Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 49
Costituite in Roma una Commissione direttiva centrale composta di cinque operaî tra i migliori dei vostri: siate nella scelta indipendenti da ogni considerazione che non sia di virtù morale e capacità.
Determinate per essi uno stipendio mensile. Ogni opera vuole essere retribuita. E ricordatevi che l'impianto della Commissione eletta nel Congresso di Napoli fallì perchè appunto gli individui scelti in punti diversi non trovarono modo di recarsi nella città dove dovevano raccogliersi o speranza di trovarvi immediatamente lavoro. La missione inoltre fidata ai cinque non potrà del resto conciliarsi colla necessità di lavorare per vivere.
Eleggete un Consiglio composto di trenta o più individui scelti fra i delegati delle diverse località rappresentate nel Congresso e aderenti al Patto, ai quali sia commesso l'ufficio d'invigilare, ciascuno dalla città in cui vive, sugli atti della Commissione direttiva, e attribuite un potere d'_iniziativa_ per proposte da farsi ad essa, quando la proposta sia inoltrata da un numero, che toccherà a voi di determinare, di consiglieri. E statuite che in ogni deliberazione d'importanza vitale per la classe operaja, la Commissione debba, convocandoli o per corrispondenza, consigliarsi con essi. Sia inoltre nei consiglieri, se unanimi o quasi, autorità di convocare le società a un congresso speciale, se mai vedessero la Commissione deliberatamente sviarsi dalla missione ad essa fidata.
Statuite egualmente che la stessa facoltà _iniziatrice_ risieda nelle Società e che ogni proposta convalidata d'assenso da un numero di esse che dovrete determinare, avrà necessariamente studio e risoluzione dalla Commissione direttiva.
E finalmente accertate se sia possibile coll'ajuto regolare e determinato delle società e con quello che potrà venirvi d'altrove, l'impianto d'una pubblicazione settimanale, diretta dalla Commissione, e organo _officiale_ dei lavori e dei voti della Classe operaja.
Questo parmi in oggi il còmpito vostro. Il mio, se eleggete la Commissione, sarà quello di deporre nelle sue mani il rendiconto delle somme spese e quel tanto che avanzerà della sottoscrizione da me iniziata per voi, e di porgere ad essa via via i suggerimenti che il cuore e l'intelletto m'inspireranno.
E sarò vostro, Operaî fratelli miei, finchè rimarrà in me un alito della vita terrestre. V'amai fin dai primi passi ch'io mossi sulla via che il dovere e gli istinti dell'anima mi fecero scegliere, perchè fin d'allora intravidi i fati ai quali oggi vi sospinge la Legge provvidenziale del Progresso e la splendida parte che avreste nel risorgimento di questa sacra terra che Dio volle darci a Patria. V'amai come s'ama chi _merita_ amore, rispettandovi e non contaminando voi e me con ipocrite adulazioni o accarezzando in voi illusioni condannate anzi tratto perchè evocate da passioni latenti o da promesse che si risolvono in sole parole. V'ho sempre detto ciò che credo esser vero.
E voi mi avete ricambiato d'amore per questo: di quell'amore sincero, puro, spontaneo che porge conforto, nelle più dure prove, alla vita e non concede all'anima stanca di travolgersi nell'ira, nel dubbio o nell'egoismo. Rimanga tra noi quel patto d'amore. E possa io, non foss'altro, vedervi prima dell'ultima ora concordemente avviati al compimento della vostra missione.
QUESTIONE SOCIALE[169]
Torniamo e torneremo sovente sulla questione sociale, perchè essa è la più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo e non vediamo finora che i più ne intendano i pericoli o la santità. Abbiamo da un lato, diffusi su quasi tutta l'Europa, agitatori volgari trascinati dalle misere condizioni in cui giaciono da secoli gli uomini del Lavoro a concetti d'odio e vendetta, di sostituzione d'una classe a un'altra, di disegni negativi d'ogni progressiva convivenza sociale, ai quali non può riescire se non di nuocere e di fare per lungo tempo indietreggiare la soluzione del problema: agitatori di seconda mano i quali, incapaci nell'anima d'odio e di basso spirito di vendetta, ma affascinati per mobilità di fantasia dall'_azione_ qualunque siasi, impazienti d'esame purchè le proposte suonino libertà e ribellione, accolgono senza studio dei fatti le affermazioni dei primi: uomini buoni, ma corrivi a credere ciecamente e tentennanti ancora nella coscienza della propria forza, ai quali le false o esagerate asserzioni dei primi e il rapido assenso dei secondi persuadono che esiste al di fuori d'essi un'arcana gigantesca potenza presta a far l'opera loro e salvarli dal dovere della lenta fatica e del sacrificio. Abbiamo dall'altro individui collocati dal caso o dall'arbitrio di pochi al sommo dell'edificio sociale e che dovrebbero appunto per questo sentir più forte il dovere di _dirigere_ le Nazioni sulle vie del progresso, condannati dall'assenza d'una fede, dal vuoto di ogni dottrina, dal presentimento d'ineluttabili fati a non conoscere via se non quella della _resistenza_ dove anche l'intravedono disperata, e a vivere di giorno in giorno come possono e finchè possono: poi, materialisti pratici, servi per interesse d'ogni potenza che può dare ricchezza o dominazione, presti sempre ad accarezzare d'illusioni sulla debolezza del moto temuto i padroni o a rafforzare la tendenza alla repressione. E abbiamo tra i due una numerosa classe d'uomini tiepidamente buoni, tormentati di paura, di scetticismo, di fiacchezza e d'inerzia, che intravedono talora il dovere, ma non sanno evocare in sè l'energia necessaria a compirlo, che presentono a ora a ora i pericoli dell'indifferenza, ma s'arretrano davanti a quel lampo invece d'inoltrare d'un passo e giovarsi dell'incerto bagliore a collocarsi risolutamente sulla via diretta.
Gli uomini della prima classe--lasciando da banda gli agitatori volgari che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di agire--rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si avvedano presto o tardi che l'_azione_ è colpa quando ha un intento non giusto, follìa quando la riuscita non è possibile--che se il problema dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei popoli fanno diversi i modi, che a _ciascun_ popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di compier doveri e di conquistare diritti--finalmente che non è potente ad un _fine_ se non l'_unità_ di forze omogenee, e che l'illudersi a cercar potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una sezione crede nella giustizia della proprietà _collettiva_, un'altra in quella della proprietà _individuale_, una terza nell'onnipotenza dello Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda sotto capi non intesi fra loro.
La seconda classe d'uomini--lasciando da banda Governi che si affaticano a vivere di _negazioni_--è composta d'incorreggibili. La bassezza dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza d'un _fatto_. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in essi; e quando, curati quei vizî, il _fatto_ nuovo s'affaccierà, sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.
Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a un _fine_ comune, non rimane a norma di vita che l'_io_, hanno ringrettito affetti e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari, rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare il _povero popolo_ contro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della Nazione.
Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che nacque, sostituisce al problema _umano_ un semplice problema di _produzione_. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani, sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'_errore_ che minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.
L'_errore_, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti dileguerebbero.
Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.
Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni politiche corrispondenti al _principio_ che le dà vita e potenza: chi tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste--ciò che non è--ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla retrocedere: il suffragio universale stesso--ed è, senza rivoluzione politica, utopìa inverificabile--non basterebbe a sopirla e diverrebbe un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma, dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è prova che se le grandi questioni politiche o di _principî_ non fossero, il moto _sociale_ vivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto più sempre nei limiti della questione puramente materiale e aperta quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La politica--come deve intendersi--è consecrazione, non cagione, del moto ascendente operajo.
Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato--se quella credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda nell'anima--alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita dell'individuo e dell'Umanità un _fine_? ch'esiste per noi tutti, individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a raggiungerlo? che un _fine_, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione l'_Unità morale della famiglia umana_ è indispensabile scala a quel fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le distinzioni artificiali e--nei limiti del possibile--di tutte le ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta il _principio_, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità, vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti, cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente, alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi tutti: _adorate e operate a pro d'esse_.
Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del Vero e l'_azione_. È quel grado di progresso da salirsi appartenente all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente desta e operosa nella classe che deve salirlo?
Alla prima interrogazione risponde affermativamente il _passato_: alla seconda, con eguale affermazione, il _presente_. Storia e fatti dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la sventura di non credere in Dio.
Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una, il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o di _cose_ in mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero--da quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo--poi a quella d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dalla cieca legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni ordinati a governo e i milioni mutati di _servi_ in _artigiani_ e furono detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei risultati _pratici_, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, come _principio_, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale, rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti, doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di tradurre in _fatto_ un _principio_ teoricamente accettato. La progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il problema si sciolga.
Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma il _fine_ è unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi, tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto il _fine_.
Si raggiungerà _con_ voi o _contro_ voi, uomini delle classi emancipate? La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza, in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi. Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere: _è tardi_.
II.
Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la concordia invocata?
Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti, senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramento _morale_ in noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni grande impresa.