Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 39

Chapter 393,231 wordsPublic domain

Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è necessario che il _fatto iniziatore_ sorga di mezzo alle moltitudini d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.

E a crear questo fatto basterebbe--anche di questo sono convinto--che quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto, fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione _iniziativa_ all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo concetto, la necessità dell'_osare_; non avessero che una parola sul labbro: _A Roma per la via che sola vi mena_.

A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi, senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia, in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.

Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.

Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia, violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane, immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi nemici più acerrimi che non nei monarchici.

I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose, se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e pacifico apostolato; che _terrorismo_, persecuzione e vendetta sono armi di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.

Il concetto della Repubblica tende a combattere, a scemare progressivamente i _privilegi_ politici o civili dati a una classe, il _monopolio_, l'immobilizzazione dei capitali, il _concentramento_ soverchio della proprietà, l'ingiusto e fatale alla produzione accumularsi di tasse sulle classi date all'industria, l'_immoralità_ di speculazione, piaga crescente e alimentata da una trista, corrotta politica governativa, l'_egoismo_ inevitabile d'una legislazione affidata alla nascita o al censo e sottratta all'intervento delle classi che ad essa soggiacciono:--tende a far sì che le classi s'affratellino in eguaglianza di doveri e diritti, di protezione, di progresso, d'insegnamento:--che, per mezzo dell'_Associazione_ e d'ajuti dati dalle instituzioni, i capitali, che fanno possibile il lavoro, si trovino nelle mani di chi deve compirlo:--che il lavoro generi la Proprietà e la diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini:--che _l'economia e l'aumento della produzione_ presiedano d'ora in poi al maneggio delle Finanze:--tende a sopprimere _l'immobilità_ in ogni Potere, a distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù, a dare coll'elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch'egli è chiamato a compire sulla terra ov'è nato, a far mallevadori tutti delle opere loro, a conquistare--coll'onestà delle convenzioni sulle terre, coll'interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla moderazione delle tasse, con un sistema d'esazione sottratto agli arbitrî, coll'educazione data a tutte le classi, colla moralità dell'amministrazione, col compimento della Rivoluzione Nazionale--quel senso di securità pubblica, senza il quale ogni progresso è inceppato o precario.

Prima dell'azione o pendente l'azione, per un anno o per una settimana, come i fati vorranno, urge che questo, ch'io rapidamente accenno, sia soggetto d'ogni giorno alla nostra Stampa. I calunniatori devono pagarsi da noi col disprezzo. Ma il popolo, al quale molti ricordi della Repubblica francese suonano terrore e violenza, ha diritto a sapere da noi quali intenzioni ci guidino, e bisogna insistervi.

VI.

Ricapitolando il già detto:

La Rivoluzione Italiana non è compita: la monarchia l'ha fermata a mezzo!

Bisogna compirla o perire: perire di lenta morte nella rovina economica, o di violenta nell'anarchia: sperare che si stabiliscano, prima d'averla compita, condizioni di normale securità pel Paese, è follìa e i sintomi _crescenti_ ogni giorno provano nella _realtà_ ciò che la logica insegna al _pensiero_.

Roma; frontiere naturali; Patto Nazionale dettato da un'Assemblea Costituente: sono le prime condizioni del compimento:

Per uscire dall'inerzia e avviarsi al _fine_, è necessaria una _iniziativa_.

L'_iniziativa_ non può escire dalla monarchia: non può escire dal Parlamento monarchico: non può dunque escir che dal _popolo_.

Il Paese è maturo per accogliere e secondare il sorgere di questa _iniziativa_ popolare: il desiderio di un mutamento è universalmente diffuso in esso.

I due soli ostacoli che s'attraversino a quel desiderio, sono--incertezza diffidente sull'avvenire, alimentata da una stampa calunniatrice--mancanza di coscienza della propria forza.

Bisogna vincere il primo ostacolo coll'apostolato, dichiarando ripetutamente ciò che la Repubblica è e ciò ch'essa non è: separandosi lealmente e coraggiosamente dagli amici che traviano, e respingendo gli stolti concetti che sostituirebbero una tirannide all'altra.

Il secondo ostacolo non può superarsi che coll'argomento col quale il vecchio filosofo provava allo scettico l'esistenza del moto, coll'azione; bisogna che una città provi, sorgendo e vincendo, al Paese che _volendo si può_.

L'_iniziativa_ Italiana diventerebbe rapidamente, se diretta da uomini che sapessero e osassero, iniziativa Europea.

E scrivendo questa linea m'è impossibile non aggiungerne alcune di sorpresa e lamento.

L'orgoglio, quando si sperde intorno a misere ambizioncelle dell'_io_ e s'affatica a crear superiorità artificiali di ricchezza, di potenza o di quella fama d'un giorno che Dante paragonava a un _color d'erba_ che _va e viene_, è colpa e meschina. Ma l'orgoglio raccolto intorno all'anima dal ricordo dell'ultima parola dei martiri per una _idea_, dalla voce profetica di tutta una tradizione religiosamente interrogata, da una riverenza che adora ogni indizio di disegno provvidenziale, da un immenso amore per la terra che vi fu culla, e ha le tombe dei vostri più cari, da un senso di vita collettiva che abbraccia quanti vi furono, sono e saranno più strettamente fratelli, dalla tacita eloquenza d'una natura che si stende, privilegiata oltre ogni altra, intorno a noi quasi mormorandoci: _siate grandi quant'io son bella_,--e versato sulla Patria, sulla Nazione nascente, sulla Bandiera, alla quale il mondo guarda per vedere s'è bandiera di Popolo annunziatore o di gente inutile, senza nome e senza missione--è cosa santa e pegno di grandezza futura al Paese nel quale si mantiene perenne, coscienza e fiamma alla vita. Sentono quest'orgoglio i nostri giovani, o l'hanno sommerso nel disprezzo dell'_ideale_, al quale oggi li alletta un materialismo che fu sempre conseguenza o preludio di servitù? A me quest'orgoglio del nome italiano insuperbì nell'anima fin da quando, nel silenzio comune e fra le mura d'una prigione, mi prostrai davanti al pensiero d'una Italia repubblicana iniziatrice in Europa e giurai fede alla sua bandiera. Come i figli della Polonia portavano con sè nella proscrizione, quasi reliquia, una zolla della loro terra, portammo, io e i miei amici, quel sacro pensiero con noi nell'esilio e lo serbammo incontaminato per voi, o giovani, sperando che lo raccogliereste in tempi migliori, quando vi sarebbe dato di tradurlo in fatto. E oggi vi è dato. Oggi l'Europa è in tali condizioni, che a voi basta il sorgere a compire, in nome d'un _principio_ e affratellandovi arditamente coi Popoli che v'aspettano, la vostra Rivoluzione Nazionale, perchè la vostra Patria diventi iniziatrice d'un'Epoca e guidatrice delle Nazioni sulla via del Progresso. Una dichiarazione di Principî, dettata da Roma libera ai Popoli e appoggiata da due o tre atti ai quali più volte accennai, darebbe all'Italia un Primato morale, che da oltre a mezzo secolo è vacante in Europa.

Se agli uomini che, invecchiati anzi tempo, si chiamano _pratici_ perchè hanno imparato a tacere, e _patrioti_ perchè agli inevitabili errori del povero Lanza antepongono le colpe subdole di Rattazzi, la iniziativa italiana in Europa sembri folle utopia, poco monta. Ma i giovani? I giovani delle Università e della classe educata alle lettere e alle arti? I giovani che hanno in custodia nell'esercito la bandiera della Nazione, e sanno di potere con un _fatto_ collocarla all'antiguardo d'Europa? I trentamila volontarî che dal Trentino all'estrema Sicilia fecero battesimo del loro sangue all'Unità del Paese? I popolani che, vergini d'anima e devoti per istinto non contaminato da calcoli all'avvenire d'Italia, adorano la religione e la poesia dei grandi ricordi? Son essi muti al pensiero della loro Patria fatta, da un atto energico di volontà, prima tra le prime e centro di moto pel bene alle Patrie sorelle? Sanno che dalla coscienza d'un alto _dovere_, d'una solenne missione da compiersi move tutta una Educazione e che il carattere d'una _iniziativa_ determina tutta una lunga vita di Popolo? Rammentano che, soltanto per quella coscienza, la vita di Roma fu vita del mondo e che ciascuna delle nostre città repubblicane scrisse, nel medio evo, una pagina di gloria e d'incivilimento nella storia europea? Sentono in core l'immensa potenza che dovrebbe emergere dalle cento città d'Italia unite ad un _fine_, e che il sorgere della Nazione a guisa d'ancella sommessa, timida, incerta, tanto che il mondo non si avveda neppur di quel sorgere, è--per essa--scadere? Se gli Italiani possono guardare alle condizioni nelle quali versa oggi l'Europa e non vedervi i segni di un'Epoca, che aspetta e accoglierebbe con entusiasmo l'_iniziatore_, sono ciechi. E se lo vedono, ma dicono a sè stessi: _altri può esserlo, noi non possiamo_--sono imbelli e indegni davvero del nome che portano.

No: gli Italiani non saranno nè ciechi nè imbelli. Ma ricordino che dieci anni d'interruzione nel moto sono lungo periodo; che l'inerzia genera l'inerzia; che la corruzione non combattuta ingigantisce rapidamente e minaccia le sorgenti della vitalità; che le delusioni durate per breve tempo irritano gli animi, durate a lungo li affogano nell'immoralità dello scetticismo; che gli uomini, anche maledicendo, s'avvezzano a tollerare; che il disonore prolungato è la morte delle Nazioni; che le popolazioni ineducate son facili ad accusare dei loro mali, non l'interruzione della Rivoluzione, ma la Rivoluzione stessa; che il _federalismo_, muto dieci anni addietro, accenna oggi a rivivere; che gli indugi non fruttano ormai se non alle fazioni retrograde; e quanto più si prolunga la resistenza a una crisi inevitabile, tanto più la crisi riesce violenta e pregna di quei mali, ai quali sul cominciare di questo scritto accennai.

Comunque, quando l'_iniziativa_ popolare s'assumerà il compimento del moto Nazionale Italiano, importerà che si raggiunga il _fine_ colla maggiore rapidità e colla menoma violenza possibile. E le vie, se non erro, son queste:

Unità di bandiera. Isolare la questione di Roma; prefiggersi a programma una battaglia col Papa-re: ricominciare imprese, generose un tempo e feconde, impossibili attualmente e che non toccano se non un termine del problema, è oggimai colpa più che follìa. L'emancipazione di Roma--nè avrei mai creduto di doverlo ripetere--si compie in Genova, Milano, Bologna, Torino, Firenze, Palermo e Napoli, non altrove. L'Italia deve esser base secura d'operazione all'impresa. Una frazione d'arditi non riescirebbe che a chiamare, prima d'entrarvi, in Roma nuove forze francesi. A un fatto compito dalla Nazione in armi, nessuno oserà mover guerra.

Programma semplice, chiaro, puro da un lato di reticenze ed equivoci, puro, dall'altro, d'ogni voce che accenni a sistemi non definiti e molteplici, capaci quindi di false interpretazioni e di suscitare calunnie e terrori. Le due parole aggiunte da molti in Francia alla parola _repubblica_, inutili e senza valore pratico, hanno scisso il campo e indugiato il lavoro d'emancipazione più ch'altri non pensa. Chi mai può in oggi sognare d'una Repubblica fondata, come nell'antica Venezia, sopra un patriziato che più non esiste? Chi può intendere l'Instituzione repubblicana, se non come fatto anzi tutto sociale e mezzo al rapido miglioramento delle misere condizioni economiche dei più fra i produttori? Ma chi può, d'altra parte, esigere dichiarazioni solenni di _socialismo_, prima d'aver detto a quale fra i tanti sistemi cozzanti l'uno contro l'altro egli attribuisca quel nome? E a che varrebbe l'accettazione di quella voce straniera, quando chi l'accetta la intende probabilmente in modo diverso dal vostro? I soli pegni efficaci dell'avvenire sociale invocato stanno nell'attiva predicazione delle idee ragionevoli, desunte dal moto dell'Epoca e dai serî lavori di quanti hanno cercato e cercano di definirlo: stanno nell'ordinarsi del Popolo alla solenne espressione de' suoi più urgenti bisogni, nella scelta accurata degli uomini chiamati a dirigere, nelle questioni proposte dagli elettori ai membri dell'Assemblea, che dovrà dettare il Patto della Nazione.

Azione rapida e aperta di quanti credono necessario il compimento dell'impresa nazionale, di quanti s'avvedono che il moto è veramente di popolo destinato a vincere. Le incertezze, il tentennare, il fanciullesco amor proprio di quei che indugiano a dar l'opera loro perchè jeri non credevano venuto il momento, non impediscono lo svolgersi dei fati, ma prolungano la crisi, irritano gli animi di quei che iniziano e cacciano il germe di categorie funeste in futuro. La _legge dei sospetti_ in Francia ebbe origine dall'esistenza degli uomini _del dì dopo_. Nei grandi rivolgimenti nazionali è concesso, se conseguenza di convincimento, l'essere ostili, non l'esser tiepidi. Dove si tratta di cose che involvono la salute del Paese, ogni uomo ha debito di combattere per impedire, o di secondare; e quando un fatto appare inevitabile, unica via perchè assuma condizioni normali e s'inanelli alla vita del Paese, è quella d'accentrarvisi intorno e giovarne il pronto sviluppo: gli uomini o le classi, che per mal fondati sospetti o indegno egoismo si ritraggono e lasciano un solo elemento a compirlo, preparano gravi mali al Paese e a sè stessi.

Scelta dei pochi--dacchè la Dittatura è, in una impresa di libertà, illogica e pericolosa--chiamati a dirigere il moto fino al momento in cui, raccolta la Costituente Nazionale, il Paese esca dalle condizioni provvisorie e ripigli vita normale: da quella scelta e dai primi atti di quel piccolo nucleo dipendono il carattere dell'_iniziativa_ e metà del successo. Di fede provata, d'immacolata onestà, d'intelletto diritto e logico, di tranquilla pertinace energia, incapaci d'odio e di spiriti di vendetta, quelli uomini devono _conoscere_ le condizioni di Europa e _sentire_ la forza ch'è nell'Italia: devono esser capaci di movere arditamente al _fine_ senza guardare al di là del Paese; capaci d'intendere che l'Europa governativa oserà s'essi titubano, rimarrà inerte se si mostrano forti e decisi, capaci di sommovere i Popoli, se i Governi s'atteggiassero a offesa o minaccia.

Riunione di Commissioni numerose nelle diverse zone d'Italia chiamate dai Municipî, dai Consigli locali e dai Delegati dell'Autorità governativa, a dirigere inchieste sulle condizioni morali, civili, economiche delle loro zone e preparare materiali ai lavori della futura Assemblea. Commissioni siffatte gioveranno a rassicurare gli animi sospettosi, a determinare il _fine_ del moto Nazionale e a invigilare a un tempo la condotta del Governo d'Insurrezione.

Ma, e anzitutto, coscienza, negli _iniziatori_, dell'altezza e della santità dell'Impresa. L'Italia e l'Europa devono avvedersi dal loro linguaggio e dai loro primi atti che, sacerdoti del Dovere Nazionale, essi sono _migliori_ di quei ch'oggi lo violano o lo fraintendono: che essi sono deliberati di vincere, ma non oltrepassando d'una linea la condotta indispensabile alla vittoria: ch'essi combattono per l'onore della Nazione e lo mantengono puro, incontaminato d'ogni macchia d'odio, di vendetta, d'intolleranza: che vogliono fondare un Governo morale e _sono_ morali: che intendono a conquistare libertà di coscienza, di parola, d'associazione, non per sè, ma per tutti: che intendono a rivendicare le frontiere d'Italia, ma senza usurpar sulle altrui: a riconquistar colla forza Roma, negata dalla forza alla Patria, ma senza persecuzioni alle altrui credenze e lasciandone la vita e la morte all'apostolato pacifico del pensiero: che amano quanti nascono nella loro zona e si prefiggono di migliorare le condizioni dei più, non di peggiorare quelle dei pochi: che, come aborrono dal monopolio privilegiato d'una classe sulle altre, aborrono dall'antagonismo tra classe e classe: che la loro è bandiera d'associazione, non di risse civili: che sorgono a compire una Rivoluzione Nazionale interrotta, non a ricominciarla o perpetuarla.

A questi patti s'ha diritto di vincere: a questi patti si vince.

AI MIEI FRATELLI REPUBBLICANI

DOPO LA PRIGIONIA DI GAETA[154]

Io devo, dopo oltre a due mesi di silenzio forzato, una parola sul passato e sulle condizioni presenti al Partito: e questa parola deve esser libera d'ogni riguardo fuorchè all'amor del vero.

Il Partito ha, negli ultimi tempi, tradito il debito proprio, e con esso i fati del Paese.

Il dolore, ch'io sento profondo nello scrivere queste affermazioni, deve essermi scusa all'acerba franchezza.

Primo debito d'un Partito che professa una fede, dal cui trionfo dipendono l'onore e la grandezza della Nazione, è quello di non illudere sè stesso e altrui intorno alle proprie forze e alle proprie intenzioni. Il Partito ha violato quest'obbligo: ed è quindi scaduto, nè può risorgere se non facendone ammenda e accogliendo, senza ribellione d'amor proprio da qualunque sia proferita, la verità.

Dopo Mentana, dopo il rinnovamento della Convenzione, dopo fatti governativi, turpi oltre ogni dire, di persecuzione e corruttela; dopo avere da un lato calcolato il danno, che scendeva inesorabile dal sistema regnante all'educazione morale e alle condizioni materiali del Paese, ed esplorato dall'altro com'io potea le forze ordinate del Partito e le tendenze generali delle popolazioni d'Italia, dissi agl'influenti che rappresentavano nelle diverse zone i repubblicani, ch'io credeva fosse giunto il momento di sostituire al periodo dell'apostolato un periodo d'azione, e che, secondo un mio convincimento radicato in me tuttavia, una forte e vittoriosa iniziativa sopra uno o due punti strategicamente e moralmente importanti basterebbe a sfasciare una Instituzione, che non aveva omai nè intelletto, nè ardire di fede in sè, nè prestigio d'illusioni, nè fiducia de' suoi, nè compattezza d'esercito. E dissi ad un tempo che l'azione, santa pel _fine_ e provocata dalle circostanze, diventerebbe nondimeno immorale, creando pericoli e sacrificî senza speranza, se chi doveva iniziarla non si sentisse forte di determinazione e moralmente convinto di poter vincere.

Io chiedeva risposta sincera e che non soggiacesse menomamente a influenza mia o d'altro individuo qualunque.

Mi fu detto: _siamo concordi con voi: possiamo e vogliamo_. E mi recai in Italia per ajutare i preparativi supremi e assumermi la parte di pericolo che mi spettava.

Allora cominciò un periodo d'esitazioni, di tentennamenti, di diffidenze reciproche, di paure e d'errori, ch'io non vorrei per tutte le felicità terrestri ritraversare, e dal quale raccolsi che il Partito non era maturo per forti fatti, nè educato finora alla coscienza della propria missione e della propria potenza.