessò mai d'esser utile; e dopo aver faticato a render Ginevra libera, gli riuscì a renderla tollerante, conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro facevansi; e il conseguì con la sua dolcezza.

Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascurò perchè le scienze avessero sede in questa città nascente. Nel 1551 _donava al pubblico la sua biblioteca_, e quei libri formano parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma nol possimo accertare, dacchè nella Necrologia v'è una lacuna dal mese di Luglio 1570 fino al 1571».

[30] «Così narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo sì breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e a questa causa più che alla paura vuolsi attribuire siffatto cangiamento in quella regina».

[31] «Il castello di Chillon è situato fra Clarens, e Villanuova, la quale giace ad una estremità del lago di Ginevra. A mano manca del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret, e S. Gingo. Dietro al castello vi è un monte vicino, e sopra vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura, è stato scandagliato sino alla profondità di 800 piedi francesi. Dentro al castello vi è una fila di prigioni, dove chiudevansi i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perchè una ve n'è mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: – egli vi stette chiuso parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, allorchè Giulia salva dall'acqua uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla immersione la conduce a morte».

[32] «Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano da Chillon, vi è un'isola piccolissima, la sola che io potessi scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi, io credo non più di tre; e dall'esser così sola, e così piccola, produce un effetto singolare alla vista.

Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota così minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e le sue virtù. Le poche notizie della sua vita mi furono date da un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica libertà».

[33] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 44._

[34] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I._

[35] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843._

[36] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843._

[37] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843_.

[38] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I._

[39] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

_Questo canto, di cui s'ignorò per qualche tempo l'origine, fu successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si accertò esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore degli anni, e delle speranze. ― Sir Giovanni Moore soccombè nella battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna._

[40] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

[41] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

[42] _Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile, sebbene qua e là in esse s'incontri identità quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d'intendere._

_Il Ferrario traduce: «_E tu, cui l'incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta_». ― Vedi _Teatro scelto di SCHILLER, trad. da P. Ferrario_; vol. II, pag. 125, – Mil. 1819._

SISMONDO DE SISMONDI

SISMONDO DE SISMONDI

― _DI ALFREDO REUMONT_ ―

L'Italia più d'ogni altro paese ha sempre attratto ed occupato di sè i forestieri; nè intendo per questo ch'ella se n'abbia a rallegrare; poichè cosa abbia fruttato questa forza d'attrazione, osservata sotto l'aspetto politico, noi lo vediamo ogni giorno con gli occhi nostri senza bisogno di svolgere le pagine dei suoi annali, e sotto l'aspetto letterario ce lo dimostrano quelle infinite sozzure, le quali anno per anno riboccano dai torchi di Francia, d'Inghilterra, e sopratutto d'Alemagna, il perchè fu detto ingegnosamente l'Italia essere stata mai sempre oltraggiata in antico dalle armi, e adesso dalle penne dei Barbari che la visitano. – Ma per fortuna, e come ragion vuole, non sono mancati mai a quando a quando uomini ragguardevoli, che facessero questa terra soggetto dei loro studi, e massimamente nel genere storico gl'Italiani vanno debitori d'assai ai forestieri. E per non dire dei più antichi, e di quei tanti che trattarono la Storia delle Arti, Roscoe, Hallam, Shepherd, Perceval, Ginguené, Daru, Fauriel, Artaud, il Duca de Luynes, Lebret, Bouterweck, Voigt, Schlosser, Savigny, Raumer, Hurter, Rancke, Witte, Leo, Gervinus, Barlhold, Höfler, C. Meyer, Rudelbach, Gaye, Papencordt, Dönniges, ed altri molti, hanno pagato un ricco tributo di devozione e di affetto _al bel paese ove il sì suona_. Ma più di tutti è da nominarsi il Sismondi, e per quanto egli si occupasse seriamente d'altri popoli ancora, e d'altri paesi, il suo cuore appartenne all'Italia, e agli Italiani, e s'immedesimò nella gloria e nella grandezza di lei, e partecipò caldamente ai suoi avversi destini, considerando quella terra come sua patria, e come amici e fratelli i suoi abitatori.

Gio. Carlo Leonardo Sismondo De Sismondi, nacque a Ginevra il 9 maggio 1773. Egli apparteneva a famiglia di origine Toscana, e nel Canto XXXIII dell'Inferno di Dante, Ugolino della Gherardesca insieme ai Gualandi e ai Lanfranchi rammenta i Sismondi tra le grandi casate di Pisa. Al principio del Secolo XVI questa famiglia cambiò l'Italia colla Francia, e dipoi colla Svizzera francese. Egli non aveva anche bene 20 anni, che la Rivoluzione lo cacciò co' suoi in Inghilterra, e ritornato lo multò di pecunia e di prigione, poi lo ricacciò di nuovo, ma questa volta in Toscana, dove sulle prime, e durante la conquista francese, ebbe a sostenere più e diverse vicende. Per la qual cosa nel proemio agli _Studi sull'Economia politica_ si esprime per tal modo: «Per lo spazio di 16 anni io sono stato iteratamente il giuoco delle rivoluzioni, che la lotta cominciata nell'ottantanove suscitò in ogni parte del corpo sociale. Ho sofferto nella persona e negli averi, e ho riguardato da vicino le passioni del popolo mescolandomi a quelle, e così ogni studio e meditazione di cui fossi capace ho congiunto a quella esperienza che mi diedero gli avvenimenti, dei quali talvolta mio malgrado fui testimone».

Sulla riva destra dell'Arno tra Firenze e Lucca giace una grande vallata per dove scorre la Nievole, che le dà il nome, in alcuni luoghi paludosa e malsana, ma più in antico, perchè nelle battaglie di quei vicini stati fino ai tempi del gran Castruccio interi eserciti su quel suolo perivano, ed oggi assai meno, perchè il male in gran parte fu rimediato. La valle però nel complesso è oltremodo fertile, e coltivata accuratamente a guisa d'immenso giardino, traversata da una fila di colline ricche di viti, e a settentrione difesa dalle selvose e pittoresche montagne di Pistoia. Chi poi da Pistoia movendo scende giù per le forre di Serravalle alle salutifere e frequentate sorgenti di Montecatini, e di là si reca alla deliziosa Pescia capoluogo della valle, comprende appieno la bellezza di questo paese, di cui il Sismondi ritrasse con sì liete immagini l'agricoltura, e gli uomini. A Pescia pertanto dimorò lungo tempo il Sismondi, rattenendolo ancora i legami di famiglia, perchè la sua sorella Sara si maritò con un gentiluomo assai riputato del luogo, Antonio Cosimo Forti, il di cui figlio Francesco, giovane di bellissimo ingegno, e giureconsulto profondo, fu rapito troppo presto alle scienze; e quivi più tardi egli si comperò un possesso, e in ultimo vi passò molte ore felici nel 1836, e 37. E fu nella sua lunga dimora in Toscana, che gli si destò nell'animo l'idea di scrivere la Storia d'Italia del Medio-Evo; e con quella diligenza e tenacità proprie di colui, che dalle indagini severe del soggetto aveva inferito e misurato la grandezza e le difficoltà dell'impresa si consacrò a quegli studii, che dovevano abilitarlo all'esecuzione del suo disegno. E circa il 1800 principiarono le sue ricerche, e otto anni dopo comparve la prima parte della _Storia delle Repubbliche Italiane del Medio-Evo_. Tornato a Ginevra continuò i suoi studii, tenne lezioni di Storia politica e letteraria in un cerchio d'uomini e di donne, prese molta parte nel governo e negli affari, fece lunghi viaggi nella sua patria, in Inghilterra, in Alemagna, e visitò da capo l'Italia, di cui apprese a conoscere ogni luogo, di cui prediligeva gli abitatori, e dove trovò tante e siffatte accoglienze, e cortesie, e ricambi d'amore, che dovevano a forza far buono al suo cuore. E i segni d'amicizia e di reverenza, che gli erano fatti colà, soleva pregiare più altamente di quelli, che in egual misura gli erano fatti altrove. Perfino nell'ultima dolorosa infermità, un cancro dello stomaco, ove più o meno sofferse due anni di séguito, lo teneva preso incessantemente il pensiero, compiuta la _Storia dei Francesi_, di tornarsene a Pescia, e quivi colla sua moglie inglese, alla quale già attempato si era stretto in felice matrimonio, chiudere la vita in mezzo ai suoi nepoti superstiti. E di fatti alla fine del passato Maggio scriveva ad un Fiorentino suo amico, che come prima potesse intendeva venire in Toscana, e aver già mandato una parte dei suoi libri. Ma egli morì il 25 Giugno a Chêne sua villa presso Ginevra.

Le opere letterarie del Sismondi, frutto d'una vita ben travagliata, hanno fatto il suo nome immortale, e per quanti obietti in genere o in ispecie possano farsi alle sue grandi opere, conviene pur sempre annoverarlo tra i più notabili Storici del Secolo XIX. Nè questo è il luogo di passarle per esteso in esame, tanto più che poco o assai sono state tutte ad una ad una riviste; ma ben possiamo riunirle, e delinearne il carattere generale, ora che lo Scrittore è sparito, e in sua vece ci stanno dinnanzi aperti i suoi scritti. Ed apriremo la serie colla prima grand'opera, la _Storia delle Repubbliche Italiane del Medio-Evo_. Lodovico Antonio Muratori fu il primo, che la massa immane di notizie custodite nelle cronache e nelle storie raccolse e ordinò nei suoi _Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1500_, che poscia continuò sino al 1749. E nessuno era più acconcio di lui a quel lavoro, poichè la pubblicazione della gran raccolta degli _Scrittori delle Cose Italiche_ lo aveva messo dentro alla perfetta cognizione d'infiniti documenti storici di quella fatta, e così ebbe campo, esercitando il suo acume, il suo spirito d'ordine, ed una instancabile diligenza, di procacciarsi una dottrina smisurata. Però questi Annali non sono propriamente una storia ben elaborata; raccontano anno per anno quello che accadde, mettendo sulla scena una dopo l'altra terre e città, senza che l'uomo acquisti un'idea netta dello sviluppo organico, che si opera nella vita sociale; i fatti soli stanno là, e il più che si pone mente è alle guerre, e agli avvenimenti esterni, senza rilevare i cambiamenti nelle costituzioni, le quali per tal modo riesce arduo spiegare, se non impossibile. – Lo stile è quello d'una narrazione affollata, disadorna, e spesso mancante troppo di dignità. Nondimeno questi Annali sono l'aiuto il più efficace per ritrovarsi nel labirinto delle storie delle città italiane, ma leggerli per intiero, o volervi imparare la Storia, non sarebbe sì agevole. Dal Muratori al Sismondi gl'Italiani fecero poco per la loro storia universale. _Le Rivoluzioni d'Italia_ del Denina, uscite la prima volta nel 1769, sono un libro assai letto, ma fatto piuttosto per la comune dei lettori, che per i dotti; scritto però con spirito e vivacità, e per questo ristampato sovente, e per le mani di tutti, sebbene gli uomini oggi pretendano più assai dalle storie, e molti punti di quel libro non reggano di fronte alla critica. Queste due opere sono le uniche, che trattino a mia saputa la storia d'Italia fino ai tempi più recenti. Dopo il libro del Denina non venne cosa che meriti discorso, e l'opera molto studiata del Tedesco Lebret fu appena conosciuta di quà dall'Alpi. – Ora poi, che la prima Storia del Medio-Evo Italiano completa e ben fatta uscisse dalla mente d'uno straniero, nessuno l'avrebbe aspettato. Ben è vero, che ella fu scritta sotto cielo italiano, anzi in Toscana, il centro vero della Civiltà Italica, il _foco_ dove convergono i raggi della gloria dei secoli di mezzo, il paese che meglio d'ogni altro chiarisce gli eventi e gli effetti che ne uscirono, dove meglio che altrove allo spirito d'indagine vengono offerti aiuti, lumi e conforti. La prima parte delle _Repubbliche Italiane_ apparve nel 1807, e or sono due anni uscì la terza edizione in Parigi, senza contare le ristampe del Belgio, e le traduzioni italiane, e tedesche. Dalla formazione dei liberi stati, dalla lotta dei Municipi colla supremazia imperiale, dal trionfo dei primi, e dall'infiacchimento dell'ultima, questa Storia arriva sino all'epoca di Carlo V, nella quale l'Italia parte obbediva agli stranieri, come il regno delle due Sicilie, e il Ducato di Milano, parte a Signori nazionali, alcuni dei quali portavano il titolo di vassalli dell'Impero, alcuni del Papa, e altri ambedue questi titoli, ma in sostanza governavano assai liberamente, come i Duchi di Savoia, Mantova, Ferrara, Massa, Urbino, e via discorrendo; e delle Repubbliche rimaste in piedi, Venezia benchè d'assai indebolita manteneva sempre una grande potenza, Genova faticosamente si destreggiava tra Francia e l'Impero, Lucca e Siena esistevano per grazia speciale, e la seconda per poco, mentre Firenze, dopo tre anni di sforzi magnanimi per rompere le catene in cui l'avevano messa i suoi cittadini, periva per sempre. E così il Sismondi imprese a descrivere l'epoca la più importante, la più viva, la più operosa della storia d'Italia, dedicandosi a questa impresa con tal calore da mettere in evidenza quanta parte prendesse nel fato di quei popoli, e con quella costanza di proposito, e dignità di coscienza, che a così alto grado l'innalzano come scrittore. Studiò colla più grande applicazione, e adoperò tutti i materiali che potè avere, nè gli rimase sconosciuta cronaca importante, o storia che valesse. Ma per quanto io sappia non fece ricerche di archivi, e si servì affatto di cose stampate. Le materie pertanto così radunate dispose in bell'ordine, e compose l'opera. Lo stile è scorrevole e chiaro, e si trova nel Sismondi quel singolare dono che hanno i Francesi della lucidità e precisione, senza potergli apporre la taccia di superficialità, di che sovente furono biasimati gli scrittori di quella nazione, massime i più antichi, giacchè molto diverso mostrasi l'operare di parecchi tra i moderni. E un benefico calore di sentimento spira per tutta l'opera, e i grandi avvenimenti sono dipinti con verità, e aggruppati con arte, e i personaggi hanno vita e movimento. Non di rado la narrazione si leva ad una certa grandiosità, e procede con andamento conveniente al soggetto, a vicenda concitato e tranquillo, e prende quell'ampiezza di spazio opportuna al giusto sviluppo dei caratteri, e alla retta estimazione delle circostanze. Ma l'opera non è di certo senza difetti, e molto potremmo opporre all'esattezza dei fatti, e la critica storica non è maneggiata con quell'acutezza, che in tanta e così disparata vastità di materie sarebbe stato necessario. Non è chi non senta, che l'Autore non ha studiato gli archivi, cosa per vero dire quasi impossibile nella composizione d'un libro, che abbraccia tanti stati, e tanti secoli, – e molte cose, che narra il Sismondi sulla fede di antichi scrittori, e in parte contemporanei, colla scoperta di documenti e d'altri testimoni hanno già presa diversa fisionomia e valore, e la vanno prendendo ogni giorno, nè può essere altrimenti col progredire delle ricerche e della scienza. La quantità dei fatti registrati nei ricordi municipali, il rimescolarsi continuo delle storie di tante città e famiglie, ne rendono spesso faticosa la lettura, e ne scemano l'effetto; e in una Storia avviluppata, inestricabile, com'è l'italiana, è fuor di modo difficile serbar le misure, e impedire, che tratto tratto non occorra una lista di nomi, e un nudo scheletro di avvenimenti e di affari, che mal corrispondono al concetto del lettore. Una delle parti più deboli dell'opera è lo sviluppo delle costituzioni repubblicane, e delle modificazioni che col tempo subirono, e qui non ci sono solamente lagune, ma molte cose che addirittura non reggono. – Le cognizioni del Sismondi intorno alla storia dei governi e del diritto, e intorno alla legislazione degli statuti, per quanto s'industriasse, erano scarse, nè bastavano all'uopo; e il modo onde espone l'ordinarsi delle città, cioè come si componessero delle amiche istituzioni romane, massime del Decurionato, delle costituzioni ecclesiastiche, delle immunità ed autorità dei vescovi nelle loro sedi, delle istituzioni Germaniche, e principalmente del magistrato degli Scabini, – il modo onde espone il nascimento delle leghe dei Comuni, che rappresentarono una parte così importante, la fondazione dei feudi e la posizione della nobiltà libera e della feudale, e le vicende della proprietà, che così essenzialmente si connettono alla forma politica delle nazioni, – questo modo, dico, lascia immensamente da desiderare, nessuno facendosi immagine giusta di siffatte cose, e trovandosi come smarrito in regione mezzo incognita. E così il difetto di precisione e di lucidezza nel rappresentare le condizioni di quei tempi più antichi ha dovuto esercitare per forza un cattivo influsso sul modo di ritrarre e distinguere i successivi.

La _Storia delle Repubbliche Italiane_ è scritta sotto l'ispirazione d'un sentimento democratico. Questo sentimento ha dato una vita commossa e un colorito caldo a certe parti qua, e là, ma nel tempo stesso ha prodotto una monotonia, che, come sempre avviene scrivendo storie con soverchio studio di sistema, nuoce alla verità, anche senza intenzione dell'Autore. Perocchè non vorremo affermare che il Sismondi abbia a bella posta svisato il carattere storico; pure non è da negarsi, che forse senza giustamente saperlo egli non abbia di frequente sparso d'una tinta falsa i ritratti delle persone e dell'epoche. E, per citarne solo un esempio, il caso si verifica nell'ultima parte dell'opera riguardo a Cosimo I dei Medici. Ma per quanto il Sismondi restasse fedele alle sue massime repubblicane, queste nondimeno coll'andar degli anni subirono in teoria come in pratica notabili modificazioni. In questi anni però egli poco si occupò delle Storie Italiane, ed io stesso nel verno del 36-37 l'intesi chiamarsene veramente spossato: – benchè sino all'ultimo della vita avesse nel cuore e nella mente l'Italia. – Nel 1830 intraprese un compendio della grand'opera, che súbito apparve in inglese nella _Ciclopedia di Gabinetto_ del Dottor Lardner, e nel 32 uscì in Francese a Parigi col titolo – _Storia del rinascimento della Libertà in Italia. – _Questo libro contiene la sostanza del primo, e nel proemio fa questa osservazione, «che quando un uomo lavora lungamente intorno a un soggetto, s'innamora così anche dei più lievi particolari, che stima dover riuscire grati egualmente al lettore, che all'autore; ma solo più tardi allargando la vista, e maggiormente affrancando il giudizio, vede cosa sia o non sia veramente essenziale.» Tale compendio ha molto merito, e si legge volentieri, e chiude in un contorno più esatto quei tempi memorabili, dando rilievo ed espressione agli avvenimenti più capitali; ma per l'indole sua, e per la mole, non può dare che una scarsa e troppo superficiale notizia delle Storie Italiane.

L'apparizione dell'opera del Sismondi fu gran ventura per la Storia d'Italia, e senza dare nel falso possiamo ascrivere all'effetto di questo libro una sostanziale influenza. Più specialmente però fu sentita la necessità di avvalorare i fatti con prove autentiche; e mentre lavori storici usciti da penne tedesche, e da scrittori di qualche altra nazione, illustrarono vie maggiormente le cose italiane, nell'Italia stessa ebbe luogo la pubblicazione di molti documenti originali, la quale in gran parte è dovuta all'eccitamento prodotto dal Sismondi[43].

Più e diversi ingegni da quell'epoca in qua ha esercitato la Storia universale d'Italia; e quand'anche la sterminata _Storia d'Italia antica e moderna_ di L. Bossi uscita nel 19 non contenti i più severi intelletti, vuolsi però rammentare il Botta, il più grande Storico dell'Italia nei tempi moderni, ed uno dei suoi più valenti scrittori; il quale, oltre un rapido cenno della Storia Italiana in lingua francese, descrisse i tempi dell'influenza francese dal 1789 al 14, e quindi continuò il Guicciardini abbracciando tre secoli e mezzo, da Paolo III allo scoppio della Rivoluzione, – opere di cui la fama anche più durabilmente è fondata per la politica opposizione cui diedero appiglio. Cesare Balbo cominciò una Storia universale d'Italia, che condusse soltanto sino alla rovina del Regno Lombardo. – Carlo Troya, che col suo bel libro sull'epoca di Dante aveva eccitato una grande aspettazione, compose una storia del Medio-Evo, che finora comprende solamente le migrazioni dei popoli, e le calate dei forestieri in Italia, e questo ancora non compiutamente. – G. Borghi, l'elegante traduttore di Pindaro, scrive un _Discorso_, come egli lo nomina, _sulle Storie Italiane dall'anno 1.º dell'era volgare all'anno 1840_, del quale abbiamo i primi due volumi. – A. Ranieri tratteggiò i tempi di Teodorico sino a Carlo Magno col titolo – _Della Storia d'Italia dal V al IX Secolo_. – A. Coppi ha continuato gli Annali del Muratori dal 1750 al 1819, e promette di seguitare sino al presente. Nè furono lasciate indietro le Storie del diritto, e dei governi, e tra queste si debbono principalmente annoverare le _Vicende della proprietà in Italia dalla caduta dell'Impero Romano fino allo stabilimento dei feudi_, del Baudi De Vesmes, e del Fossati; – il trattato del Ricotti – _Sulla Milizia dei Comuni Italiani nel Medio-Evo_, – cui si rannodano le ricerche del Promis intorno allo stato delle artiglierie al principio del Secolo XVI, inserite nell'Architettura Civile e Militare del famoso Francesco di Giorgio da Siena edita dal Conte Cesare di Saluzzo; – il _Saggio sull'Amministrazione finanziaria del Regno d'Italia dal 1802 al 1814_, e la Storia dell'Economia politica in Italia, di G. Pecchio; – la _Storia dell'Economia politica nel Medio-Evo_, e il _Trattato delle Finanze di Savoia nei Secoli XIII, XIV_, di L. Cibrario; – i _Due Libri delle Istituzioni Civili_, di F. Forti; – la _Storia della Legislazione Italiana_, di F. Sclopis, della quale apparve la prima parte, che contiene _le Origini_, – e le opere storiche di L. Bianchini sulle Finanze del Regno delle due Sicilie.

E andrei tropp'oltre, se volessi tutte designare le Storie speciali, che apparvero modernamente. E d'ogni tempo gl'Italiani coltivarono con lodevole zelo questo ramo di studi, e con quanto séguito lo mostra la ricca Letteratura degli ultimi anni[44].

Nel 1818 terminò il Sismondi la Storia delle Repubbliche col 16.º volume, il quale dopo aver narrato la caduta della Libertà Toscana tocca di volo gli avvenimenti posteriori sino al Secolo XVIII. E poco appresso pose mano alla _Storia dei Francesi_, opera più grande ancora della prima, e che richiedeva maggior animo, trattandosi di superare tanti antecessori, – e maggior perseveranza, perchè più sterminata era la massa delle materie. A principio fu suo intendimento fermarsi al termine delle guerre di religione, e all'editto di Nantes, – e a questo punto, – egli diceva, – arriva propriamente il Medio-Evo francese. – Ma poichè ebbe compiuta in 21 volumi questa parte del suo lavoro, gli venne occasione di proseguirlo sino alla Rivoluzione francese, per altro con proporzioni più brevi assai della prima metà. Questa impresa l'occupò sino agli estremi della vita, talchè lasciò intero il manoscritto dell'ultima parte. I patimenti fisici invece di smorzare il suo ardore sembravano accenderlo viepiù. Due settimane prima della morte rivide le prove del volume 28.º, che arriva al 1750, e venne in luce già defunto l'Autore. E in quel modo che già diede un compendio delle Storie Italiane, compose, in quello spazio di riposo, che gli fu concesso dal condurre l'opera sino al 1598 giusta il primitivo disegno, un compendio simile di quest'ultima, che sotto il nome di – _Compendio della Storia dei Francesi_ – abbraccia l'epoca anzidetta. E quivi è raccolta, com'egli considera, la serie intera dei tempi propriamente storici; e quanto ai secoli seguenti non è mestieri d'un lavoro siffatto, perchè l'uomo più volentieri ama cercarne le notizie in quei libri, che appartengono alla leggiera Letteratura, – nelle memorie, nei ricordi, nelle tradizioni di famiglia, – che negli scritti i quali richiedono uno studio più intenso. Un tal ristretto però non basta a chi vuole veramente apprendere le Storie della sua patria; ma può servire a coloro, che non mirando a tanto cercano un mezzo di richiamare alla memoria i capi più essenziali, o finalmente un prospetto generale delle cose. In qual rapporto quest'opera gigantesca del Sismondi stia colle grandi o piccole, universali o parziali opere dei moderni Storici francesi, colla _Storia dei Francesi_ di Michelet ora avanzata sino alla mania di Carlo VI, coi lavori di Agostino, e Amedeo Thierry, coll'infaticabile e fecondo Capefigue, col Barante, col Villeneuve-Trans, col Lemontey, col Sainte-Aulaire, col Mignet, colle innumerevoli Storie particolari di provincia, col Segur, col Lacretelle, col Bazin, e tanti altri, che sarebbe soverchio rammentare, incomberebbe il giudicarlo ai critici francesi, mentre finora poco o punto profersero sentenza su questa opera del Sismondi. – Mi resta inoltre da nominare un lavoro storico uscito nel 35, – _Storia della caduta dell'Impero Romano, e della decadenza della Civiltà dal 250 al 1000_. E qui l'Autore principiando da una monarchia universale, ce la mostra soccombere all'urto di quei popoli, che non sapeva più contenere. E vediamo tosto questi popoli affaticarsi a ristabilire ciò che avevano distrutto, e da questo affaticarsi vediamo sempre più turbato l'ordine sociale del mondo antico, e come finalmente le società umane ritornano sempre più ai loro primitivi elementi, – al congregarsi isolato delle genti nelle città e nelle terre. Quindi comincia propriamente la formazione dei nuovi regni. – Questo libro non ha troppo merito scientifico, ripetendo l'Autore i resultati delle sue prime indagini, e presentandoli sotto il colpo d'occhio della Storia universale. Ciò che dissi dei difetti che trovansi nello sviluppo delle condizioni italiche, può ripetersi egualmente rapporto a quest'ultimo lavoro.

L'opera – _Della Letteratura del mezzogiorno dell'Europa_ – nacque da una serie di lezioni tenute dal Sismondi in Ginevra; e stando al suo primo disegno, doveva contenere la Storia letteraria di tutta l'Europa. Pure, così com'è, oltre un'introduzione intorno all'estinguersi dell'idioma latino, e al formarsi delle lingue romane nel mezzogiorno dell'Europa, contiene la storia letteraria degli Arabi, dei Provenzali, dei Trovatori di Linguadoca, degl'Italiani, degli Spagnuoli, e dei Portoghesi. La storia degli ultimi tre popoli è condotta sino alla fine del Secolo XVIII, terminando col Parini, Monti, Pindemonte, Yriarte, Melendez Valdes, Manoel, Cruz e Silva, e Da Cunha, ma la letteratura Italiana è più distesamente trattata. E mentre il Sismondi cominciò il suo lavoro, non era uscita peranche la celebrata opera del Ginguené, della quale egli si giovò notabilmente nelle successive edizioni. Ma coll'averlo riveduto e ingrandito non per questo riuscì libro per i dotti, ma piuttosto adattato alla comune dei lettori. Nè vi si trovano profonde ricerche, ma una cognizione familiarissima di Dante, e dei più egregi scrittori, e un caldo senso delle loro bellezze. Mancano le vedute larghe e grandiose, manca un'intuizione profonda nell'essenza dell'Italiana Letteratura, una definizione propria e distinta delle epoche e degli scrittori, specialmente dei prosatori, tra i quali sporge principalissimo il Machiavelli. La critica dell'Autore trascorre la superficie, ma il libro dà facili indizi, che fu composto da un uomo, che conosce a fondo, ed ama sinceramente l'Italia, e le sue Lettere. Il difetto più grande degli altri però occorre súbito sul principio, ed è il non dimostrare chiaramente come al finire del Secolo XIII, e al cominciare del XIV, la prosa e la poesia si svolgessero dai primordi della Lingua e delle Lettere, cose che l'Autore a torto mette in un canto come nude anticaglie. E così dopo un paio di pagine siamo súbito a Dante, saltando in questa guisa un periodo importante, che in tempi più recenti fu meritamente considerato, e reputato indispensabile alla giusta intelligenza dell'Allighieri, e del suo secolo. E i caratteri del Poeta sovrano sono fiaccamente rilevati, mentre è più sensibilmente ritratta l'epopea romanzesca. Con tutte queste mende, che più ancora devono risaltare in quelle parti dove tratta della Spagna e del Portogallo, per le quali più che al suo giudizio è costretto fidarsi all'altrui, e dove pare che abbia profittato del nostro Bouterweck, e dello Schlegel per il dramma, – parti sulle quali io debbo astenermi di pronunziar sentenza, – con tutte queste mende il libro ha tuttavia molto merito, e può grandemente servire a coloro, che non hanno bisogno di addentrarsi tanto nel soggetto, intrecciandosi quivi in bell'ordine la biografia coll'analisi, la storia universale, e la politica, e gli eminenti personaggi.

Questi sono i lavori storici e letterari del Sismondi, ai quali può aggiungersi un Romanzo storico – _Giulia Severa_, – in cui cercò descrivere lo stato delle Gallie al momento delle grandi commozioni dell'Impero Romano, e delle nazioni occidentali, romanzo nato di certo sotto l'influenza dei racconti di W. Scott, ma senza la forza vivificante colla quale lo Scozzese afferra le masse storiche, e le locali particolarità, e le compone in un complesso maraviglioso. Nè si arrestò a questi lavori, – e mentre faceva argomento d'indagine e di meditazione i politici eventi dei passati secoli dal punto della Romana Grandezza sino alla Rivoluzione, che minacciò distruggere, e in gran parte distrusse, gli antichi sistemi d'Europa, questi medesimi studi consacrava a vedere le condizioni più intime delle nazioni, cercando darsi ragione delle virtù e dei vizi del loro ordinamento sociale rispetto alla legislazione, alla divisione della proprietà fondiaria, all'agricoltura, all'industria, al commercio, alle colonie etc., e così scandagliando le più alte questioni d'Economia politica teoricamente, storicamente, ed anche praticamente. Il primo lavoro di questo genere fu a mia notizia il – _Quadro dell'Agricoltura Toscana_, uscito nel 1801; e poco dipoi scrisse – _Della ricchezza commerciale, o sia Principii d'Economia politica applicata alla legislazione del commercio_, – che più tardi rifece sotto il nome di – _Principii nuovi d'Economia politica_. – Attempandosi tornò con più vivace alacrità a questi studi, e soleva dire, che dopo avere tanti anni lavorato il campo della Storia, gli era conforto l'abbandonarsi a ricerche, che si profondano tanto nelle viscere dell'organismo sociale, e ci porgono la più giusta misura per regolarci nel maggior numero dei casi, mettendo in luce le cause della debolezza e della forza. – _Gli studi sulla Scienza Sociale_, riassunto in parte di diversi articoli dispersi in più giornali, furono l'ultimo frutto di queste indagini, che intendeva estendere più oltre. La prima sezione racchiude gli – _Studi sulle Costituzioni dei popoli liberi_, – esame teorico delle libere costituzioni in genere. In quest'opera si tratta prima dei diritti, che il popolo può o deve guardare. E si espongono i pericolosi traviamenti generati dalla pretensione della democrazia al supremo potere, e dal desiderio del suffragio universale; – e si rappresenta come i meno sieno chiamati al governo in virtù della loro educazione, e come il suffragio universale sia cosa retrograda, fondando la maggiorità di coloro che non hanno volontà propria, la maggiorità degl'ignoranti, e degl'indifferenti; – e quali sieno i vantaggi del sistema rappresentativo nella sua purità, mentre da coloro, che si affaticano a rendere democratici i grandi stati, un tal sistema vien considerato come mezzo di dare la sovranità al più grosso numero di voci; – e come il preteso voto del popolo, e le assemblee costituenti posino sostanzialmente su delle illusioni. Il popolo è considerato in contrapposto al governo; e mentre l'idea della così detta sovranità del popolo vien chiarita naturalmente falsa e pericolosa, s'insiste sulla necessità di costituire sapientemente le Comuni come l'elemento il più proprio dello stato, con delle corporazioni le più possibilmente libere e legali. E il popolo dovrebbe partecipare alla giudicatura mediante il _Giury_, (notandone i vizi nell'odierno sistema francese), e all'ordinamento militare mediante la guardia nazionale. E mentre si parla del consiglio nazionale, si fa conoscere la necessità della preponderanza d'un potere centrale su quello delle Comuni, colla facoltà ad ogni stato della rappresentanza di esprimere i proprii interessi; si tratta della maggiore o minore libertà di discussione secondo i casi, e della influenza dannosa d'una stampa irritatrice, a freno della quale dovrebbero applicarsi regole e forme parlamentarie. Nello sviluppo delle costituzioni poi gli elementi aristocratico e monarchico vengono contrapposti al democratico, il primo come corpo separato costituente sè stesso per impedire che la minorità della nazione soggiaccia alla maggioranza; e quindi vengono considerati per la loro essenza ed effetti, e si mostra come tutti e tre gli elementi debbano sottostare alla ragione nazionale esercitante la sovranità nazionale, e come questa ragione si formi e si svolga dall'opinione pubblica, in quali ostacoli possa inciampare, quali passioni arrestino il suo progresso, e sotto quali guarentigie pronunzii finalmente il suo giudizio. La seconda sezione tratta dei poteri indipendenti dal popolo; dell'origine e indole del principato, o della potestà esercitata nelle monarchie; della prova di dare un contrappeso al potere dei principi; dei principi ereditarii ed elettivi, e dei vantaggi e svantaggi, che questi hanno in sè; del luogo che tiene l'Aristocrazia, e della sua importanza come seconda distinzione sociale, cui è commesso principalmente l'ufficio di conservare, e mallevare la stabilità dello stato. Finalmente la terza sezione contempla i progressi dei popoli per una via più libera, e parla delle monarchie costituzionali, e dei falliti tentativi moderni di fare costituzioni, e a un popolo imporre quella d'un altro, come pure dei tentativi rivoluzionari di conseguire una più grande libertà, e degli effetti che ne vennero. E sono chiariti i grandi pericoli delle rivoluzioni, sia che il potere diminuito rimanga all'antico signore, o venga consegnato ad un nuovo; e come specialmente nell'ultimo caso i naturali sostegni del trono si facciano avversari del nuovo sistema, e come i facitori della rivoluzione si facciano nemici del signore che hanno innalzato, e come questi sia, e debba essere, il più acre nemico della rivoluzione. Dopo di che séguita ad esporre che una rivoluzione distrugge il contratto sociale, che lega i meno coi più, nè poi si dà più veramente maggiorità, ma un numero di minorità opposte tra loro, e menomamente proprie a fondare una costituzione, o un governo qualunque. Finalmente spiega come per resistere all'influenza e al potere della democrazia dominante d'una capitale sopra una grande nazione, valga solo un sistema federativo simile a quello della Svizzera; e come una tal lega abbia mostrato in ogni tempo la sua gran forza, massime nella difesa dell'ordine esistente. Nè ci stenderemo più avanti in queste vedute del Sismondi, chè sarebbe soverchio, aggiungendo, che gran senno e molto del vero contengono, se non che tra mezzo apparisce non poco del falso moderno, e un lasciarsi andare alle simpatie e alle antipatie più di quello che non convenga a scritture di così grave natura.

Nelle altre due parti che portano il titolo di – _Studi sull'Economia politica_, – s'incontrano molte cose profonde, e degne di meditazione in quei punti, che toccano la proporzione tra il prodotto e il consumo, la rendita sociale, la divisione della proprietà fondiaria, le massime della scuola crematistica, e la grande applicazione che se n'è fatta in Iscozia rispetto ai contadini, le cause della miseria dei contadini in Irlanda, e della prosperità di questi in Toscana, la schiavitù dei contadini, l'agricoltura nella campagna romana, e i mezzi di ripopolarla etc. Avverrà talvolta, che il lettore non si trovi d'accordo in certe vedute dell'Autore; che certi mezzi da lui consigliati per ottenere un miglioramento si stimino inefficaci, o forse impraticabili; – ma nessuno può non riconoscere l'animo e l'intenzione da cui derivano i suoi lavori. L'idea fondamentale, che in questi lo conduce, è che la società si è formata per raggiungere il bene comune, che da questo fine sgorgano i diritti dei suoi membri, che per questo ha modificato o cambiato la sua originale eguaglianza, e che tutti per l'utilità universale hanno rinunziato al diritto di siffatta eguaglianza. Più sopra abbiamo veduto cosa egli pensasse dell'eguale esercizio dei politici diritti; e qui pensa, che l'eguale divisione dei beni porterebbe miseria e barbarie. In ultimo viene a questo di trovare una guarentigia per la durata del lavoro comune, e per un'equa ripartizione delle tasse, rappresentando, che i diritti di coloro che s'innalzano sull'originale eguaglianza basano sui vantaggi di coloro, sui quali venne loro dalla società concessa la preminenza.

Queste furono le opere del Sismondi. Ma noi non pregiamo in lui solamente le doti egregie dell'ingegno, estimando più ancora le virtù dell'uomo onorato, e benvoluto da quanti gli si fecero appresso. E però la sua perdita fu amaramente sentita, e compianta dappertutto, e singolarmente dai suoi amici di Toscana. Il bene dell'umanità, (dice in un foglio volante il Signor Benigno Bossi assistente ai suoi estremi momenti), e il miglioramento della sorte delle classi più sprovvedute, erano il fine delle sue lunghe meditazioni intorno alle più gravi teorie sociali ed economiche. E se i risultati di alcune di queste, accordandosi poco colle idee favorite del tempo, a principio incontrarono poco plauso, non mancò egli per questo di difendere mai sempre vigorosamente la causa dei deboli, e dei bisognosi. E le gravi vicissitudini, che non ha guari percossero in Europa e in America il commercio e l'industria, giustificarono i suoi timori anche troppo, tanto che una gran parte delle sue dottrine cominciò a trionfare sulle contrarie. Ma non si contentò di mostrare il suo amore del prossimo colle semplici teorie o con eloquenti parole, poichè lo faceva suonare nei fatti quotidianamente praticati, aiutando i poveri in segreto, e con quella generosità propria d'un'anima nobile, e veramente cristiana. Egli che aveva il tempo così prezioso, e con tanta cura lo risparmiava, ogni giorno dava 9, o 10 ore al lavoro, evitando tutto ciò che lo potesse distrarre; ma non metteva un istante di mezzo, ove fosse il caso di recare aiuto e conforto a un infelice. – La sua casa era aperta a tutti, e con tutti era cortese, discreto, amorevole. Nel discorso manifestava le sue opinioni con quella chiarezza, e forza di logica, che possedeva così eminenti, senza dar segno però d'impazienza anche alla più mal fondata contradizione, sebbene nessuno al mondo avesse più forte convincimento di lui intorno alla verità delle idee, che prendeva a difendere.

Rimase fedele alle sue massime repubblicane, benchè le dottrine democratiche, che ebbe ardentissime in sua gioventù, coll'andar del tempo sostanzialmente modificasse nella teoria, e nella pratica. E nell'ultima rivoluzione della Costituzione Ginevrina fece egli valere queste sue convinzioni, acquistate e maturate coll'esperienza e col senno. A questa modificazione per altro debbono avere necessariamente contribuito i suoi lunghi studi sulle Repubbliche Italiane, e l'indagine degli effetti, che in ultimo partorì la preponderanza dell'elemento democratico.

― 1842[45] ―

FINE.

NOTE:

[43] Tra questi vogliono esser notati l'opera della quale vennero 5 volumi in foglio nel 36, edita da una commissione ordinata da Carlo Alberto re di Sardegna, ed ha per titolo: ― _Historiae patriae monumenta_, ― divisa in _chartae_, _leges municipales_, e _Scriptores_; ― i _Documenti, monete, sigilli_, per la storia del Piemonte e della Savoia, del Cibrario, e del Promis; ― le _Memorie e Documenti per servire alla storia del Principato Lucchese_, raccolta ricchissima cominciata nel 13 dal governo francese; ― il séguito al _Codice diplomatico Toscano_ del Brunetti; ― i _Documenti di Storia Italiana_, ricavati dalla Biblioteca di Parigi da G. Molini, con note pregevolissime di Gino Capponi; ― l'edizione del Rosini dei Dispacci del Guicciardini nella sua Legazione in Ispagna nel 1511, e delle Lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze; ― le _Relazioni degli Ambasciatori Veneti_, con note dell'Albèri; ― le _Storie di Giovanni Cavalcanti_, pubblicate dal Polidori, le quali illustrano i tempi di Cosimo dei Medici il vecchio; ― il _Carteggio inedito d'Artisti dei Secoli XIV, XV, XVI_, importante ancora per il lato politico, pubblicato dal Gaye; ― la vita di _Donato Acciaiuoli_, d'Angelo Segni, edita dal Tonelli; ― i _Ricordi_ della famiglia Rinuccini dal 1282 al 1306, messi in luce dall'Ajazzi con note ed escursioni storiche. La vita di Alessandro VII del Pallavicino, il celebre Storico del Concilio di Trento, finalmente sodisfacendo al lungo desiderio dei dotti è stata stampata; e i _Municipii Italiani_ del Morbio, benchè trattati con troppa furia, contengono molto del buono. Non sono da omettere le _Vite_ di Federigo e Guidobaldo da Montefeltro, di Bernardino Baldi primo Abate di Guastalla, e le _Memorie storiche del Pontificato di Clemente VII_, di Patrizio de' Rossi. E finalmente l'_Archivio Storico Italiano_, che si stampa in Firenze, promette di riuscire un ricco fondo per gli Studi Storici, avendo a pro suo numerose biblioteche, e la cooperazione delle persone più capaci del paese.

[44] Qui m'è forza restringermi alle più rilevanti tra quelle opere, che risguardano città o provincie separatamente, come sarebbe la storia di Chieri, e la storia della Monarchia Savoiarda del Cibrario, la storia di Saluzzo e dei suoi Marchesi del Muletti, le memorie dei Conti di Desana del Gazzera, la storia dei Valdesi di Charvay, le storie di Genova del Serra e del Varese, il libro del Sauli sulla Colonia Genovese in Galata, e la storia di Sardegna del Manno. Tutte queste, e molte più ancora, vertono intorno agli Stati Sardi. È nota la storia di Milano del Rosmini; il Cantù scrisse la storia di Como, ed espose lo stato della Lombardia nel Secolo XVII; il Robolini la storia di Pavia, il Romegialli quella della Valtellina, e delle Contee di Bormio e Chiavenna, e il Cittadella è dietro a pubblicare la storia della signoria dei Da Carrara in Padova. Sono ancora da nominarsi gli Annali Veneziani, e la storia del Commercio Veneziano del Mulinelli, e la storia di Parma del Pezzana. Il Venturi fece la storia di Scandiano, e il Viani le memorie della famiglia Cybo colla storia delle monete di Massa. Già è fuori la seconda edizione della storia di Lucca del Mazzarosa, e delle sue dissertazioni sulla legislazione, e sulla costituzione ecclesiastica di questa Repubblica. L'Inghirami e il Carbone hanno cominciato storie della Toscana, il Vivoli gli Annali di Livorno, e il Bonaini attende all'antica storia e costituzione di Pisa. Lo Stato della Chiesa non ha prodotto gran cosa, ― la serie dei Senatori Romani dell'Olivieri, la storia d'Ancona del Peruzzi, le memorie contemporanee del Cardinal Pacca. Al contrario Napoli e Sicilia sono ricchi, ― e la storia di Napoli del Colletta sotto la dinastia dei Borboni sino al 1825 si raccomanda per la materia e per lo stile. Il Pagano scrisse la storia di Napoli sino al cessare degli Aragonesi, il De-Cesare la storia di Manfredi, e il Sosti cominciò la storia del chiostro di Monte Cassino, dove egli vive come membro dell'ordine, e bibliotecario. Pietro Lanza, principe di Scordia, scrisse sulla storia della Sicilia sotto i Normanni, e intorno ai tempi dal 1532 al 1789, correggendo in molti luoghi l'ultima opera del Botta. Il Fazzello, il Ferrara, il Palmèri, scrissero storie di Sicilia, e l'Amari sopra documenti sinora incogniti compose la storia di Carlo I di Angiò, dei Vespri Siciliani, e del regno degli Aragonesi sino al trattato di pace di Caltabellota 1302. E sono comparse notabili biografie: ― la Vita e i fatti di Gian Jacopo Trivulzio del Rosmini, la Vita di Dante del Balbo, che per tanti lati si collega alla storia politica, quella di Caterina dei Medici dell'Albèri, quella di Malatesta Baglioni ultimo Capitano della Repubblica fiorentina del Vermiglioli, e la storia di Giovanni da Procida del Buscemi. La storia dei Navigatori e Viaggiatori Italiani è singolarmente illustrata dai lavori critici del Canovai e del Napione sopra il Vespucci e Colombo, dalle opere del Cardinal Zurla sopra Marco Polo, Alvise da Cadamosto, e altri Viaggiatori Veneziani, e dal libro del Baldelli sopra Marco Polo, e sopra la storia delle antiche relazioni commerciali tra l'Asia e l'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano fino al Califfato. Godono poi da lungo tempo di una fama ben meritata le Famiglie Storiche Italiane del Litta, e presentemente lavora intorno agli Orsini, e i Borromeo di Milano, i Pazzi e i Buondelmonte di Firenze, e i Buonaparte di S. Miniato.

[45] _Livorno, dal Gabinetto Scientifico Letterario, – Tipografia Vannini; 1842._

INDICE

Ai Giovani _Pag._ 7

PARTE PRIMA.

SCRITTI ORIGINALI.

MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO.

Cap. I » 21 » II » 24 » III » 26 » IV » 29 » V » 32 » VI » 35 » VII » 38 » VIII » 40 » IX » 43 » X » 48 » XI » 51 » XII » 59 » XIII » 63 » XIV » 67 » XV » 71 » XVI » 74 » XVII » 78 » XVIII. Il Suicidio » 81 » XIX » 86 » XX » 89 » XXI » 97 » XXII. Conclusione » 98 Mia Madre » 99 Note e Appendice » 101

ARTICOLI DI MORALE E LETTERATURA.

Della Educazione » 113 Cenno sulla Letteratura » 127 Lorenzo Sterne » 149 Lord Byron » 161 Osservazioni sopra uno Scritto di Melchior Missirini, inserito nel N.º 37 dell'INDICATORE LIVORNESE » 169 Esempio di Carità » 178

NECROLOGIE.

Tacito Martini » 187 Guglielmo Avenas » 196

ISCRIZIONI E POESIA.

Iscr. I » 205 » II » 206 » III » 207 » IV » 208 L'Anniversario della Nascita » 209 L'Immortalità » 215 Napoleone; Frammenti » 216 Il Dì de' Morti » 221 In un Album » 222 Un Sogno » 223

LETTERE.

Lett. I » 231 » II » 235 » III » 240 » IV » 242 » V » 244 » VI » 245 » VII » 249 » VIII » 251 » IX » 254 » X » 256 » XI » 258 » XII » 260 » XIII » 260 » XIV » 263 » XV » 266 » XVI » 267 » XVII » 268 » XVIII » 269 » XIX » 269 » XX » 270 » XXI » 271 » XXII » 271 » XXIII » 272 » XXIV » 274 » XXV » 274 » XXVI » 275 » XXVII » 276 Frammenti » 278

SECONDA PARTE

TRADUZIONI.

LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY;

― _Di Lorenzo Sterne_. ―

I. Storia di Yorick » 287 II. Il Naso grosso; Racconto di Slawkenbergius » 297 III. Storia di Le Fever » 322

POESIE VARIE.

Il Prigioniero di Chillon; Poema Romantico: – _di Lord Byron_ » 339 Prometeo: – _di Lord Byron_ » 353 Vi fu un tempo: – _di Lord Byron_ » 355 E tu piangerai quand'io sarò morto: – _di Lord Byron_ » 357 Le Tenebre: – _di Lord Byron_ » 359 Il Funerale del Povero: – _di Roberto Southey_ » 362 Ode sulla sepoltura di Sir Giovanni Moore: – _di Carlo Wolfe_ » 364 Lamento di Maria Regina di Scozia all'avvicinarsi della Primavera: – _di Roberto Burns_ » 366 La Vita e la Morte: – _di Vitalis_ » 368 Canzone della sera dello Straniero: – _di Werner_ » 370 Scena quarta del terzo atto nella Maria Stuarda: – _di Schiller_ » 371

SISMONDO DE SISMONDI.

Sismondo De Sismondi: – _di Alfredo Reumont_ » 383

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.