Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 38
Il carattere predominante nel nostro moto è anzi tutto di _nazionalità_. L'Italia vuole Libertà, Eguaglianza, prosperità materiale; e sa che saranno per essa conseguenze della Rivoluzione compita; ma non è sorta per quello. L'Italia è sorta per essere NAZIONE. Grande un tempo e iniziatrice nel mondo per opera di Roma, grande e iniziatrice più dopo per opera dell'ordinamento dato al Cristianesimo dal Papato, grande e iniziatrice una terza volta per virtù di popolo e delle sue città repubblicane, l'Italia, caduta da oltre tre secoli in impotenza e nullità civile e politica davanti a sè stessa e all'Europa, serva spregiata di dominazioni o influenze Austriache, Francesi e Spagnuole, ma memore e presaga, raccolse dalle aspirazioni de' suoi Grandi di mente, dal martirio de' suoi Grandi d'azione, dal lento continuo moto d'assimilazione de' suoi popoli e dalla necessità d'essere forte, la sacra parola UNITÀ, e si riscosse con un pensiero di vita collettiva nell'anima, col grido di _Nazione_ sul labbro. Un nome, una bandiera, una esistenza riconosciuta e onorata dai popoli, una parte e non ultima nel lavoro europeo, una missione da compiere degna delle compite: fu questo il voto Italiano. Per questo l'Italia acclamò, illudendosi, a Pio IX: per questo essa gettò, ingannata, tutte le sue forze a' piedi della Monarchia. Speranze, errori, esperimenti, inquietudini, tentativi, aspirazioni, minaccie, tutto è, non giustificato, ma spiegato dal predominio di quel pensiero.
È la Rivoluzione Nazionale compita?
Una Rivoluzione Nazionale non è compita se non quando, libero da ogni straniero, il Paese ha indipendenza accertata da una linea di frontiere, che comprendono e proteggono tutti gli elementi che tendono a ordinarsi in unità di nazione:--se non quando sono egualmente accertate e fatte norma di legge le tradizioni, la _fede_ comune e le tendenze, in virtù delle quali tutto il popolo compreso per entro a quelle frontiere sente dovere, diritto e volontà di costituirsi in _associazione_ speciale e distinta dall'altre. Senza libere e secure frontiere, senza Patto Nazionale, non esiste Nazione.
Noi non abbiamo nè le une, nè l'altro.
La Francia imperiale, già dominatrice dell'Alpi frapposte, occupa e vieta all'Italia il suo centro Nazionale, ROMA. L'Austria ha il Trentino e l'Istria. Da Nizza fino al Carnero, «che Italia chiude e i suoi termini bagna,» la frontiera italiana è schiusa a Governi stranieri.
E quanto all'interno, l'Italia presenta il fatto anormale, mostruoso, unico nella Storia, d'un popolo che sorge muto, che vuole esser Nazione e non dichiara l'insieme dei principî in virtù dei quali è chiamato ad assumerne il nome; che intende a vivere di vita una e comune, e non esprime, solennemente e universalmente interrogato, la legge della propria vita; che mira a costituirsi, senza Autorità costituente. La Monarchia alla quale dobbiamo la condizione delle nostre frontiere, ha detto all'Italia: _La tua vita è la vita, come fu definita, prima che tu fossi, da un principe di una tua estrema provincia_. Mercè lo Statuto sardo del 1848, l'Italia è un'appendice del Piemonte: ventidue milioni d'Italiani son dichiarati _clienti_ di quattro.
La Rivoluzione Nazionale non è compita: e gli uomini della Monarchia che l'hanno, fermandola a mezzo, dichiarata tale, hanno sull'anima i mali presenti e preparano, ostinandosi, ben altrimenti gravi i futuri.
Una rivoluzione fermata a mezzo è una somma di forze che, usate come mezzo di propulsione, schiuderebbero, contro qualunque ostacolo, innanzi la via, ma, concentrate e rivolte in sè stesse, determinano esplosione e rovina: è una piena d'acque che, libero il corso, purificano e fecondano; arrestate da ostacoli artificiali, ristagnano, avvelenano, isteriliscono. Velato l'intento del moto nazionale, arrestate subitamente le forze che tendevano a raggiungerlo, dileguata anche quella menzogna di _iniziativa_ che la Monarchia s'era assunta, e vietata al Paese quella che s'assumerebbe, noi abbiamo oggi in Italia un Governo senza concetto, senza missione, senza scopo, fuorchè quello di prolungare la propria esistenza e resistere agli elementi che lo minacciano:--un popolo deluso, diffidente, senza via, senza fine determinato, agitato dagli impulsi d'una vita crescente e condannato all'inerzia:--forze impedite nella loro direzione naturale, che si sfogano in moti irregolari, sconnessi, sterili:--nuclei politici senza programma possibile, costretti quindi a concentrarsi intorno a bandiere d'individui e diventare fazioni:--elementi di ricchezza e di vita economica virtualmente potenti, ma inceppati nella loro azione dalla certezza d'una crisi inevitabile, dal senso che tutto è _provvisorio_ all'intorno. In condizione siffatta, gli uomini possono mutare, le cose non possono.
L'immobilità non è vita: i popoli non furono creati per essa. Bisogna che la Rivoluzione retroceda o si compia. Retrocedere è ipotesi inammissibile: pochi in Italia lo desiderano e non oseranno tentarlo. È forza dunque inoltrare. Ed è forza per questo suscitare una _iniziativa_ ch'oggi non è.
Come? Dove? Quale è l'elemento dal quale può sperarla il Paese?
III.
Può il Paese sperare _iniziativa_ dalla Monarchia?
A questione siffatta, la Monarchia stessa risponde. La sosta fatale della quale ho parlato finora è opera sua: sua, coi fatti, la dichiarazione che la Rivoluzione è compita e che non si tratta oggimai se non di miglioramenti e riforme. La Monarchia si giovò d'un interesse straniero, che le dava alleato un esercito, per tradurre in realtà l'antico disegno d'aggregare al Piemonte la Lombardia e far del piccolo regno un Regno del Nord; s'impossessò poi, sottraendolo alla Rivoluzione, di quanto l'_iniziativa popolare_ conquistò o accennava a conquistare nel Centro e nel Sud: si rifece immobile appena quella _iniziativa_ cessò; e, giovatasi della funesta interruzione per ordinarsi e afforzarsi, impedì colle bajonette ogni recente tentativo di risuscitarla. E non poteva, in virtù della propria natura, fare altrimenti.
Può la Monarchia, che _diede_ Nizza alla Francia imperiale, ritorgliela? Può, dopo d'avere abbandonato il Trentino già invaso dalle sue truppe e dai volontarî e segnata la pace che lo esclude dai termini dell'Italia, assalir sola l'Austria e farne conquista? Può essa, isolandosi da tutte le monarchie sorelle che additano trattati e comandano pace, rivendicar coll'armi Trieste e l'Istria? Può sopratutto--dacchè non è da sperarsi che il Papa rassegni volontario la potestà temporale--rovesciare il Papato a dar Roma all'Italia? È tuttavia fra noi chi affermi cose siffatte e presuma d'essere creduto sincero?
Può l'_iniziativa_, che deve compire il moto _nazionale d'Italia_, escire dal Parlamento?
S'io non pensassi, scrivendo, che al Paese, non dovrei, credo, spender parola a rispondere. Le liste dei votanti nelle elezioni, la suprema indifferenza colla quale il Paese guarda ai procedimenti parlamentari, la disubbidienza sistematica, dove riesce possibile, alle leggi sancite da esso, attestata dalle cifre degli arretrati nel pagamento delle tasse, rispondono abbastanza per me. Il Paese non aspetta salute dal Parlamento, non ha riverenza per esso, non crede rappresentati in esso i suoi voti, le sue speranze, l'avvenire della Nazione.
Ma sono nel Parlamento, e durano ostinati a rotolarvi il sasso di Sisifo, uomini di mente e di cuore, che hanno giovato quand'erano affratellati col popolo alla Patria, che potrebbero, riaffratellandosi con esso, giovarle ancora e che, sotto il fascino di non so quale illusione, consumano tempo, nome, influenza, potenza d'ingegno, capacità di forti generosi propositi e, quel che è peggio, parte di quella virtù morale, che scende da una pura diritta ardita coscienza, in una inefficace e talora ridicola guerricciola di pigmei, seminata di equivoci, di transazioni, simulazioni e dissimulazioni, indegne d'essi e della Causa alla quale un tempo giurarono. E ad essi ricordo che i Parlamenti furono, sono e saranno sempre impotenti a varcare spontanei il cerchio di Popilio che l'Instituzione, in nome della quale esistono e agiscono, descrive intorno ad essi--che se talvolta lo varcarono, non fu mai per inspirazione propria, ma per opera d'insurrezioni consumate al di fuori e alle quali obbedirono--che tanto può in essi l'influenza della prima origine, da aver fatto sì che anche in quei pochi casi guastassero, se non rinnovati, il concetto che accettavan dal popolo.
Il Parlamento d'Italia è Parlamento monarchico. I suoi membri giurano alla monarchia e accettano lo Statuto, che falsa il carattere _nazionale_ del moto italiano. Ove anche il giuramento non avesse--e men dorrebbe--valore morale per essi, non possono dirlo, nè possono in Parlamento operare a violarlo. Il Parlamento non può avere in sè potenza maggiore d'_iniziativa_ che non ne ha la monarchia, dalla quale discende e dipende. La monarchia non può compire la nostra Rivoluzione nazionale: non lo può quindi, per conseguenza logica, il Parlamento.
E il Parlamento lo sa: però ne tace e vorrebbe che il Paese la credesse compita.
Il Parlamento che siede, incurioso, svogliato o servile, in Firenze, non è Parlamento nazionale; e lo diresti un'assemblea di provincia. La NAZIONE gli è ignota: ignoto quanto tocca l'unità, l'indipendenza, l'onore, l'avvenire, la politica _nazionale_. L'Italia può essere condannata ad abdicare, nella sua vita internazionale, l'inspirazione naturale che la sprona verso gli Slavi e verso l'Oriente, e trascinata invece in alleanze col dispotismo che la decretano impotente e le chiudono l'avvenire: il suo Governo può trascurare, come non fossero, le sorgenti principali della vita _nazionale_ interna, ordinamento del Paese a milizia, associazione operaja, incremento dell'agricoltura, miglioramento delle condizioni produttive in Sardegna e in Sicilia; il Parlamento è muto, senza pensiero che ad esso spetti occuparsi di cose siffatte.
Collo straniero in casa, colla sfida, la più insolente ch'io mi sappia dal _guai ai vinti_ di Brenno in poi, cacciata due volte da due ministri di Francia a chi dichiarava pochi anni addietro Roma capitale d'Italia, il Parlamento, che si dice italiano, tace sistematicamente di Roma: non uno dei suoi membri s'attenta di proferire quel sacro nome: non uno fra quei che avventurarono la vita al grido di _Roma o Morte_ osa--tanto è il senso d'abdicazione che spira in quell'aula data all'equivoco--gettarlo, sanguinoso rimprovero, in viso agli uomini del Governo e dir loro: _Se voi potete o volete vivere disonorati, noi non possiamo nè vogliamo; e dacchè in questo recinto non può trovarsi vie di salute, scendiamo a cercarla nel popolo_.
Le Assemblee--bisogna ripeterlo, non all'armento che vota a seconda del cenno governativo, ma ai pochi uomini ai quali io miro--operano a desumere e applicare conseguenze del principio in virtù del quale esistono, ma nè un passo più oltre, nè mai possono fondare, per virtù propria, un principio nuovo. Dove, creata già la _Nazione_ e secura l'Indipendenza, non si tratti se non d'un semplice sviluppo di libertà conquistata, e di _riforme_ amministrative o economiche, le Assemblee esistenti in nome di quella libertà giovano, e possono, come in Inghilterra, compire lentamente una importante missione. Ma dove, come tra noi, si tratti di costituir la Nazione e--dacchè il _principio_ esistente non esce dalla tradizione del Paese, è diseredato d'_iniziativa_ e non porge via per raggiungere il _fine_--di proclamarne un altro, le Assemblee raccolte in nome del primo e condannato, non giovano. Unica Assemblea che valga è quella del popolo in armi.
Nessuno di noi s'arroga diritto d'imporre ad altrui la propria opinione; ma ciascuno ha diritto di chiedere agli uomini che pretendono rappresentare il Paese e possono giovargli o nuocergli a seconda delle opere loro: _che cosa volete_? Il _fine_ dichiarato additerà il _metodo_, norma del giudizio da pronunziarsi sugli uomini. Senza dichiarazione siffatta, amici e nemici errano nel bujo e combattono senza conoscersi. L'anarchia morale, foriera dell'altra, invade il Paese.
Credete l'Instituzione attuale capace, non dirò ora di dare libertà vera, indipendenza dall'estero, educazione ed esempio di moralità, prosperità e grandezza al Paese, ma di compiere senza lungo indugio la Rivoluzione Nazionale, di darci Roma, il Trentino, Trieste, e un Patto ch'esca dal voto e dalle aspirazioni di tutto il popolo?
Se potete, colla mano sul core, affermare che lo credete, rimanete ove siete, ma agite, conquistate, trascinate, guidate: incarnate in voi il pensiero del Paese e decretate a un tempo la mossa dell'esercito, la chiamata dei volontarî e la convocazione d'una Assemblea Costituente in Roma. O diteci almeno _quando_ lo farete. Il paese non può, per quanta fiducia voi meritiate, commettere le sue sorti all'eloquenza indefinita del vostro silenzio: il Paese non può accettare il pericolo di perire nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perchè voi possiate incidere una inscrizione splendida d'Unità meditata e di Patto postumo sulla sua tomba.
Ma se non credete l'Instituzione capace di tanto, allora, al nome di Dio, ponete giù la medaglia e la profanazione dell'anima: lasciate quei banchi contaminati d'equivoci e d'ipocrisia, e scendete a rinverginarvi nel popolo, dicendogli: _là non si compiono i tuoi fati: là Nazione vive in te, che aneli al Vero e hai potenza: levati e capi e soldati, siam tuoi_. Distruggerete una illusione, che la vostra presenza in quell'aula alimenta tuttavia in alcuni, e uno scetticismo sugli uomini, che cresce fatale nei più.
Darete al Paese un insegnamento morale, da voi finora a torto dimenticato. Educherete i giovani, col senso dell'umana dignità, al culto della coscienza; e sottraendovi alla parte di minatori segreti per quella, più degna di voi, di leali guerrieri all'aperto, contribuirete a liberare l'Italia dal pericolo d'un gesuitismo politico che, cospirando in Francia col grido di _viva il re_ alla caduta della monarchia, sommò a tornare in nulla due Rivoluzioni e agevolare la via al secondo Impero.
IV.
Intanto, sciolta com'è _per noi_ la questione, l'Italia, pel compimento della propria Rivoluzione, che sola può rendere possibile una condizione normale di cose, non può aspettarsi _iniziativa_ dalla monarchia e nol può dal Parlamento monarchico. Nol può che dal popolo. Bisogna ch'essa tragga dalle proprie viscere la forza che manca altrove.
Come può giungervi? E quali norme devono in questo supremo sforzo guidarla?
V.
Dissi che l'iniziativa del moto, dal quale deve compiersi la Rivoluzione Nazionale, spetta al Paese.
E il Paese è maturo per essa.
Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata, nelle classi operaje delle città, nella popolazione agricola, nella parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietarî, negli uomini di commercio, nel popolo dell'esercito, nel clero cattolico. I giovani, da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, o guasti da non so quale pedantesco dottrinarismo di seconda mano, sentono nell'anima un alito dell'orgoglio italiano e intendono che la loro patria non sorge come dovrebbe. Gli operaî delle città--due o tre eccettuate, nelle quali l'arti governative e gli ajuti d'alcuni ricchi hanno sviato per poco le associazioni dal segno--amano il Paese d'affetto tanto puro e devoto, da confortare di speranza l'anima più solcata di delusioni e dolori che sia. Il macinato ha suscitato il malcontento degli agricoltori; le tasse, gravissime, crescenti, molteplici e un pessimo irritante metodo di percezione, lo alimentano nei piccoli proprietarî. La democrazia dell'esercito, lasciando anche da banda il pessimo trattamento e i soprusi dei capi, sente profonda--ed è sua lode--la vergogna che da Novara a Villafranca, da Villafranca a Custoza pesa sulla bandiera. Gli onesti fra i magistrati si ribellano agli arbitrî governativi e alla corruzione sfrontatamente invaditrice dell'alta sfera. Gli uomini di commercio aborrono dall'incertezza del dì dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni: essi intendono che, fino al giorno in cui il _fine_ nazionale raggiunto darà sicurezza di condizioni normali, la crisi sarà perenne. E il clero, in parte retrogrado, è a ogni modo, nei migliori, avverso a un sistema rappresentato da una gente che non ha religione e l'affetta. Un senso crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei consigli di chi regge. Il tentativo di un'ora in Piacenza ha suscitato a misure rivelatrici di profonda paura il Governo e a moti imprudenti, isolati, non preparati--getti vulcanici che indicano la condizione latente del terreno--cinque o sei località dello Stato. Non v'è uomo in Italia che, temendo o invocando, non presenta vicino, inevitabile, un mutamento di cose. E l'indifferenza stessa, colpa apparente nei cittadini, all'esercizio dei loro diritti e alle frequenti violazioni di quel tanto di libertà che le leggi concedono, accenna al muto convincimento che ben altro si appresta.
Son questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande rivoluzione, la prenunziarono.
Perchè nondimeno il Paese dura inerte e incapace tuttora d'_iniziativa_?
Il Paese non ha coscienza delle proprie forze.
Il Paese vorrebbe cancellato il presente, ma sospetta, per preconcetti errori, dell'avvenire.
Quest'ultimo ostacolo esige un'opera di apostolato: il primo non si vince che coll'azione.
Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati dal prestigio d'un capo militare che _comandi_ ad essi di vincere, i nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione _seguendo_, mancano tuttavia dell'istinto che addita il _momento_ e del coraggio che _inizia_. Capo ai Romani era Roma: Roma che _doveva_ essere capo del mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i dittatori erano rappresentanza a tempo della _Città_ che aveva detto ad essi: _guidate e vincete_; ma la loro potenza, la potenza invincibile dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza _collettiva_ superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni: _perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in te_ s'era fatta _realtà_ nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma; Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di grandezza iniziata da Dio e che _deve_, attraverso ogni ostacolo, continuare nella vittoria--questa fede, un raggio della quale fu dato, sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza _collettiva_ ch'è in essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una _idea_ grande e vera, rappresentata in azione da un'ardita _iniziativa_--spente in Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro dell'_io_--non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui s'era incarnato un _momento_ di quella coscienza e di quella fiducia, videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi, s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono _pratici_, e nei quali non entra il _pensiero_, davanti a poche centinaja di birri o a poche migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel _pensiero_ ch'essi, perchè sfugge ai _sensi_, trascurano. Altri--arrossisco _scrivendolo_--guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora, alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora di salute. Guardava la Francia del 1792--quando, come voi, non aveva che venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed esterni--all'Italia?
Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: _voi non l'avrete_, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli uomini che hanno in Italia il _potere_ non hanno più anima per sentire questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel _potere_, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile impotente menzogna.
L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne' suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'_iniziativa_ Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse _nazionalità_ che lo compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato, aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo, da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico, purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi, Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò che vuole.
E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una moltitudine inerme, gridava: _alla Bastiglia!_--i 250 insorti olandesi, quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di Brilla--erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e nondimeno _iniziarono_ l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.