Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 45

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L'orgia d'ira, di vendetta e di sangue della quale Parigi da molti giorni dà spettacolo al mondo, c'inchioderebbe la disperazione nell'anima se la nostra fosse _opinione_, non fede. Un popolo che si volge briaco, furente in sè stesso coi denti e lacera le proprie membra urlando vittoria, che danza una ridda infernale intorno alla fossa scavata dalle sue mani, che uccide, tormenta, incendia, alterna delitti senza una idea, senza scopo, senza speranza, col grido del pazzo che pone fuoco alla propria pira e sotto gli occhî dell'invasore straniero contro il quale non ha saputo combattere, ricorda alcune fra le più orrende visioni dell'Inferno Dantesco. Il _terrore_ e i patiboli del 1793 avevano non foss'altro a scopo, nella realtà o nell'imaginazione, la difesa dell'unità della Francia. Le proscrizioni romane, da Mario e Silla al Triumvirato, sorgevano, non giustificate ma spiegate, da una contesa di secoli tra una aristocrazia, che voleva perpetuarsi quando i tempi e l'impotenza la dichiaravano decaduta, ed una democrazia, che preparava mal diretta le vie alle dittature militari e all'Impero, ma che generalmente tendeva ad allargare agli Italiani la cittadinanza romana. Perchè scorre a torrenti il sangue in Parigi? Perchè i combattenti delle due parti hanno pugnato o reprimono con ferocia irochese, con insana sete di strage, propria di belve e non d'uomini? Il Comune, sorto non per un _principio_ di Patria o d'Umanità, ma per un _interesse_ parigino, scannava deliberatamente gli _ostaggi_ quando la loro morte non giovava menomamente la sua causa e deliberatamente commetteva alle fiamme gli edifizî e le glorie storiche della Città quando abbandonava via via le località dove erano posti. L'Assemblea, eletta per decidere della guerra e della pace e senza titolo in oggi d'esistenza legale, indice atroci carneficine non di combattenti ma di prigionieri e irrita al sangue con infami lodi e panegirici trionfali una soldatesca sfrenata che cerca soffocare, trucidando fratelli, il senso di vergogna, vivo in essa, per le disfatte patite nella guerra contro le milizie germaniche, quando fin l'ombra del pericolo è svanita e gli uomini del Comune sono spenti, imprigionati e fuggiaschi. Il sangue fu versato e si versa senza intento fuorchè di vendetta contro i vincitori da un lato, di vendetta contro i vinti dall'altro, per odio o crudele paura; basse passioni colpevoli sempre e indegne d'ogni buona causa, infami quando ricordano il delitto di Caino e infieriscono tra figli della stessa terra. La Francia intera assiste impassibile, senza aver tentato di trattenere con un unanime grido di orrore gli uomini del Comune da fatti ai quali negli ultimi giorni accennavano, senza coraggio di gridare oggi al Dittatore dell'Assemblea il SURGE CARNIFEX di Mecenate ad Augusto.

Ma noi? L'Europa? L'Italia? Non abbiamo doveri? Ci adopriamo a compirli? Davanti all'agonia convulsiva d'un popolo suicida, dobbiamo abbandonarci a uno scettico sconforto ch'è codardia, o raccogliere, a seconda delle nostre tendenze, un legato d'ira o d'insana paura da quel letto di morte a rischio di preparare fra noi la ripetizione degli orrori compiti altrove?

Primo nostro dovere è quello di separarci apertamente, dichiaratamente, dalle due parti e provvedere a che non si smarrisca in Italia il senso _morale_ perduto pur troppo in Francia. Guai a noi se non sentiamo nell'anima che ogni nostro progresso futuro è a quel patto! Guai se la santa battaglia tra il Bene e il Male, tra la Giustizia e l'Arbitrio, tra la Verità e la Menzogna, combattuta nella piena luce del cielo e sotto l'occhio di Dio in Europa, si converte in guerra condotta nelle tenebre senza norma determinata, senza un faro che guidi i combattenti, senz'altra inspirazione che d'impulsi d'un'ora e delle misere passioni d'ogni individuo!

Noi non alludiamo segnatamente ad alcuno, ma deploriamo un fatto innegabile: il campo dell'opinione s'è generalmente diviso in due, il campo di quei che più o meno apertamente parteggiano pel Comune e il campo di quei che parteggiano più o meno esageratamente per l'Assemblea: gli uni e gli altri tendenti a velare, tacere o magnificare i fatti e ingigantirne o dissimularne i caratteri e le conseguenze a seconda della parte adottata.

Abbiamo udito da un lato attenuare la strage degli ostaggi come di _provati_ colpevoli di segreto contatto con Versailles e profanare a proposito degli incendî i sacri nomi di Sagunto, di Saragozza, di Missolungi. Gli ostaggi erano tali e non altro: non avevano subito processo nè un solo interrogatorio. E quanto alle città nominate, combattevano contro un invasore straniero e i prodi che avevano giurato difenderle fino all'ultimo alito di vita si sotterrarono sotto le loro rovine lasciandoci esempio che noi dovremmo, occorrendo, imitare: gli uomini del Comune davano moto agli incendî partendo, e commettevano a rovina la loro città e a morte cittadini abbandonati e indifesi quand'essi speravano di salvarsi. Pugnarono da forti, chi il nega? Ma il combatter da forti non merita il nome di eroismo: lo merita il combattere santamente per una santa bandiera: dove no, l'Italia conta difese di masnadieri che dovrebbero ottenere quel nome. Oggi pur troppo le tendenze instillate dai sistemi materialisti travolgono molti dei nostri giovani in una cieca adorazione del coraggio fisico, del fatto _esterno_, senza nesso coll'origine e col _fine_ cercato, che minaccia di sostituire un nuovo _militarismo_ all'antico.

Abbiamo udito dall'altro lato acclamare all'Assemblea come a tutrice dell'_ordine_ e della _libertà_, e il nome incontaminato di Washington dato, senza arrossire, a Thiers. L'Assemblea e Thiers passeranno, checchè oggi si dica, ai posteri con una nota d'infamia. Firmarono tremanti una pace vergognosa, che smembrava la loro Patria, con lo straniero, quando dovevano mandare un grido solenne di resistenza collettiva alla Francia e disperdersi poi nelle provincie per capitanarla: non osarono recarsi in Parigi quando raccogliendosi intorno la popolazione più ragionevole potevano tentare conciliazione e riuscire: potevano, con una franca dichiarazione repubblicana richiesta dalla parte intelligente della nazione e con una legge di largo e libero ordinamento municipale, sopprimere ogni ragione di contesa, e nol vollero: spinsero contro gli insorti irritandoli col nome di _malfattori_, e quasi a impedire ogni possibilità d'accordo, i generali del Bonaparte: parlavano jeri d'abolire ogni legge di proscrizione, lasciando col fatto la facoltà di proscrizione alla soldatesca, e preparano oggi, pur sapendo di commettere a nuova guerra civile immediata o in breve periodo di tempo il paese, la via del trono alla dinastia Borbonica. Quei che inneggiano all'Assemblea o non guardano ai fatti o sono corrotti com'essa.

Noi dobbiamo, lo ripetiamo, separarci solennemente dagli uni e dagli altri. Nè cogli uni nè cogli altri stanno la Giustizia e l'eterno Diritto; e noi non dobbiamo avere altra norma ai nostri giudizî. Siamo repubblicani; e siamo convinti che se v'è modo perchè la Francia lentamente risorga, si rieduchi al culto del Vero e della Legge Morale e si sottragga alla tristissima necessità di violenti rivoluzioni periodiche e frequenti, sta nell'instituzione su giuste basi d'una repubblica. La corruzione francese è frutto delle due monarchie borboniche e dei due imperi: crescerebbe e diventerebbe cancrena durando la monarchia; nè la Storia ci ricorda esempio di popoli rigenerati pel ritorno di dinastie due volte cadute. L'argomento continuamente ripetuto che per fondare repubblica si richiedono anzi tratto repubblicani e virtù repubblicane, somma a dire che l'educazione repubblicana deve darsi dalla monarchia o in altri termini che la fede in un principio deve insegnarsi dal principio contrario. Le repubbliche si fondano appunto per creare, coll'educazione repubblicana, repubblicani. Esiste in Francia, sorgente di tutte le interne contese, un profondo squilibrio tra le città che sono repubblicane e le campagne che, ineducate e impaurite tuttora dai ricordi del _terrore_ e delle carneficine del 1793, nol sono. Una educazione nazionale uniforme[163] può sola vincere quello squilibrio; e quell'educazione non può darsi se non dalla Repubblica. Le monarchie, minacciate, condannate a vivere per un tempo soltanto e sapendolo, non possono dare ciò che presentono dover presto o tardi convertirsi in arme nelle mani dei suoi nemici. Ma perchè siamo repubblicani e ci assumiamo un'opera d'apostolato con chi non è tale, dobbiamo sapere e dire apertamente e senza riguardi tattici con amici o nemici, quale è, quale non è la Repubblica da noi invocata. L'appagarsi del nudo nome e dichiararsi campioni d'ogni uomo che scelga di proferirlo, è peggio che arrendevolezza puerile, è tradimento d'un dovere verso chi dobbiamo cercare di convincere: l'irritarsi della caduta di chi svisò il concetto repubblicano o intese a proteggerlo con fatti immorali o feroci, soltanto perchè chi determinò la caduta appartiene al campo nemico, è peggio che inutile: è oblio d'ogni missione educatrice sagrificata a un impulso d'odio che non dovrebbe allignare in noi. Poco importa inveire contro lo strumento immediato della caduta--quello strumento si romperà alla sua volta--ciò che importa è l'additare _perchè_ quel travisato concetto fosse dal nascere condannato, per mano di chicchessia, a perire, e come non debba trarsene argomento alcuno a danno del vero e giusto concetto e della forza contenuta in esso per vincere. Ed è questo che la stampa repubblicana davvero dovrebbe fare. L'Instituzione che combattiamo non è oggimai più forte, tra noi, in Francia e altrove, di forza vitale propria: la sorreggono i nostri errori. Ogni incertezza lasciata dal nostro linguaggio o dal nostro silenzio su ciò che dovrà sottentrare, ogni vecchia paura rinvigorita da fatti come quei compiti a Parigi, ogni stolta minaccia di vendetta avventata nell'ira e dimenticata il momento dopo, è più potente puntello a un sistema cadente che non un esercito agitato da vergogne subìte e dal senso dell'onor nazionale o una moltitudine d'impiegati mal retribuiti, mal fidi e tentennanti fra le due parti o l'illusione mantenuta fiaccamente da una opposizione che accenna sempre a colpire, incapace di farlo, e alla quale il paese guardava un tempo sperando, oggi guarda a deplorarne le condizioni.

È tempo or più che mai pei repubblicani di mostrarsi _partito_ e non _fazione_: collettività d'uomini raccolti intorno ad un _principio_, non nucleo d'individui collegati a tempo per l'_interesse_ d'uno o di più. E questo _principio_--concetto della Vita fondato sopra una Legge di Progresso morale, intellettuale, economico, da svolgersi per mezzo dell'associazione di tutti gli elementi che formano Nazione e tra un popolo e l'altro--è sola sorgente d'_autorità_ per noi, solo criterio per giudicare dei programmi e degli atti che via via si succedono in questo periodo di transizione: la forma repubblicana non è che un mezzo--unico a senso nostro--per tradurre in rapida realtà l'_associazione_ alla quale accenniamo. Nei termini di questo _principio_ sta la nostra solidarietà con quanti si dicono repubblicani. Ogni tentativo di rinnovamento politico e sociale che non muove da quel _principio_ o lo viola col predominio dato alla sovranità dell'_io_, o chiude il varco all'_Associazione_ smembrando l'unità della più alta forma d'Associazione, la PATRIA, o contamina la bandiera con atti d'ingiusta e non necessaria violenza funesti al progresso _morale_ del popolo, non è nostro e lo respingiamo. La sua vittoria--se potesse averla--non sarebbe vittoria nostra, nè c'inorgoglirebbe di forza o speranze. La sua disfatta non è nostra disfatta, non c'infiacchisce per subiti irragionevoli sconforti, non scema probabilità di successo alla nostra fede.

II.

Come hanno potuto aver luogo nel secolo XIX, in una città sede d'incivilimento com'è Parigi, gli eccessi dai quali prendemmo le mosse nel numero precedente? Perchè un popolo generalmente gentile, lieto, affettuoso come il francese, ha smarrito a poco a poco ogni senso morale? Come mai in una Nazione nella quale l'Unità e l'orgoglio di Patria sembravano più che altrove incarnati in ogni cittadino, assalitori e assaliti dimenticarono l'una e l'altro a un tratto, gli uni proponendosi un programma di smembramento affermato in ultimo con una insensata distinzione d'uomini e cose, gli altri combattendo i nati com'essi di Francia con una indegna ferocia, con un accanimento di selvaggi briachi, che aspettò, a rivelarsi, la vittoria dello straniero pacatamente e vergognosamente subìta? Non dovrebbero gli Italiani--invece di dividersi in fanciulli irritati che strepitano vendetta per opinioni e fatti non loro e machiavellisti senza cuore che non vedono nella rovina d'un popolo se non un'arme per ferire ingiustamente gli avversi al loro sistema--meditare severamente sulle cagioni dei tristi fatti e tentare di sviarle da noi? Non sanno i nostri che in Francia il nemico più potente della Repubblica è tuttora, nella popolazione rurale, il ricordo del settembre 1792 e dei patiboli del 1793--che l'uccisione degli ostaggi e gli incendî hanno triplicato le probabilità d'un vicino successo alla monarchia--che in Italia ogni imprudente avventata manifestazione di favore ai colpevoli di quegli atti basta a suscitare nella classe media sospetti e paure propizie al Governo? Non sanno gli avversi che le loro esagerazioni, le loro condanne a una parte sola, i loro calcolati terrori che qui s'imitino dai repubblicani e dalle classi inferiori eccessi ripugnanti a tutte le tendenze italiane, irritano gli animi stanchi ormai di calunnie, suscitano spiriti di riazione pericolosi e possono trascinare le classi che hanno più ragione di lagnarsi del sistema attuale a dire: _ci accusano ad ogni modo: facciamo_?

Abbiamo detto e diremo senza ritegno e senza calcolo di conseguenze immediate possibili ciò che ci sembra vero agli uni e agli altri. Taluni dei nostri amici ci consigliano di tacere su certe questioni e di modificare il nostro linguaggio sovr'altre: _correte rischio_, dicono, _d'allontanare da voi giovani nemici accaniti del sistema che voi combattete e che sarebbero forse primi, occorrendo, all'azione_. Non possiamo accogliere quel consiglio. Se, perchè siamo repubblicani, dobbiamo far nostra la massima: _la bandiera copre la merce_, e accettare l'assurdo, retrogrado, politicamente immorale concetto di repubblica trovato novellamente in Parigi e sul quale dovremo tornare, meglio è gettare la penna e tacere. Se, perchè ad alcuni giovani piace di rinnegare la tradizione intera dell'Umanità, di chiamare Scienza la più o meno accurata descrizione dei fenomeni organici e la negazione della causa di quei fenomeni, di dirsi atei e nemici d'_ogni_ religione soltanto perchè non credono nell'attuale, dobbiamo tacere di filosofia religiosa e desumere la missione e i fati della nostra patria dal concorso fortuito degli atomi o da un numero determinato di combinazioni passive d'una data quantità di materia, meglio è lasciare che caso e materia operino a senno loro e limitarci a registrare--e a rispettare--gli eventi. Le idee sono per noi una cosa santa. Non possiamo velarle o distribuirle a dosi omeopatiche per piacere ad altri e nella speranza che una parte infinitesima sia inavvertitamente assorbita. Le tattiche parlamentari non sono da noi, nè valgono a mutar gli Stati e collocarli sotto l'egida d'un nuovo principio. Noi amiamo sovra ogni altra cosa l'Italia; ma la vogliamo connessa colla vita e col progresso dell'Umanità, faro tra i popoli di moralità e di virtù. Vogliamo repubblica, ma pura d'errori, di menzogne e di colpe: a che varrebbe l'averla, se dovesse nudrirsi delle passioni, delle ire, dell'egoismo che combattiamo? Diversi dai sognatori che predicano pace a ogni patto, anche di disonore per le nazioni, e non s'adoprano a fondar la Giustizia unica base di pace perenne, noi crediamo, in dati momenti, sacra la guerra; ma questa guerra deve combattersi nei limiti della necessità, quando non è via, se non quella, al bene, diretta da un principio religioso di Dovere, leale, solenne, coll'altare della Clemenza eretto di fronte all'altare del Coraggio, non contaminata di vendetta, di brutale ferocia, di sfrenato orgoglio dell'_io_: se la nostra guerra diventasse quella delle soldatesche educate in Africa alle stragi del 2 dicembre o la combattuta recentemente in Parigi, non meriteremmo di vincere. Ignoriamo se dicendo questo noi siamo _inferiori_ o _superiori_ alla situazione: sappiamo che la Repubblica ha preso obbligo col mondo d'essere migliore dell'Instituzione avversa e ci dorrebbe che i repubblicani lo dimenticassero.

Il senso morale s'è smarrito in Francia sotto la lenta dissolvente opera del materialismo sociale _pratico_ sceso negli animi dal materialismo filosofico. Non crediamo che, dalla China in poi dove la separazione della Morale da una credenza religiosa impietrì l'intelletto e vieta da duemila anni ogni progresso, prova più solenne di questa sia mai stata data a noi tutti delle fatali conseguenze che il materialismo trascina dietro a sè quando invade, non come momentanea protesta contro una fede spenta, ma come dottrina inviscerata nelle abitudini, le membra d'una Nazione. Gli ingegni superficiali e irriverenti alle severe lezioni dei grandi fatti e all'importanza delle questioni che trattano possono sfogarsi in maledizioni impotenti a Thiers, a un generale bonapartista, a una o ad altra congrega d'uomini, come cagioni determinanti delle tristi cose che accadono. Ma dicano, se possono, perchè dal 1815 in poi la Francia s'aggiri in un cerchio fatale, senza escita, d'esperimento in esperimento, di delusione in delusione: dicano perchè la parte repubblicana, potente di verità, di giustizia, d'intelletto, d'energia e di favore--non fosse che per patimenti durati e sete di mutamento di popolo--non possa finora vincere, sorga, trionfi e invariabilmente ricada: dicano perchè poteri invecchiati e consunti, perchè Instituzioni impotenti a inspirare amore e incapaci d'ogni virtù iniziatrice durano tuttavia scimiottando la vita e chiudono, fantasmi temuti, la via che guida al futuro. Uomini come Thiers, Assemblee di gente mediocre come quella di Versailles sono strumenti di cagioni, non cagioni. Davanti a un moto repubblicano fondato sopra un concetto di Vero e sull'amore sincero del Bene, sfumerebbero come sfumerebbe il Papato davanti a un popolo forte non di semplici negazioni, ma d'una fede religiosa migliore.

In Francia, il materialismo, insinuato prima dai tristi esempî di corruzione dati dai principi e dalle corti monarchiche, suggerito dal freddo incerto mentito deismo di Voltaire e d'altri fra i così detti filosofi che volevano, in nome di non sappiamo quale aristocrazia dell'intelletto, libertà assoluta per sè e un vincolo qualunque di religione pel popolo, si rivelò apertamente sul finire del secolo XVIII con Volney, Cabanis e più giù con d'Holbach, Lametrie, l'autore del _Sistema della Natura_, e altri siffatti. Per questi atei, i più tra i quali--ed era logica--furono poi, tra i _muti_ del Senato conservatore o altrove, servi sommessi di Napoleone, il _pensiero_ non era che una secrezione del cervello, definizione della _Vita_ era la _ricerca del ben essere_, la sovranità era _diritto_ di _ciascun_ individuo, vincolato soltanto a non violare il diritto altrui. Là, nell'accettazione teorica o pratica, conscia o inconscia, di quelle stolte esose dottrine, sta il germe della rovina di Francia--e della nostra, se mai per la loro predicazione, impresa da giovani inconsiderati, migliori per ventura del loro linguaggio, prevalessero anche fra noi.

Cancellata così ogni idea d'adorazione a un _ideale_ superiore comune di vita collettiva dell'Umanità, di _fine_ assegnato all'esistenza terrestre, di Dovere comandato a raggiungerlo, di sovranità di una Legge Morale preordinata, non rimase a norma degli atti se non la nuda idea del _diritto_, della sovranità _individuale_, idea senza base per sè, inefficace in ogni modo a risolvere i grandi problemi che cominciavano ad agitarsi nell'anime. Quell'idea non può--se pure--guidare che alla _libertà_; e a risolvere quei problemi bisognava risolvere prima quello dell'_associazione_. E le conseguenze alle quali accenniamo, sono inevitabili, fatali. Noi sappiamo che, come s'incontrano in oggi uomini credenti a un tempo nel dogma cristiano e nella Legge del Progresso, molti fra gli attuali materialisti si professano credenti nel Dovere, nella vita collettiva e progressiva dell'Umanità, nell'Associazione, in ogni idea promulgata dal nostro campo; ma la patente contradizione non prova, se non che in molti uomini gl'impulsi del cuore sono, per ventura, migliori delle loro facoltà intellettuali e della loro potenza di logica. Nessuno può presumere d'_educare_ altri--e la questione è per tutti noi di trovare un principio d'Educazione--a contradirsi ed essere illogici perennemente! nessuno può dire ad un popolo: «tu crederai nella _caduta_ e nella _redenzione_ e ad un tempo nel Progresso come in Legge data da Dio alla Vita»: nessuno può dirgli: _tu crederai nel Dovere e nel Sacrificio, ma non crederai in una Legge Morale prefissa da un Intelletto supremo su tutti, nè in cosa alcuna fuorchè nella sovranità di ciascuno degli uomini che s'agitano nel tuo seno_. Gli individui possono rinnegare per un tempo la logica e spassionare l'orgoglio a parlare di quello che non intendono: un popolo intero nol può. Togliete ad esso Dio, cielo, ideale, immortalità di progresso, nozione d'una Legge Provvidenziale prestabilita e il vincolo comune d'un _fine_ assegnato; e lo vedrete guardare esclusivamente a' suoi _interessi_ materiali, combattere, ma unicamente per essi, sperare per soddisfarli nella sola forza, soggiacere volonteroso a ogni potente che prometta curarli, sostituire alla sovranità dell'intelletto fecondato dall'amore quella dei proprî appetiti e delle proprie passioni. In questa ineluttabile necessità sta, lo ripetiamo, la sorgente di tutti gli errori, di tutte le colpe francesi.