Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 48

Chapter 483,528 wordsPublic domain

Abbiamo combattuto e combatteremo i traviamenti e peggio della _Internazionale_ e de' suoi copisti in Italia; ma perchè, oltre all'amore innato del Vero e del Bene, ci sprona il convincimento ch'essi falsano il moto operajo e ne indugiano il giusto trionfo. Il moto ascendente delle classi artigiane costituisce uno dei principali caratteri dell'Epoca nuova che invochiamo e alla quale cerchiamo una _iniziativa_ in Italia perchè non è da trovarsi altrove. Noi non aspettammo per dichiararlo le inattendibili promesse dei _socialisti_ francesi o le selvaggie ire odiatrici, e per questo impotenti al bene, dell'Associazione che ha centro in Londra. Dal primo impianto della _Giovine Italia_ fino alle nostre ultime manifestazioni, la causa degli Operaî fu nostra e la immedesimammo col moto nazionale italiano. Attraverso ormai quaranta anni d'apostolato insistemmo a ripetere che una Rivoluzione non è legittima ne può esser durevole se non congiunge la questione sociale colla politica, se non trasforma sulla via del Progresso e nei limiti del possibile l'ordinamento economico, se non migliora, senza danno o ingiuria ad altrui, le condizioni del lavoro, dei _produttori_. Proponemmo come mezzi transitorî l'educazione Nazionale uniforme; instituzioni capaci di prevenire ogni esempio di corruzione che venga dall'alto; un sistema economico fondato sul risparmio, sull'aumento delle sorgenti di produzione, sull'appropriazione di parte del danaro pubblico e dei beni da incamerarsi ai bisogni degli operaî industriali e agricoli; un ordinamento di tributi che non graviti direttamente o indirettamente sul _necessario_ alla _vita_; imprese nazionali dirette a conquistare alla produzione i quattro milioni d'ettari di terra italiana oggi incolta, a creare colle colonizzazioni volontarie una nuova classe di piccoli proprietarî e dare al paese le forze produttrici ch'oggi emigrano in cerca di lavoro a lontani lidi stranieri; e additammo ultima soluzione del problema da conquistarsi lentamente, progressivamente, liberamente, la sostituzione del sistema d'_associazione_ del _capitale_ e del _lavoro_ e dell'equa partecipazione di tutti i produttori ai frutti del lavoro, all'attuale sistema del _salario_. Ajutammo come era in noi--e gli operaî, che non sono sofisti nè ingrati, non lo dimenticano--l'impianto delle società di mutuo soccorso, preludio a quelle di cooperazione. Tentammo di far intendere alla classi medie che il moto operajo non era sommossa sterile e passeggiera, ma cominciamento d'una Rivoluzione provvidenziale voluta dalla progressione storica che governa la vita e l'educazione dell'Umanità--che _associazione_ era il termine elaborato dall'Epoca nuova e da aggiungersi, in tutte le manifestazioni della vita, ai termini _libertà_ ed _eguaglianza_ già conquistati dall'umano intelletto--che tra noi quel moto e quel termine erano a un tempo, dacchè ogni Epoca chiama, sorgendo, ad attività un nuovo elemento, pegno del nostro esser chiamati a farci Nazione e d'un vincolo d'alleanza che si porrebbe presto o tardi fra le Nazioni ordinate a vita di popolo--ma che quel moto salutato, ajutato fraternamente dall'altre classi con atti d'apostolato simili ai nostri, si serberebbe incontaminato d'errori funesti e di basse passioni e frutterebbe a quanti ordini di cittadini vivono sulla nostra terra; combattuto colla violenza, tormentato di diffidenze o abbandonato da una colpevole noncuranza all'isolamento, si svierebbe facilmente a torti pensieri e accoglierebbe, invece della nostra severa parola DOVERE, le promettitrici parole dei primi demagoghi cupidi, anelanti vendetta o vogliosi d'erigersi sui bisogni reali degli Operaî un seggio di dominazione.

Non fummo ascoltati.

I Governi senza missione che tennero dal 1815 in poi un potere fondato sul privilegio durarono paghi a _vietare_ e _reprimere_. Le classi medie non guardarono al moto o guardarono con sospetto. Gli economisti _officiali_ seguirono a dire che la _libertà_ finirebbe per sanare ogni piaga, come se tra chi propone patti giusti o ingiusti di lavoro e chi è costretto dal bisogno d'oggi o del dì dopo ad accettare potesse mai esistere _libertà_ di contratto. I cattolici additarono a chi soffriva il cielo, come se non dovessimo meritarlo colle opere nostre qui sulla terra e si trattasse unicamente del _nostro_, non dell'_altrui_ soffrire. Taluni fra i migliori s'illusero a potere risolvere un grande problema sociale insegnando agli Operaî le grette egoistiche avvertenze di Franklin sul modo di salvare di giorno in giorno pochi centesimi o fondando, come se tutta una classe potesse salire ed emanciparsi colla elemosina, qualche istituto di beneficenza.

L'_Internazionale_ è il frutto inevitabile della repressione governativa e della noncuranza delle classi educate e più favorite dalla fortuna.

La repressione brutale di pretese ch'erano da principio giuste in sè generò riazione e pretese ingiuste: l'uomo respinto violentemente da un lato trabocca oltre ogni equilibrio dall'altro. La noncuranza di chi avrebbe dovuto affratellarsi al moto e contribuire a dirigerlo riconcentrò l'operajo in sè stesso, lo indusse a non far calcolo che delle proprie forze, a numerarle, a trovarsi libero d'usarne, il giorno in cui fossero predominanti, a danno degli indifferenti ai suoi mali: chi viola o lascia che si violi il diritto altrui non può presumere ch'altri protegga o rispetti il suo. Nessuno ha _diritti_ se non compie _doveri_.

Oggi, la livida luce di lampo che solcò impreveduta l'orizzonte francese in Parigi ha rotto i sonni delle classi medie e la stampa che le rappresenta parla di gravi problemi che non possono più trascurarsi; ma, e lo diciamo con dolore, quel ridestarsi assume sembianza, più che d'amore, di paura; e la paura è pessima consigliera. Non parliamo della feroce repressione consumata in parte, in parte minacciata dagli uomini che usurpano un potere _costituente_ in Versailles: essa ha rinfiammato e rinfiammerà più sempre, se dura, le ire segrete e l'anelito alla vedetta; non parliamo delle persecuzioni iniziate ad arbitrio da altri Governi: per ciò appunto che non sanno se non _reprimere_, i Governi d'oggi sono irrevocabilmente condannati a perire. Ma gli uomini, gli ordini intermedî di cittadini, compiono essi o s'apprestano a compiere il debito loro?

Il problema è grave, dicono, _perchè_ è minaccioso; bisogna _studiarlo_: intanto raccomandano vigilanza ai Governi, rassegnazione agli Artigiani. Trascorsi pochi mesi, se nulla turberà l'apparente quiete, i consiglieri s'illuderanno intorno al futuro e ricomincieranno, prevediamo, a tacere.

Il problema è non solamente grave, ma santo, e prima condizione per meritar di risolverlo senza crisi violente è il _sentirlo_ tale, e l'affacciarsi ad esso non col senso di paura ch'esce dalla minaccia, ma col palpito di speranza che vien dall'amore. Se volete governare e dirigere al bene un popolo, amatelo. È santo per voi il nascere alla famiglia _individuale_ d'un pargolo e ne circondate la culla d'affetti, di sorriso e di cure proteggitrici: non sarà santo il sorgere d'una classe intera? non verserete su quel pargolo della famiglia _nazionale_, a proteggerne ed ajutarne il progresso, parte della vostra forza? L'Angelo della Patria siede alla culla di quel fanciullo collettivo che domanda ammissione al consorzio civile e recherà alla Madre comune incremento di vita e nuovo vigore di pensiero e d'azione. L'emancipazione politica data ai quattro milioni d'operaî dell'industria manifatturiera e ai nove milioni d'agricoltori li svierà, colla coscienza d'una nuova e degna missione da compiere, da molte funeste abitudini, sopirà ogni fiamma di discordia tra classe e classe, allontanerà ogni cagione di subiti e pericolosi rivolgimenti e trarrà dal loro intelletto oggi muto nuovo alimento al deposito collettivo d'inspirazioni e d'idee che forma la tradizione italiana. L'Educazione e la loro partecipazione progressiva a seconda delle opere nei prodotti del Lavoro, accresceranno la quantità e la qualità della produzione, conquisteranno ad essa il tempo oggi speso nell'invigilare, sopprimeranno la necessità d'una moltitudine d'agenti improduttivi intermedî. E ogni passo dato innanzi, sulla via dell'Eguaglianza e del Progresso, da quei milioni è un passo verso quell'unità morale della Famiglia italiana e per essa dell'Umanità, ch'è il nostro ideale e sorgente di tutti i nostri doveri.

Voi dovreste salutare con gioja di fratelli questo moto ascendente delle Classi artigiane e vergognarvi d'aver aspettato che la paura vi insegnasse a intenderne l'importanza.

E il problema è studiato: studiato, da ormai mezzo secolo, quanto basta perchè sian noti i vizî che affliggono le Classi artigiane e i primi rimedî coi quali dovrebbe iniziarsi la loro emancipazione. Ma quel lavoro che dovremo probabilmente ricapitolare un dì o l'altro nella _Roma del Popolo_ e ch'or voi vorreste, quando urge il _fare_, ricominciare, ha un difetto: fu fatto, spesso sotto gli impulsi della paura, quasi sempre con amore esclusivo d'uno o d'altro sistema preconcetto e prendendo, come in altro scritto dicemmo, le mosse da un solo degli elementi che costituiscono la vita dell'Umanità, da pensatori isolati, da letterati di gabinetto, da uomini che--i più almeno--studiarono il problema, non nelle officine e nelle abitazioni dove trascinano la vita le famiglie degli artigiani, ma sui libri, statistiche e documenti talora errati, quasi sempre incompiuti perchè compilati o da autorità tendenti a celare il male o da individui tendenti ad esagerarlo. La verificazione di quel lavoro non può farsi se non dagli Artigiani medesimi.

È necessario che gli Artigiani d'Italia dicano pacificamente, ma seriamente e _officialmente_, ai loro fratelli di patria i loro bisogni e le loro aspirazioni, ciò che patiscono, ciò che, nella loro opinione, porgerebbe ai loro patimenti rimedio.

E perchè la loro voce suoni _officialmente_ al paese, è necessario che esca, non da una o altra società capace di rappresentare soltanto condizioni, interessi, opinioni locali, ma convalidata da un'Autorità interprete riconosciuta dalla Classe artigiana intera e che compendii legalmente in sè tutti i caratteri del suo moto collettivo ascendente. L'esposizione escita da quell'Autorità centrale, sarà l'unica base che possa per noi ragionevolmente idearsi agli studî ch'altri annunzia voler imprendere.

La costituzione di questa Rappresentanza centrale e l'impianto di una pubblicazione periodica, organo collettivo della Classe artigiana convalidato dalla Direzione centrale, devono essere appunto il _fine_ principale del Congresso operajo che si terrà, speriamo fra non molto, in Roma.

E questo Congresso porge, a quanti s'affratellano nell'animo al progresso delle classi operaje e desiderano pel bene della Patria comune che quel progresso si compia pacifico, sobrio nelle esigenze e fondato sulla concordia di tutte le classi, una mirabile opportunità per dare ai loro fratelli operaî un pegno delle loro intenzioni amorevoli e al moto stesso un carattere normale alieno da ogni tristissima realtà o apparenza di conflitto civile.

L'invio dei delegati delle società dalle diverse parti d'Italia a Roma, la retribuzione che dovrà stabilirsi per gli eletti a formare in Roma la Commissione centrale, l'impianto della pubblicazione periodica che dovrà esserne l'organo, costano, e gli artigiani son poveri. Le società faranno, non ne dubitiamo, il debito loro; nondimeno ogni spesa è vero sacrificio per esse; e ci sembra che toccherebbe a noi tutti di provare, concorrendo, agli uomini del Lavoro, che nostro è il loro problema, nostre sono le loro speranze, nostro è il loro avvenire.

Noi proponiamo che s'apra una sottoscrizione per lo scopo accennato di contribuire alle spese che il Congresso e i _fini_ cercati da esso vorranno. E proponendola e invitando i buoni a secondarla, crediamo far cosa giusta e giovevole. È probabile che la proposta perirà sommersa nell'inerzia comune. Pure, i tempi son tali da rompere quella inerzia; e di fronte agli incitamenti che vengono dal di fuori, importa davvero che in qualche modo, con qualche dimostrazione visibile, le classi medie convincano gli artigiani che non sono, come altrove, condannati alla solitudine e che il loro progresso è a cuore di quanti hanno a cuore il progresso della Nazione.

ALLE SOCIETÀ OPERAJE

_L'AVVENIRE_ DI TORINO E _L'UNIVERSALE_ DELLA SPEZIA[167]

Voi m'avete scelto a vostro rappresentante nel futuro Congresso operajo. Non potevate farmi più alto onore e vi serberò riconoscenza perenne; ma non posso accettare e devo accennarvene le ragioni.

La prima è nelle mie condizioni fisiche. Infiacchito dagli anni e malfermo nella salute, io mi sento oggimai assolutamente incapace di lunghe discussioni pubbliche e non potrei compire debitamente la parte che voi mi assegnate.

La mia presenza nuocerebbe probabilmente al _fine_ che vi proponete e darebbe, nell'opinione di molti, al Congresso un carattere politico che voi dovete e volete evitare. Voi non potete, operaî italiani, rinnegare, come tentarono e tentano in altre terre, l'unità del problema umano e separare dalla questione _nazionale_ e di progresso politico la questione economica: siete uomini e cittadini come operaî e non può compirsi progresso per voi se prima non si compie nell'elemento patrio in cui foste posti a vivere. Ma l'intento principale del vostro Congresso è oggi quello di _costituirvi_, di raccogliervi tutti quanti siete, smembrati tuttora in nuclei locali, sotto il Patto di fratellanza e la Direzione centrale che deve farvi capaci d'esprimere officialmente ed efficacemente al paese i vostri bisogni, i mali che vi affliggono, i rimedî che intravedete possibili. E per questo, voi non avete bisogno di me. Importa anzi tutto che la vostra voce a le vostre deliberazioni escano spontanee e libere, per tutti quei che guardano in voi, da ogni sospetto d'influenza straniera al _fine_ che ora vi proponete. Quando udrò determinato il tempo pel vostro convegno, io vi porgerò pubblicamente quei pochi consigli che il mio cuore mi suggerisce opportuni; ma il mio intervento personale darebbe pretesto agli avversi a voi per accusarvi d'aver ceduto, in qualche vostra determinazione, all'amore che, meritamente o immeritamente, avete per me e per accusarmi, dacchè gli uomini di mala fede non credono mai alla sincerità altrui, di tendere a mutare la vostra in una manifestazione esclusivamente politica e favorevole alle credenze dell'anima mia. Parmi debito d'evitarlo.

E finalmente--perchè tacerei con voi di ciò che forse non è che debolezza mia individuale?--quando nel 1849, dopo la santa e gloriosa difesa, Roma fu occupata dalle armi di Francia, corsi e ricorsi solo, per una settimana ancora e pericolando, le vie della città misteriosa, ch'io fin dai primi anni della mia gioventù adorai come cuore e centro della Missione italiana e tempio d'una terza Epoca di vita della patria nostra a pro dell'Europa e del mondo. E allora, tra i ricordi dell'immenso passato e i presentimenti ostinati d'un immenso avvenire, di fronte ai segni visibili d'un Papato che aveva spinto contro Roma i soldati stranieri e d'una Monarchia che aveva contemplato immobile l'agonia della Metropoli d'Italia, io giurai a me stesso che non avrei più mai liberamente respirato quelle sacre auree se una bandiera repubblicana non sventolasse dal Campidoglio e dal Vaticano o io non potessi giovare a piantarvela. Lasciate che, in questo periodo di giuramenti falsati per calcolo o leggierezza di scettici, io, credente in Dio e nella coscienza immortale, serbi, canuto, il mio. Mi sentirò più degno d'amarvi.

AI RAPPRESENTANTI GLI ARTIGIANI

NEL CONGRESSO DI ROMA[168]

FRATELLI MIEI,

Voi sarete, se odo il vero, tra breve raccolti in Roma. E io sciolgo la mia promessa di darvi quei suggerimenti che mi sembrano più opportuni al buon andamento del vostro Congresso. Non m'arrogo di dirigervi o costituirmi interprete vostro; troppi uomini parlano oggi in vostro nome e ripetono la frase imperiosa russa: «bisogna insegnare all'operajo ciò ch'ei _deve_ volere.» Ma mi pare di potervi dire ciò che la parte buona e sinceramente italiana del paese aspetta da voi.

La prima cosa, in ogni impresa, da accertarsi è il _fine_ a cui tende. Il _metodo_ da tenersi nello svolgersi dell'impresa medesima è suggerito logicamente dal _fine_. Il successo dipende dal seguirlo tenacemente e non disviarsene mai. Ogni deviazione è inutile dispendio di forza e di vita.

Qual è il _fine_ a cui tende il vostro Congresso?

È, se non erro, quello di costituire un Centro che, rispettando i diritti e i doveri puramente _locali_ delle società, possa legalmente rappresentare doveri, diritti, tendenze, interessi comuni a tutta quanta la Classe artigiana ed esprimere, convalidato dalla potenza del numero, i mali che affliggono in Italia gli uomini del Lavoro, le cagioni che, secondo voi, li producono, e i rimedî che, secondo voi, potrebbero cancellarli.

Un Patto di fratellanza fu stretto, tra le numerose società che aderirono, nell'ultimo vostro Congresso tenuto in Napoli. Ma per errori che or conoscete commessi nella costituzione appunto dell'Autorità che doveva rappresentare quel Patto e desumerne le conseguenze, rimase lettera morta.

Si tratta per voi di ratificare nuovamente quel Patto e di costituire a rappresentarlo un'Autorità che abbia condizioni di vera, forte e perenne vita.

Ed è la cosa più importante che possiate fare. Dal giorno in cui l'avrete fatto, comincierà la vita collettiva degli operaî italiani; avrete costituito lo strumento per progredire concordi; la questione sociale, oggi lasciata all'arbitrio di ogni nucleo locale, potrà definirsi davanti al paese, forte dei fatti raccolti da tutte le società e del consenso indiretto di quasi dodici milioni tra operaî manifatturieri, dati all'industria mineraria ed agricoltori; petizioni, reclami, statistiche concernenti alcuni fra i mali immediati e dovuti al malvolere o all'arbitrio degli uomini più che alla costituzione sociale, potranno escire dal vostro Centro in nome non d'una, ma di tutte le società operaje esistenti in Italia e saranno per questo ascoltate. E finalmente, potrete allora stringere, nei modi e coi patti che vi parranno opportuni, coi vostri fratelli dell'altre Nazioni, vincoli d'alleanza che tutti intendiamo e vogliamo, ma dall'alto del concetto _nazionale_ riconosciuto, non sommergendovi, individui o piccoli nuclei, in vaste e male ordinate società straniere che cominciano dal parlarvi di libertà per conchiudere inevitabilmente nell'anarchia o nel dispotismo d'un Centro o della città nella quale quel Centro è posto.

L'ASSOCIAZIONE, concetto fondamentale dell'epoca nuova, avrà ricevuto dal vostro elemento la prima solenne consecrazione. E l'esempio gioverà a tutto quanto il paese.

Se questo è, com'io credo, il vostro _fine_ principale nel riunirvi a Congresso, il _metodo_ da seguirsi nelle vostre deliberazioni è chiaro.

Verificati attentamente i mandati, che devono esclusivamente esser dati da società d'_operaî_, gittatevi risolutamente a quel _fine_, e non tollerate che altri vi svii sollevando incidenti e affacciando proposte e questioni estranee. Alcuni fra voi formulino un _ordine del giorno_ progressivo che escluda, finchè il _fine_ non sia raggiunto, ogni discussione intorno a dottrine religiose, politiche o sociali che un Congresso oggi non può decidere se non con dichiarazioni avventate e ridicole per impotenza. Raggiunto il _fine_, compìto l'ordinamento interno della classe vostra, discuterete, se avrete tempo, ciò che vorrete. Dove no, commetterete allo studio dell'autorità centrale le proposte che vi parranno importanti. Ma non v'allontanate prima dal segno. Questa vostra è manifestazione, oltre ogni altra anteriore, solenne. Il paese guarda in voi trepido, attento, severo. Se troverà nel vostro, come in altri congressi tenuti fuori d'Italia, sobbollìo, tempesta di pareri diversi, d'avventatezze non frenate, di lunghe parole inutili su questioni vitali e superficialmente trattate dall'ira non repressa di pochi, giudicherà voi tutti inesperti e malavveduti e prematuro il sorgere del vostro elemento.

Due sole dichiarazioni mi sembrano, quasi preambolo all'ordinamento e istruzione generale data all'Autorità che dovrete eleggere, volute oggi dalle insolite circostanze nelle quali versa gran parte di Europa.

Non giova illudervi. Il paese che cominciava a guardar con favore ai vostri progressi e a sottoporre a più attento esame ciò che da noi o da altri si scrive per voi a pro del vostro giusto inevitabile sorgere, è dagli ultimi eventi di Francia in poi sulla via di retrocedere, impaurito e tendente ad appoggiare la stolta immorale teorica di _resistenza_ più o meno adottata a danno vostro da tutti i Governi. Una selvaggia irruzione, non dirò di dottrine, ma d'arbitrarie irrazionali negazioni di demagoghi russi, tedeschi, francesi, è venuta ad annunziare che, per esser felice, l'Umanità deve vivere senza Dio, senza Patria, senza proprietà individuale e, pei più logici e arditi, senza santità _collettiva_ di famiglia, all'ombra della casa municipale di ogni comune; e quelle negazioni hanno trovato, tra per insana vaghezza di novità, tra per il fascino esercitato dalla forza spiegata da quei settarî in Parigi, un'eco in una minoranza dei nostri giovani. L'Umanità guarda e passa; ma la tiepida, tentennante, tremante, credula generazione borghese dei nostri giorni, impaurisce d'ogni fantasma. La parte abbiente del paese, dal grande proprietario fino al piccolo commerciante e al proprietario d'una bottega, comincia a sospettare che ogni moto operajo covi una minaccia ai capitali raccolti talora per eredità, più spesso dal lavoro; e ha diritto d'essere rassicurata. Or se voi foste credenti in quelle pretese dottrine, io deplorerei le tristissime conseguenze che ne escirebbero infallibilmente per l'Italia e per voi e cercherei di convincervi; non vi direi: _mentite per tattica o per paura_. Ma so che quelle insensate teorie non sono vostre; e però vi dico: importa al progresso del vostro moto ascendente e al paese che lo dichiariate: importa sappiano tutti che voi vi separate dagli uomini che le predicano; che in cima alla vostra fede sta la santa parola DOVERE; che voi mirate a iniziare l'_avvenire_, non a sconvolgere con violenza il _presente_; che non tendete a distribuzione di ricchezza posta in mano d'altrui, a liquidazioni sociali, a confische di proprietà, ma chiedete educazione per voi e pei vostri figli, intervento pacifico di cittadini nelle faccende della Patria che amate, sacro e inviolabile da ogni tributo il _necessario_ alla vita, senza la quale nè lavoro nè produzione sono possibili, e favore e ajuti dalla Nazione alla lenta trasformazione dell'ordinamento attuale del lavoro nel più giusto e utile a tutti ordinamento dell'_associazione_ tra il capitale e il lavoro, tanto che vi s'apra via per raccogliere voi medesimi un capitale e mutarvi da _salariati_ in lavoratori liberi, indipendenti dall'arbitrio altrui.

E una seconda dichiarazione, implicita già nel vostro patto di fratellanza, dovrebbe, parmi, riaffermare che voi non separate il problema _economico_ dal problema _morale_, che vi sentite anzitutto uomini e italiani e che, comunque chiamati dalle vostre circostanze a occuparvi più specialmente d'un miglioramento di condizioni per la classe vostra, non potete nè volete rimanere estranei e indifferenti a tutte le grandi questioni che abbracciano l'universalità dei vostri fratelli e il progresso collettivo d'Italia.

Ma riconfermato il Patto di fratellanza e compite queste due dichiarazioni, l'una delle quali vi separa dal male, l'altra inanella i vostri ai fati d'Italia, l'ordinamento interno avrà, spero, tutte le vostre cure.

Quell'ordinamento è cosa vostra e farete pel meglio. Ma se mi concedeste di sottomettervi anche su quello alcuni suggerimenti, vi direi: