Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 23

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E quello ch'io credo della società, lo credo dell'individuo; tanto più quanto più mancano all'intelletto solitario d'un uomo gli elementi che la società possiede abbondanti per accertare i gradi di colpa di chi è segno al giudizio, e l'efficacia del colpo che vuol vibrarsi. I due primi, che nel 1848 annunziarono al popolo di Milano che il patto di dedizione era firmato, che Carlo Alberto, mentre giurava di voler sotterrar sè e i suoi figli sotto le rovine della città, apprestava celatamente la fuga, furono spenti da chi li giudicava agenti prezzolati dell'Austria, ed erano patrioti ed avevano parlato il vero. I traviati che nel 1849, instigati dall'ambizione delusa di un tristo, uccidevano in Ancona gli uomini noti per appartenere alla parte dispotica, credevano salvar la repubblica, e la minavano coll'anarchia, la deturpavano davanti all'Europa, e schiudevano la via alle infinite calunnie che oggi trovano, o signore, un'ultima eco sulle vostre labbra. I miseri che, oppressi, angariati, irritati in mille modi dai satelliti del papato e dallo straniero, e abbandonati, illusi, delusi perennemente dai vostri fautori, sfogano l'ira trucidando birri e spie, non alleviano d'un atomo i proprî mali, non giovano menomamente la causa della Nazione, alla quale solo un ardito sforzo collettivo può dar salute. E gli sconsigliati che dissanguavano, nel 1793, sistematicamente la Francia, ordinando, suprema riazione delle loro stesse paure, il _terrore_ contro i sospetti, non impedivano, affrettavano la caduta della Repubblica; non salvavano il paese dalla tirannide gloriosa di Napoleone, nè dalle due monarchie Borboniche, nè dal volgare dispotismo dell'oggi; somministravano bensì pretesto, vivo tuttavia contro l'avvenire repubblicano, alle diffidenze borghesi e alle ripugnanze dei poveri ingannati coltivatori del suolo francese. Però, io abomino egualmente--e non lo tacqui mai scrivendo o parlando--il _terrore_ eretto a sistema, ogni _teoria_ di pugnale, e i giudizî di morte, e l'idea, fondamento anche oggi a tutte le vostre legislazioni, che a noi, società o individui non monta, spetti mai un ministero di _vendetta, d'espiazione o castigo_. Noi non abbiamo che un diritto di _difesa_, e il _dovere_ di tentare la riforma, il miglioramento, l'educazione del colpevole. Ogni sistema penale che non mova da questo _principio_ è reliquia di barbarie più o meno mascherata e fatale.

E queste credenze ch'io ho predicate sempre ad amici e nemici, e mantenute in Roma tra i fautori nostri dei partiti estremi e gli uomini che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non cospiravano, coll'invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra Camera;--queste credenze che movono in me da una fede religiosa ignota a voi ed ai vostri, sono non solamente mie, ma di quei che promossero con me la diffusione della GIOVINE ITALIA, e promovono oggi il Partito d'Azione. Veggo tra i vostri sostenitori e tra quei ch'or gridano, commossi in visita, contro l'inventata _teoria del pugnale_, uomini che s'avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria. E l'uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e da giudizî solenni nella Carboneria. Ma la GIOVINE ITALIA, che voi tentate infamare col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente, con libri e giornali, la bandiera dell'unità repubblicana d'Italia in faccia a' suoi oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorchè all'abominio dei suoi fratelli. L'Associazione non ebbe condanne mai, se non d'esclusione. Mutammo nome, non instituti nè fede. A voi non riuscirebbe trovare una sola delle nostre pubblicazioni, dal 1831 sino al mese in cui scrivo, contenenti dottrine dissimili da questa mia. Ond'è che, quando non vi giovi, con credulità d'idiota, accogliere siccome storia accuse come quella di Rodez[139] smentite da' tribunali, e le novelle delle quali s'ingemmano tratto tratto le gazzette cattoliche, voi, deplorando che per noi si torcesse nel 1849 la nostra dottrina alla santificazione del pugnale, avete detto, sciente, il falso: siete peggio che stolido, o calunniatore.

Stolto e calunniatore foste di certo ad un tempo, quando, a carpire un voto di concessione obbrobriosa, dichiaraste alla facile Camera che si minacciava per noi la vita di Vittorio Emanuele. Se la vita di Vittorio Emanuele fosse minacciata davvero, non la proteggerebbero le vostre leggi. Ad uomini della tempra di PIANORI, di MILANO, di ORSINI, poco importa di giudizî o giudici: uccidono, o muojono. Ma la vita di Vittorio Emanuele è protetta, prima dallo Statuto, poi dalla nessuna utilità del reato. Anche mutilata e spesso tradita da voi, la libertà del Piemonte è tutela che basta ai giorni del re. Dove la verità può farsi via nella parola; dove, anche a patto di sacrificî, l'esercizio de' proprî doveri è possibile, il regicidio è delitto ed insania. Ci credete scellerati ed insani? A che mai gioverebbe, ed a chi, la morte di Vittorio Emanuele? Egli regna, ma non governa. L'indole indifferente, non tirannica, può procacciargli biasimo forse da chi ricorda quali solenni doveri ei potrebbe e non cura compiere; non odio mai. Io lo credo--malgrado i difetti della sua natura--migliore dei suoi Ministri. Per chi lo uccidesse, avremmo noi tutti il ribrezzo che s'ha per l'assassino.

Le nostre teoriche, bensì, le credenze che propugniamo, mal s'adattano alle condizioni anormali nelle quali si producono fatti simili a quei di Bruto, di Tell, di Pianori e d'Orsini. A che parlar di _doveri_, quando la Libertà, senza la quale l'idea del _Dovere_ non ha più base, è cancellata dalla violenza, e tutte le vie a compierli sono chiuse? A che ripetere oziosamente: _la vita è sacra_, dove la definizione della VITA, ch'è moto, sviluppo, progresso, è falsata, soppressa? A che contendere all'individuo il diritto di rivendicare le condizioni prime di ogni vita, per sè e pe' suoi fratelli, quando tribunali non sono: quando ogni potenza collettiva è negata; quando è vietata ogni interpretazione _sociale_ della legge? Ciò che rende illegale, immorale, colpevole nell'_individuo_ il richiamarsi alle forze proprie per combattere ciò ch'ei crede ingiustizia, è l'esistenza d'un terzo elemento, d'un terzo potere, d'un arbitro tra l'ingiusto e lui: dove questo elemento intermedio non esiste; dove la coscienza di tutti non ha più voce, direte all'oppresso: _dacchè non esiste tribunale a cui tu possa richiamarti, soggiaci; l'ingiusto ha vinto_?--La coscienza dell'individuo che sente il proprio diritto, e trova in sè il coraggio per tentare di riconquistarlo ad ogni patto, vi risponderà sempre, d'epoca in epoca: _dacchè la società è impotente a tutelarsi e tutelarmi contro l'oppressore, i suoi diritti, i diritti dell'umanità conculcata, vivono in me, e me li assumo_.--O legge, o guerra; e vinca chi può. Dove ogni vincolo è spezzato tra la legge e gli uomini d'uno Stato, ogni forza è santa che s'adopera, per qualunque via, a riconnettere gli uni coll'altra. Dove è rotto l'equilibrio fra la potenza d'un solo e la potenza di tutti, ogni individuo ha diritto e missione di cancellare, potendo, la cagione del vizio mortale, e ristabilir l'equilibrio. Davanti alla sovranità collettiva il cittadino tratta riverente la propria causa; davanti al tiranno sorge il tirannicida.

È _fatto_, non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema d'ingegni irrequieti e sovvertitori. E se questa logica delle cose non balenasse tratto tratto subita, onnipotente attraverso la tenebra che la tirannide stende fra l'uomo e Dio, la tirannide, come gli ultimi imperatori di Roma, farebbe sè stessa Dio. Il lampo del ferro tirannicida rompe quella tenebra e rivela alle attonite, incodardite migliaja, che il tiranno davanti a cui piegano non è Dio, ma un idolo di delitto e menzogna. L'uomo che vibra quel ferro è una incarnata, tremenda negazione della tirannide; ei dice, spegnendo e morendo all'umanità: «Quel violatore della vita universale pensava d'essere _superiore_ alla legge; ei non era che _fuor_ della legge. Ei s'illudeva a credere d'aver sotterrato giustizia e coscienza, perchè alcune migliaja di pretoriani e molte di vili gli si assiepavano intorno, difensori e schiavi: egli stimavasi forte perchè s'era ricinto di patiboli e spie; io ho provato a lui e all'umanità che la punta di un ferro di libero vale tutto quel corredo di forza, e basta a sperdere i satelliti e ridestare a vita gli schiavi».

E perchè questo è il senso segreto del tirannicidio, gli uomini, come salutano il nembo purificatore d'un'atmosfera corrotta, salutano e saluteranno il tirannicida--comunque accumuliate, voi, signore, ed i vostri, sofismi a infamarlo e leggi a punirlo--siccome il rivendicatore dell'eterno diritto; e ripeteranno pur sempre commossi la vecchia canzone d'Armodio; e cercheranno tra gli antichi marmi, a spiarle riverenti, le sembianze di Bruto; e scriveranno, quasi mallevadori della giustizia del fatto, i loro nomi sui muri della cappella di Guglielmo Tell; e tramanderanno, rispettando, ai posteri i nomi di MILANO e d'ORSINI: tra le lettere che formano quei nomi s'affaccia per essi la tentata vendetta di Napoli e Roma.

La vita è sacra, voi dite. Ma la vita degli uomini che muojono di languore nelle isole, convertite in ergastoli pei migliori, delle spiaggie napoletane; la vita degli uomini che muojono di miasmi pestilenziali a Cayenne, senza colpa, senza giudizio, senz'altra cagione che il terrore sospettoso di un despota; la vita delle madri, delle sorelle che muojono di dolore per quei miseri in Francia e in Italia, non è sacra essa pure? E la vita d'un popolo--la coscienza dei suoi diritti, delle sue speranze, del suo avvenire, della missione che gli è data da compiere--non è sacra per voi? Voi avete per l'assassino del viandante il carnefice; perchè serbate l'inviolabilità alla vita dell'assassino d'una nazione? voi spegnereste, con qualunque arme vi trovaste dinanzi, l'uomo che minacciasse rovina, tentando l'incendio d'una polveriera, a mezza città; perchè non volete che altri spenga l'uomo artefice di rovina continua a cento città; persecutore di milioni, tiranno del corpo e dell'anima d'una gente intera? Sofisti ed eterni contraddittori di voi medesimi! Voi vi assumete il sacerdozio della santità della vita ogni qual volta vi sta davanti un reo coronato e dimenticate che i vostri gendarmi, i vostri doganieri, hanno da voi l'autorità di far fuoco sul masnadiere, sul contrabbandiere che fugge.

La vita è sacra! E la guerra? Non la intimate voi, quando l'onore e l'utile del paese o della monarchia, alla quale servite, vi sembra richiederlo? Non cacciaste due mila vite di soldati nostri a spegnersi sui campi della Crimea in battaglie non nostre, sol perchè intravedeste in quel sacrificio una probabilità d'accrescere in Europa lustro alla monarchia piemontese? Non insegnano i vostri libri di guerra l'arte delle sorprese? Non si addestrano i vostri bersaglieri a strisciarsi rapidi, inosservati, tra le lunghe erbe dei prati, a meglio colpire di palla il nemico? Non mirano sovente i vostri disegni a trascinare, ingannandolo, il soldato che combattete, nelle imboscate? Non v'impadronite delle batterie, piombando notturnamente e con ogni artificio di silenzio sovr'esse, e trafiggendo con arme corta--la baionetta--gli artiglieri sui loro cannoni? Non decreterebbe il vostro Lamarmora una lode al soldato che, spegnendo all'impensata una sentinella, gli avesse dato adito a impadronirsi di una fortezza nemica? Noi bandiamo guerra prima, risponderete, assaliamo poi. Che! fra il tiranno e l'oppresso non è guerra naturale, continua? Guerra bandita fin da quando il primo Martire di una Patria calpestata, del Diritto violato, gettò il guanto dell'eterna sfida dal patibolo all'oppressore? Noi bandimmo guerra all'invasore francese e all'austriaco dalle barricate del 1848, dalla prima resistenza di Roma nel 1849. Traditi o sopraffatti dal numero, i soldati della Nazione furono costretti a ritirarsi. Ma l'occupazione del Lombardo-Veneto e della sacra terra Romana dura tuttavia; e se v'è tra noi chi trovi in sè tanta energia da sprezzare numero e certezza di morte, e continuar solo la guerra nel modo più efficace a conquistare indipendenza e libera vita al paese, Dio, che vede se il di lui animo è puro d'ogni bassa passione, lo giudichi: io non mi sento da tanto; io so ch'ei salva, spegnendo il tiranno, migliaja di vittime dalla prigione, dall'esilio, dal palco; e so ch'ei rivendica a un popolo intero la vita, ben altramente solenne, dell'anima, la Libertà, ch'è la vita di Dio. Voi coniate nuove leggi e decreti e tribunali a proteggere i giorni del potente che opprime; è parte vostra: ma non atteggiatevi a moralisti severi, ad apostoli d'un _principio_. Finch'io vedrò le vostre leggi architettarsi a proteggere la vita di un usurpatore, che rompeva, senza bandirla, guerra al suo popolo e alle libertà dell'Europa, e invadeva su migliaia di cadaveri il trono, non mai in benefizio del popolo trucidato:--finch'io vi vedrò inerti e muti davanti ad ogni delitto coronato di successo, e senza ardire che basti a dire una sola volta in nova anni all'invasore di Roma: _in nome del diritto Italiano, ritratti da quella terra che non è tua_--io vi crederò ipocriti, e nulla più.

Ho accennato or ora all'_efficacia_ del fatto, e all'assenza di ogni basso affetto nell'animo di chi lo compie; e son gli estremi senza i quali, anche per me, il tirannicidio è delitto o follia. È delitto, se tentato per senso, non dirò di vendetta, ma d'espiazione: delitto, se tentato dove altre vie sono aperte all'emancipazione: colpa e follia se tentato contro chi non trascina la tirannide nel sepolcro con sè. Bonaparte, esule una seconda volta, dovrebbe passeggiare impunemente fra noi. La libertà, non di voto, ma anche sol di parola, dovrebbe proteggere da tentativi siffatti, non dirò ogni monarchia costituzionale, ma ogni temperata tirannide. E dove, per inettezza o impotenza di popolo, è certo che al tiranno caduto sottentrerebbe un altro tiranno, a che pro l'ucciderlo? Ma quando, per circostanze evidenti, l'esistenza della tirannide è concentrata in quella d'un solo,--quando quel solo è deliberatamente, pazzamente, ferocemente tiranno,--quando il popolo che, dominato da un fascino di terrore, gli giace davanti, ha provato aver nondimeno coscienza di libertà; chi, per puro amore della Patria comune, rompe d'un colpo quel fascino, risparmiando al paese una lunga vicenda di tentativi e di vittime, e alla crescente generazione l'educazione corrompitrice del dispotismo, _combatte_ e non assassina. Voi potete, s'ei non riesce, oltraggiarlo; ma i posteri gli porranno sul capo la corona del MARTIRE. S'ei riesce, lo saluterete, voi pure, Liberatore ed Eroe.

III.

Liberatore ed eroe. Non siete voi gli uomini che chiamarono in ogni tempo gloriose le insurrezioni trionfanti, e magnanimi i popoli che le compievano, e che perseguitan oggi coi nomi di _demagoghi_ e _settarî_ gli animosi che tentano rifarle e soccombono? Non diceva il Gioberti, vostro, _belle, sublimi e portentose_ le parole DIO E IL POPOLO che splendono sulla nostra bandiera? Non ci salutava egli, quando eravamo potenti del favore di tutta la gioventù, _precursori della nuova legge e primi apostoli del rinnovato Evangelo_[140], per poi versare l'insulto sui nostri nomi, quando la gioventù, traviata da false lusinghe, ci abbandonava? Non udii io, nel 1848, parecchî tra gli oratori a voi propizî, ch'oggi dichiarano--perchè credono il principato rifatto potente--essere la guerra regia unica speranza d'Italia, dichiarare a me ed agli amici miei--perchè credevano, caduta Milano, condannato ad impotenza il principato--che, pentiti dell'errore commesso, fidavano esclusivamente alla guerra del popolo l'emancipazione italiana? Non cospiravano meco dieci anni addietro, in nome di una fede rigeneratrice, gli uomini che, nella vostra Camera, citano Machiavelli a provare che la politica non conosce _principî_, ma solamente calcoli d'utile a tempo, e che son buone le alleanze coi tristi purchè potenti? Non recitano ogni giorno i gazzettieri di parte vostra lodi al Bonaparte imperante in seggio, che abominavano quando non era che pretendente? Non siete voi, signore, presto a cedere, con vero tradimento al paese, il mezzogiorno d'Italia a Murat, purchè l'impero v'assicuri compenso d'una zona di terreno al di là della vostra frontiera? Partito d'_opportunisti_, voi non avete diritto d'invocar _principî_. Adoratori del _fatto_, voi non potete assumere veste di sacerdoti di _moralità_. La missione educatrice d'ogni Governo v'è ignota. La vostra scienza vive sul _fenomeno_, sull'incidente dell'oggi; non avete _ideale_. Le vostre alleanze non sono coi liberi, sono coi forti; non posano che su nozioni d'un utile materiale immediato. Taluni fra' vostri scrittori proponevano, prima del 1848, altri più recenti ripetono, che si dovrebbe sottrarre il Lombardo-Veneto all'Austria, dandole a compenso le terre Moldo-Valacche, come se quelle terre non avessero gli stessi diritti che noi abbiamo. Materialisti col nome di Dio sulle labbra, nemici in core e veneratori a parole del Papa, tendenti per cupidigia d'ingrandimento a rompere i trattati del 1815, sui quali v'appoggiate per contendere ai popoli il diritto d'insorgere, voi siete gli eredi di quella politica europea, che iniziava in Navarino lo smembramento dell'impero turco, e invadeva ultimamente, in nome dell'integrità dell'impero stesso, la Grecia, perchè tentava riconquistarsi provincie sue. Obbedito dunque alle intimazioni del Bonaparte; ma non vi vantate di obbedire, proponendo leggi restrittive della libertà, a un _senso morale_ che tutta la vostra dottrina rifiuta: non accusate noi di disegni tristi ed assurdi ad un tempo, dei quali in cuor vostro non ci credete capaci.

La moralità politica non vive oggi se non negli uomini di parte nostra: in noi che diciamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che diciamo; in noi che, fondando tutta la nostra scienza politica sopra una fede di dovere e sulla nozione, come la mente e il core la inspirano, del Diritto e del Giusto, possiamo rallentare a seconda dei casi l'opera nostra, non disviarla mai, o mutarle natura; in noi che, credenti nell'unità del PENSIERO e dell'AZIONE, non accettiamo l'immorale dissenso fra la _teorica_ e la _pratica_, che campeggia ogni tanto nei discorsi dei vostri; in noi che non diciamo: la _tirannide è delitto verso gli uomini e Dio_, per poi stringere alleanze col tiranno, purchè forte d'eserciti pretoriani; in noi che non mutammo coi tempi, ma cerchiamo, colla parola e coi fatti, mutare progressivamente i tempi, a seconda dell'_ideale_ che abbiamo nell'anima; in noi che non siamo nè piemontesi nè lombardi, nè siculi, nè vincolati ad una dinastia, nè patrocinatori d'interessi o d'ambizioni locali, ma italiani, e legati ad una fede di unità nazionale da conquistarsi colle forze vive dell'intero popolo e a pro del popolo intero; in noi che, vivendo poveramente, non aspirando nè a conforti nè ad onori, non temendo nè sperando da chicchessia, sprezzando noje, accuse e persecuzioni, non seguendo che un intento attraverso la vita, abbiamo diritto di esser creduti, e--che che facciate--siamo creduti. La _straordinaria vitalità_ del partito--che a voi, signore, piace di chiamare mazziniano, ed è il partito repubblicano, il partito della SOVRANITÀ NAZIONALE--è dovuta a questo concetto di moralità che noi, da ormai trent'anni, rappresentiamo. Voi potete, imposturando terrori che non sentite, affratellandovi la _destra_ della vostra Camera colla guerra alla nostra stampa, affratellandovi la tiepida incerta _sinistra_ con lo spauracchio d'un Ministero deliberatamente retrogrado, carpir voti di fiducia e concessioni codarde; ma non potete togliere a noi gli affetti della crescente generazione, a me la coscienza di ottener fede quando io dico: spegnere una vita--di contadino o di re poco monta--in virtù di teoriche d'espiazione, di vendetta o gastigo, è delitto: _spegnere il tiranno, se dalla sua morte dipenda l'emancipazione di un popolo, la salute dei milioni, è fatto di guerra, e--se l'uccisore è puro d'altro pensiero e pone la vita in ricambio--virtù. Qualunque diversa opinione mi si apponga, è calunnia_.

IV.

Ho detto che salutereste liberatore ed eroe l'uomo dal cui pugnale escisse, come dal dardo di Tell, l'insurrezione trionfante d'un popolo. E dico che salutereste glorioso fra tutti i popoli quel popolo che, sprovveduto d'altre armi, trovasse modo d'emanciparsi dall'oppressore straniero con soli pugnali. I vostri poeti inneggiarono in ogni tempo ai pugnali che liberarono col VESPRO la Sicilia dagli invasori Francesi. I vostri scrittori politici, Balbo fra gli altri, proposero venti volte all'Italia l'esempio della Guerra d'Indipendenza spagnuola; e fu, come la intimava il grido energico di Palafox, guerra a coltello. Tra voi e me non corre differenza se non quest'una: ch'io dico: _santa è ogni guerra contro lo straniero_, e onoro chi la tenta s'anche soccombe; voi dite: _santa è ogni guerra che vince_, e insultate ai caduti. Voi gittate l'oltraggio sugli arditi popolani Milanesi del 6 febbrajo: li avreste detti magnanimi e salvatori del paese, se avessero vinto. Voi di certo non credeste che un popolo servo dello straniero e capace di liberarsi non debba farlo, sol perchè l'armi rimaste in sue mani non raggiungono una data lunghezza; voi credete _morale_ l'uso d'un'arme da fuoco sparata di dietro da una barricata, o di una granata avventata in una insurrezione nazionale da un tetto di casa, e gridate _immorale_ l'uso d'un pugnale brandito sul petto al soldato straniero da chi avventura nel tentativo la vita. Voi non credete, in guerra, colpa le sorprese o infamia le mire: voi non offrireste duello al masnadiere che v'occupasse la casa, ma fareste arme d'ogni cosa a liberarvene speditamente e col menomo vostro pericolo. A voi riesce mal gradita l'insurrezione _iniziata_ da popolani. Come piegare davanti al prestigio monarchico moltitudini che hanno raggiunto coscienza di emanciparsi da sè? Dietro a tentativi come quello del 6 febbrajo, voi intravedete il fantasma, che vi turba i sonni, della sovranità popolare; dietro a un VESPRO, la dittatura indipendente degli uomini che lo diressero: quindi l'ire. Non millantate moralità. Se i popolani d'Italia vibrassero i loro coltelli al grido di _Viva il re Sardo!_ e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senza quel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per cercare d'impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a benefizio d'un concettuccio ambizioso della monarchia.

Ma intorno al pugnale adoprato com'arme di guerra dal popolo, a cacciar dalla terra, ch'è sua, il ladrone straniero, non occorre ch'io spenda parole. Se gl'Italiani, determinati una volta a conquistarsi libertà e patria coll'insurrezione, si ritraessero, per dubbiezze intorno ai palmi e pollici delle loro armi, sarebbero, più che stolti, ridicoli. Se la bestemmia d'un popolo tormentato potesse, concentrata miracolosamente a veleno, spegnere in un subito e senza tempo a difesa quanti violano le nostre Alpi per avidità di potenza e d'oro, quanti contaminano di sozza tirannide e di pianti materni e di sangue di onesti le contrade che Dio ci diede, la bestemmia sarebbe santificata agli uomini e a Dio.

V.

Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri di ORSINI e di PIERI argomento a un artificio oratorio contro me e contro gli uomini del PARTITO D'AZIONE Italiano, abbiate dalle sciagure, alle quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese; rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che: _le repubbliche ebbero sempre una politica egoista_, e che voi dovete allearvi all'impero.