Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 28

Chapter 283,753 wordsPublic domain

E però l'uomo il più potente per Genio nei nostri tempi mostrò al mondo attonito due vite in una: la prima, quand'ei rappresentava una Idea; vita di concetti giganteschi e miracoli di vittorie; la seconda, quand'egli, inebriato d'egoismo e di spregio, non rappresentava che sè stesso; vita di errori e disfatte. E dalle solitudini di Sant'Elena lo spirito di quel Potente manda a chi sa intenderla una voce che dice: _la corona delle vittorie immortali non posa se non sulla tomba del forte, che, dimentico di sè stesso, combatte sino all'ultimo giorno pel santo Vero e pel Diritto dei Popoli_.

Santificate dunque col sacrificio e coll'intrepida adorazione del Vero l'anime vostre, se volete vincere i molti nemici che s'attraversano tra voi e la terza vita d'Italia: l'Angelo della Vittoria aborre dal fango dell'egoismo e della menzogna. Portate la vostra credenza alteramente sulla bandiera, come i guerrieri dei secoli addietro portavano sullo scudo la loro insegna. Come il tuono tien dietro al lampo, così segua rapido ogni vostro pensiero l'azione. Dio è grande perchè pensa operando. Ingigantite nella fede: come il sonnambulo passeggia sicuro sull'orlo del tetto perch'ei _crede_ movere sulla carreggiata, e s'ei si desta e misura l'abisso, impaurisce e precipita, così voi, se potenti di fede, supererete ostacoli davanti ai quali, se trepidi e tentennanti, cadrete. Non pensate a voi: vivete nel _fine_, nella coscienza del Dovere, nel santo orgoglio del Diritto. E la costanza coroni l'unità della vostra vita, come cupola il tempio. Siate uomini, e Dio sarà Dio, cioè Padre e Proteggitore per voi.

La vostra è la più grande fra tutte le missioni terrestri; siate grandi com'essa. Voi siete chiamati a un'opera emulatrice delle opere di Dio: la creazione d'un Popolo. E vi conviene accostarvi a Lui, quanto può la creatura finita, purificandovi, consacrandovi. I giovani guerrieri dei tempi di mezzo vegliavano la notte in armi, prostrati sul nudo marmo, nel digiuno e nella preghiera, prima d'iniziarsi nella cavalleria. Ed essi non giuravano che ad un signore, creatura mortale com'essi: voi giurate a Dio, alla Patria, all'Umanità. E la loro ricompensa per le belle imprese era la speranza che il loro nome passasse, suono fugace, a pochi posteri nella canzone d'un trovatore; ma voi aspetta la lunga benedizione delle generazioni che avranno Patria da voi, e la vostra memoria, fatta tradizione d'onore, s'incarnerà nella vita progressiva di tutta la vostra Nazione.

IX.

Ed io raccolsi, o giovani d'Italia, questi ricordi dalle sepolture degli uomini che morirono per voi, interrogate con fremito di riverenza e con un amore per voi tutti che nulla può spegnere. Però che, come pietre miliari che segnano la via al grande intento, o più veramente come le stelle che c'insegnano, splendendo nei cieli mentre la tenebra fascia la terra, la virtù della serena costanza nella sventura, apparvero sempre di tempo in tempo, fra gli errori dei padri, uomini puri d'ogni falsa scienza e d'ogni egoismo, i quali da Arnaldo e Crescenzio fino a Bentivegna e Carlo Pisacane, raccolsero nelle grandi anime loro la voce che la Patria manda invano da secoli a voi, e mantennero incontaminata la tradizione del Genio Italiano: e, con essi, i martiri del pensiero che soggiacquero, per calunnie, ingratitudine e oblio, alle torture dell'anima, gravi quanto quelle del corpo. E ogni qual volta il Popolo d'Italia, trasalendo sotto il suo lenzuolo di morte, protestò, dalla Lega Lombarda e dai Vespri fino alle Cinque Giornate, in nome della grandezza passata e della futura, fu visitato dallo spirito che visse negli uomini dei quali io parlo.

E i giovani d'Italia, che furono innanzi a voi, avevano, or corre quasi un terzo di secolo, raccolto quei ricordi con me. E con me avevano fatto giuramento solenne di non obliarli[143].

Ma poi, simile a nembo di locuste su campo fecondo, s'addensò sulla regione Subalpina una gente senza fede, senza tombe di martiri, senza tradizione fuorchè di tempi nei quali il servaggio si era abbarbicato alle menti, che fece suo studio e vanto deridere quei santi ricordi e l'entusiasmo dei giovani e la solennità dei giuramenti prestati. E si diffuse rapida su tutte le città d'Italia come lebbra su forma umana o crittogama sulle piante.

E fu veramente ed è tuttavia la crittogama o lebbra dell'anime.

Gente di mezzo intelletto, di mezza scienza e di nessun core. E gli uni si chiamarono _Dottrinarî_, ciò che significa uomini che millantano dottrina e non l'hanno: gli altri, _moderati_ o fautori del _giusto mezzo_, cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e la menzogna; ed altri, _pratici_ e aborrenti dalle teorie, cioè corpi senza anima e cadaveri galvanizzati; ed altri con altro nome. Ma tutti si riconoscevano, siccome appartenenti alla stessa gente, dal nome barbaro d'_opportunisti_, cioè diseredati d'iniziativa, eternamente passivi e presti a fare solamente quand'altri ha fatto.

E rinnegarono il culto puro di Dio per adorare idoli di loro fattura, come gli Ebrei nel deserto.

E gli uni si prostrarono davanti a un idolo che chiamarono Forza, gli altri davanti a un altro che chiamarono _Tattica_, ed altri davanti al pessimo fra tutti gl'idoli che ha nome _Lucro_.

E i primi escirono, strisciando siccome vermi che pullulano dal cadavere d'un Potente, dalla sepoltura di Napoleone; i secondi escirono dalla sepoltura profanata d'un nostro Grande frainteso, che, dopo aver patito tortura per la libertà della Patria, l'aveva veduta morire, e assiso sul suo cadavere s'era fatto storico delle cagioni della sua morte; gli altri escirono ed escono dal fango dove brulicano gli insetti senza nome, la cui vita non guarda al di là dell'ora che fugge.

E insegnarono che solo diritto è il _fatto_, e solo creatore del _fatto_ l'arsenale dove s'accumulano strumenti di guerra; e le idee essere nulla, e i grossi battaglioni d'assoldati ogni cosa: dimenticando come il Potente dalla doppia vita, ch'ebbe ad arsenale l'Europa e ad esercito gli eserciti di tutte le genti d'Europa, giacesse cadavere di prigioniero in Sant'Elena, per avere, com'ei ripeteva morente, camminato a ritroso delle _idee_ del secolo.

Insegnarono, bestemmiando, che la virtù è nome vano, che la moralità e la politica non sono sorelle, che il vero e l'errore sono egualmente buoni, a seconda dei casi; e architettarono le teorie dei _delitti utili_ e della _menzogna opportuna_, ed altre siffatte, predicando gli uomini doversi adattare ai tempi, come se i tempi creassero gli uomini, e non questi i tempi.

Insegnarono che i popoli possono redimersi gridando or _viva Cristo_ or _viva Barabba_, e che il bandir oggi l'infamia e il capestro a Giuda, e inneggiarlo _magnanimo_ e _augusto_ domani, e pianger pianto di tenerezza per papa o re, susurrando all'orecchio degli avversi: _lasciate fare; forti, li rovescieremo;_ e accarezzare un dì i Popoli, e l'altro, gli oppressori dei Popoli, e prima la Polonia, poi il carnefice della Polonia, e invocare la libera Inghilterra un giorno per maledirla _perfida Albione_ appena giovi ad accattare il favore della Francia, è scienza di Stato: non avvedendosi che a quel modo si perde in ultimo l'ajuto di principi e Popoli, come gente che; non avendo fede, non ne merita alcuna.

Insegnarono che alcuni popoli avendo, quando l'Europa intera era barbara o semibarbara, conquistato lentamente e faticosamente, prima un grado di civiltà, poi un altro ed un altro, tutti i popoli, comunque sorgenti a Nazione in seno ad una Europa incivilita, devono salire quella scala da capo, come se l'esperienza degli uni non dovesse fruttare agli altri, e le verità scoperte da un Popolo non fossero scoperte per tutti, e il faro acceso da una mano provvida tra le roccie marine non diffondesse lume e consiglio ad ogni navigatore che navighi per quella via.

Insegnarono che indipendenza può conquistarsi senza Unità e senza vita di liberi, come se lo schiavo in casa potesse mai esser libero dall'usurpazione altrui, come se l'animale aggiogato potesse accettare un padrone e respinger l'altro, come se importasse combattere per scegliere tra padrone e padrone.

E insegnarono le tre Italie, le quattro Italie, le cinque Italie, e il forte Regno del Nord, e la Confederazione con semi-libertà a Settentrione, e tirannide a Mezzogiorno, e autocrazia al Centro--che è il sacco del parricida--come se Dio avesse creato l'Italia a spicchî; e dimentichi che anche quel Grande frainteso, invocato da essi come maestro, additava, supremo rimedio a tutte le piaghe di Italia, l'Unità Nazionale.

E questa essi chiamarono scienza, ma io la chiamo impostura di falsi profeti e rintonaco di sepolcri.

E dacchè Cristo v'insegnava di scernere i veri e i falsi profeti dai frutti dell'opere loro, voi dovete guardare ai fatti che quelle loro dottrine hanno generato finora; e sono: la consegna di Milano, l'abbandono di Roma e la pace di Villafranca.

Ma poi che la costanza non è ancora virtù di popoli, e voi seduceva il fascino della novità, e quelle dottrine blandivano nei più l'inconscia tendenza ad accettare le vie che pajono più facili e richiedono minore potenza di sacrificio, io vidi gemendo tutta una generazione distaccarsi dalle tombe de' suoi martiri e plaudire insana ai falsi profeti e seguirne le torte vie.

Allora ogni idea di rettitudine e di dignità d'anima fu smarrita, e le menti s'abbujarono d'ogni sorta d'errori, tanto che s'udirono, senza nota di pubblica infamia, fra gli adepti degli idolatri, scribi di diarî e libercoli, taluni proporre che si comprasse indipendenza dall'Austria a prezzo della libertà d'altri Popoli, forti di sacri diritti come noi siamo; altri che si riscattasse Venezia a danaro; altri esultare ogni giorno all'annunzio che si commetterebbero le sorti d'Italia a un Convegno di despoti, ed altri prostituire l'umana parola fino a paragonare alle creazioni di Michelangelo l'uomo per il cui cenno caddero migliaja di libere vite in Roma e Parigi;--poi, quando un popolo spense, in modo non giusto, _una_ vita di tristo, diventarono a un tratto ipocriti di virtù e di clemenza, dichiararono disonorata l'Italia e lamentarono, come se il mondo andasse sossopra.

E parve una danza di streghe dell'intelletto.

E al soffio gelato di quelle codarde dottrine, io vidi inaridirsi l'entusiasmo, incadaverire l'anime più generose, ed uomini, che avevano insieme a me consacrato metà della vita a suscitare i giovani alla vera fede, patteggiare, nell'altra metà, coi capi degli idolatri, ed erger cattedra a distruggere l'opera propria; ond'io sentii nell'anima solitaria quel dolore che labbro non può ridire.

E pochi tra voi protestarono, sterilmente dignitosi, col silenzio, ma i più cedettero, però che poche siano sulla nostra terra quelle anime che ritraggono della natura degli angeli, e poche quelle che rivelano natura pervertita di demoni, ma innumerevoli le anime dei fiacchi, che seguono la corrente ovunque essa mova e alternano di continuo fra il bene ed il male.

Or io vi dico:

In verità, in verità, così non si fonda Nazione; così si disfanno e si disonorano i Popoli.

Tornate ai consigli dei vostri Martiri. Prostratevi tre volte sulle loro tombe e tre volte supplicate, commossi di pentimento, perch'essi spirino in voi la forza della quale mancaste. Poi sorgete e, afferrato, come Cristo, il flagello, cacciate inesorabili fino all'ultimo i trafficatori di sofismi, di protocolli e d'_accoglienze_ mutate in _accettazioni_, dal Tempio contaminato della coscienza italiana. E dei libri, diarî e libercoli di che essi appestarono la nostra contrada, fate cartuccie.

Voi non avrete d'ora innanzi, se vorrete davvero redimervi, altra via che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.

X.

Non vi sono cinque Italie, quattro Italie, tre Italie. Non vi è che una ITALIA. I tiranni stranieri e domestici l'hanno tenuta e la tengono tuttavia serva e smembrata, perchè i tiranni non hanno patria; ma qualunque tra voi intendesse a smembrarla redenta, o accettasse, senza lotta di sangue, ch'altri la smembrasse, sarebbe reo di matricidio e non meriterebbe perdono in terra nè in cielo.

La Patria è una come la Vita. La Patria è la Vita del Popolo.

Dio ve la diede; gli uomini non possono a modo loro rifarla. Gli uomini possono, tiranneggiando, impedirle per breve tempo ancora di sorgere; ma non possono far ch'essa sorga libera, oppur diversa da quel ch'essa è.

Dio che, creandola, sorrise sovr'essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna Forza e dell'eterno Moto, l'Alpi ed il Mare. Sia tre volte maledetto da voi e da quanti verranno dopo voi qualunque presumesse di segnarle confini diversi.

Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaje, che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia.

E il mare la recinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono; quel mare che i padri dei padri chiamavano _Mare nostro_.

E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa, in quel mare, Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole, dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia.

Per entro a quei confini tutte le genti passeggiarono l'una dopo l'altra conquistatrici e persecutrici feroci; e non valsero a spegnere quel nome santo d'Italia, nè l'intima energia della razza che prima la popolò; l'elemento Italico, più potente di tutte, logorò religioni, favelle, tendenze dei conquistatori, e sovrappose ad esse l'impronta della Vita Italiana.

Per entro a quei confini tremende guerre fraterne insanguinarono per secoli ogni palmo di terra. E mentre i pedanti scribi di diarî e libercoli edificavano poc'anzi, su quelle guerre, sistemi a dichiarare utopia l'unità della nostra vita, ecco i popoli sorgono e gridano: _siamo fratelli_, e anelano confondersi in uno, e si danno, colla foga imprudente del desiderio, ad un principe, solo perchè sperano ch'ei si faccia simbolo vivente di quella Unità.

In verità, colui che nega l'Unità della Patria non intende la Parola di Dio, nè quella degli uomini.

Voi dovete vivere e morire in quella Unità, però che in essa stanno per voi la Forza e la Pace, il segreto della vostra missione e la potenza per adempirla. Qualunque tra voi sorge a libertà, sappia ch'ei sorge per tutti. Incarni ciascuno in sè i dolori, le speranze, le memorie, il palpito d'avvenire di quanti respirano l'alito che si ricambia dall'Alpi al Mare e dal Mare alle Alpi. Fra l'Alpi e il Mare non sono che fratelli. E la maledizione di Caino aspetta qualunque dimentichi che, mentre un solo dei suoi fratelli geme nell'abjezione della servitù e non posa tranquillo e lieto d'amore sotto la sacra bandiera dei tre colori, ei non può aver Patria, nè merita averla.

XI.

Venite meco. Seguitemi dove comincia la vasta campagna che fu, or son tredici secoli, il convegno delle razze umane, perch'io vi ricordi dove batte il core d'Italia.

Là scesero Goti, Ostrogoti, Eruli, Longobardi, ed altri infiniti, barbari o quasi, a ricevere inconscî la consecrazione dell'Italica civiltà, prima di riporsi in viaggio per le diverse contrade d'Europa; e la polve che il viandante scote dai suoi calzari è polve di Popoli. Muta è la vasta campagna, e sull'ampia solitudine erra un silenzio che ingombra l'animo di tristezza, come a chi mova per camposanto. Ma chi, nudrito di forti pensieri, purificato dalla sventura, s'arresta nella solitudine a sera, poi che il sole ha mandato dalla lunga ondeggiante curva dell'orizzonte l'ultimo raggio sovr'essa, sente sotto i suoi piedi come un murmure indistinto di vita in fermento, come un brulichìo di generazioni che aspettano il _fiat_ d'una parola potente, per nascere e ripopolare quei luoghi che pajono fatti per un Concilio di Popoli. Ed io intesi quel fremito e mi prostrai, però che mi pareva un suono profetico dell'Avvenire.

Là, per la via che ricorda il nome d'uno dei forti uccisori di Cesare, e si stende fra tufi di vulcani spenti e reliquie d'Etruschi, tra Monterosi e la Storta, presso al lago, è Bracciano.

Sostate e spingete fin dove vale lo sguardo verso mezzogiorno, piegando al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso, vi sorgerà davanti allo sguardo, come faro in oceano, un punto isolato, un segno di lontana grandezza. Piegate il ginocchio e adorate: là batte il core d'Italia: là posa, eternamente solenne, ROMA.

E quel punto saliente è il Campidoglio del Mondo Cristiano. E a pochi passi sta il Campidoglio del Mondo Pagano. E quei due Mondi giacenti aspettano un terzo Mondo, più vasto e sublime dei due, che s'elabora tra le potenti rovine.

Ed è la Trinità della Storia, il cui Verbo è in Roma.

E i tiranni o i falsi profeti possono indugiare l'incarnazione del Verbo, ma nessuno può far che non sia.

Però che molte città perirono sulla terra e tutte possono alla lor volta perire; Roma, per disegno di Provvidenza indovinato dai popoli, è CITTÀ ETERNA, come quella alla quale fu affidata la missione di diffondere al mondo la parola d'Unità. E la sua vita si riproduce ampliandosi.

E come alla ROMA DEI CESARI, che unificò coll'Azione gran parte d'Europa, sottentrò la ROMA DEI PAPI che unificò col Pensiero l'Europa e l'America, così la ROMA DEL POPOLO, che sottentrerà all'altre due, unificherà nella fede del Pensiero e dell'Azione congiunti l'Europa, l'America e l'altre parti del mondo terrestre.

E col patto della Nuova Fede raggiante un dì sulle genti dal Panteon dell'Umanità, che s'inalzerà, dominatore sull'uno e sull'altro, tra il Campidoglio ed il Vaticano, sparirà nell'armonia della vita il lungo dissidio fra terra e cielo, corpo ed anima, materia e spirito, ragione e fede.

E queste cose avverranno quando voi intenderete che la Vita d'un popolo è religione--quando, interrogando unicamente la vostra coscienza e la tradizione, non dei sofisti, ma della vostra Nazione e delle altre, vi costituirete sacerdoti, non del solo _Diritto_, ma del Dovere, e senza transazioni codarde moverete guerra, non solamente alla potenza civile della Menzogna, ma alla Menzogna stessa che usurpa oggi in Roma il nome d'Autorità--quando raccoglierete il grido profetico che Roma ridesta mandava, or son dieci anni, all'Italia, e scriverete nel vostro core e sulla vostra bandiera: _noi non abbiamo che un solo padrone nel cielo, ch'è Dio, e un solo interprete della sua legge in terra, ch'è il Popolo_.

Intanto Roma è la vostra Metropoli. Voi non potete aver Patria se non in essa e con essa. Senza Roma non v'è Italia possibile. Là sta il Santuario della Nazione. Come i Crociati movevano al grido di _Gerusalemme!_ voi dovete movere innanzi al grido di _Roma, Roma!_ nè aver pace o tregua, se non quando la bandiera d'Italia sventoli nell'orgoglio della vittoria da ciascuno dei Sette Colli.

E qualunque s'attentasse parlarvi d'una Italia senza Roma a centro, o dettarvi leggi d'altrove, sarebbe simile a chi volesse ideare vita senza core; e leggi e potenza sparirebbero, al primo soffio di tempesta, dalle sue mani, come spariscono, cacciati non si sa dove dall'alito più leggiero, quei filamenti ch'errano talvolta, senza base e centro, per alcuni istanti nell'aria.

XII.

La Patria è la Vita del Popolo: io dico vita del popolo e non d'altrui. È necessario che quella vita si svolga liberamente e in tutte le sue facoltà, senza vincoli che la incatenino, senza ostacoli di condizioni che la isteriliscano e la condannino all'impotenza.

Adorate dunque la Libertà. A che gioverebbe aver Patria se l'individuo non dovesse trovare in essa e nella sua forza collettiva la tutela della propria libera vita? Come potreste servire la Patria e giovarle, se doveste vivere a beneplacito d'altri? È forse la prigione Patria del prigioniero?

Adorate la Libertà. Rivendicatela fin dal primo sorgere, e serbatela gelosamente intatta, siccome pegno della vittoria, nelle battaglie che dovete combattere per la Patria. Non vi fate mai d'altri. Abbiate capi i migliori tra voi, padroni non mai. Però che voi non potete darvi padroni, senza sagrificio del fine a cui tendete sorgendo. E quando voi direte: _la patria dell'Italiano è tra l'Alpi e il Mare_, i padroni vi diranno: _no; la Patria è tra il Mincio e il Conca_; quando griderete: _a Roma! a Roma!_ i padroni vi grideranno: _a Milano! o a Torino!_ E quando l'anima vostra fremerà guerra per tutti, i padroni e i servi dei padroni, che sempre abbondano e sono gli adoratori dell'Idolo _Lucro_, raccoglieranno Congressi di re stranieri per decidere, a seconda dei loro fini, sulle cose vostre; e v'impediranno la guerra.

Quei che vi dicono: _voi dovete avere prima Indipendenza, poi Patria, poi Libertà_, o sono stolti o pensano a tradirvi e a non darvi nè Libertà, nè Patria, nè Indipendenza. Però che l'Indipendenza è l'emancipazione dalla tirannide straniera, e la libertà è l'emancipazione dalla tirannide domestica; or, finchè, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete aver Patria? La Patria è la casa dell'Uomo, non dello schiavo.

E quei che vi persuadono, come mezzo d'ottener vittoria sollecita, Dittatura di re e capi d'esercito, o sono stolti, o pensano, fin dal cominciar dell'impresa, a tradirvi. Perchè, come può agevolarsi l'impresa di tutti affidandola a un solo non sottoposto a sindacato d'alcuno? I vostri padri creavano talora, nei sommi pericoli, Dittatori, ma li sceglievano tra cittadini addetti al foro, all'armi o all'aratro; e ponevano dietro ad essi il littore del Popolo colla scure in alto, e presto a colpire s'ei tradiva o abbandonava, prima d'aver vinto, impresa.

La libertà vi viene da Dio; e voi non potete alienarla senza violarne la Legge. Voi siete liberi perchè siete Uomini, e perchè dovete conto alla Patria e a Dio dell'opere vostre. Voi dunque affermerete la vostra Libertà, non, come i falsi profeti vi suggeriscono, in virtù di qualche vecchia pergamena che ne faccia menzione--ciò che una pergamena vi dà un'altra pergamena può torvelo--nè di concessioni di principi, che una lunga storia di tradimenti v'insegna revocarsi sempre il dì dopo, o l'altro,--ma in nome dell'irrevocabile Diritto umano. E vi leverete col grido: _colla nostra Libertà per la Patria_.

E se, dimenticando la buona vecchia tradizione Italiana e la storia degli ultimi cinquanta anni e le parole che Dio disse a Samuele profeta, volete pur darvi un re, sia almeno quel re il figlio, l'eletto della vostra Libertà e riceva, insieme al Patto che i vostri Delegati liberamente raccolti scriveranno in Roma per la Nazione, la sua corona da voi, e il vostro linguaggio gl'insegni ad ogni ora ch'ei l'ebbe da voi e che potete e vorrete ritoglierla ogniqualvolta ei falserà quel Patto, o a voi piacerà governarvi in modo più affine al Vero e più favorevole ai fati della Patria vostra.

Gli antichi uomini dell'Arragona, quando l'Arragona era libera, dicevano al Re ch'essi eleggevano: _noi che, singoli, vi siamo eguali, e uniti possiamo più di voi, vi facciamo re nostro, a patto che voi manteniate i nostri diritti e le nostre libertà. E se no_, NO.

E voi all'uomo che s'assume d'esservi re dovreste dire: _a patto che voi poniate, senza indugio, esercito, tesori, opera e vita a servizio di tutta quanta l'Italia, e rompiate ogni vincolo che non sia col Popolo d'Italia, e domandiate tre volte perdono a Dio e all'Italia d'aver lasciato che si contaminasse la Patria dall'alleanza coll'uomo che versò, in nome della tirannide, il sangue di Roma. E se no_, NO.