Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 51

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Indifferenza negli elettori provata, generalmente parlando, dalla cifra dei votanti nei collegi: indifferenza nei deputati provata ogni giorno dalla difficoltà di raccogliere il numero voluto per le sedute, dalla frequenza dei congedi chiesti e concessi, dall'affrettarsi dei rappresentanti alle loro città sull'accostarsi dalla menoma solennità che dia pretesto di vacanza prolungata sempre oltre i limiti voluti, dai voti dati senza discussione o quasi intorno a questioni di grave importanza: indifferenza negli uomini di governo che vivono d'espedienti, senza disegno premeditato, senza tradizioni politiche, senza quella tranquilla, tenace persistenza di concetti che dà in oggi lento ma continuo progressivo incremento alla Russia e agli Stati Uniti, e son paghi di superare le difficoltà della giornata senza guardare al futuro: indifferenza nei governati che biasimano e non combattono, presentano mali e non preparano i rimedî, pensano e non dichiarano ad alta voce il pensiero, e sembra accettino, regnante un sistema di semi-libertà, la vecchia formula dei tempi dispotici: _non tocca a noi_: indifferenza nei capitalisti che hanno innanzi, in Sicilia, nel mezzogiorno continentale, in Sardegna, nell'Agro Romano, nelle terre incolte d'Italia, una serie di nobili imprese da compiersi con giovamento proprio e del paese e le lasciano intentate o preda di speculatori stranieri. I lagni contro l'esagerazione e il pessimo assetto dei tributi prorompono da ogni lato e ad ogni ora; ma nessuno tenta contro un intero sistema una di quelle potenti agitazioni che in Inghilterra sorgono ordinate, pertinaci, sicure in ultima analisi di trionfo contro ogni atto o progetto economico non consentito dall'opinione. Le ire contro le giornaliere violazioni delle libertà individuali, gli arbitrî degli impiegati subalterni, la tristissima amministrazione delle leggi buone o cattive esistenti sono, più che frequenti, continui e suonano minacciose; ma da queste ire non è mai escito l'impianto d'una Associazione che, fornita di mezzi, s'assuma di rivendicare l'esercizio del diritto violato chiamando davanti ai tribunali i violatori, dall'addetto alla questura fino al ministro. Gli assennati si stringono nelle spalle come pensando: _non gioverebbe_; e i più frementi fra i giovani accennano a un giorno nel quale s'avrà da rifare l'intero edifizio: perchè affronterebbero noje e pericoli per correggere questo o quest'altro particolare?

Indifferenza alle cose dell'oggi e inerte presentimento d'inevitabili mutamenti; è questa la condizione generale delle menti in Italia. Un non so quale senso di _provvisorio_ in tutto ciò che è, svoglia gli animi dal _fare_. Diresti che il paese, visitato da una grande, recente delusione, avesse smarrito la coscienza della propria forza e dei proprî fati e aspettasse rassegnato dai casi un incerto futuro.

Tristissima sempre, condizione siffatta di cose par quasi inesplicabile in una gente che, come la nostra, sorgeva jeri appena a Nazione o che, come la nostra, non visse mai nel passato di vita propria e spontanea senza diffonderne il calore e la luce a tutta l'Europa: inesplicabile a chi ricorda il levarsi ad impeto di marèa di questo nostro popolo, oggi intorpidito di scetticismo, dapprima nel 1848, poi dal 1859 al 1861, quando rifulse possibile la speranza d'unirsi in fratellanza d'azione, e i Mille iniziavano un'epopea rotta a mezzo da un cenno di re. Non basta a darne ragione il difetto d'educazione politica, nè il lungo servaggio, nè l'influenza addormentatrice d'un pugno di raggiratori o d'inetti che riuscirono a usurparsi i frutti delle opere altrui, e dai quali il paese, se si svegliasse, si libererebbe in tre giorni. Un'altra più profonda cagione signoreggia tutti i fatti secondarî e perpetua d'anno in anno, anche modificate, le circostanze, la condizione di cose alla quale accenniamo.

Abbiamo fin dal nostro programma indicato questa cagione; ma dacchè stampa e partiti fanno a gara per obliarla, è pur forza a noi di ripeterla e insistervi.

L'Italia non è costituita. La Nazione esiste di nome soltanto, senza espressione ordinata della propria vita. La leva che crea e mantiene la virtù _iniziatrice_ nei popoli non ha punto d'appoggio nel paese. Ogni elemento è quindi _passivo_: soggiace: ripete fatalmente una serie d'atti in una direzione circolare; non trova in sè potenza per progredire.

Lasciamo da banda i vizî del nostro sorgere; l'azione straniera accoppiata, con pensiero diverso, alla nostra, e le vergogne che ne seguirono e pesano tuttora, a intorpidirla, sulla nostra coscienza di popolo. Ma non è il carattere predominante del nostro moto radicalmente falsato e in aperta, diretta contraddizione col metodo invariabilmente additato dalla storia, dacchè storia fu, come condizione essenziale d'ogni moto nazionale? Quando, dopo una impresa comune contro chi le manteneva smembrate, popolazioni appartenenti alla stessa zona geografica si levano coll'intento dichiarato di stringersi a vincolo di _Nazione_, esse affermano col fatto la coscienza attinta dall'identica origine, dalle tradizioni del passato, dalle conformi tendenze d'un _fine_ comune, d'una via comune da corrersi, d'un metodo comune d'associazione da ordinarsi per tutte. Ma quella _coscienza_ ha bisogno d'essere definita. Ed è necessario definire pubblicamente, solennemente, per tutti _quale_ sia il _fine nazionale_, quale la migliore forma di associazione che può, salvi i perenni diritti del Progresso, guidare i cittadini della nuova Nazione a raggiungerlo.

Bisogna, in altri termini, che la Nazione interroghi la propria vita e le dia espressione di legge perchè sia norma alle opere nel paese e base riconosciuta di contatto cogli altri popoli.

Questa pubblica, solenne espressione è il PATTO NAZIONALE. Senza esso non esiste Nazione.

Quale autorità può dettarlo?

Una sola: la Nazione medesima.

È necessario a questo esame della propria vita comune e della propria vocazione l'intervento di tutti gli elementi che compongono la Nazione. L'esclusione di un solo elemento costituirebbe a suo danno ingiustizia e tirannide.

Il paese che intende a formar Nazione elegge con voto universale i migliori tra i suoi a rappresentarlo e dettare il Patto, l'insieme dei _principî_ che ne costituiscono la vita comune e dei quali tutte le leggi future dovranno essere progressivamente l'applicazione.

Assemblea siffatta, che noi chiameremmo volontieri Concilio nazionale, ha nome universalmente adottato di COSTITUENTE.

Senza COSTITUENTE e PATTO NAZIONALE non esiste Nazione fuorchè di nome.

L'Italia non ebbe la prima e non ha il secondo.

Le popolazioni italiane, fatte libere per le armi altrui o per virtù propria, furono interrogate se volessero unirsi o rimanersi divise, e la risposta non poteva esser dubbia. Non fu chiesto ad esse in nome di che, con quali principî, sotto quali forme d'associazione, con qual fine. Alla Costituente fu sostituito un Parlamento di pochi privilegiati per censo ed altro, continuazione di quello ch'era espressione incompiuta delle provincie sabaude quando l'Italia non era. Al Patto nazionale fu sostituito uno Statuto dato precipitosamente, per volontà regia e per paura d'insurrezione, a quelle provincie, dodici anni prima che l'Italia fosse. La Nazione non fu mai convocata a dichiarare la propria fede, le proprie volontà, le proprie tendenze. I suoi deputati giurano alla monarchia e al vecchio Statuto. L'Italia vive oggi come nel 1848 di vita _piemontese_, se buona o cattiva, sviata, perpetuata o migliorata non monta. La storia non offre un solo esempio d'una rivoluzione nazionale compita, tradita a quel modo.

E nondimeno, il principio d'una Costituente e d'un Patto fu affermato, sin dal 1848, dagli istinti dei popoli sollevati e da solenni promesse regie.

A GUERRA VINTA, UN'ASSEMBLEA ITALIANA DECIDERÀ DEI DESTINI DI ITALIA.

Il paese, comunque deluso, si rassegnò negli anni passati. Mancava Roma all'edifizio; e un'antica profetica riverenza alla città dalla quale si svolsero non solamente i fati storici italiani, ma quelli d'Europa, persuadeva alle menti che di là soltanto potessero, come dal Sinai, scendere le tavole della legge. Oggi, abbiamo Roma e invece di Costituente e di Patto, i reggitori d'Italia vi agitano paurosi il problema del come possa perpetuarvisi, a patto di concessioni avverse ai tempi, il _dualismo_ che fu l'anima e il tormento del medio evo.

In questo, dica altri a suo senno, sta la cagione suprema delle condizioni morali che lamentiamo e che minacciano di spegnere in culla la nuova vita. Gli Italiani sentono, consci o inconsci, l'assurdo, diremmo quasi, se la venerazione alla patria non lo vietasse, il ridicolo d'una situazione che vorrebbe aggiungere alle Nazioni una Nazione muta e senza espressione della propria vita. Un intenso senso potente benchè mal definito dice ad essi che quanto è in oggi è fantasma, e che i fantasmi non durano. Quindi il dubbio, l'irresolutezza sopra ogni cosa e l'inerzia: colpevoli senz'altro, ma intelligibili in un popolo che esce da un sepolcro di trecento anni.

Le idee, bisogna ripeterlo, governano il mondo. Manca all'Italia una _iniziativa_, e questa iniziativa di moto e progresso non sorgerà se non per la via che additiamo. Come in tutte le grandi questioni, è necessario che nella questione _nazionale_ s'accerti il punto d'onde moviamo, il punto verso il quale moviamo, la via migliore per andare da un punto all'altro. E questo non può farsi se non colla Costituente e col Patto.

Non è qui parte nostra dire come gli Italiani debbano e possano tradurre in atto questi due termini del programma nazionale. Ma non s'illudano a credere di conquistare incremento, progresso continuo interno e vita fra le Nazioni d'Europa se non a patto di riescirvi. Noi guardiamo commiserando in silenzio la ruota d'Issione intorno alla quale sono legati i nostri amici parlamentari: i loro tentativi, le loro evoluzioni per escire dal cerchio fatale riesciranno inutili finchè la posizione del problema non sarà radicalmente mutata: come trarrebbero essi dal concetto dell'Italia smembrata del 1848 inspirazioni e iniziativa a dirigere innanzi l'Italia _una_ del 1872? E commiserando leggiamo programmi di vaste riforme economiche e di nuova vita industriale italiana come quello di un uomo che stimiamo[171] e che da qualche anno rotola, nella Camera e fuori, il sasso di Sisifo delle proposte tendenti a ricreare una condizione di progresso normale materiale all'Italia. Le più tra quelle proposte son buone; ma _come_ attuarle? Può una Instituzione, la cui vita ha le sue radici nel passato e in un determinato tradizionale ordinamento economico amministrativo, mutare a un tratto e accogliere in sè un alito di libera vita nazionale senza paventarne rovina?

Poteva Turgot compire nella Francia della monarchia aristocratica ciò che la rivoluzione compì in brevi giorni? Le grandi riforme esigono, ad essere afferrate nel concetto e tradotte in realtà, un sovra eccitamento nella vitalità popolare, un senso d'audace fiducia in sè e nel futuro che sorge appunto dal fermento di tutte le forze condannate a giacersi latenti in una condizione come la nostra. Suscitatele e otterrete: non prima. Fate che la Nazione _viva_, e avrete da quella vita trasfusa negli intelletti e nelle volontà miracoli di rinnovamento. Non può darveli una Camera inceppata da un falso programma: nol può un popolo intorpidito nello sconforto e nel dubbio.

Il problema politico predomina su tutti gli altri. E il problema politico non può risolversi se non come abbiamo accennato. Manca nel caos che ci si stende d'intorno il _fiat_ della Nazione. E quel _fiat_ non può essere proferito che da una COSTITUENTE: non può incarnarsi che in un PATTO NAZIONALE. Tutto il resto è menzogna o, per ora, impossibilità.

LETTERA AD UN AMICO[172]

CARO....

Prima di tutto, ringraziate quei che sono solleciti intorno alla mia salute. Miglioro lentamente.

Quanto alle questioni che importano, lo scrivere mi fatica, ma ecco sommariamente ciò ch'io ne penso.

Questione religiosa:

Nessuno può vincolarsi a tacerne senza rinnegare le proprie convinzioni. Nessuno può chiedere ad altri di tacerne senza intolleranza. È materia d'apostolato che può tacere davanti all'_azione_, non prima. Tutto sta nei modi, che possono correggersi. Non trattate col ridicolo o come superstizione le nostre credenze: tratteremo filosoficamente, deplorando, ma temperatamente, le vostre. Mostriamoci uniti nel resto: nessuno dirà che l'unione è impossibile.

Questione politica:

Vogliamo un movimento nazionale repubblicano... per conto dell'Europa e dell'Umanità. Non può esservi movimento sinceramente repubblicano se non inchiude l'emancipazione della classe operaja, la giusta partecipazione nei risultati della produzione tra i produttori, la sostituzione graduata dell'_associazione_ al _salariato_. Su questo dobbiamo saperci o crederci d'accordo.

Ma il punto d'appoggio alla leva in un moto che nello sviluppo _immediato_ deve pur essere nazionale, non può, non deve essere collocato all'estero.

Praticamente l'Internazionale è una _parola_, non altro; ed è la stessa che avevamo proferita noi dicendo una Repubblica universale. Come forza, l'Internazionale è nulla. Date le circostanze di Parigi altrove, avremo l'insurrezione; ma le circostanze di Parigi non furono create dall'Internazionale, nè lo saranno altrove. L'Internazionale non può darci un esercito, nè un tesoro. Ci dà invece i terrori e la inimicizia di tutta una classe media, tiepidamente buona in parte e che è ad ogni modo un elemento vitale in Italia. Perchè dunque scegliere quella bandiera? Perchè crearci nemici senza un'ombra d'utile? E perchè accettare una bandiera che copre errori e immoralità innegabili? Contentiamoci d'essere Partito repubblicano nazionale nel punto di mossa, europeo nel fine.

Questione Garibaldi:

Da dove parte il dualismo?

Io non ho mai assalito Garibaldi.

Non ho risposto ai suoi assalti.

Anche oggi sono pronto di stringere qualunque patto con lui.

Ma questo patto, questa concordia, non può aver luogo che con un programma. E questo programma non può essere che il repubblicano.

Garibaldi non lo ha mai apertamente dichiarato.

Garibaldi non ha bisogno, se non vuole, di stringere la mano a me o ad altri. Ma Garibaldi deve dire agli Italiani: «Tra venti giorni o vent'anni, voi non avrete salute che dalla Repubblica.» Allora il paese saprà che siamo uniti. Una occasione sorgerà. Prepariamoci a coglierla con un lavoro pratico unito. Quanto al ripartirci con lui l'azione, pochi giorni, sòrta la circostanza, basteranno.

Ottenete questo da lui. Lasciate di dirvi affigliati dell'Internazionale. Trattiamo con rispetto filosofico la questione religiosa. Il dissidio sparirà in breve tempo.

Scrivo faticosamente. Cercate intendermi e ridite ai vostri amici. Abbiatemi vostro

GIUSEPPE MAZZINI.

_Lugano, 10 gennaio 1872._

FINE.

NOTE:

[1] Così infatti avvenne. Vedi _Proemio_ al vol. IX delle _Opere complete_ di G. Mazzini.

[2] Vedi MAZZINI: _Sulla politica internazionale dell'Inghilterra al tempo della guerra d'Oriente_.

[3] MAZZINI: _L'unica soluzione della guerra d'Oriente_.

[4] MAZZINI: _Indirizzo all'esercito piemontese_.

[5] Vedi il SAFFI nel _Proemio_ al vol. IX, opera citata e la _Vita di G. Mazzini_, dello stesso autore nel _Risorgimento Italiano_, pubblicato per cura di L. Carpi.--Vedi pure ANELLI: _Storia d'Italia_, vol. III, cap. IV, pag. 131.

[6] Vedi il SAFFI nel _Proemio_ citato.

[7] Vedi: _Vita di G. Mazzini_ della signora J. W. MARIO, pag. 365.

[8] Vedi G. PALLAVICINO: _Il Piemonte_, ecc., pag. 8 e 9; i discorsi pronunziati da Nicotera e Zanardelli al Parlamento nella seduta del 21 marzo 1866 e ANELLI: _Storia d'Italia_, vol. III, cap. IV, pag. 173.

[9] SAFFI: _Proemio_ al vol. IX.

[10] J. W. MARIO, opera citata.--Luigi Settembrini scriveva dall'ergastolo di Santo Stefano in data 20 marzo 1855: _Ad un'invasione straniera che volesse metterci sul collo un Murat, io mi opporrei sino a pigliare le armi pei Borboni_.

[11] Vedi nel _Risorgimento Italiano: Giorgio Pallavicino_, biografia di B. E. MAINERI.

[12] Vedi in questo volume a pag. 120 e seguenti e i _Ricordi su Carlo Pisacane_, pag. 140.

[13] In difesa della tentata sollevazione di Genova leggasi il discorso di G. Nicotera pronunziato in Parlamento il 21 marzo 1866.

[14] Vedi il SAFFI: _Proemio_ citato.

[15] J. W. MARIO, opera citata, pag. 382, e SAFFI: _Proemio_ al vol. IX.

[16] Vedi nel vol. X delle _Opere complete: La Monarchia piemontese e noi_, pag. 160.

[17] Vedi biografia del Mazzini nel _Risorgimento Italiano_.

[18] SAFFI: _Proemio_, vol. IX opera citata.

[19] Un Francesco Crispi alquanto diverso da quello che, chiamato al governo del suo paese, ha rinnegato ogni insegnamento della fede che lo spinse alla generosa e nobile iniziativa.

[20] Vedi _Risorgimento italiano_, opera citata.

[21] Quel generoso moto di popolo che cercava la Patria--scrive il Saffi nel suo _Proemio_ al vol. X, opera citata--era colpevolmente osteggiato dal Governo, e, peggio ancora, dalla fazione che ne aveva l'appoggio. E i faccendieri del conte di Cavour tentarono fino all'ultim'ora ogni via per distorre Garibaldi dal suo generoso proposito.--Leggasi pure Anelli, opera citata, voi. IV, capo IV.

[22] Leggasi il discorso di G. Nicotera alla Camera nella seduta del 21 marzo 1866.

[23] Vedi lettere del Cavour al Persano e al Villamarina, il _Proemio_ al vol. XI e il _Resoconto di Bertani e Garibaldi_ quivi riportato.

Che il Governo sardo non avesse creduto fin allora all'unità d'Italia, lo provano specialmente le pratiche fatte dal Cavour per indurre il Borbone e il duca di Toscana a confederarsi col re di Piemonte, il rifiuto della dittatura offerta dal Governo provvisorio della Toscana, e la vana ingiunzione fatta a Garibaldi di non varcare lo Stretto, mentre veniva chiesta con urtante insistenza l'annessione immediata della Sicilia. Vedi a questo proposito il _Proemio_ del Saffi al vol. XI, pag. 70.

[24] Vedi J. W. MARIO, opera citata, pag. 414.

Il Saffi nel _Proemio_ al vol. XIII dice: «I ministri sardi scioglievano l'esercito meridionale, disarmando come gladiatori ribelli i patrioti che avevano gloriosamente combattuto le battaglie dell'unità nazionale.»--E Giuseppe Sirtori esclamava dinanzi al Parlamento nella seduta del 23 marzo 1861: «Noi fummo trattati non da amici, non da patrioti, ma da nemici.»

Leggasi pure il discorso di F. Crispi alla Camera nel 10 giugno 1862 ed il _Risorgimento Italiano_ citato, vol. IV. pag. 34.

[25] Vedi _Nota_ di G. Mazzini del 7 novembre 1861 ed altri scritti di quel tempo pubblicati nel _Proemio_ al vol. XIII. Vedi pure corrispondenza tra il Mazzini e Kossuth intorno allo stato morale dell'Ungheria.

[26] Vedi nel _Risorgimento Italiano_ citato, la biografia di G. Mazzini scritta dal Saffi.

[27] Il Garibaldi, connivente il Governo, aveva raccolto uomini ed armi nel Trentino per muovere quindi alla liberazione del Veneto, quando improvvisamente, e potrebbe dirsi proditoriamente, i suoi volontarî vennero presi, disarmati e imprigionati, non senza spargimento di sangue.

[28] Leggasi in proposito uno scritto di E. Pantano, riportato in gran parte dal Saffi nel suo _Proemio_ al vol. XIII delle _Opere complete_ di Giuseppe Mazzini.

[29] SAFFI: _Vita di G. Mazzini_, pubblicata nel _Risorgimento Italiano_, opera citata.

[30] Vedi proclami, indirizzi, ecc. del sedicente _Comitato Nazionale_, e SAFFI, _Proemio_ al vol. XV, pag. 26.--F. Crispi nella seduta del 9 dicembre 1867 asserì che coloro i quali volevano _Roma coi mezzi morali e col consenso della Francia, mentivano, ingannando il Paese_.

[31] Vedi vol. XV.

[32] Vedi a pag. 263.

[33] Vedi SAFFI: _Proemio_ al vol. XV. opera citata, pag. 70.

[34] Vedi _Proemio_ al vol. XV, pag. 94.

[35] Vedi J. W. MARIO, opera citata, pag. 453-54; SAFFI: _Proemio_ al volume XV, pagine 95 e 96 e _Narrazione_ di G. CASTIGLIONI, riportata ivi a pag. 96.

[36] Vedi pag. 266.

[37] Vedi a pag. 273.

[38] Vedi il SAFFI nel _Proemio_ al vol. XIV, pag. 196.

[39] Vedi _G. Mazzini_, del Saffi nel _Risorgimento Italiano_, pag. 115.

[40] Vedi il SAFFI nel _Proemio_ al vol. XVI opera citata, pag. 76.

[41] Leggasi l'articolo critico: _La réforme intellectuelle et morale de E. Renan_, scritta dal Mazzini quindici giorni prima di morire.

[42] Vedi a pag. 286.

[43] Vedi nel _Proemio_ al vol. XV, pag. 115 ed al vol. XVI, pag. 52 e seguenti, nonchè il discorso di G. Bovio riportato ivi in appendice.

[44] Vedi nel _Risorgimento Italiano_ citato, lo scritto del Saffi su Giuseppe Mazzini.

[45] Vedi il SAFFI: _Proemio_ al vol. XVI.

[46] Vedi in questo volume, pag. 232, lo scritto: _Il socialismo e la democrazia_, brano d'una lettera diretta dal Mazzini a Ferdinando Garrido, celebre scrittore spagnuolo.

[47] Vedi pag. 321.

[48] Vedi J. W. MARIO, opera citata, pag. 492.

[49] Vedi _Risorgimento Italiano_, opera citata.

[50] _Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra_, memorie di CARLO CATTANEO, Lugano, 1849.

[51] _Correspondence respecting the affairs of Italy. Part II, from january to june 1848_--presentata per comando di S. M. ad ambe le Camere il 31 luglio 1849.

[52] «Squadre di cittadini scorrono la città armati di fucili da caccia, carabine, pistole e alabarde, portando bandiere tricolori con coccarde tricolori al cappello, gridando: _Viva Pio nono! Viva l'Italia! Viva la repubblica!_»--_Dispaccio del 18-22 marzo da Milano a lord Palmerston del vice console Roberto Campbell._--Quanto alla condizione dei combattenti, vedi il _Registro mortuario delle barricate_, e CATTANEO, pag. 309.

[53] Vedi un documento nel libro di Cattaneo a pag. 99.

[54] CATTANEO, pag. 60.

[55] Ficquelmont a Dietrichstein, disp. del 5 aprile, pag. 325.

[56] _Corrispondenza_, ecc., pag. 185. Dispaccio del marchese Pareto all'onorevole R. Abercromby.

[57] _Corrispondenza_, ecc., pag. 184. Abercromby a lord Palmerston.

[58] Idem, pag. 206-7. Normanby a Palmerston.

[59] Idem, pag. 207-8. Dispaccio del 25.

[60] Idem, pag. 292. Pareto a Ricci.

[61] Idem, pag. 408. Abercromby a Palmerston.

[62] I tristi effetti del concetto dinastico erano, col solito acume d'osservazione inglese, indicati, sin dal 31 marzo, in un dispaccio inviato a lord Palmerston da Roberto Campbell, vice-console in Milano: «Fino ad oggi, milord, la massima unione ha prevalso fra tutte la classi; ma dacchè il re di Sardegna è entrato in Lombardia, due partiti sono visibili; l'uno, quello dell'alta aristocrazia, voglioso che la Lombardia e il Piemonte si congiungano in uno sotto il re Carlo Alberto; l'altro, _la classe media, nella quale io devo contrassegnare gli uomini di commercio ed i letterati, insieme a tutta la gioventù promettente, parteggiante per una repubblica_.» Vedi _Documenti governativi pel 1848_, pag. 294-95.

[63] _Qualche osservazione sulla relazione scritta dal general Bava della campagna di Lombardia nel 1848._ È opuscolo prezioso di verità e gioverebbe ristamparlo.

[64] Ai passi estratti dai _documenti_, giova aggiungerne fra i molti altri due:

«Il governo aveva oramai esaurito i suoi mezzi per contrastare al frenetico entusiasmo del popolo, e bisognava prestamente ottenere una soluzione alla lotta lombarda...

«I ragguagli avuti stamane da Genova sono, che una dimostrazione popolare per costringere il governatore della città a mandar soccorsi alla Lombardia era stata sedata colla promessa di staccare parte della guarnigione a quell'intento». Abercromby a Palmerston, Torino, 24 marzo, pag. 205.

«La prolungazione della lotta in Milano aumentava la determinazione del popolo e indeboliva i mezzi di resistenza del governo, finchè il pericolo della monarchia sarda si fece tanto evidente ai ministri, ch'essi furono costretti ad accedere....

«L'attuale gabinetto sardo ha così dovuto adottare una linea politica... lontana dai suoi desiderî». Abercromby a Palmerston, 23 marzo, pag. 205.