Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 31
Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me. Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere, ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono, ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo--e questo lo confessano gli stessi avversi--alla Causa del suo avvenire. Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione francese, e finì per affocarla nel sangue.
Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.
Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di forma d'instituzioni politiche?
No: e mi smentisca co' fatti chi può. Prima della pace di Villafranca, parecchî tra noi protestarono contro il commettersi de' nostri fati alle armi straniere e ad armi dispotiche: sapevamo d'antico che nessuna Unità Nazionale s'era fondata a quel modo, e la subita pace, e lo smembramento di Nizza e Savoja vennero poi a giustificare l'antiveggenza. Dopo la pace di Villafranca, appena l'emancipazione Italiana rimase opera di menti e braccia Italiane, anche quei che non avevano fatto se non astenersi, senza badare alla bandiera che padroneggiava il moto, s'affrettarono a unirsi. Il programma _monarchico_ di Garibaldi fu il loro. Le file di Garibaldi son piene di repubblicani. Essi pugnano, vincono, muojono lietamente sotto di lui. Nè prima nè dopo l'infausta pace escì dalle loro labbra altro grido che quello dell'Unità; di quella Unità alla quale i loro tentativi, i loro scritti, le loro associazioni, i loro martiri, avevano educato l'Italia. Ovunque fu pericolo onorato da corrersi per promoverla, là furono. La sola sfera nella quale i loro nomi non si trovano più che rari è quella degli impieghi lucrosi. Sdegnati, calunniati, respinsero le calunnie senza una parola che riconducesse l'antica questione sul campo. Perseguitati, oggi sorrisero, e il dì dopo giovarono, come fu loro dato, alla causa della Patria e dell'Unità. I più tra loro promossero, stimandola giovevole, l'annessione combattuta delle provincie del Centro. Taluni si tennero, in Toscana segnatamente, a contatto col Governo per rassicurarlo e appoggiarne più validamente le mosse, quando tendessero all'Unità. Io che scrivo dichiarai sull'onore e pubblicamente che se mai nuovi smembramenti di terra Italiana, o il rifiuto deliberato dell'Unità da parte dei reggitori ci riducesse, disperati da altre vie, alla nostra vecchia bandiera, noi lo annunzieremmo anzi tratto con la stampa agli avversi.
Può un Partito dar pegni più solenni di questi? Può spingersi più oltre, per amore della concordia, l'abnegazione? Può la riverenza alla sovranità dell'opinione Nazionale esigere altro da noi?
Il Popolo d'Italia, lasciato alle proprie aspirazioni, non traviato da calunnie, risponderebbe: _non può_. I raggiratori che strisciano intorno alla piramide del potere vorrebbero di più. Diseredati di fede e veneratori materialisti dell'_opportunità_ e della forza, essi vorrebbero rapirci la nostra. Non basta ad essi che da noi si chini riverente il capo alla sovranità dell'opinione dei più; vorrebbero che, dichiarando di avere errato nel passato, noi ci dicessimo credenti nella fede monarchica. Vorrebbero che non fossimo _accettatori_, ma _propugnatori_ della dottrina che in oggi domina. Non lo vogliamo, nè lo possiamo. La nostra è fede; possiamo tacerla per un tempo, rinunziare ad ogni tentativo d'attuarla; non rinnegarla e dirla falsa per l'avvenire.
Nè ribelli, nè apostati; in queste parole si compendia la nostra condizione dell'oggi. Non possiamo andare d'una linea più in là. Essere _cittadini_ non significa per noi cessare d'esser uomini.
Cittadini onesti e leali accettiamo, purchè guidi all'Unità della Patria, la monarchia dal consenso dei più: non tentiamo di sostituire alla sua bandiera la bandiera repubblicana. Che volete di più? Abolire la coscienza? Siate allora inquisitori e tiranni: non vi fregiate del santo nome di libertà.
La libertà esige la coscienza della libertà. Volete servi, non liberi alleati all'impresa? Raccoglierete una menzogna di libertà e nuova servitù poco dopo. Preferireste averci cortigiani, ipocriti e gesuitanti, all'averci cooperatori leali e salvo il pudore dell'anima, salva la dignità d'uomini in noi? Qual pegno avreste del nostro non tradirvi domani?
Movendo all'emancipazione delle Marche e dell'Umbria--emancipazione che voi dichiaravate inopportuna e pericolosa cinque giorni prima di compierla colle armi vostre--noi inalzavano la bandiera dei tre colori d'Italia, senza lo stemma Sabaudo. Con qual diritto avremmo noi, pochi iniziatori e semplici cittadini, detto alle popolazioni alle quali imprendevamo di portar libertà: _noi vi ajutiamo a patto di padroneggiarvi_? Non dovevamo aspettare che la volontà dei nostri fratelli, come altrove, si dichiarasse?
Non rimase la bandiera pura d'ogni stemma in Toscana, prima che il voto popolare dell'annessione si rivelasse? Inalzarono altra bandiera che l'Italiana gl'insorti della Sicilia, quando per sei settimane Rosalino Pilo e i compagni di lui tennero vivo, aspettando Garibaldi, il combattimento? Perchè voler noi, noi soli repubblicani, usurpatori della Sovranità del Popolo? Non bastava a voi la promessa che il nostro grido repubblicano avrebbe taciuto? che avremmo accettato il vostro vessillo dal primo libero Municipio che l'avrebbe--e non v'era dubbio--inalzato? Perchè pretendere che ci mostriamo in sembianza d'iniziatori monarchici? Perchè l'Italia impari a rigenerarsi convincendosi che non v'è partito entro i suoi confini capace di non vendere o calpestare la propria fede, e nondimeno capace di sacrificarne la realizzazione immediata all'opinione dei concittadini e all'Unità della Patria?
Scorrete le file dell'esercito di Garibaldi. Là, tra quei forti che numerano i giorni con le battaglie, voi trovate il repubblicano a fianco dell'uomo della monarchia. Nessuno diffida del compagno, nessuno sospetta ch'egli covi un pensiero d'insidia nell'anima. Perchè non è lo stesso nei ranghi della vita civile? Perchè non potremo parlare di Patria e Unità, senza che voi diciate: _intendono parlare di Repubblica_?
Nè apostati, nè ribelli. Noi, serbando fede al nostro ideale, ci serberemo il diritto di non apporre il nome nostro in calce d'inni monarchici; di non dire oggi ai nostri concittadini: _vogliamo che siate Regî e non altro_; di esprimere pacificamente, conquistata l'Unità della Patria, davanti al Paese le nostre credenze; d'astenerci dagli ufficî che altri si contenderanno; di ripigliare taluni fra noi la via dell'esilio. Oggi chiediamo di essere ammessi, senza calunnie, senza sospetti villani, senza interpretazioni maligne date ad ogni nostra parola, senza testimonianze d'ingratitudine--che a noi, securi nella coscienza, importano poco, ma che disonorano la Patria nostra--a lavorare noi pure per l'Unità, a combattere qualunque straniero o italiano la avversi, lasciando al Popolo ogni decisione sulla forma che deve incarnarla.
Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.
Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario: continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi hanno rovesciato.
Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de' Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente, dichiarandocene immeritevoli.
Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese, eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le conquistano a libertà.
Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita, ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia, e cancella per un tempo l'idea dominatrice.
Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità senza esame è abitudine d'idioti.
DICHIARAZIONE
Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome di _Pace di Villafranca_, il Popolo d'Italia sottentrò--colle manifestazioni, colle assemblee, coi plebisciti--iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento, dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa alla volontà del Paese, e dicemmo: _tenteremo lealmente per la seconda volta l'esperimento_. Colla mano sul core noi possiamo affermare che attenemmo la nostra promessa.
L'attenemmo, fra le amarezze d'una guerra continua di diffidenze, di sospetti sleali, di basse e ingrate calunnie, respinti da ogni consiglio, posposti agli uomini di parte retrograda, condannati come nemici, all'isolamento nello Stato; guardati come strumenti da utilizzarsi per vincere, da rompersi poi. L'attenemmo di fronte a gravi colpe; di fronte a una politica pertinacemente servile allo straniero, di fronte al turpe mercato della Savoja e di Nizza. L'attenemmo, spronando al voto unificatore le popolazioni del Centro, preparando e rendendo necessaria l'emancipazione delle Provincie romane, iniziando l'insurrezione della Sicilia, sommovendo le terre meridionali, e ajutando efficacemente il trionfo del plebiscito, che aggiunse dieci milioni d'uomini alla monarchia.
Era il Dovere Nazionale; e a questo, a questo solo, sacrificammo ogni cosa: aspirazioni, ideale, tradizioni del nostro passato, concetti ben altrimenti vasti e gloriosi che non quei della monarchia reggitrice.
_Fare l'Italia_; a questo avremmo sacrificato la fama e l'onore. Amavamo, amiamo la Patria, la Patria Una, fino al suicidio. Gli uomini che avevano per trent'anni lavorato in nome di una bandiera repubblicana diedero lietamente all'Europa, in nome d'Italia, lo spettacolo, nuovo nella storia delle parti politiche, d'uomini che combattono a pro di una bandiera avversa ad essi e persecutrice.
Per quella via seminata di dolori e di sacrifici, non ci serbammo che un solo diritto: combattere: agire a danno dell'invasore straniero: agire senza interruzione, perchè l'Unità Nazionale si compia; perchè la Patria, costituita e forte, esca rapidamente dai pericoli di una condizione provvisoria e mal secura, che minaccia le conquiste operate; perchè si cancelli dalla fronte di ventidue milioni di Italiani la vergogna della servitù di Venezia e di Roma, la vergogna di essere forti e non attentarsi di rivendicarle.
Era un solo diritto, ma su quello posava il patto.
Per quello noi riducemmo fin d'allora tutto il nostro pensiero alla breve formula: fare l'Italia Una _con la_ monarchia, _senza_ la monarchia, _contro_ la monarchia, se essa si ribellasse a quel fine.
Per quello, io, presago nell'animo, dichiarai che, mentre il Governo non avrebbe, operando a quel fine, cosa alcuna da temere da parte nostra, noi ci terremmo liberi, ove esso lo abbandonasse, di seguire le inspirazioni, quali si fossero, della coscienza, avvertendone prima lealmente il Governo stesso.
E sciolgo oggi, per ciò che riguarda individualmente me, la promessa.
Quel diritto ci è tolto. Il Governo non opera a emancipare le terre schiave e compire l'Unità Nazionale: vieta a noi, con energia di nemico, il tentarlo. Ogni ragione del patto cessa dunque d'esistere. E credo debito mio dichiararlo.
Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.
Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma, l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati, e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi: _Vi credevamo alleato, e nol siete_.
Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale, tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta repressione governativa--tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e liberare i loro fratelli--tra le aspirazioni della parte migliore del Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia--tra il concetto emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando imprigionare Garibaldi, lo oltraggia--corre debito, parmi, a ogni uomo che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.
Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per me di _repubblica_ o _monarchia_; si tratta d'azione o d'inerzia, di Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.
Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in due parole: _Venezia_ e _Roma_: il braccio d'Italia, il core d'Italia. Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi, esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini in attraversarci la via.
Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere, vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete; cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o Farini.
Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza la nostra frontiera dell'Alpi.
Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi nuove che ci bisognano, e non un vecchio Statuto _Piemontese_, ma un Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione internazionale d'Italia.
Vogliamo _sollecitamente_ Roma e Venezia, perchè l'interrompimento del nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo, minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone, avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e rimorso, noi non lo siamo.
Sperammo che il Governo avrebbe compito il debito suo e che noi avremmo potuto seguirlo e ajutarlo.
E gli dicemmo:
Armate il Paese. Serbate com'è l'esercito a insegnamento, esempio e nervo di guerra. Abolite, pel futuro, la coscrizione, e ordinate la Nazione all'armi, giusta il metodo Svizzero. Avrete l'affetto del Popolo, che non ama esser svelto, senza necessità, da' suoi, e avrete presto, occorrendo, un milione di combattenti.
Affratellate al moto Nazionale il Popolo, allargando il suffragio, facendolo partecipe dell'armi cittadine, dei diritti politici, della vita d'Italia.
Dichiarate che in Roma i delegati di tutto il Paese saranno chiamati a definire, con un Patto Nazionale, le nuove aspirazioni italiane. Fate che l'agitazione per Roma assuma aspetto Europeo. Indirizzate ai Governi e ai Popoli un Manifesto, che chieda loro d'adoperarsi perchè il principio del non intervento sia, non menzogna, ma _realtà_. Chiedete a Garibaldi di recarsi, con tutti i poteri necessarî, nel Mezzogiorno, commettendogli di spegnervi il brigantaggio, e di risuscitare l'entusiasmo popolare, rendendo alla frontiera del Mincio i sessanta mila soldati ch'oggi proteggono quelle provincie.
Fondate concordia, non di _parole_, ma di _fatti_; giovandovi di quanti uomini hanno patito e combattuto per l'Unità dell'Italia, incoraggiando nelle Associazioni la pubblica normale espressione della volontà popolare, chiamando voi stessi a battere più concitati il polso, il core, ogni arteria della Nazione.
E allora, intimate guerra all'Austria sul Veneto. Là sta la salute d'Italia, l'iniziativa d'Italia. Là sta la guerra--battesimo pel Paese e per voi, che non combatteste fin ora, se non a fianco e sotto gli ordini dello straniero.
Queste cose furono dette, ripetute pubblicamente, privatamente, a ogni mutamento di Ministero, da Garibaldi, da me, da quanti amano di vero e vivo amore l'Italia.
Minacciava una sola di quelle proposte la monarchia? Circondata dall'entusiasmo e dalla fiducia del Popolo, padrona per iniziativa propria del solo campo sul quale noi possiamo esser potenti, la monarchia assicurava, accettandole, la propria vita per mezzo secolo.
Il Governo sprezzò i leali consigli. Mantenne il Popolo nella condizione d'elemento sospetto, esiliandolo, dopo il plebiscito, dall'arena politica: volle una Italia senza Patto Nazionale Italiano: mendicò per Roma l'elemosina di concessioni, funeste e disonorevoli, dall'occupatore, ed ebbe rifiuto: non osò levare una voce di generosa protesta davanti all'Europa: negò Garibaldi alle unanimi domande del Mezzogiorno: versò sino all'ultima stilla il calice delle amarezze sui Volontarî e sugli Esuli di Venezia: avversò le manifestazioni popolari per Roma: diede ostracismo nella pubblica vita a quanti non giurano nell'inerzia e nell'alleanza imperiale: dichiarò non doversi avere Roma senza il consenso di Luigi Napoleone: Venezia senza il permesso dei Gabinetti d'Europa: negò Rivoluzione e Nazione; e--coll'esempio di quattordici eserciti levati in un solo anno dalla Francia repubblicana, coll'esempio dei 650 000 uomini levati in pochi mesi da venti milioni di repubblicani d'America--non seppe in quasi tre anni raccogliere se non 250 000 soldati; ed oggi, audace soltanto contro i patrioti italiani, aizza l'esercito contro il popolo, imprigiona gli uomini che liberarono il Mezzogiorno, perchè tentano liberare le terre Venete; perseguita le Associazioni, e ammaestra Garibaldi che suo posto è la solitudine di Caprera.
Spetta al Paese di compiere il Dovere Nazionale che il Governo diserta. E gli uomini del Partito d'azione non falliranno di certo al debito loro.
Voi avete, dicono, un Governo regolare; rispettatelo: non v'assumete un diritto d'azione che impianterebbe un dualismo funesto.
Noi non abbiamo Governo _nostro_ in Roma e Venezia, ma oppressi e stranieri oppressori. I nostri non scendevano l'Alpi per sommovere Torino o Firenze: tentavano salirle per sommovere Trento e Venezia: tendevano a continuare l'emancipazione della Nazione, a continuarla a pro vostro: cercavano un'altra Marsala. Non impiantavano un dualismo: movevano a distruggere quello che pur troppo esiste sulla terra Italiana. Vittoriosi, essi v'avrebbero posto ai piedi il frutto della vittoria: disfatti, voi li avreste sconfessati e perseguitati.