Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 9

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Art. 1.º Ogni famiglia povera, composta almeno di tre individui, avrà a coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un pajo di buoi, corrispondente ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuarî, pari a metri quadrati ventimila.

Art. 2.º I vigneti saranno dati a coltura all'individuo senza che sia richiesta la famiglia, e verranno divisi in ragione della metà della indicata misura.

_27 aprile 1849._

IX.

Credendo nelle generose virtù dei Romani come nel loro valore;

Conscî che, sebbene deciso a difendere fino agli estremi contro ogni invasione l'indipendenza della sua terra, il popolo di Roma non rende mallevadore il popolo di Francia degli errori e delle colpe del suo governo;

Fidando illimitatamente nel popolo e nella santità del principio repubblicano;

Il Triumvirato decreta:

Gli stranieri, e segnatamente i Francesi dimoranti pacificamente in Roma, sono posti sotto la salvaguardia della nazione.

Sarà considerato come reo di leso onore romano qualunque proponesse far loro oltraggio o molestia.

Il governo invigilerà a che nessun d'essi trasgredisca i doveri dell'ospitalità.

_28 aprile 1849._

X.

ROMANI!

Un corpo d'esercito napoletano, trapassate le frontiere, accenna muovere alla volta di Roma.

Suo intento è ristabilire il papa padrone assoluto nel temporale. Sue armi sono la persecuzione, la ferocia, il saccheggio. S'asconde tra le sue file il re, al quale l'Europa ha decretato il nome di Bombardatore dei proprî sudditi. E gli stanno intorno i più inesorabili fra i cospiratori di Gaeta.

Romani! Noi abbiamo vinto i primi assalitori; noi vinceremo i secondi.

Il sangue dei migliori tra i patrioti napoletani, il sangue dei nostri fratelli della Sicilia, pesano sulla testa del re traditore. Dio, che accieca i perversi, e dà forza ai difensori del diritto, vi sceglie, o Romani, a vendicatori.

Sia fatta la volontà della patria e di Dio!

In nome dei diritti che spettano ad ogni paese, in nome dei doveri che spettano a Roma verso l'Italia e l'Europa--in nome delle madri italiane che hanno maledetto a quel re, e delle madri romane che benediranno ai difensori dei loro figli--in nome della nostra libertà, del nostro onore, della nostra coscienza--in nome di Dio e del Popolo--resisteremo. Resisteremo, milizia e popolo, capitale e provincia. Sia Roma inviolabile come l'eterna giustizia. Noi abbiamo imparato che basta per vincere il non temer di morire. Viva la Repubblica!

_2 maggio 1849._

XI.

POPOLI DELLA REPUBBLICA!

Le truppe napoletane hanno invaso il vostro terreno, e marciano su Roma.

Cominci la guerra del popolo.

Roma farà il suo dovere. Le provincie facciano il loro.

Il momento è giunto per uno sforzo supremo. Per quanti credono nella dignità dell'anima loro immortale, nell'inviolabilità dei loro diritti, nella santità dei giuramenti, nella giustizia della repubblica, nell'indipendenza dei popoli, nell'onore italiano, è debito in oggi l'agire. Per quanti hanno a cuore la propria libertà, le proprie case, la famiglia, la donna dell'amor suo, la terra nativa, la vita, l'agire è necessità. Vita, libertà, averi, diritti, ogni cosa, cittadini, v'è minacciata, ogni cosa vi sarà tolta.

Il re di Napoli inalza per noi la bandiera del dispotismo, della tirannide illimitata. I primi suoi passi sono segnati di sangue.

A caratteri di sangue sono scritte le liste di proscrizione.

Voi avete per troppo lungo tempo parlato, mentre gli altri spiavano e registravano. Non v'illudete. Oggi la scelta sia per voi tra il patibolo, la miseria, l'esilio o il combattere e vincere. Popoli della repubblica, ogni incertezza, ogni esitazione sarebbe viltà, e viltà senza frutto.

Sorgete dunque e operate; l'ora che decide è suonata. Schiavitù, quale non l'aveste giammai, o libertà degna delle antiche glorie, lunga securità, ammirazione di tutta l'Europa. Sorgete ed armatevi. Sia guerra universale, inesorabile, rabbiosa, poich'essi la vogliono. E sarà breve.

Mentre Roma assalirà il nemico di fronte, recingetelo, molestatelo ai fianchi, alle spalle.

Roma sia il nucleo dell'esercito nazionale del quale voi formerete le squadre.

Resistete dovunque potete. Dovunque la difesa locale non è concessa, i buoni escano in armi: ogni cinquanta uomini formino una banda; ogni dieci una squadra nazionale; ogni uomo di non dubbia fede, che raccoglie i dieci, i cinquanta, sia capo. La repubblica darà premio e riconoscenza. Ogni preside diriga i centri d'insurrezione, inciti, ordini, rilasci brevetti di capibanda o di capisquadra. La repubblica terrà conto dei nomi, e retribuirà in danari, terreni ed onori. Il brevetto serva come foglio di via, che i comuni, soccorrendo, vidimeranno.

E tutte le bande, tutte le squadre, tormentino, fuggendone l'urto, il nemico; gli rapiscano i sonni, i viveri, gli sbandati, la fiducia; gli stendano intorno una rete di ferro che si restringa, lo comprima ne' suoi moti e lo spenga.

L'insurrezione diventi per poco la vita normale, il palpito, il respiro d'ogni patriota. I tiepidi siano puniti d'infamia, i traditori di morte.

Come fu grande in pace, sorga la repubblica terribile in guerra. Impari l'Europa che vogliamo e possiamo vivere. Dio e il Popolo benedicano l'armi nostre.

_3 maggio 1849._

XII.

ROMANI!

Disordini rari ma gravi, cominciamenti di devastazione, atti offensivi alla proprietà, minacciano la calma maestosa, colla quale Roma ha santificato la sua vittoria. Per l'onore di Roma, pel trionfo del santo principio che noi difendiamo, bisogna che questi disordini cessino.

Ogni cosa dev'essere grande in Roma: l'energia del combattimento, e il contegno del popolo dopo la vittoria.

Le armi degli uomini che vivono, ricordevoli dei padri, fra queste eterne memorie, non possono appuntarsi a petti inermi o proteggere atti arbitrarî. Il riposo di Roma dev'essere come quello del leone: riposo solenne com'è terribile il suo ruggito.

Romani! I vostri Triumviri hanno preso solenne impegno di mostrare all'Europa che voi siete migliori di quei che vi assalgono:--che ogni accusa scagliatavi contro è calunnia:--che il principio repubblicano ha qui spento quei semi d'anarchia fomentati dal governo passato, e che il ripristinamento del passato potrebbe solo rieducare:--che voi siete non solamente prodi, ma buoni:--che forza e legge sono tra voi l'anima della repubblica.

A questi patti i vostri Triumviri rimarranno orgogliosi alla vostra testa; a questi patti combatteranno, occorrendo, tra le barricate cittadine con voi. Rimangano inviolabili come l'amore che lega governo e popolo, irrevocabili come il proposito comune a governo e popolo di mantenere illesa e pura d'ogni benchè menoma macchia la bandiera della repubblica.

Le persone sono inviolabili. Il governo solo ha diritto e dovere di punizione.

Le proprietà sono inviolabili. Ogni pietra di Roma è sacra. Il governo solo ha diritto e dovere di modificare l'inviolabilità delle proprietà quando il bene del paese lo esiga.

A nessuno è concesso procedere ad arresti o perquisizioni domiciliari senza la direzione o assistenza d'un capo-posto militare.

Gli stranieri sono specialmente protetti dalla repubblica. Tutti i cittadini sono moralmente mallevadori della verità della protezione.

La commissione militare instituita giudica rapidamente, come i casi eccezionali e la salute del popolo esigono, tutti i fatti di sedizione di riazione, d'anarchia, di violazione di leggi.

La guardia nazionale, come ha provato esser pronta a combattere valorosamente per la salvezza della repubblica, proverà esser pronta a mantenerne intatto, in faccia all'Europa, l'onore. Ad essa segnatamente è fidata la custodia dell'ordine, e l'esecuzione delle norme qui sopra esposte.

_4 maggio 1849._

XIII.

Considerando che tra il popolo francese e Roma, non è, nè può essere stato di guerra;

Che Roma difende per diritto e dovere la propria inviolabilità; ma deprecando, siccome colpa contro la comune credenza, ogni offesa fra le due repubbliche;

Che il popolo romano non rende mallevadore dei fatti d'un governo ingannato i soldati che, combattendo, ubbidirono;

Il Triumvirato decreta:

Art. 1.º I Francesi, fatti prigionieri nella giornata del 30 aprile, sono liberi, e verranno inviati al campo francese.

Art. 2.º Il popolo romano saluterà di plauso e dimostrazione fraterna, a mezzo giorno, i prodi soldati della repubblica sorella.

_7 maggio 1849._

XIV.

SOLDATI DELLA REPUBBLICA FRANCESE!

Per la seconda volta voi siete spinti, come nemici, sotto le mura di Roma, della città repubblicana che fu culla un tempo di libertà e di valore nell'armi.

È fratricidio quello che vi comandano i vostri capi.

E quel fratricidio, se potesse mai consumarsi, sarebbe colpa mortale alla libertà della Francia. I popoli sono mallevadori l'uno per l'altro. La repubblica, spenta fra noi, porrebbe una macchia incancellabile sulla vostra bandiera, rapirebbe alla Francia un alleato in Europa, sarebbe un nuovo passo inoltrato sulla via della ristorazione monarchica, verso la quale un governo ingannatore o ingannato spinge la bella e grande vostra patria.

Roma dunque combatterà come ha combattuto. Essa sa di combattere per la sua libertà e per la vostra.

Soldati della repubblica francese, mentre voi movete ad assalto contro la nostra bandiera tricolore, i Russi, gli uomini del 1815, movono contro l'Ungheria e sognano di Francia.

Poche miglia da voi, un corpo napoletano, vinto pochi giorni addietro da noi, tiene sollevata una bandiera di dispotismo e d'intolleranza. Poche leghe da voi, sulla vostra sinistra, una città repubblicana, Livorno, resiste, mentre noi vi parliamo, all'invasione austriaca. Là è il vostro posto.

Dite ai vostri capi d'attenervi ciò che vi dissero. Ricordate loro che vi promisero, in Marsiglia e in Tolone, di farvi combattere contro i Croati. Ricordate loro che il soldato francese porta sulla punta della bajonetta l'onore e la libertà della Francia.

Soldati francesi! Soldati della libertà! Non movete contro uomini che vi sono fratelli. Le nostre battaglie sono le vostre. Possano le due bandiere tricolori intrecciarsi e movere unite all'emancipazione dei popoli e alla distruzione della tirannide! Dio, la Francia e l'Italia benediranno all'armi vostre.

Viva la repubblica francese! Viva la repubblica romana!

_10 maggio 1849._

XV.

_Lettera al signor Lesseps inviato plenipotenziario della repubblica francese._

SIGNORE,

Voi ci chiedete alcune note sulle condizioni presenti della repubblica romana. Le avrete da me, dettato con quella sincerità che fu, in venti anni di vita politica, mia norma inviolabile. Noi non abbiamo bisogno di nascondere o mascherar cosa alcuna. Fummo, in questi ultimi tempi, segno di strane calunnie in Europa: ma noi dicemmo sempre agli uomini che udivano le calunnie: _Venite e osservate_. Voi siete ora, signore, fra noi; siete mandato a verificare la realtà delle accuse: fatelo. La vostra missione può compirsi con libertà illimitata. La salutammo noi tutti con gioja, perchè essa non può che giustificarci.

La Francia non intende, senza dubbio, contenderci il diritto di governarci come a noi piace, il diritto di trarre, per così dire, dalle viscere del paese il pensiero regolatore della sua vita e porlo a base delle nostre instituzioni. La Francia non può che dirci: «Riconoscendo la vostra indipendenza, io debbo accertare ch'essa esce dal voto libero e spontaneo della maggioranza. Collegata coi governi d'Europa e desiderosa di pace, se fosse vero che una minoranza soggioga tra voi le tendenze nazionali--se fosse vero che la forma attuale del vostro governo non è se non il pensiero capriccioso d'una fazione sostituito al pensiero comune, io non potrei vedere con indifferenza la pace d'Europa messa continuamente a rischio dalle passioni e dall'anarchia inseparabili ad ogni governo di fazione».

Noi concediamo questo diritto alla Francia, perchè crediamo alla solidarietà delle nazioni pel bene. Ma affermiamo a un tempo che se fu mai governo escito dal voto della maggioranza, quel governo è il nostro.

La repubblica s'impiantò fra noi per volontà d'un'Assemblea escita dal suffragio universale; fu accettata con entusiasmo per ogni dove; in nessun luogo fu combattuta. E notate, signore, che rare volte l'opposizione fu così facile e poco pericolosa; direi anzi così provocata, non dagli atti, ma dalle circostanze singolarmente sfavorevoli nelle quali la repubblica si trovò collocata nei primi suoi giorni.

Il paese esciva da una lunga anarchia di poteri inseparabile dall'interno ordinamento del governo caduto. Le agitazioni inevitabili in ogni grande trasformazione e a un tempo fomentate dalla crisi della questione italiana e dagli sforzi di parte retrograda, lo avevano cacciato in un eccitamento febbrile che apriva il campo ad ogni ardito tentativo, ad ogni cosa che suscitasse interessi e passioni. Non avevamo esercito, non forza capace di reprimere; e in conseguenza degli abusi anteriori, le nostre finanze erano impoverite, esaurite. La questione religiosa, maneggiata da uomini capaci e interessati a trarne tutto il partito possibile, era facile pretesto a torbidi con un popolo dotato di splendidi istinti e di aspirazioni generose, ma intellettualmente poco educato. E nondimeno, proclamato appena il principio repubblicano, un primo fatto innegabile sottentrò a quelle condizioni pericolose: l'ordine. La storia del governo papale offre sommosse frequenti, periodiche: la storia della repubblica non ne ha una sola. L'uccisione di Rossi, fatto deplorabile ma isolato, eccesso individuale rifiutato, condannato universalmente, provocato forse da una condotta imprudente, d'origine a ogni modo ignota, fu seguito dall'ordine più mirabile[96].

La crisi finanziaria intanto saliva. Raggiri colpevoli riuscirono a far cadere di tanto il credito della carta della repubblica, da non potersi scontare se non al 41 o al 42 per %. Il contegno dei governi d'Italia e d'Europa si fece sempre più ostile. Difficoltà materiali e isolamento politico non valsero a turbare la calma di questo popolo. Era in esso una fede incrollabile nel futuro che doveva escire dal nuovo principio.

Ed oggi, di mezzo alla crisi, di fronte all'invasione francese, austriaca, napoletana, il nostro credito si rafforza; la nostra carta non soggiace che allo sconto del 12 per %; il nostro esercito ingrossa di giorno in giorno; e le popolazioni s'apprestano a farci riserva. Voi vedete Roma, signore, e sapete l'eroica lotta or sostenuta da Bologna. Io scrivo solo, di notte, in seno a una città profondamente tranquilla. Le milizie che custodivano Roma l'abbandonarono jersera per compire una impresa; e innanzi all'arrivo d'altre milizie, che non ebbe luogo se non a mezzanotte, le nostre porte, le nostre mura, le nostre barricate erano, in conseguenza d'un semplice avviso trasmesso, guardate, senza romore o millanteria, dal popolo in armi. Vive in core a questo popolo una profonda determinazione: il decadimento della potestà temporale attribuita al papa; l'odio del governo pretesco sotto qualunque forma, anche temperatissima, esso tenti di riproporsi; l'odio, io dico, non agli uomini, ma al governo. Verso gli individui il nostro popolo, dall'impianto della repubblica fino ad oggi, s'è mostrato, la Dio mercè, generoso; ma la sola idea del governo clericale del re pontefice lo fa fremere. Combatterà energicamente ogni disegno di ristorazione: si travolgerà nello scisma anzichè subirlo.

In conseguenza d'oscure minaccie, ma segnatamente del difetto d'abitudini politiche, un certo numero di elettori non avea contribuito alla formazione dell'Assemblea. E quel fatto sembrava indebolire l'espressione del voto generale. Un secondo fatto decisivo, vitale, rispose poc'anzi ai dubbî possibili. Poco tempo innanzi alla costituzione del Triumvirato, si rieleggevano i municipî. L'universalità degli elettori si accostò all'urne. Dovunque e sempre l'elemento municipale rappresentò l'elemento conservatore dello Stato. Taluni paventavano che tra noi s'insinuasse in esso uno spirito di retrogressione. Or bene, sotto il rugghio della tempesta, iniziato già l'intervento, mentre le apparenze accennavano a una vita di giorni per la repubblica, esciva dai municipî l'adesione più spontanea, più unanime alla forma scelta. Agli indirizzi dei Circoli e dei Comandi della guardia nazionale s'unirono nella prima metà di questo mese i municipî tutti, da due o tre infuori. Io ebbi l'onore di trasmettervene la lista, o signore.

Essi dichiararono devozione esplicita alla repubblica e convincimento che i due poteri sono incompatibili in un solo individuo. È questo, concedetemi di ripeterlo, un fatto decisivo; una seconda prova legale confermante la prima e fondamento irrecusabile al nostro diritto.

Quando le due questioni--repubblica e abolizione della potestà temporale--furono poste all'Assemblea, alcuni fra i membri, più timidi dei loro colleghi, stimarono che l'inaugurazione della forma repubblicana fosse prematura e di fronte agli ordini attuali d'Europa pericolosa: non un solo votò contro il decadimento del papa re, destra e sinistra si confusero in un solo pensiero.

A popolo siffatto oserebbe un governo libero comandare, senza delitto e contradizione, il ritorno al passato? Quel ritorno, pensateci bene, signore, equivarrebbe a un ripristinamento dell'antico disordine, delle società segrete consacrate alla lotta, dell'anarchia nel core d'Italia, della vendetta innestata in un popolo che oggi non chiede se non d'obliare. Quel ritorno sarebbe una fiamma di guerra permanente in Europa, un programma di partiti estremi sostituito al governo repubblicano ordinato ch'oggi rappresentiamo. Può voler questo la Francia? Lo può il suo governo? Lo può un nipote di Napoleone? La persistenza in un disegno ostile di fronte alla doppia invasione napoletana ed austriaca ricorderebbe lo smembramento della Polonia. E pensate inoltre, signore, che disegno siffatto non potrebbe compirsi fuorchè risollevando la bandiera che il popolo rovesciò sopra un cumulo di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.

Riceverete fra poco, signore, una seconda mia lettera sulla questione...

_16 maggio 1849._

XVI.

(Lettera che accompagnava il rifiuto delle tre proposte di Lesseps:

I. _Gli Stati romani chiedono protezione fraterna dalla repubblica francese:_

II. _Le popolazioni romane hanno diritto di pronunziarsi liberamente sulla forma del loro governo:_

III. _Roma accoglierà l'esercito francese come esercito di fratelli, ecc.)_

SIGNORE,

Abbiamo l'onore di trasmettervi la decisione dell'Assemblea concernente il progetto da voi comunicato alla sua commissione. L'Assemblea non ha creduto di poter accettarlo. Essa c'incarica d'esprimervi a un tempo le ragioni dell'unanime suo voto e il rincrescimento ch'essa ne prova.

Ed è pure con profonda mestizia, naturale a uomini che amano la Francia e pongono tuttavia fede in essa, che noi compiamo con voi, signore, la missione affidataci.

Quando dopo la decisione della vostra Assemblea _che invitava il governo a far sì, senza indugio, che la spedizione d'Italia non si sviasse più oltre dal fine assegnatole_, noi sapemmo del vostro arrivo, ci balzò il core per gioja. Credemmo nella immediata riconciliazione, in un solo principio proclamato da voi e da noi, tra due popoli, ai quali tendenze naturalmente amichevoli, ricordi, interessi comuni e condizione politica comandano stima e amore. Pensammo che, scelto a verificare la condizione delle cose e colpito dall'accordo assoluto che annoda in un solo pensiero quasi tutti gli elementi del nostro Stato, voi avreste coi vostri ragguagli distrutto il solo ostacolo possibile ai nostri voti, il solo dubbio che potesse ancora indugiare la Francia nel compimento del nobile pensiero espresso dalla decisione della vostra Assemblea.

Concordia, pace interna, determinazione ponderata, entusiasmo, generosità di condotta, voto spontaneo e formale dei municipî, della guardia nazionale, delle truppe, del popolo, del governo e dell'Assemblea sovrana in favore del sistema d'instituzioni esistente, tutto questo v'è riuscito evidente; voi lo diceste, non ne dubitiamo, alla Francia; e speravamo quindi a buon dritto che, parlando in nome della Francia, voi avreste con noi proferite parole diverse da quelle che formano il vostro progetto.

L'Assemblea ha notato il modo col quale la parola _repubblica romana_ è studiosamente evitata nel primo vostro articolo; e ha indovinato in quel silenzio una intenzione sfavorevole ad essa.

Parve all'Assemblea che, dalla maggiore importanza in fuori data dal vostro nome e dalla vostra autorità al progetto, non fosse quasi in esso più che non in alcuni atti del generale prima della giornata del 30 aprile. Accertata una volta in modo innegabile l'opinione del popolo, perchè insistere ad affrontarla coll'occupazione di Roma? Roma non ha bisogno di protezione: nessuno combatte nella sua cerchia; e se un nemico si presentasse appiè delle mura, Roma saprebbe resistergli con forze proprie. Roma può in oggi proteggersi sulla frontiera toscana e in Bologna! L'Assemblea ha dunque intravveduto egualmente nel vostro terzo articolo un pensiero politico, inaccettabile da essa oggi, tanto più che il decreto dell'Assemblea francese sembra risolutamente avverso a una occupazione non provocata, non richiesta dalle circostanze.

Noi non vi nasconderemo, signore, come la funesta coincidenza di una relazione risguardante la cinta di difesa contribuisse alla decisione dell'Assemblea. Un nucleo di soldati francesi varcava, in questo stesso giorno e violando lo spirito della tregua, il Tevere presso a San Paolo, stringendo sempre più in tal modo il cerchio delle operazioni militari intorno alla capitale. E non è questo, signore, un atto isolato. La diffidenza del popolo, già suscitata dal pensiero di veder la propria città occupata da truppe straniere, s'è intanto accresciuta, e sarebbe difficile, forse impossibile, una transazione su cose che l'Assemblea considera da canto suo come pegno vitale d'indipendenza e di dignità.

Per queste e altre ragioni, il progetto fu, comunque a malincuore, giudicato inammissibile dall'Assemblea. Noi avremo l'onore di trasmettervi domani, signore, conformemente alle sue intenzioni, una proposta inferiore di certo alle nostre giuste speranze, ma che avrebbe non foss'altro il vantaggio d'allontanare ogni pericolo di collisione tra due repubbliche fondate su diritti identici e congiunte da simili aspirazioni.

Accettate, signore, ecc.

_19 maggio 1849._

XVII.

ROMANI!

Parecchî fra voi, in un moto di zelo irriflessivo, promosso da sentori di nuovi pericoli, hanno jeri posto mano, disegnando farne arnesi di barricate, sopra alcuni confessionali appartenenti alle chiese.

L'atto sarebbe grave e punibile, se noi non conoscessimo le vostre intenzioni.

Voi avete creduto, con quella dimostrazione, dar nuova testimonianza che ogni cosa è oggimai possibile in Roma, fuorchè il ripristinamento del governo sacerdotale caduto. Avete voluto esprimere il pensiero che non è, nè può essere vera religione, dove non è patria libera; e che oggi la causa della religione vera, la causa dell'anime nostre libere, immortali, si concentra tutta sulle barricate cittadine.

Ma i nemici della nostra santa repubblica vegliano in ogni parte dell'Europa a interpretar male i vostri atti, e ad accusare il popolo d'irreverenza e d'irreligione. Tradirebbe la patria chi fornisse motivo a siffatte accuse.

Romani! La città vostra è grande e inviolabile fra tutte le città d'Europa, perchè fu culla e conservatrice di religione. Dio protegge e proteggerà la repubblica, perchè il santo suo nome non è mai scompagnato dalla parola popolo, e perchè da noi si combatte per la sua legge d'amore e di libertà, mentre altrove si combatte per interessi e ambizioni, che profanano e ruinano ogni credenza. In quelle chiese, santuario della religione dei nostri padri, s'inalzeranno, mentre combatteremo, preghiere al Dio dei redenti.