Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 40
Io non ridirò una storia che i più tra quelli pei quali scrivo conoscono, ma ne accennerò i sommi capi.--Uomini tra i più prodi in battaglie già iniziate affacciarono, troppo tardi e quando la parola d'azione era già corsa nelle file, la necessità d'aspettare una opportunità che creasse agitazione di piazza nel popolo; ed io pure preferiva quel metodo, ma chiedeva al Partito di creare esso medesimo, con radunanze per le tasse, per Roma o per altro, quell'agitazione: ed essi volevano aspettarla impreveduta e di altrove. Le opportunità inaspettate sorsero, sorsero due o tre volte; ma le città che dovevano afferrarle rapide come il ciuffo della Fortuna, e lo avevano promesso, mandavano allora a ottenere promesse di seguire, già più volte date, dall'altre, e le opportunità passavano. Altri, scambiando il problema d'insurrezione, che deve fondarsi su tendenze accertate nelle moltitudini, in un problema di guerra, chiedevano materiale, ordini, capi, disegni strategici senza fine.--Tutte le città si dichiaravano pronte, anelanti a seguire, nessuna a iniziare: intere zone, che in altri tempi sollevavano la bandiera, non sospettavano neanche che si potesse dire ad esse: _due milioni d'uomini bastano sempre, se vogliono, ad esser seguiti_: e la possibilità del moto si riduceva quindi a due o tre luoghi determinati. E da quei luoghi, gli uni parlavano ad ogni tratto di _fare_ in qualunque modo, gli altri ricusavano tutti i modi proposti senza determinarne migliori. Poi, conseguenza inevitabile, si separavano, s'aspreggiavano, con diffidenza esagerata, gli uni cogli altri, invece d'intendersi e discutere con amore. Ebbi promesse di fatti complessivi importanti che sommarono in nulla o si ridussero a ebullizioni di bande o sommosse disapprovate da me, che pur tradivano l'elemento vulcanico latente, ma che invece somministravano argomento d'inerzia a chi non sapeva osare. E gli uomini noti e consenzienti con noi, in Parlamento e fuori, la cui azione insieme alla nostra avrebbe assicurato il successo, rimanevano inerti per poi dirci: _vedete che non potete riescire_. Finchè, disperato non del fare o non fare, ma del disfarsi del partito nei continui annunzî di fatti che non si ottenevano, m'avviai dove pure s'era solennemente promessa azione immediata, e fui preso.
E mentre ero in Gaeta si svolse più sempre la guerra che, sottraendoci il solo temuto nemico, ci lasciava padroni dei nostri fati: venne la settimana di tentennamenti, di ordini e contr'ordini governativi nella mossa su Roma: venne la caduta di Luigi Napoleone e la proclamazione della Repubblica; e nulla si fece, e la promessa data pubblicamente dai patrioti genovesi alla Francia, che l'Italia, s'essa sorgesse a Repubblica, la seguirebbe, si ridusse allo schierarsi di un pugno di volontarî sotto la bandiera francese, come se la inspirazione repubblicana dovesse, fatalmente, essere muta in Italia, o l'ajuto d'una Nazione fatta anch'essa Repubblica non dovesse riescire ben altrimenti efficace.
È forza il dirlo: il popolo è in Italia maturo: gl'influenti chiamati naturalmente a guidarlo, nol sono; mancarono e mancano, prodi come pur sono in campo, del coraggio _morale_, che solo crea le Nazioni: della fede che vien dall'amore; del culto al _principio_; dell'intuizione che rivela la forza latente e presta a suscitarsi nel popolo. Non è in essi finora virtù _iniziatrice_.
Intanto la situazione è mutata.
La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata, profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri, spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato, al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito l'aspetterà inevitabilmente da essa.
L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del Papato fra le sue mura.
Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal suffragio universale, IL PATTO NAZIONALE ITALIANO.
Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere secondata.
E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.
L'_Alleanza Repubblicana_ deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei--ad ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito--ad affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje--ad evangelizzare, contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che non è--a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei siasi--ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi che tentennano soltanto perchè diffidano--e a dirigere, senza inutili e funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e guerre tradite hanno versato sulla bandiera.
È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.
Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al _fine_.
Ma in questo nuovo periodo di lavoro, voi, è necessario ch'io lo dica, non potete, fratelli miei, avermi oggimai compagno d'ogni ora, corrispondente assiduo con ogni nucleo, consigliero in ogni piccola difficoltà. Vostro e della Sacra Causa alla quale giurammo è questo logoro avanzo di vita ch'io ho.
Voi mi conoscete abbastanza per sapere che l'opportunità, dove sorga me vivo, non mi troverà lontano, e che voi non farete opera decisiva e degna di voi, senza ch'io mi trovi con voi l'ora prima o l'ora nella quale agirete. Ma sono inoltrato negli anni, infiacchito nella salute e incerto, pur troppo, pei fatti e le delusioni dell'ultimo periodo, dell'avvenire immediato. Sento il dovere di tentare di giovare all'educazione di quei che di certo opereranno nel futuro, degli operaî segnatamente, ch'io amo, e che hanno in sè gran parte dei fati italiani, scrivendo per essi tutti pubblicamente e con qualche lavoro politico-storico, impossibile finchè ogni minuto del mio tempo è assorbito da una corrispondenza con quanti professano la mia fede concernente i menomi particolari d'un ordinamento segreto, inutile se non conduce all'azione, facile ormai se spirito d'azione è in voi.
Norme, metodo, fine, tutto in questo ordinamento fu da lungo determinato.
Voi non avete oggimai bisogno giornaliero di consigli, nei quali io non potrei ripetervi se non cose dette e ridette. Nè avete bisogno da me o da altri di sprone: se lo aveste, sareste indegni della Causa che propugnate; sprone d'ogni ora deve esservi lo spettacolo della vostra Patria com'è oggi, e la coscienza di ciò che un Governo nazionale davvero potrebbe farla.
Non v'aspettate dunque da me contatto regolare e moltiplicato: e nessuno s'offenda del mio silenzio. Sento per me impossibile la continuazione d'un lavoro, che non sarebbe se non ripetizione, probabilmente sterile, del passato.
Lavorate soli e tempratevi a forti _fatti_ come siete oggi temprati a nobili _desiderî_. Io saprò dei progressi che voi compirete, e voi udrete di tempo in tempo la mia voce a dire a tutti quel tanto di vero essenziale che mi parrà d'intravedere.
Poi, se vorrete e vivrò, m'avrete compagno nell'_azione_. Prepararla è còmpito vostro: còmpito mio è prepararmi a morire degnamente con voi e per voi, quando sentirete di potermi dire, senza illudervi e illudermi: _l'ora è suonata_.--Addio.
_5 novembre 1870._
Vostro
GIUSEPPE MAZZINI.
LA GUERRA FRANCO-GERMANICA[155]
I.
La guerra Franco-Germanica è una _espiazione_ per la Francia e un grave _insegnamento_ per noi: è la prova, nella sfera dei _fatti_, d'una verità che proferimmo noi primi e che, se riconosciuta e accettata, modificherebbe il punto di mossa degli intelletti dati agli studî storici, emanciperebbe gli animi da un errore che fu negli ultimi cento anni fatale, e susciterebbe a nuova direzione di attività la coscienza dei popoli.
Nel tumultuoso affannarsi delle menti intorno alle vicende d'una guerra non impreveduta, ma pregna d'impreveduti rapidi eventi, la necessità di desumere imparzialmente dalla grave sciagura europea le lezioni che covano in ogni grande sciagura e ne formano il solo compenso, fu dimenticata. L'osservazione giornaliera fu inevitabilmente superficiale e assunse colore di parte. Gli uni si fecero esclusivamente francesi, gli altri esclusivamente germanici: taluni parteggianti per la Germania fino a Sedan, cominciarono d'allora in poi a parteggiare per la Francia, dimenticando che la guerra, provocata da Luigi Napoleone, doveva, iniziata una volta, assumere carattere di guerra tra due Nazioni e che ogni guerra ha per intento, non il vincere, ma l'ottenere _condizioni_ di pace che sopprimano la necessità di combattere e vincere una seconda volta. Udimmo, da un lato, citazioni di ricordi storici a provare le ripetute offese alla Germania e le usurpazioni territoriali consumate o tentate in passato dalla Francia, come se tutte quasi le Nazioni non fossero state nel loro sviluppo egualmente colpevoli e la famiglia teutonica non possedesse anch'oggi tutta una considerevole zona usurpata su popolazioni slave, italiane, magiare;--dall'altro, parole stoltamente concitate sulle bombe gittate in Parigi, come se i soldati di Francia non avessero ventidue anni addietro bombardato Roma e non fossero presti, ove la fortuna arridesse, a bombardare Berlino; parole anche più stolte di Barbari e di _nuovi Unni_ avventate ai Tedeschi per pochi fatti isolati inevitabili in una guerra combattuta fra quasi due milioni d'uomini in armi e quando le norme generali date dal comando germanico furono innegabilmente norme di battaglia leale, generosa talora. Ogni guerra è duello più o meno feroce. L'Europa deve rimproverare sè medesima se invece d'affrettarsi, coll'abolizione delle dinastie, la confederazione repubblicana dei popoli e una Instituzione internazionale di Arbitri in tutte contese, a sopprimerne le cagioni, è condannata a guaire inerte e impotente sui mali che ne derivano e proferire insani aforismi sui beneficî d'una pace perpetua impossibile finchè i popoli non sono ordinati in assetto fondato sul Giusto e sulle naturali tendenze. Ma fino a quel giorno, ciascuno dei combattenti ha _dovere_, in nome della propria Nazione, di vincere; e se, per riverenza a una cattedrale o a una galleria, l'esercito germanico avesse rispettato Strasburgo e Parigi o ripassato, pago d'aver vinto a Sedan, la frontiera, cinquecentomila tra vedove e madri in pianto avrebbero avuto il diritto di dirgli: «Noi v'abbiamo dato la vita dei mariti e dei figli, non perchè l'orgoglio germanico fosse accarezzato dalla vittoria, ma perchè si conquistassero pegni di non dovere ripetere sacrifizî siffatti nell'avvenire.»
Altri, non sapendo darsi ragione dei subiti e continui rovesci toccati all'armi, riputate invincibili, della Francia, travolsero il proprio intelletto e l'altrui nel falso sistema storico che, nel secolo XVIII, attribuiva, duce Voltaire, i grandi eventi alle piccole cause: idearono tradimenti deliberati dove il tradimento non aveva scopo possibile e avrebbe infamato senza pro il traditore: mutarono in colpe premeditate, in disegni architettati da lungo, tra i nemici d'ogni libertà, errori ch'escirono da una fiacchezza frutto delle condizioni generali di Francia: spiegarono i più decisivi risultati della guerra con una inferiorità, non esistente, nell'armi, con un menomo errore di tattica di un generale, con un indugio di pochi giorni in una mossa strategica: incolparono i capi della difesa di Parigi perchè non ruppero con un vigoroso assalto la cinta d'assedio, quando oggi sappiamo che ogni vigore di battaglia era impossibile cogli elementi dei quali la difesa poteva disporre e di fronte all'assioma strategico che non si vince un potente esercito ordinato ad assedio se non armonizzando le mosse interne con quello di forze esterne sempre lontane, sempre respinte e disfatte nei loro tentativi per avvicinarsi: pensarono che _se_ agli uomini preposti alla Difesa Nazionale si fossero sostituiti due o tre agitatori violenti, la Francia avrebbe rinnovato i miracoli del 1792 e respinto da sè, come il vulcano fa della lava, l'invasore straniero: dimenticarono che, maturo per forti fatti un paese, i capi non mancano mai--che sola la _insurrezione nazionale_ poteva salvare la Francia--che in una guerra di nazione come quella della Spagna nel 1808, della Grecia nel 1821, della Francia nel 1792, il tradimento compito in un punto non soffoca il moto sugli altri--e che la rivoluzione dell'ultimo secolo ebbe traditori, defezioni, ribellioni interne, dissolvimento d'esercito, clero e patriziato nemici, città di frontiera conquistate dallo straniero, e non cadde per forza altrui: morì suicida, quand'era al sommo della vittoria.
Alle due cagioni di errori accennate s'aggiunse, a mezzo alla guerra, una terza e la più potente coi nostri: il fascino esercitato dalla parola _Repubblica_. Da quando quella parola fu proferita come formula di Governo in Parigi, i giudizî mutarono: la guerra diventò, per le anime più santamente bollenti di culto all'_idea_, guerra non di nazioni contendenti per sicurezza o incremento territoriale, ma di _principî_, di libertà repubblicana contro la monarchia invaditrice. E d'allora in poi si falsarono più sempre i giudizî sui fatti: ogni mossa germanica innanzi parve delitto: ogni necessità inseparabile dalla contesa, ferocia gratuita; ogni esigenza d'un popolo irritato o sospettoso del futuro, vendetta regia. Il vecchio prestigio rivisse tacitamente nei cuori: l'antica speranza che dalla terra accettata da tutti per lunghi anni come iniziatrice di progresso all'Europa partisse finalmente il segnale di rimettersi in via rialbeggiò nella mente dei migliori tra i nostri giovani. La formazione del campo Italiano, che fu poi l'esercito dei Vosgi, ebbe luogo.
Gloria a quei giovani, a quei che diedero la vita e a quei che l'offrirono! Speranza della nostra terra e della nostra fede, essi meritano da noi tutti amore e riconoscenza. La più splendida pagina della guerra, solenne di fratellanza e di solidarietà dei popoli nel futuro, fu scritta da essi e segnata, come s'addice a uomini che sentono l'unità umana nell'accordo tra il _pensiero_ e l'_azione_, col sangue. E quella pagina, lezione profonda alla Francia, dirà per quanto duri la storia: «_voi, quando eravate ancora alteri d'una bandiera repubblicana, lasciaste ch'altri vi trascinasse a sgozzare la nostra Repubblica in Roma; i repubblicani d'Italia accorrono a morir per la vostra_.» È vendetta nobile e repubblicana davvero; e Dio vi benedica, o giovani, per averla compita. Non è colpa vostra se non poteste, facendo altro, porger più valido ajuto alla fede nostra e alla Francia.
Ma la condotta di quei prodi non deve traviare il nostro giudizio dei fatti. La guerra Franco-Germanica non è guerra di _principî_. Posteriore ad essa, la Repubblica non sorse in Francia voto spontaneo e deliberato di popolo che si leva in nome dell'eterno Dovere ad affermare la propria libertà ed il proprio diritto di non aver padrone da Dio e dalla sua Legge Morale infuori: fu conseguenza di _fatto_, escita dalla situazione, dalla codarda abdicazione di Luigi Napoleone e dall'assenza d'ogni altro Governo: collocò, sorgendo, le sue speranze, non nelle forze vive e nell'energia del paese, ma negli ajuti impossibili delle potenze neutre; e a blandirle, ad addormentarne i timori, celò quanto più potè il _principio_ sotto l'intento della Difesa; scelse a primo rappresentante inviato a _ogni_ corte, poco monta se dispotica o no, l'uomo della monarchia orleanista come Instituzione, del _napoleonismo_ come sistema; evitò di raccogliere un'Assemblea che, convocata nei primi giorni del mutamento, avrebbe di certo inaugurato una politica repubblicana e si astenne dal dire in un Manifesto ai popoli dell'Europa: _la Repubblica, annullando il plebiscito che gettò la Francia ai piedi d'un usurpatore, annulla tutti i plebisciti intermedi, ripudia gli atti internazionali del periodo bonapartista, riannette la propria tradizione politica col 1792 e col 1848, rinnega solennemente ogni idea di conquista ed è presta, occorrendo e chiedendo reciprocità d'obblighi, a combattere per l'unità territoriale Germanica contro ogni straniero che tentasse impedirla_. Bismarck, uomo, come Cavour, di _tendenze_ e non di _principî_, veneratore come lui della Forza e dei _fatti_, più avveduto di lui e consapevole della potenza che vive nella patria Germanica più assai che Cavour non era di quella che freme latente in Italia, non guerreggia contro la Repubblica nella quale ei crede d'intravedere una sorgente di debolezza pel popolo rivale, ma contro la Francia e per creare con nuovi acquisti una sorgente di perenne influenza alla Prussia. La Germania combatte, su via non buona, per la _nazionalità_ minacciata in essa dal _cesarismo_ ch'essa crede, esageratamente, incarnato tuttora nel popolo Francese. E noi abbiamo debito e diritto di dirle che, come noi Italiani c'illudemmo, essa s'illude, e che la Prussia monarchica potrà darle la _forma_ non l'_anima_ dell'Unità, il simbolo materiale, non la _vita_ della Nazione: possiamo dirle che il mancare di generosità nel vincere dimezza il merito e i frutti della vittoria--che l'impadronirsi, senza libero voto dei cittadini, d'una zona di territorio, perchè la Francia vincitrice avrebbe _forse_ fatto lo stesso, è tristo insegnamento di libertà al popolo che compie quel fatto e somma a ripetere l'immorale consiglio dato a noi talora dagli uomini del _terrore_: «siate intolleranti e feroci perchè i nemici d'ogni libero progresso son tali»--che l'annettere oggi, per via di conquista, quella zona alla Germania è un decretare inevitabile fra pochi anni una seconda guerra tra le due Nazioni e creare anzi tratto, come fece l'Austria usurpando il Lombardo-Veneto, una base e un potente ajuto al nemico che tra due popoli forti di 37 o 40 milioni d'uomini i metodi di guerra attuale non concedono altra barriera che i petti dei combattenti, la scienza dei capi, i mezzi finanziarî e l'ardire--che i Pirenei e le Alpi si valicano dagli eserciti e le linee di monti, tremende all'invasore nell'interno delle terre invase, non furono mai nè saranno, se collocare sulla frontiera, ostacolo all'invasore; ma non possiamo, senza ingiustizia e follia, parlar di crociata repubblicana contro una brutale tirannide e avventare il nome di _barbaro_ a chi, padrone d'imporre o di minacciare, lascia compiersi libere[156] le elezioni e raccogliersi un'Assemblea che potrebbe, volendo, in nome della Repubblica, respingere le proposte e romper guerra domani. La Repubblica è per noi cosa santa; ma il nome solo non basta; e il _feticismo_ non è Religione. Dal Governo, con qualunque nome si chiami, il cui Delegato dichiara, quasi parodia del _giammai_ di Rouher: _abitanti di Nizza, voi appartenete da oggi in poi alla Francia_, ed esilia, come _nemico dell'integrità territoriale Francese_, un cittadino che scrive con tendenze italiane un articolo di giornale, non escirà l'_iniziativa_ della Repubblica universale. Se pensassimo altrimenti, non detteremmo articoli per _La Roma del Popolo_: saremmo noi pure in Francia.
Ad annuvolare intanto più sempre le menti, taluni gemono terrori sull'avvenire e intravedono nella sconfitta della Francia l'agonia della razza Latina, nella vittoria Prussiana il cominciamento d'una nuova èra di _militarismo_, nel destarsi dal _pensiero_ all'_azione_ della razza Germanica una prepotente invasione di Teutoni; e dietro ad essi la Russia, lo TSAR: terrori vani e argomento di pregiudizî e di considerazioni superficiali politiche. Quei profeti di sventura all'Europa dimenticano che l'_espiazione_ ritempra; che la Francia, rinsavita dall'errore che una missione compita dia privilegio d'iniziativa perenne nello svolgersi dei fati d'un mondo, risorgerà più pura e più forte alla ricerca d'una nuova missione in un senso d'eguaglianza colle Nazioni sorelle; che una razza non more perchè la fiaccola irradiatrice delle vie del futuro trapassa d'epoca in epoca da uno ad altro dei popoli che la compongono: dimenticano che la civiltà Latina parve sparita, spenta per sempre nel V secolo e rivisse, col Papato, coi Comuni, coll'Arte, coll'Industria, colle Colonie, più potente di prima; che il principato, il materialismo e l'intervento cercato o servilmente accettato dallo straniero, sotterrarono, nel XVII, l'anima delle città italiane e che quelle anime spinte sotterra si confusero lentamente in una ed emergono oggi dal loro sepolcro di trecento anni chiamandosi ITALIA; che Roma è il sacrario della razza Latina, che da Roma escì due volte la _parola_ unificatrice del mondo e che se prima Roma non è sommersa nel Tevere, la missione Latina vivrà eternamente trasformata e trasformatrice; dimenticano che un esercito di cittadini non fonda _militarismo_ durevole; che _tutti_ i cittadini entrano, in Germania, per tre anni nell'esercito attivo; che le questioni di politica interna rivivranno tra essi, dopo la pace, tanto più fervide quanto più quei cittadini soldati hanno conquistato col sacrifizio e colla vittoria coscienza di diritto e potenza; che il tedesco è popolo di pensatori e che il _pensiero_ guida oggi inevitabilmente, dopo brevi traviamenti, a repubblica: dimenticano che lo Tsar è un fantasma forte soltanto, come lo fu Luigi Napoleone, delle altrui paure e dell'assenza d'una saggia e morale dottrina politica nei Gabinetti Monarchici; che il primo popolo capace d'averla, limiterà l'azione possibile della Russia all'Asia dove può esercitarsi benefica; che la metà delle popolazioni Slave-Polacche, Ceke, Serbo-Illiriche, aborre dallo Tsarismo; che il giorno in cui noi, invece di paventarle, stringeremo alleanza con esse e aiuteremo il loro formarsi in Nazioni, le conquisteremo alla Libertà: che in quella zona di popolazioni Slave, stesa fra la Germania e la Russia e ostile per antiche e recenti usurpazioni alla prima, vive la nostra difesa contro la sognata invasione teutonica. L'asse del mondo Slavo è sulla Vistola e sul Danubio, non sulla Newa.