Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 4

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Nella genesi dei fatti, la logica è inesorabile; nè possono falsarla utopie di _moderati_ o calcoli di politici obliqui. Nella politica come in ogni altra cosa, un _principio_ trascina seco inevitabile un metodo, una serie di conseguenze, una progressione d'applicazioni prevedibili da qualunque ha senno. Ad ogni _teorica_ corrisponde una _pratica_. E reciprocamente, se il principio generatore d'un _fatto_ è falsato, tradito nelle applicazioni, quel fatto è irrevocabilmente condannato a sparire, a perire senza sviluppo, programma inadempito, pagina isolata nella tradizione d'un popolo, profetica d'avvenire ma sterile di conseguenze immediate. Per aver posto in oblìo questo vero, il moto italiano del 1848 dovea perire e perì.

Il moto italiano era moto _nazionale_ anzi tutto, moto di popolo che tende a definire, a rappresentare, a costituire la propria vita _collettiva_, dovea sostenersi e vincere con guerra di popolo, con guerra potente di tutte le forze nazionali da un punto all'altro d'Italia. Quanto tendeva a far convergere all'intento la più alta cifra possibile di quelle forze, favoriva il moto: quanto tendeva a scemarla, doveva riescirgli fatale.

Il gretto pensiero dinastico contraddiceva al pensiero generatore del moto. La guerra regia aveva diverso fine, quindi norme diverse non corrispondenti al fine, che l'insurrezione s'era proposto. Dovea spegnere la guerra nazionale, la guerra di popolo, e con essa il trionfo dell'insurrezione.

I poveri ingegni che, avversi alla parte nostra, pur sentendosi impotenti a confutarci sul nostro terreno, hanno sistematicamente adottato un travisamento perenne delle nostre idee e confondono repubblica ed anarchia, pensiero sociale e comunismo, bisogno d'una fede concorde attiva e negazione d'ogni credenza, hanno sovente mostrato di intendere la guerra di popolo come guerra disordinata, scomposta, d'elementi e di fazioni irregolari, senza concetto regolatore, senza uniformità d'ordini e di materiali, finchè son giunti ad affermare che noi vogliamo guerra senza cannoni e fucili: cose ridicole ma non nostre; e i pochi fatti esciti, a guisa di prologo del dramma futuro, dal principio repubblicano, l'hanno mostrato. I pochi uomini raccolti in due città d'Italia intorno alla bandiera repubblicana hanno fatto guerra più ostinata e più savia che non i molti legati a una bandiera di monarchia.

Per guerra di popolo noi intendiamo una guerra santificata da un intento nazionale, nella quale si ponga in moto la massima cifra possibile delle forze spettanti al paese, adoprandole a seconda della loro natura e delle loro attitudini--nella quale gli elementi regolari e gl'irregolari, distribuiti in terreno adatto alle fazioni degli uni e degli altri, avvicendino la loro azione--nella quale si dica al popolo: _la causa che qui si combatte è la tua; tuo sarà il premio della vittoria: tuoi devono essere gli sforzi per ottenerla_; e un _principio_, una grande idea altamente bandita, e lealmente applicata da uomini puri, potenti di genio ed amati, desti, solleciti, susciti a insolita vita, a furore, tutte le facoltà di lotta e di sagrificio che sì facilmente si rivelano e s'addormentano nel core delle moltitudini:--nella quale nè privilegio di nascita o di favore, nè anzianità senza merito presieda alla formazione dell'esercito, ma il diritto d'elezione possibilmente applicato, l'insegnamento morale alternato col militare o i premî proposti dai compagni, approvati dai capi e dati dalla nazione, facciano sentire al soldato ch'ei non è macchina, ma parte di popolo e apostolo armato d'una causa santa--nella quale non s'avvezzino gli animi a riporre esclusivamente salute in un esercito, in un uomo, in una capitale, ma s'educhino a creare centro di resistenza per ogni dove, a vedere tutta intera la causa della patria dovunque un nucleo di prodi inalza una bandiera di vittoria o di morte--nella quale, maturato e tenuto in serbo un prudente disegno pel caso di gravi rovesci, le fazioni procedono audaci, rapide, imprevedute, calcolate più che non s'usa sugli elementi e sugli effetti morali, non inceppate da riguardi a diplomazie o da vecchie tradizioni regolatrici di circostanze normali--nella quale si guardi più ai popoli che ai governi, più ad allargare il cerchio dell'insurrezione che a paventare i moti del nemico, e più a ferire il nemico nel core che non a risparmiare un sagrificio al paese.

E a questa guerra--sola capace di salvare l'indipendenza e fondar nazione--la guerra regia doveva, per necessità ineluttabile di tradizioni e d'intento, contrapporre le abitudini freddamente gerarchiche dei soldati del privilegio--il mero calcolo degli elementi materiali e la noncuranza d'ogni elemento morale, d'ogni entusiasmo, d'ogni fede che trasmuta il milite in eroe di vittoria e martirio--il disprezzo o il sospetto dei volontarî--l'importanza esclusiva data alla capitale--l'esercito quale era ordinato dal despotismo, co' suoi molti uffiziali tristissimi, co' suoi capi inetti pressochè tutti e taluni avversi alla guerra e peggio--la diffidenza d'ogni azione, d'ogni concitamento di popolo, che avrebbe sviluppato più sempre tendenze democratiche e coscienza di diritti fatali al regnante--l'avversione a ogni consigliere che potesse, per influenza popolare, impor patti o doveri--la riverenza alla diplomazia straniera, ai patti, ai trattati, alle pretese governative risalenti all'epoca infausta del 1815, e quando anche inceppassero operazioni che avrebbero potuto riescir decisive--la ripugnanza a soccorrere Venezia repubblicana--il rifiuto d'ogni sussidio dal di fuori che potesse accrescere simpatie alla parte avversa alla monarchia--la vecchia tattica e la paura d'ogni fazione insolita, ardita--l'idea insistente, dominatrice, di salvarsi, in caso di rovescio, il Piemonte ed il trono--e segnatamente un germe, mortale all'entusiasmo, di divisione tra i combattenti per la stessa causa, un meschino progetto d'egoismo _politico_ sostituito alla grande idea nazionale[62]. Nè io parlo, come ognun vede, di tradimento; e s'anche io vi credessi, non consuonerebbe all'indole mia gittarne l'accusa sopra una tomba. Accenno cagioni più che sufficienti di rovina a una insurrezione di popolo; e ricordo agli Italiani che operarono due volte in brevissimo giro di tempo e oprerebbero fatalmente una terza e sempre ogni qual volta sorgesse una gente sì cieca e ostinata da volere ritentare la prova.

Operarono potenti fin dai primi giorni della guerra, sì che bisognava esser ciechi a non discoprirle e insensati a non piangerne. E ciechi e insensati eran fatti dall'egoismo, dallo spirito di parte, dalla servilità cortigianesca, dalle tradizioni aristocratiche e dalla paura della repubblica, gli uomini del governo provvisorio di Milano e i _moderati_ di Piemonte e di Lombardia. Ben lo videro i repubblicani; e l'averlo detto, quantunque, come or ora vedremo, sommessamente, era colpa da non perdonarsi. Quindi le accuse villane e le stolte minaccie e le calunnie ch'essi allora sprezzarono e ch'oggi, compita la prova e giacente, mercè gli accusatori, l'Italia, corre debito di confutare.

Io scrivo cenni e non storia; però non m'assumo in queste pagine di seguire attraverso gli errori governativi e le fazioni della guerra regia l'influenza dissolvente, rovinosa di quelle cagioni. Ma il libro di Cattaneo; i documenti contenuti in un opuscolo pubblicato nel 1848 in Venezia da Mattia Montecchi, segretario del generale Ferrari, e in uno scritto recente del generale Allemandi; la relazione degli ultimi casi di Milano stesa da due membri del comitato di difesa; gli atti officiali contenuti nel giornale _Il 22 marzo_, e le relazioni stesse dettate a difesa dagli avversarî raffrontati colla ineluttabile ragione dei FATTI; racchiudono tutta intera la dolorosissima storia--e a rischiararla più sempre gioverà il rapido esame della campagna, scritta da uno dei nostri uomini di guerra, Carlo Pisacane[63]. A me importava di chiarire le intenzioni e le necessità[64] che spinsero Carlo Alberto sulla terra lombarda; e importa or di chiarire qual via tenessero i repubblicani fra quelle vicende: punti finora non trattati o sfiorati appena.

L'insurrezione lombarda era vittoriosa su tutti i punti quando le truppe regie inoltrarono sul territorio; e si stendeva sino al Tirolo. I volontarî vi s'avviarono, dando la caccia al nemico. I passi che di là conducono alle valli dell'Adda e dell'Oglio erano occupati dai nostri. L'insurrezione del Veneto s'era compita con miracolosa rapidità e poneva in mano dei montanari della Carnia e del Cadore i passi che guidano dall'Austria in Italia. Nostre erano Palma ed Osopo. Il mare e le Alpi, come scrive Cattaneo, erano chiusi al nemico. E lo erano per sempre, se all'Alpi ed al mare, al Tirolo e a Venezia, non alle fortezze e al Piemonte, avesse saputo o voluto, come a punti strategici d'operazione, guardare la guerra regia.

L'entusiasmo nelle popolazioni era grande, quanto lo sconforto nel nemico. Una sottoscrizione aperta in Milano il 1.º d'aprile per sovvenire alle spese correnti governative aveva prodotto, il 3, la somma di lire austriache 749 686; un imprestito di 24 milioni di lire proposto dal governo provvisorio trovava, allora, presti ad offrirsi, e senz'utili, i capitalisti[65]. Gli uomini correvano a dare il nome ai CORPI FRANCHI o alle guardie nazionali; le donne gareggiavano, superavano quasi in entusiasmo i giovani dell'altro sesso: preparavano cartuccie, sollecitavan di casa in casa sovvenzioni al governo, soccorrevano negli ospedali ai feriti[66]. Gli Austriaci si ritraevano per ogni dove impauriti, disordinati, tormentati dai volontarî, mancanti di viveri. I soldati italiani disertavano le loro file: in Cremona, il reggimento Alberto, il terzo battaglione Ceccopieri, e tre squadroni di lancieri, in Brescia parte del Haugwitz[67], altri altrove. Una fregata austriaca stanziata in Napoli[68], due brick da guerra che incrociavano nell'Adriatico[69] inalzavano bandiera italiana e si davano alla repubblica veneta. All'Austria non rimanevano in Italia--ed è cifra desunta da relazioni officiali--che 50 000 uomini[70], rotti, sconfortati, spossati.

E fuori di Lombardia, per tutto dove suona lingua del _sì_, era fermento, fremito di crociata. L'insurrezione di Milano avea suonato la campana a stormo dell'insurrezione italiana. Alle prime nuove del moto in Modena, s'affrettavano 2000 guardie civiche da Bologna, 1200 e 300 uomini della linea da Livorno, e guardie civiche e studenti armati da Pisa, e civici e volontarî da Firenze[71]; e pochi dì dopo, a evitare l'estrema rovina[72], il gran duca era costrette egli pure a intimar guerra all'Austriaco. In Roma, date alle fiamme dal popolo, dai civici e dai carabinieri commisti le insegne dell'Austria, e sostituita sulla residenza dell'ambasciata la leggenda: PALAZZO DELLA DIETA ITALIANA[73], s'adunavano, benedetti da sacerdoti, volontarî, s'aprivano sottoscrizioni ad armarli e avviarli: il 24 marzo, molti avevano già lasciato la città[74], e al finir del mese, 10 000 Romani e 7000 Toscani erano al Po, presti a varcarlo dalla parte di Lagoscuro[75]. A Napoli, arse parimente le insegne aborrite, erano già aperte il 26 marzo le liste dei volontarî; era dall'universale concitamento forzato a cedere il re[76]. Di Genova e del Piemonte non parlo: i volontarî di Genova--e lo ricordo con orgoglio, non di municipio, ma d'affetto per la terra ove dorme mio padre e nacque mia madre--segnarono primi in faccia al nemico comune il patto di fratellanza italiana cogli uomini di Lombardia.

E fuori d'Italia, la buona novella, diffusa colla rapidità del pensiero, ringiovaniva gl'incanutiti nell'esilio, benediceva di nuova vita le anime morenti nel dubbio, cancellava i lunghi dolori e i ricordi delle ripetute delusioni e le antiveggenze che dovevano pur troppo verificarsi. Un solo pensiero balenava dal guardo, dall'accento commosso, a noi tutti: ABBIAMO UNA PATRIA! ABBIAMO UNA PATRIA! POTREMO OPERARE PER ESSA!--e traversavamo, accorrendo, colla fronte alta, insuperbendo nell'anima d'orgoglio italiano, le terre che avevam corse raminghi e sprezzati e sulle quali suonava allora un grido di sorpresa e di plauso alla nostra Italia. Ah! Dio perdoni i calunniatori dell'anime nostre in quei momenti di religione nazionale e d'amore. Essi, i MODERATI, ricevevano in Genova colle bajonette appuntate e facevano scortare disarmati al campo, a guisa di malfattori, gli operaî italiani che da Parigi e da Londra, capitanati dal generale Antonini, accorrevan a combattere la battaglia dell'indipendenza. Ci accusavano di congiure. Noi non congiuravamo che per dimenticare. Io rammento la parola: _Infelici! non possono amare!_ che santa Teresa proferiva pensando ai dannati.

Ma tutto quel fremito, tutto quell'entusiasmo che sommoveva a grandi cose l'Italia, parlava di POPOLO e non di PRINCIPE, di nazione e non di misere speculazioni dinastiche. Urtarlo di fronte era cosa impossibile. E comunque il Martini prima, il Passalacqua poi, avessero profferto gli ajuti regî soltanto a patti di dedizione--comunque i più tra gli uomini componenti il governo provvisorio di Milano fossero proclivi e alcuni vincolati a quei patti--nessuno osò per allora stipulare patentemente il prezzo dell'incerta vittoria. Il leone ruggiva ancora: bisognava prima ammansarlo.

In un indirizzo a Carlo Alberto, il governo provvisorio di Milano aveva, fin dal 23 marzo, invocando gli ajuti, lasciato intravvedere al re e alla diplomazia quali fossero le sue intenzioni[77]. Ma le sue dichiarazioni pubbliche posero un programma che differiva sino al giorno della vittoria la decisione della questione politica e la fidava per quel giorno al senno del popolo. LIBERI TUTTI, PARLERANNO TUTTI.--A CAUSA VINTA, LA NAZIONE DECIDERÀ--così nei proclami del 29 marzo, dell'8 aprile ecc., e queste dichiarazioni fatte ai Lombardi, ai Veneti, a Genova, al papa, erano pur fatte il 27 marzo alla Francia: IN SIFFATTA CONDIZIONE DI COSE, NOI CI ASTENEMMO DA OGNI QUESTIONE POLITICA, NOI ABBIAMO SOLENNEMENTE E RIPETUTAMENTE DICHIARATO CHE, DOPO LA LOTTA, ALLA NAZIONE SPETTEREBBE DECIDERE INTORNO AI PROPRII DESTINI (Vedi _Documenti_, pag. 354).

E Carlo Alberto annunziava, nel proclama del 23 marzo, che le armi piemontesi _venivano a porgere nelle ulteriori prove ai popoli della Lombardia e della Venezia quell'ajuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico_: annunziava poco dopo in Lodi, che le sue armi, abbreviando la lotta, «ricondurrebbero fra i Lombardi quella sicurezza che permetterebbe ad essi d'attendere con animo sereno e tranquillo a riordinare il loro interno reggimento».

Era partito onesto; e i repubblicani lo accettarono, e vi s'attennero lealmente: traditi; poi, al solito, calunniati.

Se di mezzo alle barricate del marzo fosse sorta, piantata dalla mano del popolo, la bandiera repubblicana--se gli uomini che diressero l'insurrezione, assumendosi una grande iniziativa rivoluzionaria, si fossero collocati a interpreti del pensiero che fremeva nel core delle moltitudini--l'indipendenza d'Italia era salva. Tutti sanno--e noi meglio ch'altri sappiamo--come gli ajuti svizzeri negati dal governo federale al RE fossero profferti dai cantoni all'insurrezione _repubblicana_. Nè il governo francese, diffidentissimo allora delle intenzioni di Carlo Alberto e incerto della sua via, avrebbe potuto sottrarsi all'entusiasmo popolare e alla necessità della politica repubblicana. E in Italia, non guardando pure a soccorsi stranieri, le forze e l'ira unanime contro l'Austria eran tali da assicurare ai nostri, sotto la guida d'uomini che sapessero e volessero, vittoria non difficile e decisiva. Forse, il terrore di quel nome fatale e l'impossibilità d'avversare all'impeto della crociata italiana avrebbero cacciato alcuni fra i nostri prìncipi sulla via del dissenso e provocato allora le fughe che vennero dopo. Nuova arra di salute per noi, dacchè non avremmo avuto traditori nel campo. Ma fors'anche i tempi erano tuttavia immaturi per l'unità repubblicana, tanto importante quanto l'indipendenza, dacchè indipendenza senza unità non può stare, e l'arti o le influenze straniere farebbero in pochi anni l'Italia divisa campo di mortali guerre civili. Perchè l'_Italia del Popolo_ avesse probabilità consentita d'esistenza, _Roma_ dovea mostrarsi degna d'esserne la metropoli.

Comunque, la bandiera non era sorta: popolo e monarchia stavano uniti a fronte dello straniero sulle terre lombarde; il popolo avea accettato il programma di neutralità del governo provvisorio fra tutte parti politiche, e i repubblicani decisero di rinunciare ad ogni iniziativa politica, di aspettare pazienti che la volontà del popolo, vinta la guerra, si palesasse, e di consacrare ogni loro sforzo alla conquista dell'indipendenza.

Ed anche questo ci fu turpemente conteso dagli uomini del provvisorio e dai MODERATI, faccendieri del pensiero dinastico.

La vita errante, anzi che no tempestosa, che i credenti nella fede repubblicana durano da parecchî anni, ci contende di poter documentare con lettere, date, giornali, i fatti ai quali accenniamo. Ma io affermo la verità d'ogni sillaba mia sull'onore. Gli accusatori vivono: neghino se possono ed osano. Duolmi ch'io debba frammettere in questi cenni il mio nome; ma dacchè fui scelto--meritamente o no poco monta--da amici e nemici a rappresentare in parte il pensiero repubblicano, debbo all'onore della bandiera ciò che per me non farei. Trattai con silenzio sdegnoso, che volea dire _disprezzo_, le false accuse di aver nociuto per ostinazione di fini politici all'esito della guerra, che ci s'avventarono addosso da tutte parti, quand'io aveva stanza in Milano. Avrebbero detto allora ch'io scendeva a discolpe per paura o desiderio di rimovere il turbine che s'addensava. Ma importa oggi che gl'Italiani sappiano il vero intorno agli uomini che li chiamano all'opra.

I fatti son questi.

Noi non avevamo fiducia che il governo provvisorio, giudicato collettivamente, potesse mai riescire eguale all'impresa. Ma dacchè avevamo, per amor di concordia, accettato il programma di neutralità fra i due principî politici, non potevamo spingere uomini dichiaratamente repubblicani al potere e cacciare il guanto ai sospetti e alle irritazioni della parte avversa alla nostra. Però, gl'influenti fra noi si strinsero intorno ai membri di quel governo, sperando da un lato che i consigli giovassero, dall'altro che il paese vedendoci uniti non rimetterebbe del suo entusiasmo--e finalmente, che il nostro frequente contatto suggerirebbe, per pudore non foss'altro, a quegli uomini di mantenersi sulla via solennemente adottata. Le prime mie parole in Milano furono di conforto al governo; le seconde, chiestemi da persona fautrice di monarchia, furono una preghiera a Brescia perchè in certe sue vertenze con Milano sagrificasse ogni diritto locale all'unione e al concentramento fatto allora indispensabile dalla guerra.

Noi non avevamo fiducia in Carlo Alberto o nei suoi consiglieri. Ma Carlo Alberto _era_ in Lombardia e capitanava l'impresa che più di tutte ci stava a core! Noi non potevamo fare che il fatto non fosse; bisognava dunque giovar quel fatto tanto che n'escisse l'intento. Dietro al re stava un esercito italiano e prode; e dietro all'esercito un popolo, il piemontese, di natura lenta forse ma virile e tenace, popolo cancellato nella capitale da una guasta aristocrazia, ma vivo e vergine nelle provincie e depositario di molta parte dei fati italiani. Esercito e popolo ci eran fratelli; e il vociferare, come molti fecero, di propaganda anti-piemontese da parte nostra era calunnia pazza e ridicola. Bensì, perchè le varie famiglie italiane imparassero a stimarsi, amarsi e confondersi fraternamente davvero sul campo--perchè al popolo rimanesse colla coscienza di sagrificî compiuti, coscienza de' proprî diritti--e da ultimo perchè diffidavamo dei capi e antivedevamo, quand'altri urlava vittoria prima della battaglia, possibile, probabile forse, una rotta--volevamo che il paese s'armasse per potersi in ogni caso difendere: volevamo che a fianco delle forze regolari alleate si mantenesse, si rinvigorisse, rappresentante armato di questo popolo, l'elemento dei volontarî: volevamo che l'esercito lombardo si formasse rapidamente, su buone norme e con buoni uffiziali.

Il governo provvisorio voleva appunto il contrario.

Ignari di guerra e d'altro; fermissimi in credere che l'esercito regio bastasse a ogni cosa; vincolati, i più almeno, al patto della fusione monarchica e pensando stoltamente ch'unica via per condurre il disegno a buon porto fosse, che il re vincesse solo e il popolo fosse ridotto a scegliere tra gli Austriaci e lui; poco leali e quindi poco credenti nell'altrui lealtà, proclivi al raggiro politico perchè poveri di concetto, d'amore e d'ingegno--gli influenti tra i membri posero ogni studio nel preparare l'opinione alla monarchia piemontese e nel suscitare nemici alla parte nostra: nessuno nelle cose della guerra, nessuno nell'armare, nell'ordinare, nel mantenere infiammato e militante il paese; i pochi buoni tra loro non partecipavano al disegno, partecipavano al fare e al non fare per debolezza di tempra o per vincoli d'amistà individuale.

La condotta dei repubblicani fu semplice e chiara.

Un'associazione democratica, pubblica e con basi di statuti comunicati al governo, fu impiantata dai giovani delle barricate nei giorni che seguirono la vittoria del popolo, e prima ch'io giungessi in Milano: avendo il governo annunziato[78] ch'ei convocherebbe nel più breve termine possibile una _rappresentanza nazionale, affinchè un voto libero, che fosse la vera espressione del poter popolare_, potesse decidere i futuri destini della patria, era naturale e giovevole che l'elemento repubblicano manifestasse con un atto legale la propria esistenza. Ma compito una volta questo dovere e adottata la linea di condotta accennata più sopra, l'associazione, messa da banda ogni questione politica, non s'occupò, nelle rare e pubbliche adunanze tenute, che di proposte di guerra. Io non v'intervenni, prima del 12 maggio, che una volta sola per atto d'adesione a' miei fratelli di fede e vi proposi che si spronasse e s'appoggiasse il governo.

La _Voce del Popolo_, giornale diretto dai più influenti tra i repubblicani, s'uniformava. Scriveva consigli eccellenti di guerra e finanze. Cercava infonder vita di popolo nel governo. La questione politica v'era toccata rare volte e di volo: la parola _repubblica_ studiosamente evitata[79].

Se non che il governo era pur troppo, nato appena, incadaverito; nè galvanismo di consigli repubblicani poteva infondergli vita.

Il governo, stretto fin prima del nascere ad un patto di servitù, diffidava di noi, diffidava del popolo, dei volontarî, di sè stesso e d'ogni cosa, fuorchè del _magnanimo principe_. E il _magnanimo principe_ campeggiava nei proclami, nei discorsi, nei bollettini grandiloqui, sì che ogni uomo s'avvezzasse a non vedere che in lui e nell'esercito che lo seguiva l'àncora di salute. Magnificava, in quel primo periodo, ogni scaramuccia che si combattesse intorno al Mincio fatale in battaglia quasi napoleonica; e stando a' suoi computi, gli Austriaci avrebbero dovuto essere, sul mezzo della campagna e quando appunto cominciavano a farsi minacciosi davvero, spenti pressochè tutti.

Il moto di tutta Italia verso i piani lombardi e le lagune della Venezia riusciva pei politici della _fusione_ tardo ed inutile. La vittoria era certa, infallibile. I nostri consigli s'ascoltavano cortesemente, si provocavan talora: non s'eseguivano mai. Il popolo s'addormentava nella fiducia.