Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 25

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Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni, razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi; con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio europeo--e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio, ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di Carlo Alberto--la fede di Carlo Alberto suona ironia--ma dell'Italia; che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede, non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'_Unità Nazionale_, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a beneplacito altrui: che _Unità_ e _Libertà Nazionale_ non si fondano se non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo; che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia, quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia, interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America, coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci, con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere, ma per farvi rappresentante del DIRITTO ITALIANO; per fare intendere a tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana--questo non potevate nè dovevate pretendere--ma d'affratellarci con voi sotto bandiera comune, quella della _sovranità nazionale_. E a voi, s'anche amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi. Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare: tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di battaglia--io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare: impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu--profanerei, citandoli, i nomi di Washington e Bolivar--ma d'un ultimo allievo di Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia, tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi, giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.

VIII.

Non so se i vostri s'illudano, ma voi di certo non v'illudete. L'Italia, checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell'organismo nazionale non può trasferirsi all'estremità. Il core d'Italia è in Roma, non in Torino. Un _monarca_ piemontese non conquisterà Napoli mai: Napoli si darà alla Nazione, non mai a un principe d'altra provincia italiana. Il principio regio non può rovesciare il papato, e aggiungere ai proprî i dominî del papa. Un ministro di re non potrà mai lacerare i trattati, rompere i vincoli che lo legano all'equilibrio attuale d'Europa, e invadere il terreno tenuto a conquista dall'Austria. Voi, uomini della monarchia, non potete iniziare la lotta, non potete fare l'Italia. Il popolo solo lo può. E chi non vede, o non confessa il vero che io scrivo, è stolto, o cerca, ingannando i creduli, pretesti alla propria inerzia. Io dunque non vi accuso perchè non vi cacciate a imprese impossibili; non v'accuso perchè non liberate coll'armi il paese. V'accuso perchè, pur sapendo di non potere e di non volere fare l'Italia, andate millantando che la farete. V'accuso perchè spargete per ogni dove voci di disegni che non avete in animo di ridurre in atto, sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V'accuso perchè, congiurando col tiranno di Francia, e cedendo Napoli, per quanto è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi della veste di emancipatore. Vi accuso perchè, fomentando segretamente odî inutili all'Austria ed al papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a impedire di far noi, che soli vogliamo davvero rovesciare l'una e l'altro. V'accuso d'aver fatto quanto era in voi per travisare all'estero il nostro problema e persuadere col vostro linguaggio segreto e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativi e d'ordini civili men rei, da introdursi nei diversi Stati d'Italia, quando la prima, la vitale questione, l'_unum necessarium_ per noi, è l'essere Nazione UNA dall'ALPI al MARE. V'accuso di combattere noi colle armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi possiamo essere ogni cosa fuorchè colpevoli; che adoriamo una santa idea; che possiamo essere ostinati, non ambiziosi; utopisti, non ingannatori; rivoluzionarî, non demagoghi o sovvertitori pazzi e feroci.

E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'avere impiantato un dualismo fatale di Piemonte e d'Italia dov'era, prima del 1848, concordia assoluta di voti e d'opere; e d'avere corrotto, per quanto è in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica di artificî e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole risorgere.

Era vostra missione d'_italianizzare_ il Piemonte e prepararlo a confondersi nella patria comune, della quale esso avrebbe potuto essere la prima provincia, come il re vostro avrebbe potuto esserne il primo cittadino. Voi, guardando al Piemonte come a Stato destinato a vivere di vita propria, lo avete educato a rinegare la madre comune; a considerare una libertà, figlia del moto nazionale del 1848, siccome conquista propria, a mutare i diritti di libera azione, che dovevano essergli arma ad emancipare i venti milioni di fratelli schiavi, in egoismo che calcola se il tentativo a pro dei fratelli non possa per avventura fruttargli la perdita d'un godimento. Avete inaugurato la politica dell'esempio, come se, a chi vive in ricchezza splendida, non incombesse debito alcuno verso il congiunto che geme nella miseria, fuorchè l'insegnargli il perchè della sua condizione diversa. Prima di voi, si cospirava per l'unità d'Italia, in Piemonte, nell'esercito e nelle classi cittadinesche; una tradizione di martiri per la Nazione, da GARELLI e LANERI a TOLA e GAVOTTI, da SANTA ROSA a RUFFINI, s'inanellava colla lunga tradizione sulla quale poggia la FEDE ITALIANA: oggi, si condannano tra voi alla galera uomini che, come Savi, promovono colla penna la causa dell'unità, e si caccia raminga da Genova la vedova di PISACANE, senza che un deputato alla vostra Camera levi una voce di generosa protesta.

Era vostra missione promovere l'educazione _morale_ d'un popolo che s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto oltre ogni altro d'istinti buoni, ma facile a traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l'adorazione della forza e del delitto che riesce, l'artificio de' vecchi Stati, retti a monarchia costituzionale, l'ipocrisia che travolse la Francia ove or giace. Gli avete insegnato a mentire al proprio fine, ed allearsi con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso. Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un impero nel quale, come nell'impero d'Austria, le popolazioni indigene s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice, diversa per razza, lingua, religione, abitudini. L'avete educato alla tattica dei partiti scettici, che hanno per bandiera nome di uomini e non principî: a decidere delle questioni politiche, non dalla nozione del giusto e dell'ingiusto, ma dall'utile fugace di un giorno; a votare in favore di leggi che credete triste, per evitare il possibile ritorno di certi uomini al Ministero. Avete innestato sulla giovinezza di un popolo, che non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con una _fede_ rappresentata in tutti i suoi atti, la _dottrina_ materialistica dell'_espediente_, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.

E tutto questo a qual pro?

Che otteneste voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete in dieci anni di _concessioni_, di guerra fatta, per accarezzare i Governi, a noi, e di silenzio obbrobrioso sulla perenne occupazione di Roma, conquistato un solo palmo di terra italiana a libere instituzioni? strappato un solo miglioramento alle condizioni, non dirò politiche, ma amministrative, degli altri Stati? rotto i ceppi a un solo dei miseri che gemono nelle cento prigioni d'Italia? fortificato, ordinato, armato, educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato--lo confessate voi stesso nel vostro discorso del 16 aprile--_un solo risultato materiale_:--non ha fruttato--questo possiamo arditamente aggiungerlo noi--un solo grado di progresso _morale_ alla causa della nostra Nazione.

_S'è proclamato_, voi dite, _in faccia all'Europa che le condizioni d'Italia abbisognano d'energici rimedî_. Signore! Il _proclama_ che voi attribuite alla politica del marchese d'Azeglio e alla vostra, s'è scritto e si scrive, da oltre mezzo secolo, col sangue dei mille martiri, che dai Napoletani del 1799, a PISACANE ed ORSINI, spesero la vita combattendo, o sul palco; e non uno è vostro: la spesero, i più, in nome della FEDE REPUBBLICANA, tutti in nome della grande Idea Nazionale. Voi, spronato, costretto dal loro sagrificio a balbettare qualche timido, incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il grido potente, che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda preghiera; avete, all'immensa aspirazione nazionale, al sacro e veramente divino DIRITTO d'Italia, ch'essi rappresentarono in vita ed in morte, sostituito l'immorale, disonorevole massima che anche dai nostri tiranni noi possiamo, quasi mendicata elemosina, ottener libertà. Se l'Europa guarda su noi con affetto e speranza, è dovuto, non alla vostra incerta politica, ma alle cinque giornate lombarde, al giuramento d'insorgere, dato e attenuto dai Siciliani, alla difesa di Venezia, ai caduti di Curtatone, alle prodezze di Bologna e d'Ancona, ai fatti di Roma. Se l'Europa ci crede capaci di libertà vera e non violatrice degli ordini eterni sociali, è dovuto a ciò che essa vide di noi, per alcuni mesi, in Roma e Venezia. Se l'Europa conosce i nostri dolori, le nostre guerre, e i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa, è dovuto a noi, al nostro apostolato di venticinque anni, alle continue nostre pubblicazioni. E s'essa porge attento l'orecchio ad ogni suono che muova dal vostro Piemonte, è perchè, malgrado vostro, il Piemonte è Italia: perch'essa crede, illusa, che compirete il debito vostro, e moverete, un dì o l'altro, alla conquista, non d'una povera zona dei Ducati o della Toscana, ma dell'Italia. Non v'illudete. Il giorno in cui l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della vostra politica, essa torcerà il guardo da voi, e non ricorderà i vostri nomi se non per accusarvi con me d'aver ritardato l'emancipazione d'Italia, troncando il Partito in due, e sviandolo in direzioni diverse.

L'unico vitale decisivo progresso compito negli ultimi dieci anni in Italia, è quello delle classi operaje; è la diffusione della fede nazionale fra i popolani delle nostre città; è il loro tacito ordinarsi all'azione. E quel progresso non è vostro: vi cresce ostile. La tradizione nazionale e gl'istinti repubblicani fremono in seno a quell'elemento, ch'è arbitro, checchè facciate, dell'avvenire.

IX.

Tra noi e voi, signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perchè, come noi facciamo, nol dite? Perchè persistere a ingannare l'Italia e l'Europa sul vostro intento?

Noi rappresentiamo l'Italia: voi rappresentate la vecchia, cupida e paurosa ambizione di Casa Savoja.

Noi vogliamo anzitutto l'unità Nazionale: voi non cercate se non un ingrandimento territoriale nel nord dell'Italia ai regî dominî; voi avversate l'Unità, perchè disperate di conquistarla e di dominarla.

Noi crediamo nell'iniziativa del popolo d'Italia: voi la temete, e vi studiate di allontanarla. Voi sperate l'accrescimento sognato, dalla diplomazia, dal favore dei Governi Europei. Ogni _iniziativa_ v'è dunque contesa, e voi non potete porgere alla Nazione _opportunità_ per sorgere e costituirsi.

Noi vogliamo che il paese, sorto una volta che sia, scelga libero la forma d'instituzioni che dovrà reggerlo: voi negate la sovranità nazionale, e fate della monarchia una prepotente condizione d'ogni ajuto all'impresa.

Noi cerchiamo i nostri ajuti fra i popoli che hanno con noi comunione d'intento, di dolori e di lotte: voi li cercate fra i nostri oppressori, fra i poteri deliberatamente, necessariamente avversi alla nostra Unità.

Noi consacriamo tempo, mezzi, anima, vita, a persistere in una guerra che, attraverso una serie inevitabile di sconfitte, educa il nostro popolo a combattere, radica in Europa l'Idea che l'Italia vuole davvero, e deve infallibilmente conchiudersi colla vittoria: voi consacrate tempo, mezzi e politica, ad attraversarci la via, a perseguitarci dovunque potete scoprirci, a denunciarci alle polizie dei Governi assoluti, a dissuggellare le nostre lettere, a cercar di sopprimere, legalmente ed illegalmente, i nostri giornali.

Noi adoriamo una fede: la FEDE NAZIONALE;--un principio: il PRINCIPIO popolare repubblicano;--una politica: l'espressione ardita, continua, colla parola e coi fatti, del DIRITTO italiano: voi piegate il ginocchio davanti alla forza, ai trattati del 1815, al dispotismo, a ogni cosa che sia, purchè sorretta da _squadre grosse_. Non avete scorta di moralità nè di fede.

Noi vi accusiamo: voi ci calunniate.

Tra voi e noi, signore, l'Italia giudicherà. Io penso talora che voi avreste potuto, volendo, fare l'Italia, e che la politica del marchese d'Azeglio e la vostra non sommeranno che a disfare il Piemonte.

_Giugno, 1858._

GIUSEPPE MAZZINI.

A VITTORIO EMANUELE

SIRE,

Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili, che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi:--_da quella voce può forse venirmi il Vero?_--Allora, uditemi: però che io, parlandovi, non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste, volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che ciarla di _libertà_ e manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata, energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746 alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita--vita d'un Popolo che non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'ITALIA, che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a Capo Passaro--io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita: se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, nato di popolo, la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.

Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita; forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola parola: UNITÀ:--Voi non avete osato proferirla quella parola: però non sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è ignota.