Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 7

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Il progetto, per ciò appunto ch'era l'unico ragionevole da proporsi, non andò oltre la discussione. Altri, meno plausibili, furono successivamente comunicati al gabinetto inglese dall'Austria, il 12 maggio, il 23 maggio, il 9 giugno[92]: tutti fondati sulla separazione del Lombardo e del Veneto: il primo da emanciparsi, or con un vicerè ereditario--e proponevano il secondo fratello del duca di Modena--indipendente dal governo viennese, pur sotto l'alta signoria dell'imperatore, or con un luogotenente dell'imperatore e con un ministero italiano, ma risiedente in Vienna--il secondo, dotato di più o meno libere leggi, ma sempre provincia dell'Austria: la difesa del Tirolo e la tutela delle comunicazioni tra Vienna e Trieste esigevano la servitù di Venezia. L'emancipazione della Lombardia doveva intanto comprarsi col tributo annuo di quattro milioni di fiorini all'impero, col pagamento annuo d'una rendita di circa dieci milioni di fiorini, trasportata sul monte Lombardo-Veneto, come parte nostra del debito pubblico dell'impero, e coll'obbligo di combattere colle nostre truppe le battaglie dell'Austria. Senza il Veneto e col nemico in Verona e sulla linea dell'Adige, la Lombardia avrebbe, nel primo momento favorevole ai re, trovato illusorî codesti patti. Pur non vedo che fossero mai seriamente proposti; e diresti che tanta espansione d'intenzioni pacifiche dall'Austria al ministero inglese non avesse intento, passati i primi terrori, da quello in fuori di allettare, senza compromettersi con comunicazioni dirette, il Piemonte. Soltanto il 13 giugno un armistizio fu proposto da Wessemberg al conte Casati, con basi di pace risguardanti il solo Lombardo; ma non tendeva che a dare un po' di tempo ai rinforzi; e il 18 un dispaccio di Ponsomby avvertiva Palmerston che Radetzky, al quale era stato commesso dal Wessemberg non di _conchiudere_ ma di _proporre_ armistizio, dissentiva, ripromettendosi meglio dall'armi[93].

E a questo somma la storia, nota fin qui, della diplomazia di quel tempo: volpina al solito per parte dell'Austria, nulla per parte del Piemonte, se non in quanto appajono qua e là indizî d'un mistero che forse il tempo sciorrà. Il solo incidente che conforti l'animo e splenda, come gemma nel fango, di mezzo a questa abbietta prosa di cancellerie, è il subito generoso commoversi della popolazione lombarda ogni qual volta serpeggiavano rumori d'abbandono di Venezia e di pace all'Adige. Balzava e ruggiva, come lione addormentato al quale un ferro rovente marchi a un tratto la fronte. _Guerra per tutti, libertà per tutti o per nessuno_, era in que' momenti il grido universale, e proferito con tale energia da far retrocedere ogni governo provvisorio o regio che avesse in animo di patteggiare. L'idea nazionale si ridestava potente come ai primi giorni dell'insurrezione. Quei giornalisti francesi che menarono, non ha molto, romore di parecchî fra i dispacci citati, e rimproverarono i Lombardi perchè non afferrassero allora l'áncora di salute d'una pace all'Adige, provarono a un tempo la loro profonda ignoranza della politica austriaca e il silenzio d'ogni senso generoso nell'anima loro. Quel rifiuto vale più assai per l'avvenire del nostro popolo che non dieci regni costituzionali da fondarsi a beneplacito dell'Austria tra l'Adige e il Po.

Non so se la pace all'Adige entrasse mai positivamente nei disegni del re o--dacchè, com'oggi in Torino son due governi, così erano allora nel campo--d'altri per lui. Ma credo certo che quel fantasma, evocato sin da principio astutamente dall'Austria, operasse quasi fascino sull'animo suo, e contribuisse alle lentezze e al mal esito della guerra. A qualunque guardi, con occhio quanto più vuolsi indulgente, all'insieme e alle fazioni di quella malaugurata campagna--all'abbandono deliberato d'ogni impresa in Tirolo e agli sbocchi dell'Alpi--al sagrificio del Veneto--alla decisione di non muover guerra a Trieste e sul mare--alla negligenza d'ogni tentativo per sommover l'Illirico e per collegare la causa d'Italia coll'altre cause nazionali che s'agitavano nell'impero--all'inazione sistematica dell'esercito prima della resa di Peschiera, unico trionfo dei regi, e dopo, fino a quasi la metà del luglio--e ai modi più che cavallereschi e cortesi usati in tutte occasioni coll'Austria--parrà non foss'altro probabile che Carlo Alberto tendesse, anche inconscio, a serbarsi per ogni rovescio aperto il rifugio d'un trattato che, senza infliggergli la vergogna d'abbandonare un terreno già conquistato, gli avrebbe pur procacciato un ingrandimento di territorio nella Lombardia. Tristissima e inevitabile conseguenza anche questa d'una guerra d'indipendenza affidata ad un re. Guerre siffatte, quando non trovino uomini apostolicamente credenti a guidarle, vogliono almeno duci che abbiano tutto da conquistare nella vittoria, tutto da perdere nella disfatta. Carlo Alberto non poteva riuscire a vittoria assoluta senza giovarsi d'un elemento--l'elemento popolare--che gli minacciava da lungi il trono; e cadendo, era certo, come ho detto poc'anzi, di serbarsi la sua corona.

Se non che per ridurre il popolo ad accettare una pace all'Adige non era forse che un'unica via: porgli il pugnale del nemico alla gola, conchiuderla coll'Austriaco alle porte di Milano. E giunto una volta alle porte di Milano, l'Austriaco avrebbe, schernendo, lacerato ogni patto segreto in viso al patteggiatore.

Intanto, la guerra era irremissibilmente perduta; e il decreto della fusione non fece che affrettar la catastrofe. Il popolo incominciò poco dopo a destarsi dal sonno delle illusioni e a sentire l'inganno.

Gli avevano detto che, segnato il contratto, Genova avrebbe dato danaro, e il Piemonte soldati--e il governo invece andava or più che mai stimolandolo a sagrificî, e assumendo per la prima volta linguaggio inquieto. Gli avevano parlato di capitale, e di altro che il Piemonte, commosso dall'atto fraterno, gli avrebbe consentito con entusiasmo--e ascoltava invece discussioni esose d'ostilità e di mal celata diffidenza nella Camera torinese. Gli avevano promesso che, sicuri una volta del premio, Carlo Alberto e l'esercito avrebbero operato prodigî--e Carlo Alberto e l'esercito si stavano, dopo resa Peschiera, inerti, immobili sino al 13 luglio. E le moltitudini cominciarono ad agitarsi, siccome persona inferma che si desta in accesso di febbre, a tender l'orecchio sospettoso ai romori che venivan dal campo, alle accuse che i chiaroveggenti movevano da molto tempo al governo, al gemito dei traditi del Veneto, e all'_hurrah_ del croato che si spingeva a corsa non molestata fino ad Asola e a Castel Goffredo. Quasi ogni sera, la piazza san Fedele, dov'era il palazzo del governo, s'empieva di popolo chiedente nuove del campo, e quasi ogni sera il Casati ripeteva dalle finestre le solite frasi «non dubitassero: si vincerebbe: la prossima resa di Verona ridarebbe le città cadute del Veneto: la bandiera tricolore sventolerebbe presto sulle mura di Mantova per opera del magnanimo re e del prode esercito piemontese». Poi, si schermivano dall'agitazione crescente con decreti di leve, armamenti, ed imprestiti e con turpi vessazioni di polizia: dannose queste e semenza d'irritazione; buoni i primi, ma tardi, e mercè la pessima costituzione del ministero di guerra, inefficaci: mancavano armi, ufficiali, uniformi, e i primi battaglioni che s'affrettarono al campo sembravano, per difetto di tutto quel materiale che costituisce ai proprî occhî e agli altrui il soldato, un'accozzaglia di gente cacciata in guerra perchè il popolo non tumultuasse. Il popolo che in quella nudità d'ogni forma guerresca, in quelle vesti e giberne di tela--coperti di tela si mandavano perfino i destinati alle nevi del Tonale e dello Stelvio--ravvisava una dimostrazione innegabile della inerzia colpevole di tre mesi, tumultuava più forte. E allora, alle cento cagioni che avevano oprato a spegnere l'entusiasmo e le forze popolari dell'insurrezione, s'aggiunge la diffidenza di tutto e di tutti, e la parola _tradimento_, fatale a ogni impresa, serpeggiò tra le moltitudini. A me fu più volte proposto, e da forze ordinate, di rovesciare il governo e tentar con altri uomini qualche via di salute. Ed era facile impresa; ma a qual pro? Un subito mutamento di governo in Milano avrebbe acceso la guerra civile e messo una macchia, agli occhi dei moltissimi illusi tuttavia nel resto d'Italia, sulla bandiera repubblicana senza salvare il paese. La fusione pronunciata dava diritto al re di spedir truppe a _protegger l'ordine_ e il _suo governo_. Noi ci saremmo trovati a fronte bajonette di fratelli. L'Austriaco, che s'addensava vigilante, avrebbe profittato dello smembramento delle forze e delle nostre discordie. E coll'oscillazione inevitabile delle provincie, sparivano, nei momenti di maggior bisogno, danaro, credito, armi e materiale di azione al governo che si sarebbe inalzato. Ricusai dunque sempre e impedii.

Per noi i fati della guerra erano da lungo segnati. Sapevamo che l'esercito regio sarebbe rotto e il paese lasciato indifeso; e stanno nell'_Italia del Popolo_ articoli che pronunziavano, senza grande sforzo di genio, le cose che accaddero, nè potevano per forza umana impedirsi. Bensì vagheggiavamo un'ultima speranza; ed era: che da Milano, assalita dall'armi austriache, risorgesse per impeto di popolo concitato la guerra lombarda. Milano era ed è città di prodigi. Gli estremi pericoli, la disperazione d'ogni altro ajuto per la probabile ritirata delle forze regie al di là delle proprio frontiere e il tuonare del cannone austriaco alle porte, avrebbero forse rifatto gigante il popolo delle barricate di marzo. Liberi d'ogni impaccio di governo inetto che sarebbe stato, da taluno fra' suoi membri infuori, primo alla fuga, liberi d'ogni terrore di tradimento, liberi sovra tutto della taccia aborrita di suscitare colla nostra azione risse civili, i repubblicani, che erano negli ultimi tempi risaliti in influenza tra le moltitudini, avrebbero ordinato e condotto una tremenda battaglia di popolo nella città. Per battaglia siffatta abbondavano l'armi, le munizioni ed i viveri. E l'esercito austriaco avea nemiche alle spalle le popolazioni, e forze nostre tenevano tutta l'alta Lombardia, l'eroica Brescia, Bergamo, la Valtellina; e Venezia durava, e le Romagne fremevano, emancipate d'ogni illusione principesca, sull'altra riva del Po. Una resistenza ostinata in Milano poteva far riarder l'incendio. E a prepararla si dirigevano tutti i nostri pensieri, e i legami che stendevamo per le provincie, tra i corpi lombardi e noi, argomento di continue paure e calunnie a chi s'ostinava a sconoscerci. Ma tutto questo disegno si fondava sopra una condizione: _Che Milano fosse lasciata a sè stessa_. E questa condizione ci fu anch'essa rapita. Il re che aveva perduto il Lombardo-Veneto, dichiarò, fatalmente, che avrebbe difeso Milano.

Lo stesso giorno in cui l'esercito piemontese, vittima dell'inscienza dei capi e di peggio, dopo miracoli di valore inutilmente operati, duce il Sonnaz, intorno al posto di Volta, entrava in una rotta che dal Mincio non s'arrestava se non al Ticino, quel Fava, mezzo-letterato, mezzo-poliziotto, che citammo più sopra in nota, urlava imperterrito per le vie di Milano vittoria del re magnanimo e migliaja di prigionieri e trofeo di non so quante bandiere; ond'io, ch'era informato del vero, ebbi a inviare un amico agli uomini del governo, non più veduti da me dopo il 12 maggio, per supplicarli che non provocassero, ingannandolo sino agli estremi, il popolo a ferocia di riazione; se non che erano ingannati, i più almeno, dall'ambasciata sarda. Le nuove funeste si diffusero nella giornata; e il governo atterrito e fatto, allora per la prima volta, consapevole della propria impotenza, ricordò a un tratto ch'erano in Milano uomini i quali amavano davvero il paese, comechè repubblicani e in sospetto, due mesi addietro, d'_alleati dell'Austria_.

Il concentramento del potere per la difesa era necessità universalmente sentita. Richiesti di nomi, indicammo Maestri, Restelli e Fanti: repubblicano il primo d'antica data; non repubblicano fino allora il secondo, e noto a noi per aver lavorato, ma per errore di buona fede, alla fusione in Venezia: più soldato il terzo che uomo di concetto politico: tanto a noi premeva esclusivamente la difesa della città e nulla il trionfo della parte nostra. Erano onesti, vogliosi del bene e capaci. Superata coll'insistenza l'opposizione del governo al Fanti, al quale il generale Zucchi ricusava come a più fresco di grado, ubbidienza, i tre si costituirono, il 28 luglio, comitato di difesa. Il governo rimase inoperoso, nullo, nelle proprie sale.

Di mezzo ad errori, conseguenze in parte quasi inevitabili della condizione anomala creata dalla fusione--e il primo era quello di non esser solo all'impresa ma d'aver frammisti nelle discussioni ministri e generali del re--il comitato operò con attività singolare e fece in tre giorni più assai che non avea fatto il governo in tre mesi. I suoi provvedimenti stanno registrati nel libro di Cattaneo e in uno scritto abbastanza noto steso da Maestri e Restelli[94]; nè a me spetta, in questi rapidi cenni, ridirli. Ma il popolo s'era ridesto a vita sublime; correva minaccioso le vie esigendo che ricomparissero per ogni dove le bandiere tricolori quasi disfida al vegnente nemico; apprestava armi e difese: sentiva l'alito della _sua_ battaglia e lo salutava con una gioja santamente feroce. Milano in quei giorni era la più eloquente risposta che dar si potesse a tutte stolide accuse, la più irresistibile condanna della guerra regia e dei metodi tenuti dai _moderati_. A noi balzava il core per lietezza insolita e risorgenti speranze. Rinasceva col popolo la potenza d'amore e d'oblio che avea santificato i primi giorni dell'insurrezione.

Illusi e giovenilmente incauti dopo quasi vent'anni di delusioni e d'esilio! Gl'Italiani avevano peccato contro l'eterno vero e contro la unità nazionale; e noi dimenticavamo che a ogni colpa tien dietro inevitabile l'espiazione.

La notte dal 2 al 3 agosto, Fanti e Restelli si recavano a Lodi par chiedere a Carlo Alberto quali fossero le sue intenzioni: nol videro, ma ebbero dichiarazione dal generale Bava «che il re moverebbe a difender Milano». Vidi Fanti al ritorno e presentii la rovina. Ei dovrebbe or ricordarsi ch'io lo scongiurava di preparare i disegni della difesa _come se l'esercito piemontese venisse per girsene_. Egli, militare--_i fatti posteriori lo hanno pur troppo chiarito_--più ch'altro, e affascinato dai quaranta mila difensori soldati, sorrideva del mio scetticismo.

Il 3, comparve, munito di regio decreto che lo instituiva commissario militare, un generale Olivieri, il quale con altri due, il marchese Montezemolo e il marchese Strigelli, s'assumeva, in nome della fusione, ogni potestà esecutiva. Io vidi i tre, intesi le loro parole alla moltitudine raccolta sotto il palazzo, rividi Fanti, corsi le vie di Milano, studiai gli aspetti e i discorsi; e disperai. Il popolo si credeva salvo; era dunque irrevocabilmente perduto. Lasciai la città, Dio solo sa con che core, e raggiunsi in Bergamo la colonna di Garibaldi.

Il dì dopo, Carlo Alberto entrava in Milano.

Com'egli recasse la capitolazione con sè e nondimeno promettesse difesa, e ordinasse incendî d'edificî che potevano giovare al nemico--come il 4 ei giurasse per sè, pe' suoi figli, e pe' suoi soldati, a una deputazione della guardia nazionale, e il 5, mentre tutta Milano era un fremito di battaglia, egli e i suoi dichiarassero a un tratto la capitolazione un _fatto compito_--come, all'udirlo, la popolazione ardesse d'immenso furore; e le minaccie al re, le scene del palazzo Greppi; le nuove promesse parlate e scritte di Carlo Alberto ch'egli, commosso dall'unanime volere del popolo, combatterebbe fino alla morte; e quasi a un tempo, la fuga segreta e codarda, con tali particolari da infamare in perpetuo la monarchia--sono cose da vedersi documentate nella relazione del comitato di difesa e nel tremendo capitolo, intitolato _La consegna_, del libro di Cattaneo. Poco importa appurare se il re tradisse o non tradisse, o da quando avesse data il tradimento, suo o d'altri: poco importa la lapide d'infamia che la storia potrebbe scrivere ad uno o ad altro individuo. Esce ben altro da quei ricordi. E chi non legge in quelle pagine della passione d'un popolo che fu grande, era grande e vuole esser grande, l'IMPOTENZA ASSOLUTA DELLA MONARCHIA, la morte di tutte illusioni dinastiche, aristocratiche e _moderate_, non ha intelletto nè core, nè amor vero d'Italia, nè speranza mai d'avvenire.

Una piccola bandiera di compagnia, colle parole DIO E IL POPOLO, s'inalzava per alcune ore in Monza, di fronte a quell'immenso spettacolo di monarchia fuggente e di popolo abbandonato, tra i prodi che nella legione Garibaldi seguivano Giacomo Medici--ed io, trascelto dall'affetto di quei giovani, la portava. Era la bandiera della nuova vita sorgente tra le rovine d'un periodo storico; e sei mesi dopo splendeva di bella luce, quasi programma dell'avvenire italiano dall'alto del Campidoglio.

Caduta Milano, era caduta la Lombardia. Frutto anch'esso delle abitudini tradizionali monarchiche e dei canoni della guerra regia, durava inviscerato negli animi--e, per prova più recente, tuttavia dura--il pregiudizio che nei fatti della capitale concentra i fatti dell'intero paese. La capitale è dovunque splende sorretta da cittadini devoti alla libera vita o alla bella morte e più energicamente difesa, la bandiera della nazione. Ma allora, questa verità non era sentita, e d'altra parte, la provincia era tuttavia indebolita dalle fresche scissioni della fusione, e gli uomini che avrebbero potuto perpetuare la guerra nella parte montagnosa della Lombardia e guardare a Venezia siccome a capitale dei paesi lombardo-veneti, Durando, Griffini ed altri, erano generali del re, stretti ad un patto ignominioso di resa, e, dati i luoghi forti in mano al nemico, maneggiarono in modo da spegnere ogni possibilità di resistenza e condurre, taluni con fogli di via segnati da penna austriaca, i volontarî del marzo in Piemonte. Garibaldi solo resse quanto umanamente potevasi: poi cesse, ultimo e senza transazione, alla piena.

La meschina storia dei _moderati_ sardo-lombardi non finì colla resa. Come lombrico troncato in due, seguirono ad agitarsi impotenti e senza speranza di vita: la coda--il governo provvisorio trasformato in consulta--verso il Lombardo-Veneto; la testa, il gabinetto torinese e gli uomini della confederazione principesca, verso il centro d'Italia, dove il pensiero nazionale, cacciato dal nord, s'era ridotto e rinvigoriva. Non potendo tentar di giovare, si diedero deliberatamente a nuocere; non potendo _fare_, lavorarono a _disfare_ l'altrui. Operarono ed operano dissolvendo. Ma non entra nel mio disegno seguirne i raggiri e le mosse. L'azione funesta che taluni fra loro, riconciliati apparentemente e pentiti, tentarono esercitare in Venezia--le mene che, affascinando parecchî uomini nostri, contribuirono potentemente al mal esito del tentativo che da Val d'Intelvi doveva riaccendere l'insurrezione in tutta l'alta Lombardia--le menzognere speranze che introdussero il dissolvimento nell'emigrazione lombarda--i progetti d'invasione in Toscana--l'opposizione, coronata di successo pur troppo, alla unificazione del centro--e da ultimo la rotta infamissima di Novara--potrebbero formare, e formeranno forse un dì o l'altro, una pagina addizionale a questi miei cenni, come i documenti, che si preparano per la stampa nella Svizzera italiana, faranno commento a più cose accennate qui appena di volo. Per ora basta così; e l'animo affaticato di ravvolgersi per entro a codesto fango ha bisogno di riconfortarsi levandosi a contemplar l'avvenire. Oggi ancora i superstiti fra i _moderati_, smembrati in più frazioni a seconda dei concettucci e delle ambizioncelle locali, lavorano fra le tenebre, gli uni a sedurre, se valessero, la povera Lombardia a nuove illusioni, a nuove trame monarchico-piemontesi, gli altri a suscitar congiure innocue in Toscana a favore d'uomini che combattono in Piemonte le libere tendenze delle popolazioni, altri ancora a giovarsi dell'aborrimento comune al governo sacerdotale per proporre--vera profanazione del concetto escito da Roma--uno smembramento alle provincie romane e--servendo, forse inavvedutamente, alle mire dell'Austria--una _fusione_ collo Stato del duca di Modena! Ma siffatte mene, basta svelarle perchè non riescano--e se gl'Italiani, dopo la guerra regia del 1848, dopo la rotta di Novara, dopo la provata impotenza e peggio dei capi della fazione da un lato--dopo i miracoli di valore e costanza popolare operati in Roma e Venezia dall'altro--tentennassero ancora nella scelta fra le due bandiere--sarebbero veramente indegni di libertà.

No; gl'insegnamenti scritti negli ultimi due anni con lagrime di madri e sangue di prodi non possono andar perduti. La prova è compita. Gli uomini d'intelletto traviato o perverso, che hanno voluto applicare alla nascente Italia una dottrina sperimentata venti o trenta anni addietro e trovata inefficace anche in Francia, possono per breve tempo ancora creare modificazioni ministeriali, ordire raggiri, sedurre, ingannandoli, pochi uomini inesperti d'ogni politica o paurosi; ma non terranno più mai, con qualunque nome s'ammantino, le redini del moto italiano. Mancavano ad essi, fin da quando usurpavano la direzione del moto, i diritti che danno all'altrui fiducia le forti radicate credenze: si dichiaravano uomini d'_opportunità_, di transazioni a tempo, di menzogne che diceano utili. Mancano oggi anche i pretesti che potevano, anni sono, desumersi ai loro metodi dalle condizioni europee.

Le condizioni europee sono da due anni visibilmente, innegabilmente mutate. La questione ferveva un tempo fra il dispotismo e la monarchia temperata; freme in oggi fra la monarchia e il principato. Grido repubblicano sarà, da dove che sorga, il primo grido rivoluzionario. Alla rivoluzione italiana, se intende a farsi forte d'alleanza col moto europeo, è dunque forza d'essere repubblicana. Tutte le utopie _moderate_ non daranno un solo amico nè scemeranno un nemico alla causa italiana.

In Italia, caduto Pio IX, caduto Carlo Alberto, e dopo la parola escita da Roma, non esiste più nè può esistere, giova ripeterlo, che un solo partito: il PARTITO NAZIONALE.

E la fede politica di questo partito nazionale si compendia nei pochi seguenti principî:

L'Italia vuole esser NAZIONE: per sè e per altrui: per diritto e dovere; diritto di vita collettiva, d'educazione collettiva--dovere verso l'umanità, nella quale essa ha una missione da compiere, verità da promulgare, idee da diffondere.

L'Italia vuole essere nazione una: una, non d'unità napoleonica, non d'esagerato concentramento amministrativo che cancelli a beneficio d'una metropoli e d'un governo la libertà delle membra; ma di unità di patto, d'assemblea interprete del patto, di relazioni internazionali, di eserciti, di codici, d'educazione, armonizzata coll'esistenza di regioni circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di grandi e forti comuni, partecipanti quanto più è possibile coll'elezione al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l'intento dell'associazione e il cui difetto li rende oggidì impotenti o necessariamente servi al governo centrale. L'autonomia degli Stati attuali è un errore storico. Gli Stati non sorsero per vitalità propria e spontanei, ma per arbitrio di signoria straniera e domestica. La confederazione fra Stati siffatti spegnerebbe ogni potenza di missione italiana in Europa, educherebbe gli animi a funeste rivalità, conforterebbe ambizioni; e tra queste e le influenze inevitabili di governi stranieri diversi si cancellerebbe presto o tardi la concordia e la libertà.