Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 8
L'Italia vuole essere nazione di liberi ed eguali: nazione di fratelli associati a malleveria di progresso comune. Santo è per essa il pensiero: santo il lavoro: santa la proprietà che il lavoro crea: santo e misurato dai doveri compiuti il diritto al libero sviluppo dalle facoltà e delle forze, del senno e del core.
Il problema italiano, come quello dell'umanità, è problema d'educazione morale. L'Italia vuole che tutti i suoi figli diventino progressivamente migliori. Essa venera la virtù e il genio, non la ricchezza, o la forza: vuole educatori e non padroni: il culto del vero, non della menzogna o del caso. Essa _crede_ in Dio e nel popolo: non nel papa e nei re.
E perchè popolo sia, è necessario che conquisti, coll'azione e col sagrificio, coscienza de' suoi doveri e de' suoi diritti. La indipendenza, cioè la distruzione degli ostacoli interni ed esterni che s'attraversano all'ordinamento della vita nazionale, deve dunque raggiungersi, non solamente pel popolo, ma dal popolo. Battaglia di tutti, vittoria per tutti.
L'insurrezione è la battaglia per conquistare la rivoluzione, cioè la nazione. L'insurrezione deve dunque essere _nazionale_: sorgere dappertutto colla stessa bandiera, colla stessa fede, collo stesso intento. Dovunque sorga, essa deve sorgere in nome di tutta Italia, nè arrestarsi finchè non sia compita l'emancipazione di tutta Italia.
L'insurrezione finisce quando la rivoluzione comincia. La prima è guerra, la seconda manifestazione pacifica. L'insurrezione e la rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse. A un potere concentrato in pochi uomini scelti dal popolo insorto per opinione di virtù, d'ingegno, di provata energia, spetta sciogliere il mandato dell'insurrezione e vincer la lotta: al solo popolo, ai soli eletti da lui, spetta il governo della rivoluzione. Tutto è provvisorio nel primo periodo: affrancato il paese dal mare all'Alpi, la COSTITUENTE NAZIONALE raccolta in ROMA, metropoli e città sacra della nazione, dirà all'Italia e all'Europa il pensiero del popolo. E Dio benedirà il suo lavoro.
Al partito nazionale appartengono quanti accettano queste basi. Al di fuori non sono nè possono essere che _fazioni_: brulicano senza vera vita; possono guastare e corrompere, non creare.
Creare. Creare _un_ popolo! È tempo, o giovani, d'intendere quanto grande e santa e religiosa sia l'opera che Dio v'affida. Nè può compiersi per vie torte di raggiri cortigianeschi o menzogne di dottrine foggiate a tempo o patti disegnati a rompersi dai contraenti appena s'affacci occasione propizia; ma soltanto per lungo esercizio e insegnamento vivo alle moltitudini di virtù severe, per sudori d'anima e sagrifizî di sangue, colla predicazione insistente della verità, coll'audacia della fede, coll'entusiasmo solenne, perenne, irremovibile e più forte d'ogni sventura, che alberga nel petto ad uomini ai quali unico padrone è Dio, unico mezzo è il popolo, unica via è la linea diritta, unico intento l'avvenire d'Italia. Siate tali e non temete d'ostacoli. Ma cacciate i trafficatori di consulte o di portafogli dal tempio. Respingete inesorabili i Machiavellucci d'anticamera, i diplomatici in aspettativa che s'insinuano nelle vostre file a susurrarvi progetti di corti amiche, di principi emancipatori; che possono essi darvi oggimai se non illusioni ridicole e fomite a smembrare l'unità del partito nazionale e germi di corruttela? Essi tennero or son due anni tutte le forze e l'anima della nazione fra le loro mani, un re che i milioni salutavano conquistatore d'indipendenza, un papa che i milioni veneravano iniziatore di libertà--e v'hanno dato l'armistizio di Salasco e la disfatta di Novara: rovina e vergogna: oggi, fantocci nelle mani d'altri cortigiani, d'altri diplomatici più avveduti, per lunga pratica d'inganni e tristizie, che non son essi, non possono nemmeno rievocar quei fantasmi, e son ridotti a librarsi fra un duca di Modena e il principe che firmò la pace coll'Austria. E s'avvicina tale un conflitto fra i due principî in Europa, che farà di principini, cospiratori segreti monarchici e concettucci di fusioni pigmee, quello che l'uragano fa delle margheritine del prato.
La _guerra regia_ ha dato un grave insegnamento ai Lombardi, e imposto un obbligo severo al Piemonte.
I Lombardi sanno ora che il segreto dell'emancipazione è per essi un _problema di direzione_. Se essi non avessero, per cieca devozione a un'apparenza di forza, messo i traditori nel proprio campo--s'essi avessero fidato più nell'Italia che non nel _re_ di Piemonte--se avessero conferito il mandato di guerra, anzichè a una congrega di cortigiani, ad uomini come quelli che avean diretto l'insurrezione--vincevano. Le giornate di marzo possono e devono rifarsi quando che sia. Ricordino essi allora l'insegnamento.
I Piemontesi hanno l'obbligo di provare all'Italia e all'Europa che essi sono Italiani e non servi d'una famiglia di re, ch'essi mossero alle battaglie nei piani lombardi, non come cieco stromento di voglie ambiziose d'un uomo o di pochi raggiratori, ma come apostoli armati del più bel concetto che Dio possa spirare nei petti umani: la creazione d'un popolo, la libertà della patria. Hanno l'obbligo di provare ch'essi non furono nè codardi nè ingannatori, ma ingannati essi pure e vinti per colpe altrui. Hanno l'obbligo di lacerar quel trattato che li accusa impotenti, di restituire all'esercito l'antica fama immeritamente perduta, di cancellare nel sangue nemico la vergogna della disfatta, e dire ai loro fratelli dubbiosi: _noi_ siam la spada d'Italia. Sia la loro bandiera quella di ventisei milioni di liberi: sia la loro parola di riscossa: ROMA e MILANO, unità e indipendenza; sia il loro esercito la prima legione dell'esercito nazionale. Ben altra gloria è codesta che non quella d'essere frammento regio senza base e senza avvenire, continuamente oscillante mercè regnatori deboli o tristi, fra la minaccia dell'Austria e il giogo de' gesuiti.
Compiano la Lombardia e il Piemonte il debito loro. Roma e l'Italia non falliranno all'impresa.
ATTI
DELLA REPUBBLICA ROMANA
I.
(La repubblica romana fu proclamata dall'Assemblea eletta dal suffragio universale il 9 febbrajo 1849. Il 24, i membri detti della Montagna nella Costituente Francese scrissero un indirizzo di congratulazione fraterna e promessa d'ajuto alla Costituente romana. A quell'indirizzo io, per mandato dell'Assemblea, risposi col seguente.)
CITTADINI!
Il vostro indirizzo ci è giunto in un momento solenne, alla vigilia della battaglia[95]. E noi v'attingeremo nuove forze, nuovi incoraggiamenti per la santa lotta che sta per aprirsi. La Francia ha fatto grandi cose nel mondo: voi avete patito, sperato, combattuto per la umanità, e ogni voce che venga da voi ci impone doveri che, coll'ajuto di Dio, noi sapremo compiere.
Voi intendeste, cittadini, quanto ha di nobile, di grande, di provvidenziale questa bandiera di rinnovamento ondeggiante sulla città che racchiude il Campidoglio e il Vaticano: il Diritto eterno fatto forte d'una nuova consecrazione: un terzo mondo sorgente, nel nome di Dio e del Popolo, sulle rovine di due mondi spenti: un'Italia, che sarà sorella alla Francia, rompente il coperchio della sua sepoltura per chiedere, in nome d'una missione da compirsi, il diritto di cittadinanza nella federazione dei popoli. Voi intendeste che i nostri cuori sono puri d'odio e d'intolleranza, che noi stiamo compiendo un'opera d'amore e di miglioramento umano; e che, rivendicando i nostri diritti senza violar la credenza, separando, come noi lo abbiam fatto, il papa dal principe, abbiamo assunto l'obbligo di non contaminare quest'opera col contatto delle basse passioni e delle codarde vendette che una stampa corrotta o ingannata s'ostina a rimproverarci. Quest'obbligo, noi lo atterremo: parole come le vostre ci compensano di molte calunnie, ci rassicurano contro molte insidie coperte. Noi sappiamo che voi illuminerete i vostri concittadini sul carattere della nostra rivoluzione, e che manterrete per noi quel diritto alla vita nazionale che voi primi avete proclamato e conquistato.
Non v'è che un sole in cielo per tutta la terra: non v'è che uno scopo, una legge, una sola credenza, _associazione, progresso_, per tutti quei che la popolano. Come voi, noi combattiamo pel mondo intero, noi siamo tutti fratelli, noi rimarremo tali checchè si faccia.
Fidate in noi: noi fidiamo in voi. Se mai nella crisi che stiamo per attraversare, le forze ci mancassero, noi ricorderemo le vostre promesse; vi grideremo: _Fratelli, l'ora è giunta, sorgete_, e vedremo i vostri volontarî ad accorrere. Insieme combattemmo sotto l'Impero: insieme combatteremo un'altra volta a pro di quanto v'ha di più sacro per gli uomini: Dio, Patria, Libertà, Repubblica, Santa Alleanza dei Popoli.
II.
(Il 29 marzo ebbe luogo l'elezione del Triumvirato, del quale io feci parte e che pubblicò il seguente programma.)
CITTADINI!
Da cinque giorni noi siamo rivestiti d'un sacro mandato dall'Assemblea. Abbiamo maturamente interrogato le condizioni del paese, quelle della patria comune, l'Italia, i desiderî dei buoni, e la nostra coscienza; ed è tempo che il popolo oda una voce da noi; è tempo che per noi si dica con quali norme generali noi intendiamo soddisfare al mandato.
Provvedere alla salute della repubblica; tutelarla dai pericoli interni ed esterni; rappresentarla degnamente nella guerra dell'indipendenza: questo è il mandato affidatoci.
E questo mandato significa per noi non solamente venerazione a una forma, a un nome, ma al _principio_ rappresentato da quel nome, da quella forma governativa; e quel _principio_ è per noi un principio d'amore, di maggiore incivilimento, di progresso fraterno con tutti e per tutti, di miglioramento morale, intellettuale, economico per la universalità dei cittadini. La bandiera repubblicana inalzata in Roma dai rappresentanti del popolo non esprime il trionfo d'una frazione di cittadini sopra un'altra; esprime un trionfo comune, una vittoria riportata da molti, consentita dalla immensa maggiorità, del principio del bene su quello del male, del diritto comune sull'arbitrio dei pochi, della santa eguaglianza che Dio decretava a tutte le anime, sul privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere repubblicani senza essere e dimostrarci migliori dei poteri rovesciati per sempre.
Libertà e Virtù, Repubblica e Fratellanza devono essere inseparabilmente congiunte. E noi dobbiamo darne l'esempio all'Europa. La repubblica in Roma è un programma italiano: una speranza, un avvenire pei ventisei milioni d'uomini fratelli nostri. Si tratta di provare all'Italia e all'Europa che il nostro grido _Dio e il Popolo_ non è una menzogna--che l'opera nostra è in sommo grado religiosa, educatrice, morale--che false sono le accuse d'intolleranza, d'anarchia, di sommovimento avventate alla santa bandiera, e che noi procediamo, mercè il principio repubblicano, concordi come una famiglia di buoni, sotto il guardo di Dio e dietro alle inspirazioni dei migliori per Genio e Virtù, alla conquista dell'ordine vero, Legge e Forza associate.
Così intendiamo il nostro mandato. Così speriamo che tutti i cittadini lo intenderanno a poco a poco con noi. Noi non siamo governo di un partito; ma governo della nazione. La nazione è repubblicana. La nazione abbraccia quanti in oggi professano sinceri la fede repubblicana, compiange ed educa quanti non ne intendono la santità; schiaccia nella sua onnipotenza di sovranità quanti tentassero violarla con ribellione aperta o mene segrete provocatrici di risse civili.
Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice ed energica. Il governo della repubblica è forte; quindi non teme; ha missione di conservare intatti i diritti e libero il compimento dei doveri d'ognuno: quindi non s'inebria di una vana e colpevole securità. La nazione ha vinto; vinto per sempre. Il suo governo deve avere la calma generosa e serena e non deve conoscere gli abusi della vittoria. Inesorabile quanto al principio, tollerante e imparziale cogli individui: nè codardo nè provocatore: tale dev'essere un governo per esser degno dell'instituzione repubblicana.
Economia negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati; capacità, accertata dovunque si può per concorso, messa a capo di ogni ufficio, nella sfera amministrativa.
Ordine e severità di verificazione e censura nella sfera finanziaria, limitazione di spese, guerra a ogni prodigalità, attribuzione d'ogni denaro del paese all'utile del paese, esigenza inviolabile d'ogni sacrificio ovunque le necessità del paese la impongano.
Non guerra di classi, non ostilità alle ricchezze acquistate, non violazioni improvvide o ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato, e freno a qualunque egoismo colpevole di monopolio, d'artificio, o di resistenza passiva, dissolvente o procacciante alterarlo.
Poche e caute leggi; ma vigilanza decisa sull'esecuzione.
Forza e disciplina d'esercito regolare sacro alla difesa del paese, sacro alla guerra della nazione per l'indipendenza e per la libertà dell'Italia.
Sono queste le basi generali del nostro programma: programma che riceverà da noi sviluppo più o meno rapido a seconda dei casi, ma che, intenzionalmente, noi non violeremo giammai.
Recenti nel potere, circondati d'abusi spettanti al governo caduto, arrestati a ogni passo dagli effetti dell'inerzia e delle incertezze altrui, noi abbiamo bisogno di tolleranza da tutti; bisogno sovra ogni cosa che nessuno ci giudichi fuorchè sulle opere nostre. Amici a quanti vogliono il bene della patria comune, puri di core se non potenti di mente, collocati nelle circostanze più gravi che sieno mai toccate ad un popolo e al suo governo, noi abbiamo bisogno del concorso attivo di tutti, del lavoro concorde, pacifico, fraterno di tutti. E speriamo d'averlo. Il paese non deve nè può retrocedere: non deve nè vuole cadere nell'anarchia. Ci secondino i buoni; Dio, che ha decretato Roma risorta e l'Italia nazione, ci seconderà.
_5 aprile 1849._
III.
Considerando che dovere e tutela di una bene ordinata repubblica è il provvedere al progressivo miglioramento delle classi più disagiate;
Considerando che tra i primi miglioramenti è quello di emancipare molte famiglie dai danni di abitazioni troppo ristrette e insalubri;
Considerando che mentre la repubblica studierà modo di destinare locali, tanto in Roma, che nelle provincie, ad uso delle famiglie indigenti, è opera intanto di moralità repubblicana cancellare le vestigia dell'iniquità, consacrando a beneficenza quanto la passata tirannide destinava a tormento, l'Assemblea Costituente, proponenti i Triumviri, decreta:
1.º L'edificio, che già serviva al Santo Ufficio, resta fin d'ora destinato ad abitazione di famiglie o individui che vi saranno alloggiati contro tenui pigioni mensili e posticipate.
2.º È instituita una commissione, composta di tre rappresentanti del popolo e due ingegneri civili, per provvedere sollecitamente alla esecuzione del presente decreto:
a) Ricevendo le instanze delle famiglie e degli individui di Roma, che chiedessero alloggio nel suddetto locale, e secondando di preferenza le domande di chi saprà comprovare maggiori bisogni.
b) Facendo eseguire nel locale quei lavori d'innovazione, che troverà necessarî per renderlo adatto alla nuova destinazione.
c) Fissando mano mano a coloro, di cui saranno secondate le instanze, i locali di abitazione, determinando la pigione che dovranno pagare gli alloggiati, e mettendoli in fatti nel possesso del rispettivo alloggio.
d) Formulando un regolamento per l'interna disciplina del locale, per la regolare gestione amministrativa, e per la conservazione del medesimo.
3.º Non potranno aver luogo in nessun tempo e in nessun modo i subaffitti delle accennate abitazioni.
4.º La commissione, incominciando dal giorno 9 corrente, siederà nel locale suddetto per dare immediato adempimento al proprio mandato.
_14 aprile 1849._
IV.
Considerando che a rendere più prezioso il lavoro agricolo, sollevare una classe numerosa benemerita e mal retribuita, affezionarla alla patria ed al buono ordinamento della grande riforma, promoverne la moralità e il benessere materiale, migliorare in una parola ugualmente il suolo e gli uomini colla emancipazione dell'uno e degli altri, non v'è spediente più congruo e urgente di quello di ripartire una grande porzione della vasta possidenza rustica, posta o da porsi sotto amministrazione demaniale, dividendola in piccole porzioni enfiteutiche da assegnarsi ciascuna, sotto un discreto censo annuo a favore dello Stato, in ogni tempo redimibile, a una o a poche famiglie dei più poveri coltivatori, con quelle regole e condizioni che si stabiliranno per la più pronta, ed insieme più giusta e stabile esecuzione d'un disegno così salutare, è decretato:
Art. 1.º Una grande quantità de' beni rustici provenienti dalle corporazioni religiose, o altre mani-morte di qualsivoglia specie, che in tutto il territorio della repubblica sono o saranno posti sotto amministrazione del Demanio, verranno nel più breve termine ripartiti in tante porzioni sufficienti alla coltivazione di una o più famiglie del popolo sfornite d'altri mezzi, che le riceveranno in enfiteusi libera e perpetua col solo peso di un discreto canone verso l'amministrazione suddetta, il quale sarà essenzialmente e in ogni tempo redimibile dall'enfiteuta.
Art. 2.º Un regolamento particolare specificherà distintamente il modo di procedere all'attuazione di questa salutare provvidenza.
Art. 3.º Sui fondi urbani altresì, della stessa provenienza e qualità, verranno prese analoghe misure ad oggetto di rendere più comodo e meno dispendioso l'alloggio del povero.
Art. 4.º Rimangono ferme le disposizioni annunciate sulla congrua dotazione del culto, del ministero pastorale dei parrochi e degli stabilimenti di pubblico interesse, sia coi beni in natura, sia col prodotto delle corrisponsioni enfiteutiche, sia con altri mezzi del pubblico, del provinciale e del municipale patrimonio.
I ministri delle finanze e dell'interno sono incaricati, ciascuno rispettivamente, della esecuzione della presente legge.
_15 aprile 1849._
V.
Considerando:
Che intento continuo delle instituzioni repubblicane dev'essere un miglioramento progressivo nelle condizioni economiche dei più;
Che il prezzo alto del sale reca offesa all'agricoltura, alla pastorizia, alla pesca, alla mezzana e piccola industria, ai commerci e alla salute del povero;
Che il modo attuale di percezione dell'imposta sul sale concentra ingiustamente nelle mani di un solo affittuario tutti i beneficî che il libero commercio di quella derrata procaccierebbe alla mezzana e piccola industria;
Che ogni affitto delle rendite pubbliche, costituendo uno Stato nello Stato, equivale ad uno smembramento della sovranità, e accenna a una incapacità del governo d'amministrare da per sè stesso gli interessi sociali;
Il Triumvirato decreta:
Art. 1.º È abolito l'appalto dei sali noto col nome di Amministrazione cointeressata.
Art. 2.º La tassa sul sale di ogni genere è fissata ad un bajocco per ogni libbra romana.
Art. 3.º Il Triumvirato provvederà, all'uopo mediante requisizione del materiale e delle scorte, ad assicurare che non venga interrotto il servizio pubblico.
Art. 4.º Il Triumvirato provvederà pure a che l'esazione del dazio non sia d'impedimento alla libera produzione ed al libero commercio del sale.
Le ragioni dell'attuale amministrazione saranno prese in considerazione pei compensi che fossero riconosciuti di diritto dietro regolare e generale liquidazione, da operarsi da una commissione nominata dai rappresentanti del popolo.
Il presente decreto avrà esecuzione dopo 24 ore dalla sua pubblicazione in ogni punto della repubblica.
I ministri dell'interno e delle finanze sono incaricati, per ciò che li riguarda, dell'esecuzione del presente decreto.
_15 aprile 1849._
VI.
ROMANI!
Un intervento straniero minaccia il territorio della repubblica. Un nucleo di soldati francesi s'è presentato davanti a Civitavecchia.
Qualunque ne sia l'intenzione, la salvezza del principio liberamente consentito dal popolo, il diritto delle nazioni, l'onore del nome romano, comandano alla repubblica di resistere.
La repubblica resisterà. È necessario che il popolo provi alla Francia e al mondo che non è popolo di fanciulli, ma popolo d'uomini e d'uomini che un tempo diedero leggi e incivilimento all'Europa. È necessario che nessuno possa dire: _i Romani vollero, ma non seppero essere liberi_. È necessario che la nazione francese impari, dalla nostra resistenza, dalle nostre dichiarazioni, dal nostro contegno, la ferma nostra decisione di non soggiacere più mai al governo aborrito che rovesciammo.
Il popolo lo proverà. Chi pensa altrimenti disonora il popolo e tradisce la patria.
L'Assemblea è in permanenza. Il Triumvirato adempirà, checchè avvenga, al proprio mandato.
Ordine, calma solenne, energia concentrata. Il governo vigila inesorabile su qualunque tentasse di travolgere il paese nell'anarchia o d'operare a danno della repubblica.
Cittadini, ordinatevi, stringetevi intorno a noi; Dio e il Popolo, la legge e la forza trionferanno.
_25 aprile 1849._
(Stesi a un tempo la protesta che l'Assemblea costituente mandò lo stesso giorno al generale Oudinot.)
L'Assemblea romana, commossa dalla minaccia d'invasione del territorio della repubblica, conscia che questa invasione, non provocata dalla condotta della repubblica verso l'estero, non preceduta da comunicazione alcuna da parte del governo francese, eccitatrice di anarchia in un paese che tranquillo e ordinato riposa nella coscienza dei proprî diritti e nella concordia dei cittadini, viola a un tempo il diritto delle genti, gli obblighi assunti dalla nazione francese nella sua costituzione e i vincoli di fratellanza che dovrebbero naturalmente annodare le due repubbliche, protesta in nome di Dio e del Popolo contro l'inattesa invasione, dichiara il suo fermo proposito di resistere e rende mallevadrice la Francia di tutte le conseguenze.
VII.
Considerando che i voti religiosi non costituiscono se non una relazione morale tra la coscienza e Dio;
Considerando che la società civile non può, quanto a sè stessa, intervenire coi suoi mezzi d'azione estrinseci e materiali nella sfera dei doveri spirituali;
Considerando che la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto alla società e al paese in cui la provvidenza lo ha posto;
Considerando che la società non può riconoscere promesse irrevocabili che le involano e restringono in certi limiti la volontà e l'azione dell'uomo;
Il Triumvirato decreta:
La società non riconosce perpetuità di voti particolari ai differenti ordini religiosi così detti regolari.
È in facoltà d'ogni individuo, facente parte di un ordine religioso regolare qualunque, di sciogliersi da quelle regole all'osservanza delle quali s'era obbligato con voto entrando in religione.
Lo Stato protegge contro ogni opposizione o violenza le persone che intendessero profittare del presente decreto.
Lo Stato accoglierà con gratitudine tra le file delle sue milizie quei religiosi che vorranno colle armi difendere la patria, per la quale finora hanno inalzato preghiere a Dio.
Il presente decreto verrà letto da un commissario governativo a tutti i religiosi riuniti in piena comunità nei rispettivi conventi.
_27 aprile 1849._
VIII.
(Il decreto del 15 aprile aveva promesso di ripartire gran parte delle terre incolte appartenenti a corporazioni religiose od a mani-morte e divenute, per decisione dell'Assemblea del 21 febbrajo, proprietà della Repubblica. Il decreto seguente provvedeva alla esecuzione.)
Il Triumvirato decreta: