Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 3

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Dai primi esciva una voce che ci diceva: «La nostra prima questione è l'indipendenza, la prima nostra contesa è coll'Austria, potenza gigantesca per elementi proprî e leghe coi governi d'Europa; or voi non avete eserciti o li avete, se minacciate i vostri principi, nemici a voi. Il popolo nostro è corrotto, ignorante, disavvezzo dall'armi, indifferente, svogliato; e con un popolo siffatto non si fa guerra di nazione nè repubblica fondata sulla virtù. Bisogna prima educarlo a forti fatti e a morale di cittadini. Il progresso è lento e va a gradi. Prima l'indipendenza, poi la libertà educatrice, costituzionale monarchica, poi la repubblica. Le faccende dei popoli si governano a opportunità; e chi vuol tutto ha nulla. Non v'ostinate a ricopiare il passato e un passato di Francia. L'Italia deve aver moto proprio e proprie norme a quel moto. I principi vostri non vi sono avversi se non perchè li avete assaliti. Affratellatevi con essi; spronateli a collegarsi in leghe commerciali, doganali, industriali; poi verranno le militari, e avrete eserciti pronti e fedeli. E i governi esteri comincieranno a conoscervi e l'Austria imparerà a temervi. Forse conquisteremo pacificamente, e con sagrificî pecuniarî, l'indipendenza; dove no, i nostri principi, riconciliati con noi, ce la daranno coll'armi. Allora penseremo alla libertà.»

I secondi--gl'illusi buoni--inneggiavano a Pio IX, anima d'onesto curato e di pessimo principe, chiamandolo rigeneratore d'Italia, d'Europa e del mondo: predicavano concordia, oblio del passato, fratellanza universale tra principi e popoli, tra il lupo e l'agnello: inalzavano commossi un cantico d'amore sopra una terra venduta, tradita da principi e papi per cinque secoli e che beveva ancora sangue di martiri trucidati pochi dì prima.

Gli ultimi--i faccendieri--correvano, s'agitavano, si frammettevano, commentavano il testo, ronzavano strane nuove d'intenzioni regie, di promesse, d'accordi coll'estero, ripetevano parole non dette, spacciavan medaglie: al popolo spargevano cose pazze dei principi: a noi tendevano con mistero la mano, susurrando: _Lasciate fare; ogni cosa a suo tempo; or bisogna giovarci degli uomini che tengono cannoni ed eserciti, poi, li rovescieremo_. Io non ne ricordo un solo che non m'abbia detto o scritto: _Io sono, in teoria, repubblicano come voi siete_; e che intanto non calunniasse come meglio poteva la parte nostra e le nostre intenzioni.

Noi eravamo repubblicani per antica fede fondata su ciò che abbiam detto più volte e che ridiremo; ma innanzi tutto, per ciò che tocca l'Italia, perchè eravamo unitarî, perchè volevamo che la patria nostra fosse nazione. La fede ci faceva pazienti: il trionfo del principio nel quale eravamo e siamo credenti è sì certo, che l'affrettarsi non monta. Per decreto di provvidenza, splendidissimo nella progressione storica dell'umanità, l'Europa corre a democrazia: la forma logica della democrazia è la repubblica: la repubblica è dunque nei fati dell'avvenire. Ma la questione dell'indipendenza e della unificazione nazionale voleva decisione immediata e pratica. Or come raggiungerla? I principi non volevano: il papa nè voleva, nè poteva. Rimaneva il popolo. E noi gridavamo come i nostri padri: _popolo! popolo!_ e accettavamo tutte le conseguenze e le forme logiche del principio contenuto in quel grido.

Non è vero che il progresso si _manifesti_ per gradi; s'_opera_ a gradi; e in Italia il pensiero nazionale s'è elaborato nel silenzio di tre secoli di servaggio comune e per quasi trent'anni d'apostolato assiduo coronato sovente dal martirio dei migliori fra noi. Preparato per lavoro latente il terreno, un _principio_ si rivela generalmente coll'insurrezione, in un moto collettivo, spontaneo, anormale di moltitudini, in una subitanea trasformazione dell'_autorità_: conquistato il principio, la serie delle sue deduzioni ed applicazioni si svolve con moto normale, lento, progressivo, continuo. Non è vero che libertà e indipendenza possano disgiungersi o rivendicarsi ad una ad una: l'indipendenza, che non è se non la libertà conquistata sullo straniero, esige, a non riescire menzogna, l'opera collettiva d'uomini che abbiano coscienza della propria dignità, potenza di sagrificio e virtù d'entusiasmo che non appartengono se non a liberi cittadini; e nelle rare contese d'indipendenza sostenute senza intervento apparente di questione politica, i popoli desumevano la loro forza dalla unità nazionale già conquistata. Non è vero che le virtù più severe repubblicane si richiedano a fondare repubblica; idea siffatta non è se non vecchio errore che ha falsato in quasi tutte le menti la teorica governativa; le istituzioni politiche devono rappresentare l'elemento _educatore_ dello Stato, e perciò appunto si fondano le repubbliche onde germoglino e s'educhino nel petto dei cittadini le virtù repubblicane che l'educazione monarchica non può dare. Non è vero che a ricuperare l'indipendenza basti una forza cieca di cannoni e d'eserciti: alle battaglie della libertà nazionale si richiedono forze materiali e una idea che presieda all'ordinamento loro e ne diriga le mosse; la bandiera che s'inalza di mezzo ad esse dev'essere il simbolo di quell'idea; e quella bandiera--i fatti lo hanno innegabilmente provato--vale metà del successo. E del resto, il collegamento franco, ardito, durevole, nella guerra d'indipendenza tra sei principi, alcuni di razza austriaca, quasi tutti di razza straniera, tutti gelosi e diffidenti l'uno dell'altro e tremanti, per misfatti commessi e coscienza del crescente moto europeo, del popolo e senz'altro rifugio contr'esso che l'Austria, è ben altra utopia che la nostra. Voi dunque non potete sperare di fondar nazione se non con un _uomo_ o con un _principio_: avete l'uomo? avete fra i vostri principi il Napoleone della libertà, l'eroe che sappia pensare e operare, amare sovra ogni altro e combattere, l'erede del pensiero di Dante, il precursore del pensiero del popolo? Fate ch'ei sorga e si sveli; e dove no, lasciateci evocare il principio e non trascinate l'Italia dietro a illusioni pregne di lagrime e sangue.

Noi dicevamo queste cose--non pubblicamente, ma nei colloqui privati e nelle corrispondenze--a uomini fidatissimi di quei primi. Ai secondi, agli amici che ci abbandonavano, guardavamo mestamente pensando: _Voi ci tornerete, consumata la prova; ma Dio non voglia che riesca tale da sfrondarvi l'anima e la fede nei destini italiani!_ Dagli ultimi, dai faccendieri--ci ritraevamo per non insozzarci. Amici o nemici, eravamo e volevamo serbarci nobilmente leali. Le nazioni--noi lo dicemmo più volte--non si rigenerano colla menzogna.

A quell'ultima nostra interrogazione, i _moderati_ rispondevano additandoci Carlo Alberto.

Io non parlo del _re_: checchè tentino gli adulatori e i politici ipocriti i quali fanno oggi dell'entusiasmo postumo per Carlo Alberto un'arme d'opposizione al successo re regnante--checchè or senta il popolo santamente illuso che simboleggia in quel nome il pensiero della guerra per l'indipendenza--il giudizio dei posteri peserà severo sulla memoria dell'uomo del 1821, del 1833 e della capitolazione di Milano. Ma la natura, la tempra dell'individuo era tale da escludere ogni speranza d'impresa unificatrice italiana. Mancavano a Carlo Alberto il genio, l'amore, la fede. Del primo, ch'è una intera vita logicamente, risolutamente, fecondamente devota a una grande idea, la carriera di Carlo Alberto non offre vestigio: il secondo gli era conteso dalla continua diffidenza, educata anche dai ricordi d'un tristo passato, degli uomini e delle cose; gli vietava l'ultima l'indole sua incerta, tentennante, oscillante perennemente tra il bene e il male, tra il fare e il non fare, tra l'osare e il ritrarsi. Un pensiero, non di virtù, ma d'ambizione italiana, pur di quell'ambizione che può fruttare ai popoli, gli aveva, balenando, solcato l'anima nella sua giovinezza; ed ei s'era ritratto atterrito, e la memoria di quel lampo degli anni primi gli si riaffacciava a ora a ora, lo tormentava insistente, più come richiamo d'antica ferita che come elemento e incitamento di vita. Tra il rischio di perdere, non riuscendo, la corona della piccola monarchia e la paura della libertà che il popolo, dopo aver combattuto per lui, avrebbe voluto rivendicarsi, ei procedeva con quel fantasma sugli occhi quasi barcollando, senza energia per affrontare quei pericoli, senza potere o voler intendere che ad essere re d'Italia era mestieri dimenticare prima d'essere il re di Piemonte. Despota per istinti radicatissimi, liberale per amor proprio e per presentimento dell'avvenire, egli alternava fra le influenze gesuitiche e quelle degli uomini del progresso. Uno squilibrio fatale tra il pensiero e l'azione, tra il concetto e le facoltà di eseguirlo, trapelava in tutti i suoi atti. I più, tra quei che lavoravano a prefiggerlo duce all'impresa, lo confessavano tale. Taluni fra i suoi famigliari susurravano che egli era minacciato d'insania. Era l'Amleto della monarchia.

Con uomo siffatto, non poteva di certo compirsi l'impresa italiana.

Metternich, ingegno non potente ma logico, aveva giudicato da lungo lui e gli altri: però, nel dispaccio citato, ei diceva: _La monarchia italiana non entra nei disegni dei faziosi.... una ragione pratica deve stornarli dall'idea d'una Italia monarchica; il re possibile di questa monarchia non esiste al di là nè al di qua delle Alpi. Essi camminano verso la repubblica..._--

I _moderati_, ingegni nè potenti nè logici, intendevano essi pure che, s'anche avesse voluto, Carlo Alberto non avrebbe potuto e non era da tanto, ma transigevano coll'intento, e all'ITALIA invocata sostituivano il concettino d'una _Italia del nord_. Era fra tutti concetti il pessimo che mente umana potesse ideare.

Il regno dell'Italia settentrionale sotto il re di Piemonte avrebbe potuto essere un semplice _fatto_ creato dalla vittoria, accettato dalla riconoscenza, subìto dagli altri principi per impossibilità di distruggerlo; ma gittato in via di programma anteriore ai primordî del fatto, era il pomo della discordia, là dove la più alta concordia era necessaria. Era un guanto di sfida cacciato, colla negazione dell'unità, agli unitarî--un sopruso, sostituendo alla volontà nazionale la volontà della parte monarchica, ai repubblicani--una ferita alla Lombardia che volea confondersi nell'Italia, non sagrificare la propria individualità a un'altra provincia italiana--una minaccia all'aristocrazia torinese che paventava il contatto assorbente della democrazia milanese--un ingrandimento sospetto alla Francia perchè dato a una potenza monarchica avversa da lunghi anni alle tendenze e ai moti francesi--un pretesto somministrato ai principi d'Italia per distaccarsi dalla crociata verso la quale i popoli li spingevano--una semenza di gelosia messa nel core del papa--un aggelamento d'entusiasmo in tutti coloro che volevano bensì porre l'opera, e occorrendo, la vita in una impresa nazionale, ma non in una speculazione d'egoismo dinastico. Creava una serie di nuovi ostacoli, non ne rimoveva alcuno. Creava inoltre una serie di necessità logiche che avrebbero signoreggiato la guerra. E la signoreggiarono e la spensero nel danno e nella vergogna.

Pur nondimeno, era tanta la sete di guerra all'Austria, che il malaugurato programma, predicato in tutte guise lecito e illecite, fu accolto senza esame dai più. Tutti speravano nella iniziativa regia. Tutti spronavano Carlo Alberto e gli gridavano: _fate a ogni patto_.

Carlo Alberto non avrebbe mai fatto, se l'insurrezione del popolo milanese non veniva a porlo nel bivio di perdere la corona, di vedersi una repubblica allato, o combattere.

Il libro di Carlo Cattaneo[50], uomo che onora la parte nostra, mi libera dall'obbligo d'additare le immediate ragioni della gloriosissima insurrezione lombarda, estranea in tutto alle mene e alle fallite promesse dei _moderati_ che s'agitavano fra Torino e Milano. È libro che per estrema importanza di fatti e considerazioni vuole esser letto da tutti, che nessuno ha confutato e che nessuno confuterà. Ma in quel libro, l'opinione or ora espressa è accennata, per mancanza di documenti, soltanto di volo. «Pare certo che in un manifesto a tutte le corti d'Europa il re attestasse che, invadendo il Lombardo-Veneto, egli intendeva solo d'impedire che vi sorgesse una repubblica» (p. 96). Ed ora i documenti governativi[51] esibiti dal ministero al parlamento inglese intorno agli affari d'Italia pongono il fatto oltre ogni dubbio e rivelano come, ad onta di tutta la garrulità _moderata_, il governo piemontese mirasse, prima dell'impresa e poi, alla questione politica ben più che alla italiana. La guerra contro l'Austria era in sostanza e sempre sarà, se diretta da capi monarchici, guerra contro l'italiana democrazia.

L'insurrezione di Milano e Venezia sorse, invocata da tutti i buoni d'Italia, dal fremito d'un popolo irritato d'una servitù imposta per trentaquattro anni al Lombardo-Veneto da un governo straniero aborrito e sprezzato. Fu, quanto al tempo, determinata dalle provocazioni feroci degli Austriaci che desideravano spegnere una sommossa nel sangue e non credevano in una rivoluzione. Fu agevolata dall'apostolato e dall'influenza, meritamente conquistata fra il popolo, d'un nucleo di giovani appartenenti quasi tutti alla classe media e tutti repubblicani, da uno infuori, che allora nondimeno si dicea tale. Fu decisa--e questo è vanto solenne, non abbastanza avvertito, della gioventù lombarda--quando era già pubblicata in Milano la abolizione della censura con altre concessioni: il Lombardo-Veneto voleva, non miglioramenti, ma indipendenza. Cominciò non preveduta, non voluta dagli uomini del municipio o altri che maneggiavano con Carlo Alberto: la gioventù si battea da tre giorni; quando essi disperavano della vittoria, deploravano si fossero abbandonate le vie legali, parlavano a stampa dell'_improvvisa assenza dell'autorità politica_, proponevano armistizî di quindici giorni. Seguì, sostenuta dal valore d'uomini, popolani i più, che combattevano al grido di _Viva la repubblica!_[52] e diretta da quattro uomini raccolti a consiglio di guerra e di parte repubblicana. Trionfò sola, costando al nemico quattro mila morti fra i quali 395 cannonieri. Son fatti questi incontrovertibili e conquistati oggimai alla storia.

La battaglia del popolo cominciò il 18 marzo.

Il governo piemontese era inquietissimo per le nuove venute di Francia e per l'inusitato fermento che si manifestava crescente ogni giorno nel popolo dello Stato. Del terrore nato per le cose francesi parlano due dispacci, il primo spedito il 2 marzo a lord Palmerston da Abercromby in Torino (p. 122), il secondo firmato de Saint-Marsan, parimenti il 2 marzo, e comunicato a lord Palmerston dal conte Revel l'11 (p. 142). Il fermento interno imponeva al re, il 4 marzo, la pubblicazione delle basi dello Statuto e si sfogava in Genova, il 7, con una sommossa, nella quale il popolo minacciava voler seguire l'esempio di Francia.

La nuova dell'insurrezione lombarda si diffuse il 19 in Torino. L'entusiasmo fu indescrivibile. Il consiglio dei ministri raccolto ordinò si formasse un corpo d'osservazione sulla frontiera, centri Novara, Mortara, Voghera. Le voci corse erano di moto apertamente repubblicano, e un dispaccio del 20 spedito da Abercromby a lord Palmerston da Torino (p. 174-75), accenna a siffatte voci siccome ad una delle cagioni che determinavano le decisioni ministeriali. Intanto, si spediva ordine che si vietasse il passo ai volontarî che da Genova e dal Piemonte s'affrettavano a Milano; e fu vietato. Ottanta armati _lombardi_ furono disarmati sul lago Maggiore[53].

Il 20, le nuove in Torino correvano incerte e lievemente sfavorevoli all'insurrezione. Le porte, dicevasi, erano tenute tuttavia dagli Austriaci, e il popolo andava perdendo terreno per difetto d'armi e di munizioni. Durava il fermento in Torino. Un assembramento di popolo chiedeva armi al ministero dell'interno ed era respinto. Il conte Arese, giunto da Milano a chieder soccorsi all'insurrezione, non riesciva a vedere il re; era freddamente accolto dai ministri, e ripartiva lo stesso giorno, scorato, deluso. Vedi un dispaccio di Torino spedito il 21 dall'Abercromby a Palmerston (p. 182-83).

Il 21, le nuove correvano migliori. E dal conte Enrico Martini, viaggiator faccendiere dei _moderati_, fu affacciata agli uomini del municipio milanese e del consiglio di guerra la prima proposta d'ajuto regio a patti di _dedizione assoluta_ e della formazione d'un governo provvisorio che ne stendesse profferta: vergogna eterna di cortigiani che nati d'Italia trafficavano per una corona sul sangue dei generosi ai quali era bello il morir per la patria, mentre il Martini diceva al Cattaneo: _Sa ella che non accade tutti i giorni di poter prestare servigi di questa fatta ad un re?_[54] Ad un re? L'ultimo degli operaî, che lietamente combattevano tra le barricate per la bandiera d'Italia e senza chiedersi a quali uomini gioverebbe poi la vittoria, valea più assai innanzi a Dio e varrà innanzi all'Italia avvenire che non dieci re.

Il 22, la vittoria coronava l'eroica lotta. Espugnata porta Tosa da Luciano Manara, caduto più tardi martire della causa repubblicana in Roma, occupata dagli insorti porta Ticinese, liberata dagli accorrenti della campagna porta Comasina, separate e minacciate di distruzione immediata le soldatesche nemiche, Radetzky, la sera, non si ritraeva, fuggiva.

E allora--la sera del 23--certa la vittoria e quando l'isolamento avrebbe inevitabilmente rapito Milano alla monarchia sarda per darla all'Italia--mentre i volontarî di Genova o di Piemonte irrompevano sulle terre lombarde e le popolazioni sdegnate dell'inerzia regia minacciavano peggio all'interno--il re, che aveva, il 22, accertato, per mezzo del suo ministro, il conte di Buol, ambasciatore d'Austria in Torino, ch'ei _desiderava secondarlo in tutto ciò che potesse confermare le relazioni di amicizia e di buon vicinato esistenti fra i due Stati_[55], firmò il manifesto di guerra.

Le prime truppe piemontesi entrarono in Milano il 26 marzo.

Il 23 marzo, alle undici della sera, il signor Abercromby in Torino riceveva un dispaccio segnato L. N. Pareto; e vi si leggeva: «........ Il signor Abercromby è informato come il sottosegnato dei gravi eventi or ora occorsi in Lombardia: Milano in piena rivoluzione e bentosto in potere degli abitanti che, col loro coraggio e la loro fermezza, hanno saputo resistere alle truppe disciplinate di S. M. Imperiale, l'insurrezione nelle campagne e città vicine, finalmente _tutto il paese che costeggia le frontiere di S. M. Sarda in incendio_.--Questa situazione, come il signor Abercromby può bene intendere, riagisce sulla condizione degli spiriti nelle provincie appartenenti a S. M. il re di Sardegna. La simpatia eccitata dalla difesa di Milano, lo spirito di nazionalità, che, malgrado le artificiali limitazioni di diversi Stati, si manifesta potentissima, ogni cosa concorre a mantenere nelle provincie e nella capitale una tale agitazione _da far temere che da un istante all'altro possa escirne una rivoluzione che porrebbe il trono in grave pericolo, però che non può dissimularsi che dopo gli eventi di Francia, il pericolo della proclamazione d'una repubblica in Lombardia non possa essere vicino_: diffatti, sembra da ragguagli positivi, che un certo numero di Svizzeri ha molto contribuito col suo intervento alla riescita del sollevamento di Milano.--Se s'aggiungano a questo i moti di Parma e di Modena, come pure quei del ducato di Piacenza sul quale non può ricusarsi a S. M. il re di Sardegna il diritto di vegliare come sopra un territorio che deve un giorno, per diritto di reversibilità, spettargli; se s'aggiunga una grave e seria irritazione eccitata in Piemonte e nella Liguria dalla conclusione d'un trattato fra S. M. Imperiale ed i duchi di Parma e Piacenza, e di Modena, trattato che sotto apparenza d'ajuti da prestarsi a quei piccoli Stati li ha veramente assorbiti nella monarchia austriaca spingendo le sue frontiere militari dal Po, dove dovrebbero finire, sino al Mediterraneo e rompendo così l'equilibrio che esisteva tra le diverse potenze d'Italia, è naturale il pensare che _la situazione del Piemonte è tale che da un momento all'altro, all'annunzio che la repubblica è stata proclamata in Lombardia, un simile moto scoppierebbe pure negli Stati di S. M. Sarda_ o che almeno un qualche grave commovimento porrebbe a pericolo il trono di S. M.--In questo stato di cose, il re... si crede costretto a prendere misure che _impediscano al moto attuale di Lombardia di diventare moto repubblicano_, ed evitino al Piemonte e al rimanente d'Italia le catastrofi che potrebbero aver luogo se una tale forma di governo venisse ad essere proclamata[56]».

L'Abercromby si recava, a mezzanotte, a visitare il conte Balbo e ne otteneva più minuti particolari: «Egli ed i suoi colleghi, giudicando dalle varie relazioni officiali ad essi trasmesse dal direttore di polizia _sul pericolo imminente d'una rivoluzione repubblicana in paese, dove il governo differisse ancora di porgere ajuto ai Lombardi_, e vedendo l'impossibilità di raffrenare più oltre il grande e generale concitamento esistente negli Stati di S. M. Sarda, avevano deciso ecc.[57]».

Il marchese di Normanby scriveva, il 28, da Parigi a lord Palmerston ragguaglio d'un colloquio da lui tenuto col marchese di Brignole ambasciatore sardo in Francia. Il Brignole gli ripeteva, fondandosi sopra un dispaccio di Torino, le ragioni pur ora esposte; e insisteva sul fatto «che Carlo Alberto aveva respinto con un rifiuto la prima deputazione venutagli da Milano, quando la città era tuttavia in mano agli Austriaci; aggiungendo che la seconda deputazione aveva dichiarato al re che s'ei non s'affrettava a porgere ajuto, il grido _Repubblica_ sarebbe sorto» e che il re non aveva incominciato le ostilità se non per _mantenere l'ordine_ in un territorio lasciato per forza d'eventi senza padrone[58].

In altro dispaccio del 25 marzo l'Abercromby esponeva più diffusamente a lord Palmerston la condizione delle cose in Piemonte al tempo della decisione--le intenzioni pacifiche del gabinetto Balbo-Pareto--l'insurrezione lombarda--l'immensa azione esercitata dal popolo che minacciava rivolta in Piemonte e assalto agli Austriaci a dispetto dell'autorità governativa--e l'imminente pericolo alla monarchia di Savoja che avea forzato i ministri alle ostilità[59].

E non basta. Nelle istruzioni che il ministro degli esteri mandava da Torino al marchese Ricci, inviato sardo in Vienna, era detto: «.... _Era da temersi che le numerose associazioni politiche esistenti in Lombardia e la prossimità della Svizzera facessero proclamare un governo repubblicano. Questa forma sarebbe stata fatale_ alla nazione italiana, al nostro governo, _all'augusta dinastia di Savoja_; era d'uopo adottare un pronto a decisivo partito: il governo e il re non hanno esitato, e sono profondamente convinti d'avere operato a prezzo dei pericoli ai quali s'espongono, per la _salvezza degli altri Stati monarchici_[60]».

E l'idea era così radicata in quegli animi, che il 30 aprile, quando la guerra era inoltrata, nè v'era più bisogno di dissimulare, ma solamente di vincere, il Pareto tornava a dichiarare all'Abercromby che _se l'esercito piemontese avesse indugiato a valicare il Ticino, sarebbe stato impossibile d'impedire che Genova si ribellasse e si separasse dai dominî di S. M. Sarda_[61].

Con siffatti auspicî, con intenzioni siffatte, la monarchia di Piemonte e i _moderati_ movevano alla conquista dell'indipendenza. La nazione ingannata plaudiva ad essi, a Carlo Alberto, al duca di Toscana, al re di Napoli, al papa. Tanta piena d'amore inondava in que' rapidi beati momenti l'anime degli Italiani, che avrebbero abbracciato, purchè avessero una coccarda tricolore sul petto, i pessimi tra i loro nemici.

II.

ESIGENZE E CONSEGUENZE FUNESTE DELLA GUERRA REGIA. I REPUBBLICANI