Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 24

Chapter 243,413 wordsPublic domain

Ogni membro della vostra Camera, che--pur corrivo ad accettare come verità di fatto le vostre dichiarazioni--avesse semplicemente serbato lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campo _per_ l'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campo _contro_ l'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al primo e adulate al secondo?»

Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta al vostro: _mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di Roma_--son le sole che ricordate--_per cui si possa dire che esse portarono civiltà_, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;--come si sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di Roma repubblicana:--poi, se il programma delle nostre lotte contro il dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani lombardi:--se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;--se non escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi della fine dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.

Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale la gretta ambizione d'una dinastia; alla ITALIA UNA dall'Alpi al mare, il meschino concettuccio d'una _Italia del Nord_; all'emancipazione d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella, perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni dell'imprudente soccorritrice? Voi _non chiedeste mai_ per l'Italia. E a chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica francese diritto di rispondere queste parole:--ove si tratti di soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di casa Savoja, la repubblica non può farlo--?»

Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia richiamato ai documenti officiali.

Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la missione del _principio_ repubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione esecutiva--tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma, voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare--non erano secondate abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francese _voleva_ ajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il Governo Sardo _non volle_. È questione di fatto e non altro per me. Io credeva allora--e pubblicai la mia opinione sull'_Italia del Popolo_ in Milano--che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore--e dicendo _voi_ accenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale gittate l'accusa ai repubblicani di Francia--voi che, per terrore dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.

L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva: _Se nazionalità conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre, la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria, ma il soldato democratico dell'avvenire_.

Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione italiana, ripeteva più esplicita:

_Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli--se questa indipendenza, questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta; appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici, che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo, malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia._

La Commissione esecutiva parlava all'Assemblea Nazionale, e l'Assemblea Nazionale rispondeva il 24 con un decreto, nel quale ingiungeva alla Commissione di mantenere, a norma della sua condotta, il voto unanime dell'Assemblea, l'emancipazione dell'Italia.

Qual era intanto il vostro linguaggio?

Io non noterò come il 13 marzo il vostro ambasciatore in Parigi non avesse ancora col Governo della repubblica relazioni _officiali_. Non dirò i rimproveri fatti al Governo provvisorio lombardo per un timido indirizzo alla Francia. Non parlerò delle istruzioni date agli agenti vostri perchè esagerassero in Parigi le diffidenze italiane, e spegnessero, calunniando colla stampa, ogni simpatia coi Lombardi. Ma il 6 aprile protestavate formalmente contro l'assembrarsi dall'esercito alle Alpi.--«Non posso intendere»--scriveva il vostro ambasciatore Brignole--«quali siano i motivi che hanno potuto spingere a credere la sicurezza e la gloria della repubblica esigere l'avvicinarsi dei suoi soldati alla frontiera delle Alpi. Non è quella una frontiera amica?... Perchè parlare di guerra, d'entrare in campagna?... L'agglomerazione di un corpo considerevole presso ai dominî del re potrebbe suscitare inconvenienti gravissimi». Ed il 7 aprile insisteva in nome vostro l'ambasciatore: «È necessario che la Francia intenda ben questo: se mai l'esercito della repubblica varcasse l'Alpi senz'essere chiamato... l'influenza della Francia e delle idee francesi in Italia sarebbe per lungo tempo perduta. Non si vuole l'appoggio militare della Francia, se non il giorno in cui una strepitosa disfatta avrà provato che l'Italia sola è impotente a cacciar l'Austria al di là dell'Alpi... Ove la Francia intervenga prima dell'ora segnata dallo spavento pubblico, si griderà da un punto all'altro d'Italia: _la Francia, della quale non avevamo bisogno, viene unicamente per dare sfogo alle tendenze che l'animano e che minacciano di trasarginare: essa non viene per conto nostro, ma per proprio conto. Essa aveva detto, nel suo programma, che rinunziava ad ogni conquista; e mentiva. Essa intende sostituirsi all'Austria..._ E si desterà in tutti i cuori un odio implacabile, un odio italiano...».

E poco dopo l'ambasciatore diceva: «Io sono espressamente incaricato dal mio Governo d'esprimervi il suo desiderio che le truppe francesi siano tenute lontane dalla frontiera».

Il 22 maggio, il ministro Parete gridava alla Camera Torinese: «L'esercito Francese non entrerà se non chiamato da noi: e siccome noi non lo chiameremo, non entrerà».

E il 30 maggio, l'agente del Governo Provvisorio Lombardo, udendo che un buon numero di _volontarî_ francesi s'ordinava per movere alla volta d'Italia e rassegnarsi al comando supremo--che era il vostro--della vostra guerra, s'affrettava ad interporre proteste: «La formazione di legioni di volontarî per la guerra lombarda potrebbe cagionare disturbi.... Il Governo di Lombardia non vede con piacere l'organizzazione di corpi ausiliarî siffatti»[141].

Tale fu, fin verso il finire di luglio, il linguaggio tenuto al Governo Francese dai vostri. Nè credo che, da quando il trattato di Vestfalia inaugurò quel congegno di menzogne e d'inezie che nominano diplomazia, si tenesse mai da un Governo linguaggio più imprudente e più stolto. Alla Francia, della quale si pronunciava potersi un dì o l'altro richiedere l'ajuto, il Governo Sardo diceva: «Non vi stimiamo leali: diffidiamo altamente di voi. Non vogliamo gli ajuti che ci profferite, oggi che le vostre armi congiunte alle nostre vincerebbero senz'altro la guerra; ma, se un giorno cadremo, allora, cadendo, vi chiameremo. Non potremo più allora secondarvi. I danni, i pericoli della guerra saranno tutti vostri. Nondimeno, dopo avere ricambiato le vostre offerte con orgoglio e disprezzo, v'invocheremo, giacendo, a fare per noi, senza vostro pro, ciò che noi non potemmo; e se non vorrete, vi accuseremo di tradimento al principio, aborrito da noi, che rappresentate.» E all'Italia, pur predicando: _fate, da voi, temete gli ajuti di Francia_, il Governo liberatore diceva: «tenete le baionette di Francia in serbo pel giorno nel quale dovrete invocarle nel terrore e nella vergogna della disfatta: rifiutatele oggi che potete averle onorevolmente alleate; le accetterete quando avrete perduto ogni diritto a moderarle e giovarvene senza pericolo. Sdegnate, irritate col sospetto lo straniero che vi si offre fratello, e che voi, forti e rispettati, potete contener nei limiti della fratellanza; ma preparatevi fin d'ora a chiamarlo supplici, quando nulla gl'impedirà d'esservi padrone; quando, trovandovi inermi ed impotenti, ei potrà rivendicare, senza ostacolo da parte vostra, i diritti del benefattore insolente, e sarà tanto più allettato ad esercitarli quanto più ei ricorderà d'essere stato offeso da ingiusti sospetti da voi.» Son queste le avvedutezze politiche della monarchia piemontese.

Dopo gl'infausti moti del giugno, la Repubblica perdeva intanto, per terrore d'una anarchia che avrebbe potuto e non seppe padroneggiare, coscienza di sè; si sviava affidandosi a una dittatura militare, a tendenze illiberali di resistenza. Il 24, Cavaignac, uomo d'anguste vedute, per difetto d'ingegno e per abitudini soldatesche, repubblicano solamente di nome, assumeva il potere. Allora la Francia, che aveva sinceramente desiderato combattere con noi per lacerare gli aborriti trattati di Vienna, cominciava a riconcentrarsi nell'egoismo di paese, e desiderava astenersi da imprese più di _principio_ che non d'_interesse_. Pur, se voi volevate, cedeva: cedeva, vincolata dalle solenni profferte anteriori e dall'ingenito orgoglio. Non volevate. Al vostro Governo pareva meglio fin d'allora perder la guerra con un titolo monarchico in portafoglio per le contingenze future, che non vincerla con l'aiuto di soldati repubblicani e a rischio di risuscitare nel nostro popolo le idee che gli avevano procacciato l'ardire della vittoria sulle barricate. Quel titolo, quel documento, l'atto della fusione, era fin dal 13 giugno nelle mani di Carlo Alberto. Che importava dell'Italia al re e agli uomini della Monarchia? Non l'amavano come l'amiamo noi; e non avevano genio nè audacia per tentare di conquistarne il dominio.

Il giugno e il luglio passarono fra positive sconfitte e bandi di vittorie ideali, senza che si fiatasse sillaba d'intervento. Il ministro Pareto parlava, se ben ricordo, sul finire del luglio, di resistere apertamente ai Francesi, ove si attentassero di varcare le Alpi. Il 31 bensì, sotto il fremito delle popolazioni, che incominciavano a indovinare la disfatta e a sentirsi tradite, si mutava linguaggio, e si annunziava officialmente ai Lombardi che il Ministero piemontese chiedeva formalmente l'intervento di Francia. Non era vero. S'era, tra per deludere il popolo e sviarlo dall'ordinarsi a difesa, tra per contrabilanciare presso il Governo francese l'influenza dei lombardi Guerrieri, Trivulzi e Mora, accorsi in Parigi a sollecitare ajuti, spedito da Torino Alberto Ricci; ma non richiedeva, impediva; e ne abbiamo la prova in un documento indirizzato in quel torno al Cavaignac da Felice Foresti, Tommaso Gar, Aleardi, colonnello Frapolli, Giulio Carcano, segretario del Governo provvisorio, ed altri. Anche su quegli estremi, e benchè a malincuore, Cavaignac si dichiarava pronto a operare purchè le domande lombarde venissero appoggiate dal Governo piemontese, sulle cui terre bisognava por piede. Ma il 2 agosto, quando gli Austriaci erano a qualche lega da Milano, il vostro ambasciatore era muto: muto il 3, il 4, il 5 e il 6. Non fu che sul mattino del 7 agosto, _due giorni dopo la dedizione di Milano_, quando non un solo milite piemontese rimaneva sul territorio lombardo, che il Brignole richiese intervento. Era derisione o stoltezza? E fu stoltezza o impudenza di chi sa che la maggioranza della Camera accetta ciecamente ogni affermazione ministeriale, quella che v'indusse a muovere accuse ai repubblicani francesi? Le date v'uccidono, e lo sapevate. Che importa il dispaccio spedito il 23 luglio dal marchese Brignole, sul quale la vostra stampa ha menato tanto romore? Opporrete, voi ministro, ai documenti ufficiali il ragguaglio essenzialmente incerto d'una discussione _segreta_ del Comitato degli affari esteri? E se anche il ragguaglio fosse esattamente conforme al vero, come poteva darvi diritto di assalire, per compiacere all'Impero, quei che, nel vostro discorso del 16, voi chiamate _gli amici i più spinti della rivoluzione, i Ledru-Rollin e i Bastide_? Il nome di Ledru-Rollin non è nel dispaccio, e Bastide dichiara, a detta dell'ambasciatore, non curarsi della Savoja o di Nizza; la Francia dovere, lietamente o no, concedere ajuto, se chiesto. Ben risplende in quel dispaccio l'arte solita di voi e dei vostri di attribuire senza cagione alcuna agli uomini che vi sono avversi i disegni men buoni. Ricordo Balbo, che, mentre io fondava la più unitaria di tutte le nostre associazioni politiche, stampava che io voleva ricostituire le repubblichette del medio evo. Così il vostro Brignole accusa il Bastide, perchè avverso a un ingrandimento territoriale di casa Savoja, di voler favorire _la divisione dell'Alta Italia_ in piccoli Stati. Al patrizio Brignole non si affacciava la semplice idea che un repubblicano potesse vagheggiare nell'animo _la Italia Una fatta repubblica_.

Voi rifiutaste gli ajuti della Repubblica Francese, quand'essa li offriva. Li invocaste, quando, disfatti, impotenti--e lo provò più tardi Novara--a rifar la guerra, e mutato già, in Francia, l'andamento delle cose, sapevate che avreste rifiuto: e lo accertaste più sempre, aggiungendo alla domanda, per _tutelare le istituzioni contro i pericoli di una propaganda politica_[142], condizioni indecorose, inaccettabili dalla Francia. Questo è ciò che la storia dirà. E dirà, come, respinti anche i semplici _volontarî francesi_, disarmati siccome masnadieri i militi della Legione Antonini appena scesero sul vostro suolo, ricusaste pure il soccorso offertovi da un colonnello del Canton di Vaud, di 2000 carabinieri svizzeri. Più assai che non gli Austriaci, il vostro Governo temeva l'apparire in Italia di soldati repubblicani.

Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza citar date, anzi travolgendole,--dacchè il nome di Ledru-Rollin come membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione fosse anteriore all'agosto,--gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio, che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi, avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel 1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento. Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno, e le persecuzioni alla libera stampa.

VI.

Questa vostra nuova alleanza col Bonaparte, alla quale la vostra stampa spianava da qualche tempo la via e che voi avete arditamente confessata negli ultimi vostri discorsi alla Camera e più nei vostri atti, dovrebbe, parmi, aprir gli occhî agli uomini che in buona fede sognano tuttavia iniziatrice della emancipazione italiana la monarchia del Piemonte. E dovrebbe aprirli sul valore del vostro senno politico. Fra i Governi costituzionali e i dispotici, tra l'Inghilterra e l'Impero, voi scegliete di stringervi alla tirannide dell'Impero, e vi stringete ad essa quando appunto essa accenna a rovina.

Non so se gli uomini ai quali alludo si avvedano che l'alleanza col Bonaparte vale inevitabilmente da parte vostra: accettazione dell'assassinio di Roma:--negazione d'ogni unità o unificazione italiana:--negazione di libertà per qualunque parte d'Italia rovesciasse, sotto i vostri auspicî, il suo governo:--patto nefando di promovere la dedizione del sud a un prefetto dell'Impero, Murat, purchè il Bonaparte cooperi a che i dominî del re vostro s'impinguino dei Ducati; dico dei Ducati e non d'altro, perchè le segrete millanterie sul Lombardo-Veneto non sono per voi che artificio di chi chiede il più per ottenere il meno più agevolmente. Nessuno può ragionevolmente supporre che il Bonaparte, senza altro sostegno oggimai che i pretoriani e il clero cattolico, getti disfida mortale a quest'ultimo, assalendo il papato: nessuno, ch'ei possa mai offendere irreconciliabilmente l'orgoglio francese, lasciando che un suo prefetto conceda a Napoli libertà contese alla Francia: nessuno ch'ei, più corrivo di Lamartine, v'ajuti a fondare nel nord dell'Italia un vasto e potente Regno, minaccioso il dì dopo pei dominî ch'egli avrebbe impiantato nel sud. Gli uomini che hanno votato con voi contro la offesa dignità del paese, contro l'indipendenza dei giurati e della stampa, non per sola paura, ma per conquistare alla causa italiana gli ajuti del Bonaparte, hanno tradito, ad un'ora, Italia, logica e senno elementare politico.

Bonaparte tende a impiantare, scimmiottando Napoleone su scala pigmea, la dinastia di Murat in Napoli. Odiatore cupo dell'Inghilterra d'antico, riconcitato ad odio novello dalla civile condotta del popolo che ci porge asilo, e certo di averlo dichiaratamente avverso ai suoi disegni sul mezzogiorno d'Italia, ei cerca prepararsi una diversione contro l'Inghilterra, stringendo un patto segreto con la Russia e suscitando guerra in Oriente; un'altra contro l'Austria, spingendovi, quand'ei faccia, a dimostrazioni che ne tengano a freno gli eserciti. Voi, noncurante d'onore o di patria comune, avete accettato, in qualità di cooperatore, il disegno, perchè ei vi ha promesso di ajutarvi ad ampliare di zona più o meno angusta i dominî di casa Savoja. È questo il segreto della vostra politica d'oggi. Voi lo negherete, come, giovandovi della dimissione di un vostro collega, negaste la verità di un'altra mia accusa, proferita, non contro voi individualmente, ma contro il vostro governo: io lo affermo. Gli uomini che giudicheranno spassionatamente fra voi e me, sanno che i segreti di Stato possono scoprirsi, non documentarsi, e studieranno le prove del vero che io affermo nei menomi atti dello Tsar di Russia, di quello di Francia e di voi.

Ministro di re costituzionale e promotore, per debito al principio che rappresentate, d'interessi dinastici, voi cercate le vostre alleanze esclusivamente fra i despoti. Italiano, e millantatore di concetti emancipatori, voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Lodovico il Moro; chiamando la tirannide straniera al di qua dell'Alpi, e dando assenso a un nuovo dominio e ad una potente influenza, difficile a sradicarsi, dove un Governo aborrito da tutti e logorato da lungo tempo nell'opinione sta per cadere. Uomo di Stato e pensatore politico, voi create al Governo inglese la necessità di accostarsi all'Austria e condannate all'isolamento il Piemonte, il giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto il colpo ardito di un vendicatore, o sotto l'ira oggi visibilmente ridesta della Francia, l'Impero mal sorto cadrà. Inaugurereste, se mai poteste riuscire, la più tremenda guerra civile che mai si sia veduta in Italia. Intanto voi mutilate, per compiacere al despota straniero, le libertà dello Stato: inacerbite, con la persecuzione sistematica ai suoi giornali, i giusti rancori di Genova, e stampate sulla fronte all'unico popolo italiano, che rappresenti in faccia all'Europa il germe del nostro avvenire, la vergogna di un'alleanza con l'uomo che uccise la libertà della propria patria, e fece mietere in Roma il fiore dei nostri giovani. Questi sono, mercè la vostra politica, i risultati di dieci anni di libera vita pel Piemonte, considerato come provincia e, un tempo, come speranza d'Italia!

VII.