Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 42

Chapter 423,479 wordsPublic domain

Le Nazioni sono gli individui dell'Umanità: tutte devono lavorare alla conquista del _fine_ comune: ciascuna a seconda della propria posizione geografica, delle proprie singolari attitudini, dei mezzi che sono ad essa naturalmente forniti. L'insieme di queste condizioni costituisce per essa un _fine speciale_ da raggiungersi sulla direzione del _fine comune_.

Dov'è _coscienza_ del fine speciale e speciale attitudine ad accostarsi attraverso quel fine al fine comune ch'è l'ideale dell'Umanità, ivi è Nazione: dove non è, è gente, frazione di popolo destinato presto o tardi a confondersi con un altro.

Il PATTO NAZIONALE, ch'è battesimo e mallevadorìa di fraterno progresso ad un popolo, riconosce, _nella Dichiarazione di principî_ che deve essere preambolo al Patto, il fine _comune_ a tutti e addita nel proprio insieme il fine _speciale_, la parte di lavoro che spetta, nel lavoro generale, a quel popolo. Ogni qual volta un popolo rinnega il fine comune o svia dal bene di tutti esclusivamente al proprio il frutto dei progressi compiti verso il fine speciale, la Nazione retrocede. Raggiunto il loro fine speciale, le Nazioni morivano un tempo per lungo corso di secoli: oggi, la conoscenza del fine comune, della vita _collettiva_ allora ignota dell'Umanità e della legge di Progresso che la governa, lo impedisce; ma la Nazione colpevole smarrisce per un tempo ogni virtù _iniziatrice_ e non si ritempra ad essa fuorchè espiando.

La dichiarazione del fine _speciale_ costituisce il vincolo di libera associazione nel quale i milioni appartenenti a un gruppo determinato riconoscono di far parte d'una Nazione e ordinano il loro lavoro interno: l'analogia dei fini _speciali_ costituisce la baso di più perenni e più intime relazioni tra popolo e popolo: la dichiarazione del fine _comune_ determina le _alleanze_.

Santa è ogni guerra comandata dalla necessità d'un progresso vitale verso il fine _comune_ assolutamente vietato per ogni altra via o contro chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione: ogni altra è delitto di fratricida; e le Nazioni affratellate nella conoscenza accettata del fine _comune_ dovrebbero collegarsi contr'essa. Come i membri d'una famiglia, i popoli sono, a seconda dei loro mezzi, solidali e chiamati a combattere il Male ovunque s'accampa, e a promuovere il Bene ovunque può compiersi. Le Nazioni che rimangono spettatrici inerti di guerre ingiuste e inspirate da egoismo dinastico o nazionale, non avranno, il giorno in cui saranno alla volta loro assalite, che spettatori.

Son queste per noi le norme regolatrici d'ogni politica internazionale e le abbiam fin d'ora affermate perchè giudicheremo a seconda gli eventi europei: norme semplici e piane come tutte quelle che derivano da un concetto morale; ma la loro prova sta nella Storia che, interrogata a dovere, dimostra ogni violazione di esse aver generato conseguenze funeste ai violatori e ai popoli che, potendo, non impedirono. La scienza del come dirigere le cose umane è più semplice e men difficile ch'altri non pensa, se mova da pochi principî derivati tutti da una idea di religione e di Dovere: non diventa complessa e oscura e raddensata di semi-diritti storici cozzanti gli uni cogli altri e sorgente inesauribile di piati e dissidî, se non quando, cancellata ogni fede comune e illanguidito ogni senso collettivo di religione, la vita politica delle Nazioni è data agli arbitrî d'un materialismo che ha l'_io_ per principio e la _forza_, il fatto transitorio, per prova. In quel materialismo ebbe nascita la Diplomazia, scienza intricatissima e incerta di transazioni fra i molteplici fatti, di concessioni disegnate per un tempo alla menzogna e alla corruzione per un tempo dominatrici, e di formole destinate a coprir le intenzioni: scienza funesta all'educazione dei popoli e sterile sempre quanto ai fini da raggiungersi, che l'Instituzione repubblicana abolirebbe, decretando pubblicità per le relazioni tra popolo e popolo.

Oggi e da tre secoli in poi non esiste principio comune nè quindi norma determinata alle relazioni internazionali. Vivo e fecondo il concetto Cristiano, una influenza direttrice morale si manifestava tratto tratto modificando, per quanto era allora possibile, in un senso uniforme, gli eventi creati dalle circostanze e dalle passioni. La predicazione che aveva lentamente tramutato le tremende invasioni degli uomini del nord in Italia e altrove in colonizzazioni territoriali e aveva più dopo, promovendo a un tempo l'emancipazione dei servi di gleba, gettato colle Crociate in nome dell'Europa un guanto di sfida al fatalismo d'Oriente, proferiva di tempo in tempo, coi Concilî e colle epistole pontificie, parole di pace, d'unità morale, di fede comune. I tempi erano semi-barbari: il Feudalismo smembrava popoli che tendevano a conglomerarsi, a unificarsi: il _dualismo_, impiantato nel Cristianesimo stesso, tra il mondo delle anime e quello dei corpi, erano cagioni insuperabili e perenni di discordie e di guerre: pur nondimeno, una tendenza generale, frutto d'alcuni principî morali davanti ai quali s'incurvavano tutte le fronti, signoreggiava talora quella tempesta, accorciava le guerre o ne traeva un avviamento alla caduta degli ordini feudali e all'avvicinarsi dei popoli. Ma, cominciato nel XVI secolo il lento dissolversi del Cristianesimo, si schiuse un vuoto, non colmato finora in Europa: vuoto d'una fede morale comune, d'un patto solennemente o tacitamente riconosciuto, movendo dal quale i popoli potessero intendersi e fidare l'uno nell'altro; e sull'orlo di quel vuoto alternarono sistemi dettati da inspirazioni isolate o da cupidigie dinastiche; sterili, inefficaci tutti. Taluni fra gli scrittori accettati come maestri di diritto internazionale si richiamarono all'antichità come se norme dettate per popoli politeisti potessero mai dirigere le relazioni di popoli sui quali era passato l'alito del Cristianesimo: poi venne, promossa dall'Inghilterra, la dottrina d'_equilibrio europeo_ che conchiuse in Vestfalia un patto d'eguaglianza fra due credenze irreconciliabilmente nemiche e con altri trattati una sospensione d'ostilità tra Francia, Austria e Spagna che doveva durare perpetua e cessò con Luigi XIV: poi nuovi tentativi in Utrecht e altrove che sfumarono davanti al lampo della spada di Federico II e conchiusero col sorgere del militarismo Prussiano e coll'iniquo smembramento della Polonia. L'_equilibrio_ diede da circa settanta anni di guerra all'Europa; la _ponderazione_ si tradusse in un sistema d'armi e d'armati sempre crescenti a impedire le guerre e nel _principio_ che decretò in Campoformio la vendita di Venezia a compenso degli ingrandimenti francesi sul Reno: _la conquista operata da una Potenza deve controbilanciarsi_ da conquiste dell'altre. Tutti quei sistemi, figli del concetto materialista, erano condannati a perire nell'impotenza, nell'anarchia, nel delitto. Mancava ad essi la sanzione di Dio.

Oggi, quasi disperando di trovare rimedio ai conflitti, le Nazioni inchinano, duce l'Inghilterra, alla teorica del _non intervento_; teorica che non ha _principio_ sul quale si fondi, ma è negazione di tutti i principî conquistati fino a noi intellettualmente dall'Umanità: unità di Dio e della Legge Morale, unità dell'umana famiglia, unità d'intento assegnato a noi tutti, fratellanza e associazione dei popoli, dovere di combattere il Male e di promovere il trionfo del Bene. Ateismo trasportato nella vita internazionale o deificazione, se vuolsi, dall'egoismo, quella teorica, la cui suprema formola fu data in Francia da un uomo di stato monarchico colle parole: _chacun chez soi, chacun pour soi_, tocca gli estremi dell'immoralità e dell'assurdo: se accettata da tutti, sottrarrebbe una delle più potenti leve al Progresso che la Storia ci addita compìto quasi sempre con atti d'intervento; se praticata, com'è attualmente, dagli uni e non dagli altri, schiude l'adito a chi vuol fare trionfare inique pretese e sa di non dover temere che alcuno, in nome dell'eterna Giustizia, gli contenda la via. La Nazione che s'assumesse di costituirla norma generalmente regolatrice delle relazioni internazionali si condannerebbe a guerra perpetuamente rinascente con quanti ricuserebbero d'accettarla: limitandosi a proclamarla per sè, abdicherebbe la metà della propria vita, perderebbe la stima e l'amore dei popoli e non si sottrarrebbe alla necessità della guerra. Il grido di _pace a ogni patto_ inalzato in Inghilterra da tutta una scuola influente, alla quale erano capi Cobden e Bright, confortò la Russia ad osare e determinò in gran parte la guerra della Crimea.

Il sangue di tutti i martiri, popoli o individui, che intervennero santamente e santamente morirono a pro del Giusto e del Vero al di là della loro terra nativa, solleva una eterna protesta contro questa fredda, abjetta, codarda dottrina, che per noi credenti è bestemmia contro il DOVERE e indizio innegabile dell'assenza e della necessità d'una fede.

Quanto alla vita internazionale dell'Italia d'oggi, non occorre spendervi lunghe parole: non esiste. Gli uomini della monarchia non hanno coscienza di missione Italiana nel mondo, nè concetto o disegno politico da uno infuori: trascinare di giorno in giorno, attraverso brevi espedienti e sempre seguendo chi sembra momentaneamente potente, una incerta e fiacca esistenza. Le rare frasi, rubate a un dispaccio russo o britannico e proferite con sussiego di chi ha una dottrina, da chi regge per le faccende Estere, farebbero sorridere se non facessero arrossire. Guerre e paci ci furono sempre dettate. L'avvenire d'Italia e la moralità non ebbero parte nelle nostre alleanze. Invocammo, sorgendo, dicendolo almeno, per la libertà, l'ajuto d'un regnatore tiranno; sorgendo, dicendolo almeno, per l'unità della Nazione, l'ajuto di chi la vietava col possesso iniquamente ottenuto e serbato di Roma e ci richiedeva d'uno smembramento di terre nostre che gli fu senza indugio concesso: ci collegammo colla Prussia contro l'Austria: ci collegavamo pochi anni dopo colla Francia Imperiale contro la Prussia e l'unificazione Germanica, se le precipiti disfatte francesi e il nostro accennare, agitando, a fatti--altri ha recentemente _scoperto_ una potente agitazione della Sinistra--non lo impedivano: ci collegheremo domani--e i gazzettieri di parte monarchica, impauriti del trovarsi senza padrone, cominciano a preparare il terreno--nuovamente coll'Austria. La nostra Diplomazia ha detto ai Greci, unita coi difensori del Turco: _non rivendicate le vostre terre_: ha promesso, richiesta, all'Inghilterra di non mover piede nella recente guerra senza avvertirla: ha corteggiato insistente il proscrittore della Polonia. La Storia dovrà indicare i primi dodici anni dell'Italia risorta, nella sua _vita_ internazionale, con un segno di negazione.

II.

Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nel _presente_, senza intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'_avvenire_, prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli, senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita: ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce, perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa, volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa, dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima--abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità della _coscienza_ umana e sostituzione del dogma del PROGRESSO a quello della _caduta_ e della _redenzione_ per _grazia_--è missione religiosa della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col pacifico apostolato. Ma la seconda--sviluppo del principio di NAZIONALITÀ come regolatore supremo delle relazioni internazionali e pegno sicuro di pace nell'avvenire--è missione politica, connessa intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale, appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

_Nazionalità_ è infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere. Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli rivolti a conquistarsi _nazionalità_ o a proteggerla dagli assalti altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di moti _nazionali_ antiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi ha _fine_ diverso, separati per opera di violenza da rami della stessa famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de' suoi abitanti. E finchè nol sia, la _pace_ che tutti cerchiamo è sogno di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia i suoi frutti. Le _Nazioni_ rappresentano le diverse facoltà umane chiamate a raggiungere _associate_, non confuse e sommerse l'una nell'altra, il _fine_ comune e hanno eterno il diritto di vivere di vita propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la propria _individualità_. I panteisti della politica che sconoscono quel diritto e paventano nel principio di _nazionalità_ un germe di gare e guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono i _mezzi_ che fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza avvedersene, il concetto di _monarchia universale_ che accarezzò nel passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. Le _Nazioni_ sono unico argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degli _individui_ al dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoli _iniziatrice_ di progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee, sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve inspirarsi nella scelta delle sue _alleanze_. Il suo luogo è a capo delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono e accennano a declinare.

L'ITALIA è un fatto nuovo, un Popolo nuovo, una _vita_ che jeri non era: non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo altamente e operare liberamente a seconda. La _tradizione_ è santa e dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è la _tradizione_ nel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendida opportunità per compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli: LIBERTÀ, NAZIONALITÀ, e informare a quel _fine_ ogni atto della sua vita internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla Repubblica il concetto dell'Unità _politica_, e quanto e dove era allora possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei Papi tentò il concetto dell'Unità _morale_ e riescì in parte colla _parola_ de' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non riconobbero--nè lo potevano allora--il moto collettivo provvidenziale delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gli _individui_ umani che dovevano subirla non ebbero intermediarî cooperatori tra sè e il _fine_ proposto e non trovarono quindi stromento a raggiungerlo fuorchè quello dell'_autorità_ assoluta dispotica sui corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e soccorritrice.

E alla doppia missione che diciamo prefissa all'Italia accennano le necessità prime del nostro risorgere, che non potè iniziarsi se non intimando guerra al Papato, custode della vecchia _autorità_ illimitata, e all'Impero d'Austria, negazione, potente oltre ogni altra in Europa, della _nazionalità_; nè potrà compirsi se non procedendo innanzi e fino alle ultime conseguenze su quella via. Ciò che per altri può essere semplicemente dovere morale, è legge di vita per noi.

Le migliori alleanze, anche per popoli già costituiti, viventi di vita normale e senza missione speciale, son quelle che si stringono con chi è abbastanza potente e abbastanza vicino per giovare all'intento, ma non lo è tanto da potere, sotto pretesto di servizî resi o tentazione d'operazioni miste e comuni, imporre la propria volontà e varcare per egoismo d'ingrandimento i limiti apertamente stipulati nei patti dell'alleanza; e di quali danni possa essere feconda la violazione di questa norma ha fatto recente e dolorosissima prova l'Italia. Per noi, popolo nuovo e che non può entrare degnamente e con securità d'avvenire nella comunione delle Nazioni se non aggiungendo agli elementi esistenti un nuovo e utile elemento di vita, le alleanze durevoli non possono fondarsi che sulla conformità della fede politica e dell'intento. I nostri alleati naturali sono tra i popoli che tendono con diritto ad assodare la loro unità nazionale o a conquistarsela con probabilità di successo. Le Nazioni costituite da lungo, e potenti per tradizione, guarderanno per lungo tempo, con istinti di gelosia e di sospetto, a una Nazione che sorge e il cui progresso le minaccia di nuove influenze e di concorrenza economica. Tra i popoli nuovi soltanto noi troveremmo amicizia sincera fondata sull'importanza della nostra per essi, riconoscenza degli ajuti negati da altri e prestati da noi, incremento ai nostri già avviati commerci, nuovi mercati crescenti col crescere della vita suscitata in quelle terre risorte, giovamenti d'ogni sorta senza pericoli.

La politica internazionale d'Italia dovrebbe anzi tutto, e per acquistarsi potenza agli ulteriori sviluppi, tendere a costituirsi anima e centro d'una Lega degli Stati minori europei stretta a un patto comune di difesa contro le possibili usurpazioni d'una o d'altra grande Potenza. La Spagna, il Portogallo, la Scandinavia, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera, la Grecia, i Principati Romano-danubiani costituirebbero così coll'Italia una forza materiale di più che 64 milioni d'uomini stretti a un patto d'indipendenza e di libertà al quale non sarebbe difficile d'acquistare l'adesione dell'Inghilterra e che potrebbe efficacemente resistere a ogni tentativo d'usurpazione meditato, com'è generalmente, da una sola Potenza e guardato con diffidenza dall'altre.

L'influenza morale dell'Italia s'eserciterebbe intanto, ingrandita da questa Lega, nella direzione del futuro riordinamento europeo: _Unità Nazionali frammezzate possibilmente di libere confederazioni_ protette nella loro indipendenza e barriera alle collisioni. La costituzione definitiva della Penisola Iberica per mezzo dell'unione del Portogallo e della Spagna, la trasformazione della Confederazione Elvetica in confederazione delle Alpi coll'unione ad essa della Savoja e del Tirolo tedesco, l'Unione Scandinava, la Confederazione repubblicana dell'Olanda e del Belgio, sarebbero intento e tèma perenne di predicazione gli agenti italiani.

Ma il vero objettivo della vita internazionale d'Italia, la via più diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove s'agita in oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto, potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella comunione delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza a sviarsi, di lunghe guerre e di gravi pericoli: nell'alleanza colla famiglia SLAVA.

I confini orientali d'Italia erano segnati fin da quando Dante scriveva

........ A Pola presso del Carnaro Ch'Italia chiude e i suoi termini bagna.

_Inf._, IX, 113.

L'Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la sponda orientale dell'Adriatico, fino al fiume Bojano sui confini dell'Albania, scende una zona sulla quale, tra le reliquie delle nostre colonie, predomina l'elemento slavo. E questa zona che sulla riva Adriatica abbraccia, oltrepassando Cattaro, la Dalmazia e la regione Montenegrina, si stende, sui due lati della catena del Balkan, verso oriente fino al Mar Nero, risalendo nella direzione settentrionale attraverso il Danubio e la Drava, all'Ungheria ch'essa invade aumentando d'anno in anno in proporzione più rapida di quella dell'elemento magyaro.