Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 27

Chapter 273,803 wordsPublic domain

Ciò ch'io scrissi è un riflesso di quel sorriso di fede, di dolore e d'amore. Gli uomini d'oggi non possono intenderlo; ma i giovani di domani lo intenderanno.

_Napoli, 12 ottobre 1860._

GIUSEPPE MAZZINI.

AI GIOVANI D'ITALIA

Predica verbum; insta opportune; importune; argue, observa, impera.

PAUL., _ad Tim._

I.

Voi cercate la Patria. Un istinto che Dio ha infuso nel vostro core, una voce che vi viene dalle sepolture dei vostri Grandi, un segno che la potente natura d'Italia ha messo sulla vostra fronte e nel vostro sguardo, vi dicono che siete fratelli, chiamati ad avere una sola Bandiera, un solo Patto, un solo Tempio, dall'alto del quale splenda, in caratteri visibili a tutte le genti, la Missione Italiana, la parte che Dio commise, pel bene dell'UMANITÀ, alla nostra Nazione.

E per questo ogni uomo tra voi pronunzia ardito o mormora sommesso quel santo nome di Patria. Per questo i migliori fra voi muojono da mezzo secolo, martiri d'una IDEA, sul patibolo, nelle segrete o nella lenta agonia dell'esilio, col sorriso di chi intravede l'avvenire sul volto, colla parola ITALIA sul labbro. Per questo le vostre moltitudini fremono di tempo in tempo d'un fremito che solleva il coperchio della tomba dove i papi e i re le han poste a giacere, poi ricadono spossate per ritentare dopo il silenzio d'un tempo.

La Patria è il sogno, il palpito, il desiderio segreto d'ogni anima che s'informa a vita sulle nostre terre. Come il bambino che s'agita cercando fra i sonni il seno materno, come quei fiori che si volgono nella notte nera verso la zona del Cielo dove apparirà sul mattino il sole fiammante, voi, nei sonni irrequieti della servitù, nella tenebra fredda e greve dell'isolamento, andate brancolando in cerca della Madre comune che ha nome Patria, e interrogate ansiosi l'orizzonte a scoprire da qual punto accenni sorgere il Sole della vostra Nazione.

II.

Ma perchè cercate e non trovate la Patria? Perchè a voi soli il lungo martirio non frutta vittoria? E perchè la pietra del sepolcro, dove papi e re v'han messi a giacere, si leva soltanto di tempo in tempo a metà per ricadere più pesante sulle vostre teste? Quale strana fatalità s'aggrava su voi, poveri Israeliti delle Nazioni, perchè Dio vi neghi la Patria concessa da secoli a popoli che oprarono e patirono meno di voi?

La vita di Dio freme in seno alla vostra terra più che altrove potente. Imagini di bellezza e di forza s'avvicendano singolari su questo suolo, dove il sole accende vulcani e che gli uomini salutano del nome di Giardino d'Europa. La natura sorride per voi d'un sorriso di donna. I languenti per morbo vengono dalle brume settentrionali a ribever la vita nell'aure balsamiche de' vostri prati, sotto l'azzurro profondo de' vostri cieli.

L'Alpi eterne vi guardano solenni dall'estremo della vostra contrada come per dirvi: siate grandi! E appiè di quell'Alpi, i fiori più belli che all'uomo sia dato vedere vi guardano, dovunque moviate, coi loro occhi innocenti, come per dirvi: siate buoni! E tra quell'Alpi e quei fiori errano, quasi murmure d'angeli, melodie che gli uomini chiamano Musica, e sono un'eco della lingua che si parla in cielo.

Splendide come le stelle dei vostri sereni furono l'opere del Genio tra voi: splendide di pensiero e d'azione, che voi soli sapeste congiungere in bella armonia.

L'Europa era--dalla vostra sorella, la Grecia, in fuori--semibarbara, quando le vostre aquile passeggiarono di trionfo in trionfo sovr'essa; e insegnaste ai popoli conquistati una sapienza di leggi che dura tuttavia riverita, i conforti della vita civile, e quella tendenza all'Unità che preparò un mondo a Gesù.

L'Europa giaceva ravvolta fra le tenebre del servaggio feudale, quando voi, sorti a seconda vita, affermaste nei vostri Comuni la libertà repubblicana dell'uomo e del cittadino, e diffondeste alle più lontane contrade i beneficî della civiltà, delle lettere e del commercio.

I vostri sacerdoti dell'Arte pellegrinarono di terra in terra, disseminando per ogni dove forme di bellezza immortale e insegnando come si svolva dal simbolo l'ideale.

E quando l'Europa ingrata vi pose in fondo, dividendosi le vostre spoglie, il genio Italiano, prima di velarsi per un tempo, gettò dalla sua croce, quasi pegno di ciò che un giorno potrebbe, un Nuovo mondo all'Europa.

Genio, forza, natura bella oltre ogni altra e feconda, concento d'aura e ineffabile sorriso di cieli, Dio tutto vi diede. Perchè non vi diede la Patria? Perchè, mentre ogni abitatore delle terre che inciviliste, interrogato del chi ei si sia, risponde alteramente: _sono Francese, sono Inglese, sono Spagnuolo_, voi non potete rispondere se non come espressione di desiderio: _sono Italiano_?

III.

Perchè voi mancaste e mancate tuttora di _fede_: di fede in voi stessi, nel vostro Diritto, e nella vita collettiva e nella missione della Nazione: Dio visita in voi un'antica colpa dei Padri che finora non cancellaste.

I Padri vostri non ebbero _coscienza_ di Patria. La vita fremente in _ciascuno_ d'essi era tanta, che essi si diedero ad adorarne la potenza incarnata nell'individuo: dissero _io_, non _noi_. E disertarono l'altare del Dio di tutti per farsi idolatri, gli uni della loro Città, gli altri della loro Compagnia, altri dell'Arte che li inspirava, altri d'altro: dimentichi tutti della Madre comune.

E perchè ogni vita, comunque potente, incontra, se non si rinnovi al latte della Madre comune che ha nome Patria, la debolezza tra via, alla grandezza d'una città sorse contro nimica la grandezza d'un'altra, alla forza d'una mano di prodi quella d'altra mano di prodi, e all'ardito concetto dell'artefice l'impotenza dei mezzi a tradurlo in atto, i vostri padri, invece di stringersi a concordia e cercar l'incremento della forza di ciascuno nella forza di tutti, pensarono di vincersi gli uni cogli altri procacciandosi l'ajuto dello straniero.

E gli uni chiamarono in ajuto d'oltr'alpe i figli della Germania ed altri i Franchi ed altri gl'Ispani. E taluni, che si dissero Vicarî di Dio sulla terra e furono veramente, negli ultimi seicento anni, Vicarî del Genio del Male, fecero scienza di quel peccato, e divisarono modo per cui due almeno di quei popoli stranieri si trovassero sempre a fronte l'uno dell'altro sulla nostra terra, tanto che nessuno potesse mai riunire in uno le membra sparte d'Italia, ed essi potessero tiranneggiare securi sovra una parte o sull'altra.

E per oltre a trecento anni, divisi in parti nomate di nomi non nostri, i fratelli scannarono i fratelli con lancie e spade straniere. Dio torse allora il suo sguardo da noi e decretò, espiazione al fratricidio, una servitù d'oltre a trecento anni per tutti.

Però che quelle genti straniere, stanche di combattersi, si partirono le terre nostre come i crocefissori le vestimenta di Cristo, e s'assisero dominatrici le une al mezzogiorno, l'altre al settentrione, ed altre sul core d'Italia. E i primi che segnarono il patto nefando furono un Imperatore di quella Casa maledetta in Europa che gli uomini chiamano d'Austria, e uno di quei Vicarî del Genio del Male dei quali fu detto poc'anzi. E lo segnarono sul cadavere d'una delle più generose nostre città, che ultima aveva serbato in Italia la sacra scintilla della libera vita.

Ma quella città aveva, duecento ventotto anni innanzi, condannato all'esilio e alle pene dei malfattori l'uomo il più potente che mai si fosse in Italia per intelletto ed amore, il quale fu il primo Apostolo dell'Unità della Patria e padre di quanti esularono più dopo per essa.

Ora voi durate anch'oggi nella colpa dei padri; e immemori dei trecento anni di guerra fraterna che inaffiarono il vostro terreno di sangue, immemori dei trecento anni di muto e codardo servaggio che li seguirono, immemori degli insegnamenti che vi diedero, da quel primo Potente in poi, i vostri Grandi di mente e i martiri che patirono per infondervi la coscienza della vostra forza, aspettate la Patria, in sembianza di mendicanti, dal beneplacito dello straniero. Però Dio vi contende la Patria, e vi condanna a trascinarvi di sogno in sogno, di delusione in delusione, poveri Israeliti delle Nazioni, finchè, rinsaviti, non sentiate la forza ch'è in voi, e non diciate, colla fronte levata al cielo e colle destre impalmate sulle sepolture di quei che morirono per insegnarvi a combattere e vincere: _col nostro sangue, coll'armi nostre, o Signore: ecco, noi incrocicchiamo, fratelli e pentiti, in nome del Dovere e del Diritto Italiano, le spade, perchè tu benedica dall'alto le sante nostre battaglie_.

IV.

Come sasso che, precipitato dall'alto, rotoli a valle, raccoglie scendendo ogni mota e sozzura che incontra sulla sua via e giunge al fondo doppio di lurida mole, così la colpa inespiata dei padri, trasmessa in voi di generazione in generazione, si è ingigantita di corruttela e s'è fatta delitto mortale.

Però che i vostri padri non avevano, quando chiamavano gli stranieri, coscienza di Patria comune: ma li chiamavano a sostenere cupidigie di dominazioni e disegni torbidi di tirannide sui vicini. Voi millantate intelletto ed amore di Patria, e chiamate, per codarda sfiducia e temenza di sacrifici, gli uomini dell'altre terre a edificarvela.

Essi erano increduli e ignari; voi siete consapevoli profanatori.

E i vostri padri, quando gli stranieri invocati calpestavano di soverchio gl'improvvidi invocatori o insolentivano sui loro averi o sui loro affetti, sentivano a rinsuperbirsi dentro l'orgoglio e le fiere passioni degl'Italiani, e davano loro ricordi di sangue, pei quali suonano tuttavia tremendi i nomi di Legnano, di Palermo, di Forlì. Ma voi sceglieste in questi ultimi tempi, fra i potenti stranieri, a simbolo delle vostre speranze di Patria, quello appunto dalle cui mani gronda il sangue dei migliori tra i vostri giovani di dieci anni addietro, spenti in Roma per l'armi sue, onde si riponesse in seggio quel Vicario del Genio del Male, il cui nome suona negazione di Patria e di Libertà.

E lo circondaste dell'entusiasmo con cui i buoni salutano in terra il Genio consecrato dalla Virtù; baciaste il lembo della sua veste usurpata e intrisa di sangue di prodi e pianto di madri, e lo adoraste siccome idolatri diseredati di Dio e d'ogni lume di Verità e di Giustizia.

Quel giorno, l'anime dei vostri martiri si velarono, per dolore e vergogna, coll'ali; e le catene che ricingono i languenti nelle prigioni per voi, solcarono di solco più grave le loro membra; e gli angioli piansero in cielo; e i popoli in terra vi sospettarono indegni per sempre d'assidervi, eguali, alla libera mensa delle Nazioni.

Però che quell'uomo, mandato in terra sì come castigo alla Francia e perchè i popoli si ravvedano d'ogni culto idolatra d'un nome nell'avvenire, è il peggiore fra quanti tormentano in oggi l'Europa. Il suo Genio è la conoscenza del male: la sua parola, menzogna: la sua forza, tradimento e disprezzo d'ogni cosa nella quale gli uomini ripongono fede ed amore. L'anima sua si libra, come pendolo nelle mani di Satana, fra il Calcolo e la Voluttà. L'opere sue sono di volpe e di jena.

E la sua tomba non avrà nome, ma solo due date: 1849-1851.

E le madri l'additeranno, passando, per lunghi anni ai loro bambini come _la tomba dello Spergiuro_.

E a voi che, dopo averlo maledetto in nome di Roma e di Parigi, lo acclamaste, in nome dei suoi cannoni e dei suoi fucilieri d'Africa, magnanimo e redentore, bisogneranno molte e molte opere sublimi di grandezza e di sacrificio, perchè l'Angelo dell'Espiazione cancelli dal libro della vostra vita quel ricordo di colpa e di disonore.

V.

Non sia fraintesa, o fratelli, la mia parola da voi. Io so che da quando l'Uomo che più amò sulla Terra protese di sulla croce le braccia quasi a stringere in amplesso tutti i viventi e proferì la parola ignota ai secoli che lo precedettero: _perchè tutti, o Padre, siam uno in te_, Dio decretò che la voce _straniero_, come abitatore di terra diversa, passerebbe dalla favella degli uomini, e solo straniero sarebbe il malvagio.

Ma se voi guarderete attenti per entro le pagine della storia, vedrete che appunto in quel tempo cominciò a prepararsi visibile quel moto delle razze umane che dovea conchiudersi col loro riparto ordinato sulle varie terre d'Europa a seconda del disegno che il dito di Dio scolpiva, fin da quando la sottrasse alle acque, sulla sua superficie.

Allora, quasi sommossa dall'eco di quella grande parola, la terra sobbollì d'un immenso fermento. E come due Mari che si contendessero il dominio dell'abisso, una metà del genere umano si rovesciò sull'altra metà.

E dall'estremo settentrione, dall'oriente, da tutti i punti, come sospinte da non so quale tempesta divina, tribù d'uomini strane e fino allora ignote apparvero ad una ad una, sospingendosi, accavallandosi a guisa d'onde gigantesche l'una sull'altra, avviate da un'arcana potenza alla volta della Città dai sette Colli, nella quale l'idea di Patria s'era incarnata da secoli.

E là s'urtavano, si mescevano, si confondevano, struggendo e struggendosi. Era come un rotearsi d'elementi diversi per entro un caos infinito; e gli uomini, impauriti, credevano imminente la fine del Mondo, ma era invece la nascita d'un nuovo Mondo, che s'elaborava in grembo a quel caos.

E dopo cento anni e più di quel rimescolamento di genti senza nome e senza missione visibile, come un tempo la piena dell'acqua che ricopriva il globo si concentrava, retrocedendo, in laghi, fiumi ed oceani, si videro emergere dal turbinìo delle moltitudini i Popoli, collocati a seconda delle loro tendenze e del disegno di Dio dentro a certi confini. E gli uni si chiamavano Ispani e gli altri Britanni ed altri Franchi, altri, Germani, altri Polacchi, Moscoviti o con altri nomi.

E sulla fronte a ciascuno splendeva un segno di _missione speciale_: un segno che sulla fronte al Britanno diceva: _Industria e Colonie_; sulla fronte al Polacco: _Iniziazione Slava_; sulla fronte al Moscovita: _Incivilimento dell'Asia_; sulla fronte al Germano: _Pensiero_; sulla fronte al Franco: _Azione_; e così di Popolo in Popolo.

E quel segno era la Patria: la Patria di ciascun Popolo; il battesimo, il simbolo della sua vita inviolabile fra le Nazioni.

E come, nella lingua che si parla in cielo e della quale noi adoriamo un'eco sotto il nome di Musica, molte note formano l'accordo--come di molte parole, ciascuna esprimente una idea, si compone progressivamente la formula Religiosa che rappresenta d'epoca in epoca il Verbo di Dio sulla Terra--così l'insieme di tutte quelle missioni compite in bella e santa armonia pel bene comune rappresenterà un giorno la Patria di _tutti_, la Patria delle Patrie, l'UMANITÀ.

E solamente allora la parola _straniero_ passerà dalla favella degli uomini; e l'uomo saluterà l'uomo, da qualunque parte gli si moverà incontro, col dolce nome di fratello.

Così Dio v'insegna attraverso la Storia, ch'è l'incarnazione successiva del suo disegno, che voi non conquisterete l'Umanità se non quando ciascun Popolo avrà conquistata la Patria.

Però che l'_individuo_ non può sperare di tradurre in atto, da sè solo e colle sue fiacche forze, il vasto concetto della fratellanza di tutti; ma gli è necessario ajutarsi delle forze, del consiglio e dell'opera di quanti hanno con lui comuni lingua, tendenze, tradizione, affetti e agevolezza di consorzio civile.

E chi volesse tentare senza quell'ajuto l'impresa, somiglierebbe colui che volesse smovere l'inerzia d'un immenso ostacolo con una leva senza punto d'appoggio. La Patria è il punto d'appoggio della leva che si libra tra l'individuo e l'Umanità.

VI.

La Patria è una Missione, un Dovere comune. Or come mai potete sperare di conquistarvi la Patria, se chiamate altri a compiere quella Missione, ad eseguir quel Dovere?

La Patria è quella linea del disegno di Dio che Egli commise a voi perchè la svolgiate e la traduciate in fatti visibili. Come dunque potete meritare la Patria, invocando altri a svolgere quella parte di disegno per voi?

La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e d'affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, oprarono e passarono sul vostro suolo:--la vita che si solleva in orgoglio nell'anima vostra davanti a un sasso staccato dal Campidoglio o alla pietra di Portoria in Genova, con maggiore impeto che non davanti alle piramidi Egizie o alla Colonna Vendôme in Parigi:--la vita che, quando errate su terre poste al di là dell'Oceano, v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un nome italiano.

Come mai potete illudervi a credere che la rivelazione di questa vita possa compirsi per opera d'uomini, nei quali è muta la voce di quella tradizione e di quei ricordi, e ai quali s'agita in seno il segreto d'un'altra Patria?

E la Patria è, prima d'ogni altra cosa, la _coscienza_ della Patria.

Però che il terreno sul quale movono i vostri passi, e i confini che la Natura pose fra la vostra e le terre altrui, e la dolce favella che vi suona per entro, non sono che la _forma_ visibile della Patria; ma se l'_anima_ della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere, senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione; _gente_, non Popolo. La parola _Patria_, scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera, è vuota di senso, com'era la parola _Libertà_, che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni.

La Patria è la _fede_ nella Patria. Quando ciascuno di voi avrà quella fede, e sarà presto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima.

VII.

La Fede è Pensiero ed Azione. E lo sarà un giorno per tutti; ma lo è fin d'oggi e segnatamente per voi.

Io vi dissi che quando, come membra del grande essere collettivo che chiamasi Umanità, i diversi Popoli emersero, ciascuno colla sua missione speciale, dal caos di mille anni addietro, Dio pose un segno sulla fronte al Germano che significa _Pensiero_, e sulla fronte al Franco un altro che significa _Azione_. Or sulla vostra Ei pose un doppio segno che significa Pensiero ed Azione congiunti.

E quel doppio segno, ch'è la vostra missione ed il vostro battesimo fra le Nazioni, era visibile sulla vostra fronte, mille anni innanzi che gli altri Popoli fossero.

Però che voi, soli fino ad oggi fra tutti, aveste da Dio privilegio di morire e rivivere, come gli uomini favoleggiarono della Fenice. E alla Grecia soltanto, sorella nata ad un tempo colla nostra Italia, fu dato riaffacciarsi, nell'ultimo mezzo secolo, alla seconda vita, quando appunto cominciava per l'Italia ad albeggiare la terza.

Così, mentre il Germano move sulla terra col guardo perduto nell'abisso dei cieli, e l'occhio del Franco si leva di rado in alto, ma trascorre irrequieto e penetrante di cosa in cosa sulla superficie terrestre, il Genio che ha in custodia i fati d'Italia trapassò sempre rapido dall'Ideale al Reale, cercando d'antico come potessero ricongiungersi terra e cielo.

Per virtù di quella Unità che annoda il cielo infinito, patria del Pensiero, alla terra, patria dell'Azione, i padri dei vostri padri conquistarono il mondo cognito allora; ogni loro Legione era una missione armata; ogni vittoria era per essi decreto di Giove.

E, innanzi ad essi, i padri degli avi, che stanziavano fra Tevere e Po e si chiamavano Etruschi, edificavano le loro città giusta il concetto che si erano formati del cielo: ed ogni loro atto era incarnazione d'un pensiero di religione.

E dopo d'essi venne una generazione d'uomini-capi--capi per consenso e riverenza di popoli--i quali tentarono, per oltre a sei secoli, la santa impresa di dar sulla terra trionfo alla Legge di Dio sull'arbitrio degli uomini, al Pensiero ed alla Parola sulla forza cieca e brutale; e stettero per tutta Europa, in nome dell'Amore e della Giustizia, fra i Popoli e i padroni dei Popoli. E l'ultimo e il più grande fra loro fu il figlio d'un falegname per nome Ildebrando, frainteso anche oggi dai più. Poi, perchè il regno di Dio non può scendere sulla terra se non per l'opera libera e pur concorde di _tutti_, quegli uomini tradirono Popoli e Dio, e fornicando cogli oppressori delle Nazioni, diventarono e sono veramente i Vicarî del Genio del Male, da sterminarsi per sempre.

I vostri filosofi, i vostri sacerdoti del pensiero e dell'arte, non sì tosto avevano afferrato colla mente un concetto di Vero, che sentivano prepotente il bisogno di ridurlo a fatto, e furono, dagli antichi Pitagorici a Tomaso Campanella, da Dante Alighieri a Michelangiolo e Machiavelli, ordinatori di consorzî segreti, legislatori di città o predicatori d'instituti sociali. E si frammischiarono alle battaglie delle loro città, congiurarono contro le tirannidi, affrontarono prigioni, esilî, torture. Contemplarono e fecero.

E mentre altrove gli uomini ch'ebbero nome di riformatori di Religione assalivano gli oppressori dell'anima, rispettando gli oppressori dei corpi, ed erano Titani d'audacia contro la menzogna violatrice del Cielo, maledicendo aspramente ai figli del popolo che volevano cancellarla di sulla Terra, tra voi intesero che Spirito e Corpo si confondono nella Vita, ch'è una, e morirono sui roghi per aver tentato che la Verità di Dio trionfasse in atti visibili nella fratellanza civile. E cento anni addietro, le vostre donne in Firenze versavano ancora fiori, il ventitrè maggio d'ogni anno, sul terreno dove era morto tra le fiamme un santo frate che sollevava, or son tre secoli e mezzo, la bandiera dell'emancipazione religiosa e della Repubblica.

Or voi, abbandonando in questo la tradizione del vostro popolo, e perduta dietro a insegnamenti stranieri la memoria della missione d'Unità il cui compimento deve farvi Nazione, avete smembrato la vostra vita; e i più tra voi amano la Patria col solo pensiero, commettendo l'opere che devono fondarla all'usurpatore straniero e a quel misto d'impotenza e d'inganno che chiamano Diplomazia.

E la patria vi sfugge, e le speranze vi tornano di anno in anno in delusioni amarissime e vergognose, però che le parole dei principi, e sopratutto le promesse dello straniero, sono da tempo immemorabile simili ai pomi dell'Asfaltide, belli all'occhio e cenere al dente; e quando Dio disse all'uomo: _tu ti ciberai del sudore della tua fronte_, Egli intese non solamente del pane del corpo, ma del pane dell'anima, della Libertà e della Patria.

VIII.

Voi state sul limitare della terza vita d'Italia.

La prima vita d'Italia si diffuse pel mondo come alito fecondatore, colla sola potenza dell'Azione: la seconda, colla sola potenza del Pensiero e della Parola. Ed oggi la terza vita deve conquistare il mondo a nuova universale concordia colla potenza del Pensiero e dell'Azione, armonizzanti per opera dello Spirito di Giustizia e di Amore.

Però, se nella prima vita vi bastò la spada, e nella seconda la parola e l'esser presti a obbedire ad essa e morire per essa, voi non potete ora varcare il limitare della terza vita, se non usando la spada e testimoniando colla parola.

Dovete essere savî e forti: apostoli e militi.

Or la sapienza è il culto del Vero; e la forza è la fede nella potenza del Vero.

E perchè la sapienza scenda sul vostro intelletto e la fede benedica l'anima vostra, è necessario che invochiate l'una e l'altra con intenzioni sante e con un core puro d'ogni bassa passione.

La Virtù è la sorella del Genio. E quando il culto idolatra dell'io scaccia dall'anima la Virtù, che è lo spirito di sacrificio, l'anima rovina in basso com'aquila a cui manchi l'ala, e il Genio s'arresta a mezzo la via come stella cadente che illumina d'un solco di luce lo spazio e subitamente sparisce.