Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 50
E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più rode l'anime nostre è l'_indifferenza_. La schiavitù di tre secoli ci ha rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? I _fini_ eterni, le lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è la _pratica_ del materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione del Dovere l'idolatria dell'_opportunità_, all'Ideale divino il piccolo calcolo delle conseguenze _immediate_, alle norme d'una Legge suprema su tutta quanta l'Umanità, la breve signoria del _fatto_ compito, alla Verità che non muore la _realtà_ transitoria dell'oggi. Talora, gli istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi, ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma la _costanza_ in essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo: _non è da noi il raggiungerlo_: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze, alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti a _fare_ e indizî del _come_, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una infeconda vanità di _sapere_, invece d'una attiva filosofia della vita. Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'_azione_, ci ravvolgiamo in un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente combattuto per la propria _nazionalità_, scende con dignità nella tomba--se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede ammessione al banchetto del mondo civile--plaudiamo come spettatori a sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel moto ascendente d'una intera razza. È stato necessario che, pari alla minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî, perchè--scossi non dall'amore, ma dalla paura--volgessimo la nostra attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro i pericoli e risolvere per noi la questione.
I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra: dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.
È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la santa parola di Gesù: _eguaglianza delle anime_; è tempo che quella parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che «il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve incarnarsi in _realtà_?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale. _La famiglia umana accenna a salir d'un passo_ sulla via che guida alla meta assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.
Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje--e il numero andrà crescendo ogni giorno--hanno poche settimane addietro costituito in Roma un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine: bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni--sia lode ad essi--lo han fatto: seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosi con essi nelle radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia, su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a tornare illusioni.
Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune. Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria, elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro. Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel, soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie, tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore che non cento grida di rabbiosa vendetta?
III.
Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi, volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo di raccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne accenneremo due o tre in via d'esempio.
Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.
Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro deputati:--fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari e colle abitudini prevalenti, non darà mai--e una serie di fatti anteriori lo prova--risultati pratici.
L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base, darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di produzione--che per produrre bisogna vivere--che quindi il _necessario_ alla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto prelevamento--le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non operare se non dove comincia il _superfluo_ alla vita. E convinti come sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo soddisfacimento a tutte le loro più determinate e giuste esigenze, dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale, intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il problema.
Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'_associazione_ sostituito all'attuale del _salario_, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.
Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono; provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî. D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega Aurelio Saffi nel n. 35 della _Roma del Popolo_, ed esortiamo a meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:
«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere alle pretese dell'_Unione degli artigiani_, stanco dei dissensi continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.
«Egli divise la proprietà delle sue miniere di carbon fossile, valutate a 2 250 000 franchi, in 9000 azioni di circa 250 franchi cadauna e costituì una società in accomandita. Serbò 6000 azioni per sè ed offerse agli operaî ed ai clienti delle miniere le altre 3000.
«Trattavasi ora di persuadere gli operaî--cosa del resto che, pel prezzo elevato, non riusciva facile--a far acquisto di queste azioni; però a raggiungere l'intento non si vide mezzo migliore che associare gli operai stessi ai beneficî delle miniere.
«Il fondo sociale venne diviso in due parti: da una parte un capitale fittizio rappresentante il lavoro degli operaî, dall'altra il danaro degli azionisti. I salarî quotidiani, mantenuti al corso ordinario, furono assicurati agli operaî delle miniere quale interesse del primo di questi due capitali; pel secondo, gli azionisti acquistarono diritto a un interesse del 10 per cento. Si considerò poi il superfluo dei beneficî come un utile comune a tutta la società, quindi da ripartirsi proporzionatamente tra tutti i membri cooperatori.
«Se, a cagion d'esempio, il beneficio annuale risulta del 14 per cento del capitale in azioni, compete a questo capitale il 10 per cento a titolo d'interesse e il 2 per cento a titolo di profitto;--il 2 per cento restante poi viene assegnato agli operaî, quale parte dei beneficî, e ripartito in proporzione dei salarî di ciascuno.
«A incoraggiarli sul principio a rendersi possessori di azioni, fu concesso agli operaî azionisti, in questo riparto di beneficî, il 10 per cento sul totale annuo dei loro salarî, mentre che agli altri non toccò se non il 5 per cento. Questo metodo di ripartizione fu modificato solo nel 1867.
«Il dividendo degli operaî azionisti fu eguale al _dodici per cento_ dei loro salarî, e all'_otto per cento_ per gli altri.
«Temendo come sempre, un'insidia, gli operaî titubarono sui primi tempi ad approfittare dei vantaggi loro offerti; ma le loro diffidenze caddero ben presto davanti alla realtà del dividendo.
«Nel 1867 i beneficî netti furono di 510 425 fr., dei quali 200 000 furono messi da parte onde assicurare agli operaî una ripartizione di utili nell'eventualità di cattive annate.
«Nella deposizione da essi fatta davanti la Commissione reale di Londra, dalla quale noi togliamo questi dettagli, i signori Briggs dichiarano che _giammai l'antico sistema avrebbe loro dato, nelle medesime circostanze, simili benefizî_.
«Ma ciò che è particolarmente da osservarsi si è che grazie a quest'organizzazione essi non ebbero quasi a risentire gli effetti della crisi toccata in seguito a quel ramo d'industria. Tutte le difficoltà procedenti dall'antagonismo tra capitale e lavoro sparirono come per incanto per dar luogo, da quell'epoca, all'accordo più perfetto.
«I lavoranti stessi s'assumono spontanei la sorveglianza dei mille dettagli che assicurano l'economia e il buon andamento di qualsiasi industria.--Allorchè noi scorgiamo, dice uno d'essi, nelle gallerie un chiodo dimenticato per terra, lo raccogliamo ripetendo il motto passato in proverbio: _tanto di più di guadagnato per la fin d'anno_.
«Un gran numero d'operaî, estranei sino allora ad ogni idea d'economia, sono divenuti azionisti. Convien aggiungere che le maggiori agevolezze sono accordate per facilitar loro la via al possesso di questo titolo: ogni qual volta siano in grado di versare un acconto di 75 franchi viene loro anticipatamente assicurato il possesso d'un'azione.
«Nel 1868 le azioni erano già a un premio di 112 franchi 50 cent. Perciò a ciascuna emissione si ha cura di mettere in riserva per gli operaî un dato numero di titoli ch'essi possono acquistare al di sotto del corso.
«L'esito di questa intrapresa era già assicurato sino dal 1866.»
Perchè non troverebbero esempî siffatti imitatori in Italia?
COSTITUENTE E PATTO NAZIONALE[170]
Due morti hanno i popoli: l'_anarchia_ e l'_indifferenza_. Conseguenza l'una e l'altra del materialismo che sopprime ogni vincolo di fede comune, conducono ambe infallibilmente alla negazione di ogni iniziativa e alla schiavitù. Della prima e dei suoi risultati ci porge tale esempio la Francia, che dovrebbe, se pensassero, far rinsavire quanti imprudenti giovani s'affaticano oggi tra noi a risuscitare le vecchie ammirazioni e le vecchie speranze che ci indugiarono mezzo secolo sulla via. La seconda minaccia di soffocare, in Italia, sul nascere della Nazione, ogni coscienza di missione nel mondo, ogni virtù d'idea collettiva, ogni culto di tradizione d'avvenire e ridurci alla condizione d'una gente che produce e consuma, e vive di vita puramente materiale, senza individualità morale, senza _fine_ comune da raggiungere, senza comunione di vita operosa spirituale colle altre Nazioni di Europa.