Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 43

Chapter 433,226 wordsPublic domain

Tra questa zona, popolata d'un dodici milioni di slavi, e la zona superiore e continua, slava anch'essa, che dalla Galizia s'espande da un lato alla Moravia e alla Boemia, dall'altro alla Polonia per raggiungere attraverso il Ducato di Posen e la Lituania il Mar Baltico, s'interpongono, impedimento provvidenziale alla realizzazione della sognata unità _panslavistica_, la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania; ma son terre Daco-Romane, legate a noi, da Trajano in poi, per tradizioni storiche, affinità di lingua e affetti che non hanno bisogno, ad assumere importanza, fuorchè d'essere da noi coltivati; e mentre scemano il pericolo minacciato dallo Tsarismo, possono giovare a noi come anello di congiungimento tra le due zone nelle nostre relazioni colla famiglia slava. E questa sua seconda zona, popolata di 18 a 20 milioni di slavi, sembra disegnata, anch'essa provvidenzialmente, come barriera futura tra la Russia e la Germania del nord.

Là, nell'alleanza colle popolazioni di queste due zone, stanno, lo ripetiamo, la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra futura potenza politica ed economica.

Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni, che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul perire del politeismo, diritto di _parola_, e di comunione coll'altre famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale, deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.

E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso un gigantesco tentativo per far _cosacca_ l'Europa, una lunga e feroce battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio di _nazionalità_ minacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi, slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà, l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e tirannica volontà.

Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo, dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni. Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825 caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del Bonaparte?

La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Freme intorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe, cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia. La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazione _iniziatrice_ e la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica nuova fondata sul principio di _nazionalità_ ridesterebbe in un subito le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è, nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.

L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire. La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.

III.

Le prime e più importanti conseguenze del moto slavo saranno il disfacimento dell'Impero d'Austria e dell'Impero Turco in Europa. Chi non antivede inevitabili quei due fatti e non sente la necessità di promoverne lo sviluppo, tanto che giovi al progresso generale della civiltà e all'avvenire d'Italia, non usurpi alla sua il nome di politica internazionale: viva, come i ministri della monarchia, d'espedienti, ottenga un giorno un apparente vantaggio scontandolo il dì dopo col disonore e la soggezione del paese, passi senza norma e pegno securo d'alleanza in alleanza per trovarle perdute tutte quando più importerà di non essere soli, tremi davanti alla Francia, davanti alle vittorie prussiane, davanti alle stolide minacce papali e condanni--finchè il paese lo tollera--una Nazione di ventisei milioni d'uomini e che fu due volte iniziatrice nel mondo a nullità assoluta in Europa. Sgoverni e taccia. Senza norma morale, senza intelletto del futuro, senza coscienza d'un _fine_ determinato e un _metodo_ costantemente e arditamente seguìto a raggiungerlo, non esiste vita internazionale possibile.

Rotta appena a occidente dalla stretta zona che si stende da Vienna a Innsprück, a oriente dalla Moldavia non germanica, e avversa essa pure per le sue genti smembrate all'Austria, la circonferenza dell'Impero Habsburghese è slava e da quella larga zona di circonferenza partono raggi che solcano in ogni direzione l'interno. Cifra di popolazione straniera alla razza che governa cedendo, e progresso regolarmente crescente delle agitazioni nazionali condannano l'Impero a dissolversi. Cominciato da noi, seguìto timidamente finora dall'Ungheria, il moto disintegrante non può oggimai più arrestarsi.

A mezzogiorno, le popolazioni slave predominano sulla Turchia. L'Impero Turco è condannato a dissolversi, prima forse dell'Austriaco; ma la caduta dell'uno segnerà prossima quella dell'altro. Le popolazioni che insorgeranno in Turchia per farsi Nazioni sono quasi tutte ripartite fra i due Imperi e non possono agglomerarsi senza emanciparsi dall'uno e dall'altro. L'Impero Austriaco è un'Amministrazione, non uno Stato; ma l'Impero Turco in Europa è un accampamento straniero isolato in terre non sue, senza comunione di fede, di tradizioni, di tendenze, d'attività, senza agricoltura propria, senza capacità d'amministrazione, invasa un tempo dai Greci, oggi dagli Armeni disseminati sul Bosforo, ostili al Governo che servono: immobilizzata dal _fatalismo_ maomettano, la razza conquistatrice, ricinta, affogata da popolazioni cristiane, avvivate dall'alito della libertà occidentale, non ha dato da oltre a un secolo un'idea, un canto, una scoperta industriale e conta meno di due milioni d'uomini circondati da tredici o quattordici di razze europee, slave, elleniche, daco-romane, assetate di vita, anelanti insurrezione. E a questa insurrezione non manca per aver luogo a convertirsi rapidamente in vittoria se non l'accordo fra quei tre elementi gelosi anch'oggi per vecchî ricordi di guerre e oppressioni reciproche, l'uno dell'altro.

Proporre e far prevalere le basi di questo accordo è missione italiana.

_Sorti in nome del Diritto Nazionale, noi crediamo nel vostro, e vi profferiamo ajuto per conquistarlo. Ma la nostra missione ha per fine l'assetto pacifico e permanente d'Europa. Noi non possiamo ammettere che lo Tsarismo russo sottentri, minaccia perenne alla Libertà, ai vostri padroni; e ogni vostro moto isolato, limitato a uno solo dei vostri elementi inefficace a vincere, incapace s'anche vincesse di costituire una forte barriera contro l'avidità dello Tsar, giova alle sue mire d'ingrandimento. Unitevi: dimenticate gli antichi rancori: stringetevi in una Confederazione e sia Costantinopoli la vostra Città Anfizionica, la città dei vostri Poteri Centrali, aperta a tutti, serva a nessuno. Ci avrete con voi._ È questo il linguaggio che dovrebbe tenere a quelle popolazioni l'Italia. L'Italia repubblicana lo terrebbe. L'Italia monarchica non lo terrà mai.

E mentre consigli e profferte siffatte spianerebbero la via a una soluzione della tormentosa questione d'Oriente favorevole al principio di _nazionalità_ e avversa un tempo all'ambizione russa, profferte simili inoltrate alle popolazioni della Dalmazia, del Montenegro, della Croazia e delle terre daco-romane, preparerebbero il disfacimento dell'Impero d'Austria e compirebbero il concetto della nostra politica. Suonata dai popoli sommossi l'ora suprema, la costa occidentale dell'Adriatico diventerebbe la nostra base d'operazione per ajuti efficaci ai nuovi alleati. Le nostre navi da guerra riscatterebbero l'onore violato della bandiera conquistando agli slavi del Montenegro lo sbocco del quale abbisognano, le Bocche di Cattaro, e agli slavi della Dalmazia le città principali della costa Orientale. Lissa, chiamata giustamente da altri la Malta dell'Adriatico e campo d'una nostra immeritata disfatta che importa per l'onore del navilio di cancellare, rimarrebbe stazione italiana.

Il moto slavo-meridionale si diffonderà naturalmente, quando avrà luogo, lungo i Carpati, attraverso la Galizia e il gruppo Boemo-Moravo, alla Polonia, santa, martirizzata, immortale Nazione colla quale noi abbiamo già, dal periodo delle Legioni di Dombrowski in poi, vincoli di speciale affetto fraterno e patti di futura alleanza.

Ajutatrice del sorgere degli slavi illirici e di quelli che costituiscono gran parte della Turchia europea, l'Italia acquisterebbe, prima fra tutte le Nazioni, diritto d'affetto, d'inspirazione, di stipulazioni economiche coll'intera famiglia slava.

I vantaggi, all'Europa e all'Italia, del concetto politico al quale rapidamente accenniamo e del quale la nostra Nazione potrebbe, volendo, farsi iniziatrice, sono innegabili e di una importanza vitale.

Al nord la Federazione slava, frapposta fra la Russia e la Germania e alla quale, svelta dall'Impero d'Austria, potrebbe aggiungersi l'Ungheria, sarebbe a un tempo tutela alla Germania contro il predominio russo, tutela alla Francia e all'Italia contro il minacciato predominio teutonico: alleata agli Slavi non amici della Germania, l'Italia minaccierebbe, occorrendo, con essi l'invasore alle spalle.

A mezzogiorno e a oriente, data per sempre Costantinopoli alla Libertà occidentale e inalzata contro lo Tsarismo una barriera di giovani popoli federati a difendere la propria indipendenza, la Russia sarebbe consegnata ai suoi limiti naturali, la civiltà e la produzione europea conquisterebbero un immenso e singolarmente fecondo terreno, due delle tre grandi vie al mondo asiatico sarebbero schiuse e normalmente assicurate al commercio d'Europa e segnatamente, mercè la nostra iniziativa slavo-ellenica-daco-romana, a quello d'Italia.

Abbiamo nominato il mondo asiatico. Ed è infatti verso quello, se guardiamo nel futuro e oltre ai nostri confini, che convergono oggi le grandi linee del moto europeo. Popolata un tempo dalle emigrazioni asiatiche che ci recarono i primi germi di civiltà e le prime tendenze nazionali, l'Europa tende oggi provvidenzialmente a riportare all'Asia la civiltà sviluppata da quei germi sulle proprie terre privilegiate. Figli delle razze vèdiche, noi, dopo un lungo e faticoso pellegrinaggio, ci sentiamo quasi da mano ignota sospinti a cercar nei luoghi che ci furono cuna un vasto campo alla nostra missione morale trasformatrice dell'idea religiosa, un vasto terreno alla nostra attività industriale e agricola trasformatrice del mondo esterno. L'Europa preme sull'Asia e la invade nelle sue varie regioni colla conquista inglese nell'India, col lento inoltrarsi della Russia al nord, colle concessioni periodicamente strappate alla China, colle mosse americane attraverso le Montagne Rocciose, colle colonizzazioni, col contrabbando. Prima un tempo e più potente colonizzatrice nel mondo, vorrà l'Italia rimanere ultima in questo splendido moto?

Schiudere all'Italia, compiendo a un tempo la missione d'incivilimento additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza cogli Slavi meridionali e coll'elemento ellenico fin dove si stende, nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in Alessandria e in una invasione colonizzatrice da compirsi, quando che sia e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile che chiama l'Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale, connessa al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la contiguità coll'Egitto e per esso e la Siria coll'Asia, di quella zona africana che appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi l'adocchiano e l'avranno tra non molto se noi non l'abbiamo.

Sono i disegni, ai quali accenniamo e che andremo via via svolgendo, utopie? Gli uomini della monarchia lo diranno e schernendo: sono uomini _pratici_. Ma la storia più _pratica_ d'essi ha registrato e dirà che, scherniti dagli uomini _pratici_, noi predicavamo trentanove anni addietro l'Unità d'Italia ed è, materialmente almeno, quasi compita; che, scherniti, annunziavamo fin da quel tempo l'Unità Germanica, e si sta compiendo; scherniti, affermavamo perduta in Francia ogni potenza d'_iniziativa_ e i fatti d'oggi provano che soli avevamo veduto il vero. I _pratici_ dicevano nel 1848 impossibili le Cinque Giornate, ed ebbero luogo: ci predicevano nel 1849 che non avremmo potuto difendere Roma contro i Francesi due giorni, e la difendemmo due mesi: dicevano ai Veneti che si affrettassero a calare la bandiera repubblicana perchè senza l'ajuto dinastico sarebbero stati incapaci di resistere all'Austria tre settimane, e Venezia si dava alla monarchia, non riceveva ajuto alcuno da essa e nondimeno durava diciotto mesi. I _pratici_ non seppero finora che movere quando s'avvidero che inoltravano davvero, sull'orme nostre, usurpare guastandoli i nostri disegni, porsi indosso a tempo e insozzandolo di codardie, imprevedute da tutti fuorchè da noi, il manto tessuto dalle nostre mani. I _pratici_ cedevano tremanti Nizza e Savoja a un uomo del quale i poveri _utopisti_ repubblicani del Messico iniziavano, resistendo trionfalmente, la rovina. I _pratici_ si vincolarono a rispettare il territorio del Papa, diedero in pegno la scelta di Firenze a metropoli e s'arretrerebbero anch'oggi davanti a Roma, se gli _utopisti_ non minavano il trono a Luigi Napoleone e la parola _repubblica_ non si proferiva dagli _utopisti_ in Parigi. Meschina parodia dei _dottrinarî_ francesi, i _pratici moderati_ non hanno dato un'idea, un precetto morale, un giorno di vera vita all'Italia. Tra le angustie di un disavanzo che promettono cancellar d'anno in anno e che ricompare d'anno in anno ostinato, tra gli espedienti di nuove tasse aggiunte alle antiche non pagate o incompiutamente pagate, tra disegni d'alleanze contraddittorie colla Francia un giorno, colla Prussia un altro, coll'Austria un terzo, i vinti di Lissa e Custoza trascinano un'esistenza che poggia sul trionfo rimpicciolito d'alcune idee nostre, d'alcune formule usurpate a noi, guaste da essi come le vivande imbandite da altri erano guaste dalle Arpìe irruenti; ma pur potenti abbastanza per sedurre gl'Italiani a rispetto. Governano alla giornata ajutandosi delle forze passive che trovano, senza virtù per creare un solo nuovo elemento o per infondere uno spirito di progresso negli esistenti. Irridono alle idee perchè hanno l'_amaurosi_ dell'anima e non possono intendere ciò che non vedono.

Le grandi idee, noi lo abbiamo detto più volte, fanno i grandi popoli. E le idee non sono grandi pei popoli se non in quanto travalicano i loro confini. Un popolo non è grande se non a patto di compire una grande e santa missione nel mondo, come appunto l'importanza e il valore d'un individuo si misurano da ciò ch'ei compie a pro della società nella quale ei vive. L'ordinamento interno rappresenta la somma dei mezzi e delle forze raccolte pel compimento dell'opera assegnata al di fuori. Come la circolazione e lo scambio danno valore alla produzione e l'avvivano, la vita internazionale dà valore e moto alla vita interna d'un popolo. La vita _nazionale_ è lo stromento; la vita _internazionale_ è il _fine_. La prima è opera d'uomini; la seconda è prescritta e additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di una Nazione sono in ragione del suo accostarsi al _fine_ assegnato.

LE CLASSI ARTIGIANE[159]

I.

Se noi fossimo, come taluni affettano di credere, partigiani irosi e guidati esclusivamente dal desiderio di vincer comunque, avremmo salutato il linguaggio della stampa monarchica intorno ai fatti di Francia come potente indizio di fiacchezza sentita nella parte avversa. Da quel linguaggio, come dalla proposta di leggi eccezionali per la pubblica sicurezza--come dagli annunzî esagerati di nuove mene repubblicane perchè qualche ufficiale legge la ROMA DEL POPOLO--come dalle spese di guerra, profuse non pel di fuori da dove nessuno minaccia, ma per antivigenze interne--trapela il terrore dell'avvenire, la coscienza dell'impossibilità di riconquistare il terreno perduto. Servi di Francia e presti a trascinar la Nazione in una rovinosa immorale alleanza quando speravano nelle vittorie del Bonaparte, ligi alla Prussia poi che videro disfatto l'Impero e s'illudevano a credere che l'armi di re Guglielmo avrebbero rifatto in Francia una monarchia, gli uomini avversi al principio che sosteniamo s'irritano oggi sino al furore contro gl'insorti a pro del Comune parigino: chiamano _orda, bordaglia pazza di furore e di lucro_ duecentomila elettori che votano placidamente la scelta de' membri del municipio: _inorridiscono_, essi che tacquero e tacciono sulle proscrizioni del Due dicembre, sulle fucilazioni messicane, sopra ogni sangue versato da mano regia, alle uccisioni--son due e conseguenza d'eccitamento parziale riprovato da quei che reggono--commesse in Parigi; e diresti tornati i giorni terribili del 1793. Come i tori, i gazzettieri della monarchia insaniscono all'apparire di un cencio rosso.

Ma il rimproverare, tra due espressioni di orrore pel sangue di due individui, l'Assemblea di Versailles d'esitazione codarda perchè non s'affretta ad affogare a Parigi nella guerra civile--il far arme d'un conflitto suscitato da cagioni speciali in un luogo e d'alcuni fatti isolati per eccitare a reazione di spavento quei che governano altrove--il desumere, dalla parte qualunque che una Associazione può avere in quel conflitto e in quei fatti, argomento a levare un grido di crociata contro tutta una classe straniera in Italia a quell'Associazione--il segnare una linea ostile di separazione tra le aspirazioni degli _operaî_ e i diritti degli _agiati_[160]--è tal cosa che dovrebbe rattristare profondamente tutte le anime oneste e vogliose del bene in Italia. Che! Sono i protettori dell'_ordine_ giunti a tale, da sostenerlo calunniando deliberatamente tutta una classe di cittadini e seminando i germi d'una guerra civile? E che sarebbe, se noi fossimo capaci di raccogliere il guanto?