Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 6
Pochi dì dopo, pubblicavamo il programma dell'_Italia del Popolo_. Ed anche allora, il nostro era linguaggio di conciliazione. «La nostra è missione di pace. Fratelli tra fratelli, noi concediamo e rivendichiamo il diritto di libera parola, senza la quale non è fratellanza possibile. Chi vorrebbe, chi potrebbe contenderlo? Non è santo, in Italia, il pensiero? Non prorompe dal conflitto delle opinioni la verità? Ov'è chi già la possieda infallibile, intera? Ah, se i fratelli potessero mai impor silenzio ai fratelli, se un diverso convincimento intorno ai modi di far questa nostra patria una, libera, grande, potesse mai farci nemici gli uni degli altri, i presentimenti d'un'Italia futura sarebbero menzogna e ironia. Il problema dei nostri fati è problema di educazione. Educhiamo. Noi rinunziammo, da quando albeggiò sulla nostra terra la libertà di parola, al lavoro segreto, alle vie, sante nel passato, d'insurrezione. Pieghiamo noi tutti riverenti il capo davanti al giudizio sovrano, legalmente manifestato, del popolo. Accettiamo i fatti che, consentiti dal popolo, si producono successivi fra il presente e l'ideale che splende, come una stella dell'anima, davanti a noi. Ma chi fra' nostri oserebbe dirci: _rinnegate quell'ideale?_ Lasciate, in nome di Dio, in nome dell'inviolabilità del pensiero, che questa nostra bandiera, bandiera, voi tutti lo dite, dei dì che verranno, sventoli sorretta da mani pure, nella sfera dell'idea, quasi presagio aleggiante intorno alla culla d'un popolo che sorge a nazione! Noi sappiamo che dov'anche moveste in oggi per altre vie, voi verrete un giorno a raccoglierla sui nostri sepolcri. Ma la raccoglierete illuminati, mercè nostra, sul suo potente significato, sul valore delle sacre parole _Dio e il popolo_ che vi splendono sopra: la raccoglierete, non per subito impulso di concitate passioni o di riazioni contro le tirannidi spente, ma come legato de' nostri padri, purificato, discusso dagli studî, e dalla meditata esperienza dei vostri fratelli. E intanto noi ci abbracceremo sul terreno comune che le circostanze c'insegnano: l'emancipazione della patria, l'indipendenza dello straniero che la minaccia. Studieremo insieme i modi più attivi, più efficaci di guerra contro l'Austriaco; susciteremo insieme il nostro popolo all'opera; indicheremo ai governi la via da tenersi per vincere; moveremo su quella con essi. Primo nostro pensiero sarà la guerra; secondo, l'unità della patria; terzo, la forma, l'istituzione che deve assicurarne la libertà e la missione. Ora i nostri lettori sanno chi siamo e l'inspirazione che ci dirigerà nel nostro lavoro. Spetta ad essi il giudizio: ai giovani, consacrati dall'amore e dall'intelletto, sacerdoti del progresso italiano, l'ajutarci fraternamente all'impresa. Noi seguiremo, avvenga che può, come le leggi future e gli eventi concederanno. E s'anche, fraintesi dagli uni, tiepidamente soccorsi dagli altri, cadessimo a mezzo la via, noi diremo, sereni e assicurati dalla pura coscienza: perisca il nostro nome; si sperda la memoria del molto affetto, dei molti dolori patiti, e del poco che noi facemmo; ma rimanga, santo, immortale, il pensiero, e Dio gli susciti migliori e più avventurosi apostoli negli anni futuri».
Siffatte erano le nostre parole. E nondimeno, noi fummo per ogni dove accusati d'avere, sostituendo un'idea _politica_ alla questione di indipendenza, nociuto alla guerra e seminato dissidî tra le forze che dovevano combatterla unite! E tanto fu diffusa e ripetuta la falsa accusa, ch'oggi ancora serpeggia all'estero e in patria per opera di uomini illusi o tristi. _I repubblicani dovevano combattere e discussero._ La storia intanto dei fatti documentati dice e dirà: _che i repubblicani furono i primi a combattere, gli ultimi a discutere_. Dirà che i repubblicani combattevano sulle barricate mentre i _moderati_ congiuravano con Torino--che repubblicani erano pressochè tutti coloro i quali, inseguendo gli Austriaci fuor di Milano, o uscendo da Como, si spingevano fino al Tirolo, mentre il governo provvisorio moveva i primi passi a render possibile più tardi la dedizione--repubblicani i volontarî che l'undici aprile s'impossessavano della polveriera di Peschiera--repubblicani i più tra gli uomini che pugnarono per Treviso, e sostennero per diciotto ore, il 23 maggio, in Vicenza l'urto di diciottomila uomini e di quaranta cannoni--repubblicani gli studenti che riuniti in corpo chiedevano, scongiuravano d'essere condotti al nemico--repubblicani gli uomini che sul finire del maggio formarono il così detto _battaglione lombardo_, e mossero a difesa del Veneto abbandonato, tradito dalla guerra regia. Dirà che repubblicano e fondatore della _Società democratica_ era Giuseppe Sirtori, salito più tardi a meritata fama di guerra in Venezia--repubblicano il Maestri, membro del comitato di difesa negli ultimi giorni della guerra--repubblicano, egli e chi lo seguiva, il Garibaldi che lasciò ultimo senza codardie di patti o armistizî il suolo lombardo. E dirà che di guerra furono tutte le proposte escite dalla fratellanza repubblicana; per la guerra unicamente e contro l'inerzia del governo tutte le agitazioni che dopo il 12 maggio si rivelarono in piazza San Fedele. Il protagonista, dell'unica manifestazione che assumesse per un istante colore politico--quella del 29 maggio--l'Urbino, era giunto da poco di Francia, ignoto ai repubblicani, non veduto fuorchè una sola volta da me.
III.
Il 29 maggio furono chiusi, esaurita la votazione, i registri. Come se ad ogni trionfo dei _moderati_ dovesse corrispondere una sciagura nazionale, il fiore della gioventù toscana cadeva in quel giorno, sagrificato, per inscienza di guerra o peggio[86], sui ridutti di Montanara e di Curtatone.
L'8 giugno fu pubblicata la cifra dei voti. Il 13, due giorni dopo caduta Vicenza, una deputazione recava, duce il Casati, al campo del re l'atto solenne della _fusione_. La vittoria era della fazione; l'intento della guerra regia era finalmente raggiunto: _svanita per allora ogni possibilità di repubblica e un_ PRECEDENTE, come lo chiamano i diplomatici, _conquistato alla dinastia di Savoja_. I regî a quel tempo diffidavano già di vincere, e un _precedente_, un titolo da tenersi in serbo a giovarsene nei futuri rivolgimenti e nei futuri congressi, era per molti fra loro la somma speranza. Quindi la fusione affrettata, in onta alle promesse e all'utile della causa, nella Lombardia; e peggio nella santa eroica Venezia, dove il 6 agosto, _segnate già da due giorni le basi della turpe cessione all'Austria_, giungevano a prender possesso, in nome di re Carlo Alberto, della città i due commissarî Colli e Cibrario. Ah! duri l'esilio per noi, duri per voi, fratelli miei, l'oppressione, anzi che debba un'altra volta vedersi profanato per siffatte oscene miserie il grande concetto italiano e dato ai traffichi di un'ambizione dinastica l'entusiasmo e il sangue dei prodi! Perchè, come nelle lagrime si santifica la virtù, così nei patimenti inflitti dalla tirannide si purificano le nazioni; ma per arti di menzogna e calcoli d'egoismo non si sollevano popoli alla libertà: si sfibrano nell'inerzia della diffidenza e si condannano a tale una lenta agonia d'ogni facoltà potente e d'ogni palpito generoso da far lungamente piangere le madri in terra e gli angioli in cielo.
Ed era agonia!--noi più miseri di tutti gli altri che senza illusioni interrogavamo i segni crescenti del male e numeravamo i battiti del polso alla grande morente, nè potevamo sclamare: _la libertà d'Italia perisce_, senza ch'altri ci gridasse terrificatori e alleati dell'Austria!
Fin dall'aprile, per odio ai volontarî e obbedienza alla diplomazia, l'impresa del Tirolo s'era abbandonata. Il Friuli era perduto e aperto al nemico. E perduta era la provincia veneta, dove Padova, Vicenza, Treviso, Rovigo, l'una dopo l'altra cadevano senza che un soldato del re movesse a soccorrerle: ai regi importava, non di salvare il Veneto, ma di strappare, col terrore della rovina e con false speranze di redenzione, a Venezia il voto del 5 luglio. Promesse date a governi stranieri contendevano ogni operazione--e poteva riescir decisiva--contro Trieste. La flotta sarda, in virtù d'obblighi reiteratamente e inesplicabilmente contratti, si rimaneva inattiva: l'11 giugno, ad ajutare in Venezia i raggiratori della fusione, s'era annunciato che in un coi Veneti i legni sardi avrebbero tentato una impresa; ma, raggiunto l'intento, l'ordine di mossa si rivocava. Gli Austriaci, rinforzati a lor senno, maturavano gli estremi disegni. Poco dopo il decreto del 12 maggio, il re di Napoli aveva richiamato le sue truppe. Le dichiarazioni del papa a Durando avevano reso pressochè inutili gli ajuti romani. L'atto di fusione aveva, rivelando nuovi pericoli ai governi italiani dall'ambizione della casa di Savoja, tolta ogni speranza di cooperazione da parte loro; aveva, col fantasma d'una costituente sardo-lombarda, irritati più sempre i timori, gli odî e maneggi segreti dell'aristocrazia torinese. Le tristi necessità, che accennammo più sopra, della guerra regia avevano creato il vuoto e l'isolamento intorno al campo di Carlo Alberto.
E a isolarsi in Europa, a privarsi d'ogni speranza di soccorso dall'estero, sommavano le necessità della regia diplomazia: tortuosa del resto come fu sempre la politica di casa Savoja, e incerta e tentennante come il pensiero del re.
La storia diplomatica di quel periodo è tuttavia arcana e rimarrà tale per qualche tempo. Vivono, e pressochè tutti in potere, gli uomini che la maneggiarono; e importa ad essi sottrarne i documenti alle povere aggirate popolazioni. Però, anche la collezione inglese, citata più volte, è visibilmente manchevole nella parte che più rileva. Ma le linee principali trapelano di sotto al velo e giova, a compimento di questo lavoro, accennarle.
La guerra fra i due principî era generale in Europa: l'entusiasmo suscitato dai moti italiani, e segnatamente dall'insurrezione lombarda e dai prodigi delle cinque giornate, era immenso; e l'Italia poteva, sapendo e volendo, trarne quanta forza era necessaria a controbilanciare ogni forza di riazione nemica. Ma per questo bisognava, checchè temessero i meschini politici _moderati_, dar carattere apertamente, audacemente nazionale, a quei moti, tanto da spaventare i nemici e offrire un elemento potente d'ajuto agli amici. Gli uni e gli altri presentivano maturi i tempi, e cominciavano a credere che l'Italia sarebbe; ma l'_Italia_, non il _regno del nord_. Ricordo le confortatrici parole a me rivolte nelle sue stanze, due giorni prima ch'io rimpatriassi, da Lamartine in presenza, fra gli altri, d'Alfred de Vigny e di quel Forbin Janson ch'io doveva più tardi ritrovarmi davanti predicatore di restaurazione papale e cospiratoruccio raggiratore in Roma. «L'ora ha battuto per voi--diceva il ministro--ed io ne sono siffattamente convinto, che le prime parole da me commesse al signor d'Harcourt pel papa a cui l'ho spedito sono queste: _Santo padre, voi sapete che dovete essere presidente della repubblica italiana_». Il d'Harcourt aveva ben altro che dire al papa per conto della fazione che avvolgeva Lamartine nelle sue spire mentr'ei s'illudeva di padroneggiarla. Nè io dava importanza più che di sintomo alle parole di Lamartine, uomo d'impulsi e di nobili istinti, ma fiacco di fede, senza energia di disegno determinato, e senza conoscenza vera degli uomini e delle cose. Bensì, egli era l'eco d'una tendenza prepotente, in quei momenti di concitamento, sulle menti francesi; e una bandiera di nazione risorta, un programma, se non risolutamente repubblicano, come quello almeno della costituente italiana, avrebbe, in Francia, fatto forza ad ogni più esitante governo. Da cose grandi nascono cose grandi. Il concetto pigmeo dei _moderati_ agghiacciò gli animi per ogni dove e comandò politica diversa alla Francia. Il POPOLO ITALIANO era alleato più che forte a salvare la repubblica da ogni pericolo di guerra straniera; un regno del nord, in mano di principi mal fidi e avversi per lunga tradizione ai repubblicani di Francia, aggiungeva un elemento pericoloso alla lega dei re. La nazione da quel giorno ammutiva e lasciava libero il suo governo di commettere i fati della repubblica all'ignoto avvenire e non aver politica alcuna per l'estero. L'Inghilterra, comechè l'idea d'una Italia possa ingelosirne il governo, non era tale da contrastare a una solenne manifestazione nazionale: politica perpetua inglese è quella di creare ostacoli al sorgere d'ogni fatto che introduca un nuovo elemento nell'assetto europeo, e di riconoscere prima quel fatto, sorto che sia e potentemente iniziato. E le due cagioni che rendevano meno avversa l'Inghilterra alla formazione del nuovo regno--l'impianto d'una barriera alla Francia conquistatrice e la necessità creata all'Austria di cercare un compenso nelle provincie turche e costituirsi ostacolo alle mire russe--militavano con più vigore per l'ipotesi nazionale. L'Austria sentiva il nembo, e non intravvedeva possibilità di difesa. _Se domani_--scriveva a Londra a lord Palmerston il barone Hummelauer[87]--_se domani i Francesi varcassero l'Alpi e scendessero in Lombardia, noi non moveremmo a incontrarli. Noi rimarremmo a principio nella posizione di Verona e sull'Adige; e se i Francesi venissero in cerca di noi, noi retrocederemmo verso le nostre Alpi e l'Isonzo; ma non accetteremmo battaglia. Noi non ci opporremo all'ingresso e alla marcia dei Francesi in Italia. Quei che ve li avranno chiamati potranno a lor posta sperimentare anche una volta la loro dominazione. Nessuno verrà a cercarci dietro le nostre Alpi; e rimarremo spettatori delle lotte che avranno sviluppo in Italia_.
Io non dico che si dovesse o non si dovesse chiamare gli eserciti francesi in Italia. Io credeva allora e scrissi più volte sull'_Italia del Popolo_--comechè a noi repubblicani venisse dalla stessa gentaglia, che ci chiamava alleati dell'Austria, gettata continuamente in viso l'accusa di volere far decidere le nostre liti dallo straniero--che noi Italiani avevamo, purchè uniti e volenti, forze nostre a dovizia per emanciparci: e lo credo anch'oggi. Ma dico che a sciogliere il nodo bisognava o giovarsi degli ajuti stranieri o chiamar sul campo tutte le forze vive della nazione; e dico che gli ajuti di Francia in quei giorni erano, per chi li avesse voluti, certi, immancabili. I _moderati_ respinsero gli uni e non vollero, anzi addormentarono e soffocarono l'altre. Era stoltezza e tradimento ad un tempo. A noi, che di certo sentivamo italianamente quant'essi e volevamo liberarci con armi nostre suscitando a crociata il paese, pareva utile e giusto che la fratellanza dei popoli ricevesse pure consecrazione sui campi delle prime nostre battaglie e s'accettasse con riconoscenza l'offerta d'una numerosa legione di volontarî francesi, che avrebbe coi primi fatti bastato a cimentar l'alleanza morale tra le due nazioni e a mostrar da lungi come probabile l'ajuto governativo. Ma che sperare da uomini, ai quali non era rossore il condannare--per terrore d'un rimprovero da Pietroburgo--all'ozio increscioso d'una caserma in Milano Mickiewicz e i suoi Polacchi sino al giorno in cui la determinazione di sottrarli a Venezia, che per mio suggerimento li aveva accettati, fe' sì che fossero chiamati al campo?
Carlo Alberto e i suoi non volevano gli ajuti di Francia, non per orgoglio nazionale nè per coscienza di secura vittoria, ma come non volevano gli Svizzeri e i volontarî, per paura dell'idea, della bandiera repubblicana. Un timido indirizzo fatto sul cominciar della guerra, e senza chiedere ajuti, al governo di Francia, meritò rimproveri severi dai regî al governo provvisorio. E le istruzioni date agli agenti sardi imponevano di chiudere possibilmente ogni via all'intervento francese. _L'esercito francese_--diceva orgogliosamente, il 12 maggio, Pareto alla Camera torinese--_non entrerà se non chiamato da noi; e siccome noi non lo chiameremo, non entrerà_. E si minacciava sul finir di luglio resistenza aperta a ogni tentativo d'intervento che venisse di Francia. A tenersi intanto diplomaticamente amico il governo francese e a carpire promessa d'approvazione al _regno del nord_ quando sarebbe giunto il tempo di farlo accettare dalle potenze europee, i _moderati_ assumevano segretamente l'obbligo di cedere la Savoja. Di questo ho certezza. E la Savoja era eliminata da una carta del futuro regno fatta disegnare a quel tempo in Torino a norma segreta d'alcuni fra gli agenti sardi, e un esemplare della quale sta in nostre mani. Mercè quel pattuito mercato, Lamartine dimenticava le sue prime aspirazioni repubblicane; e mentre il segretario degli esteri, Bastide, dichiarava a me e a qualunque altro volesse udirlo che la Francia era inesorabilmente ostile alle mire ambiziose di Carlo Alberto, l'inviato francese in Torino, signor Bixio, perorava indefesso per la fusione e mi spediva a Milano, per tentar di convincermi, il suo segretario. Di siffatte vergogne diplomatiche e del continuo oblio del principio scritto sulla sua bandiera, la Francia paga oggi il fio col decadimento del suo nome all'estero e coll'anarchia che la rode.
Dei maneggi politici che i faccendieri del re millantavano coll'Inghilterra, i _documenti_ non hanno indizio. Ma l'Austria, forse da principio, sinceramente atterrita com'era dalle proprie condizioni interne ed esterne, più dopo con intenzione visibile di guadagnar tempo, tentò più volte il gabinetto inglese perchè si facesse mediatore e paciere fra l'insurrezione e l'impero.
Fin dal 5 aprile, Ficquelmont annunziava da Vienna al conte Dietrichstein, ambasciatore austriaco in Londra, l'invio d'un commissario imperiale in Italia incaricato di negoziare per una riconciliazione _sulle più larghe basi possibili_[88], e pregava perchè lord Palmerston appoggiasse le sue proposte. Non so se il commissario giungesse in Italia o con chi favellasse; ma le _larghe basi_ non eccedevano allora i limiti dell'indipendenza amministrativa. Se non che da un altro dispaccio spedito lo stesso giorno al Ficquelmont dal barone di Brenner, incaricato d'Austria in Monaco[89], appare un primo indizio o tentativo o desiderio di non foss'altro scambievoli cortesie fra i due nemici per iniziativa di Torino: e merita attenzione. Era una comunicazione scritta delle intenzioni di S. M. Sarda risguardanti le relazioni pacifiche da mantenersi sul mare; ma i modi della comunicazione e parecchî accessorî, e l'interpretazione data al buon ufficio dall'Austria, moverebbero sospetto d'altro. Il marchese Pallavicini, incaricato della comunicazione, s'indirizzava al Severine, ministro di Russia in Monaco, perchè manifestasse come intermediario all'Austria il desiderio della corte di Torino, e gli ottenesse un colloquio col Brenner. L'abboccamento aveva luogo il 5--non già, come parea naturale, nella residenza del Severine _dacchè non bisognava risvegliar l'attenzione degli sfaccendati curiosi in Monaco_--ma in casa d'un Voillier, consigliere della legazione di RUSSIA; e fu scelta come _il luogo più adatto perchè situato in una parte più remota, poco osservata della città_: il Pallavicini insisteva perchè non si ritardasse di un'ora. La nota fu trasmessa da quest'ultimo al Brenner, coll'aggiunta da leggersi nel dispaccio, «che con quella comunicazione il governo sardo desiderava allontanare per quanto era in esso le conseguenze _funeste_ che il conflitto nel quale il Piemonte si trovava _sventuratamente_ impegnato coll'Austria, potrebbe avere per gli interessi del commercio marittimo ne' due paesi»--forse con altre aggiunte da non leggersi nel dispaccio: e la nota stessa consegnata dal Pallavicini, mandata al Ficquelmont, e da lui, per copia, al Dietrichstein in Londra, non è da trovarsi fra i _documenti_. Comunque, i due conversavano sulle faccende correnti, e il Brenner nota che il marchese «non sembrava affatto rassicurato sull'ultime conseguenze dell'impresa nella quale re Carlo Alberto s'era indotto ad entrare», ma credendo che «in caso di collisione fra i due eserciti il vantaggio rimarrebbe al maresciallo Radetzky, ei pareva fondare le sue speranze sulle interne difficoltà dell'impero». _Non ho creduto_--scrive il Brenner al suo padrone--_dovere respingere una iniziativa che potrebbe forse, nelle intenzioni del governo sardo, aver valore d'un primo tentativo per condurre un accordo col gabinetto imperiale_. Il Pallavicini, pare, fu poi redarguito dal suo governo per avere oltrepassato i termini del mandato. Tutto quel maneggio a ogni modo ha sembianza di congiura più assai che non di franca e leale comunicazione governativa. E se si raffronti colla dichiarazione, non provocata, del Ficquelmont a lord Palmerston «che se l'Austria riescisse a respingere i Piemontesi sul loro territorio.... _noi possiamo porgere anticipatamente all'Inghilterra che noi non seguiremmo al di là delle nostre provincie il successo ottenuto_[90]»--cresce il sospetto nell'animo. Certezza siffatta data innanzi tratto a un fiacco nemico poteva riescire--e riescì forse--fatale.
D'allora in poi, le richieste di buoni uffici e i progetti di pace e le comunicazioni austriache al gabinetto inglese spesseggiavano nei _Documenti_.
Un primo progetto, steso da chi non si nomina nella collezione--e credo sia Colloredo--fu discusso l'11 maggio nel consiglio dei ministri in Vienna e mandato il 12 da Ponsonby a Palmerston. È l'unico savio che potesse escire da Vienna; e cominciando dal confessare la onnipotenza dell'idea nazionale in Italia[91], propone che, accettata la mediazione dell'Inghilterra e del papa, e sancito un armistizio in virtù del quale gli Austriaci terrebbero la linea dell'Adige, si convochino i consigli comunali del Lombardo-Veneto e si chieda se vogliano entrare nella confederazione italiana, della quale l'Austria si farebbe promovitrice, sotto la sovranità di quest'ultima con un arciduca a vicerè, rappresentanza nazionale, costituzione e codice proprio--o se preferiscano indipendenza assoluta con compensi finanziarî e commerciali da stabilirsi. Dichiarando prima il grande principio della nazionalità italiana e ponendosi a un tratto quasi fondatrice d'una confederazione italica a patto che questa dichiarasse stretta e permanente neutralità europea, e l'Europa se ne facesse, come per la Svizzera, mallevadrice, l'Austria serbava, secondo l'estensore del progetto, una possibilità di successo nella votazione, costituiva a ogni modo la propria influenza sulla confederazione, staccava l'Italia dalla temuta influenza francese e la condannava alla debolezza inerente ad ogni paese, per volontà di potenze, neutrale. Ed era infatti sola via di salute e di nuova attitudine in Europa per l'Austria, alla quale lo scrittore dimostrava sin d'allora l'impotenza della vittoria con parole che meritano d'essere qui registrate, come confessione preziosa strappata dall'ingegno e dall'esame dei fatti ad uomo non nostro. «Vinceste anche--egli dice--che ne risulterebbe per l'Austria? Il possedimento di provincie impoverite, che per lunghi anni non darebbero le spese dell'occupazione militare indispensabile per contenerle; l'indebolimento della monarchia in tutte le questioni concernenti la Francia e la Russia, per la necessità di mantenere un esercito di 100 000 uomini nel regno Lombardo-Veneto, e guardare contro gli assalti dei nemici esterni ed interni le provincie del Tirolo, del Litorale e della Carniola. E quindi, politicamente, finanziariamente, militarmente, e sovra tutto moralmente, diminuzione delle forze reali, intralcio d'interessi e lotta, talora celata, talora aperta, ma incessante, contro una nazione di più di 20 000 000 d'uomini riuniti dalla stessa lingua, dalla stessa religione dalle stesse speranze».