Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 20
Più dopo, quando i Francesi stavano per aprir la breccia, e le cose alloramai disperate di Francia e l'inerte silenzio di tutta Italia non lasciavano alcuna via di salute visibile, pensai si dovesse convertire l'assedio in una battaglia. La disfatta avrebbe senz'altro accelerato il cadere di Roma; ma una decisiva vittoria ci avrebbe ridato due mesi forse di vita; e ad ogni modo il fatto splendido per sè e audacissimo, in chi era ridotto agli estremi, avrebbe coronato Roma di nuovo lustro, prezioso, come dissi e sentivo profondamente, per l'avvenire davanti all'Italia. Apersi il mio pensiero a Pisacane ed ei lo accolse lodandolo, e lo tradusse in un disegno pratico che gli dava, s'altri non lo rimutava poco prima dell'esecuzione, tutte le possibili probabilità di trionfo. Il disegno fu descritto da Pisacane medesimo in una _Relazione storica_, ch'egli inserì, nel 1849, in un fascicolo dell'_Italia del Popolo_, pubblicato in Losanna; e lo ricopio, perchè rivela singolarmente, parmi, la tempra dell'ingegno militare di Pisacane.
«I monti delle Cave della Creta sono risentite ondulazioni di terreno, comprese fra la strada di Tiradiavoli, che parte da Porta San Pancrazio, costeggia Villa Pamfili e, svolgendo verso destra, conduce al canale di Pio V, e l'altra che, movendo da Porta Cavalleggieri, rasenta le mura Vaticane, passa per la Madonna del Riposo, e curvandosi a sinistra, si unisce alla precedente.
«Queste due strade formano quasi un triangolo mistilineo, la cui base si estende lungo la cinta di Roma, compresa fra le due parti nominate; e su questa base è un terreno intricato da casette e giardini, facilissimo a difendersi palmo a palmo. Il rimanente del terreno, compreso nell'area del triangolo, è sgombro affatto, e vantaggioso a ogni truppa che marciasse all'assalto di Villa Pamfili.
«L'esercito Romano fu diviso in 5 brigate.
«La prima doveva uscire da Porta Cavalleggieri, prendere per punto di direzione il Canale di Pio V, e portarsi a ridosso di Villa Pamfili, cercando penetrarvi.
«Tre brigate l'avrebbero seguita a giusta distanza; ma, giunte alla svolta, propriamente all'altura dell'angolo di Villa Pamfili, dovevano far alto e porsi per massa in battaglia, parallelamente e di fronte alla strada dei Tiradiavoli, dalla quale erano separati dai monti della Creta; quindi, cominciando il movimento dalla diritta, marciare in iscaglioni per assalire la detta Villa, non dovendo percorrere che uno spazio di circa 1200 metri. L'artiglieria doveva prendere posizione sopra una delle più vantaggiose elevazioni; e la quinta brigata, marciando lungo la base del triangolo, avrebbe occupato tutte le casette e giardini sgombri affatto dal nemico, assicurando la sinistra della linea. Guadagnata Villa Pamfili, era girata la prima parallela, e per conseguenza tutti i lavori sarebbero stati presi da rovescio, e con tale manovra si poteva anche accollare al fiume il campo nemico.
«La marcia doveva principiare due ore prima del giorno... Tutto era pronto e non restava che spedire gli ordini.»
Del come l'operazione fosse strozzata in sul nascere, non importa qui favellare: chi vuole può rintracciarlo nel lavoro sopra citato, _Fascicolo VI_ dell'_Italia del Popolo_.
Roma cadde; infamia eterna all'assalitore; ai Governi che, intitolandosi pure Italiani, non protestarono allora, nè protestano oggi, contro l'oltraggio straniero; e agli ipocriti per codardia, che inalzano un guaito di servi contro chi tenta frapporsi tra l'oppressore e gli oppressi, mentre taciono davanti all'assassinio, che ancor dura, d'un popolo. Roselli, generale in capo dell'armi repubblicane e uomo degno di tempi migliori, diede, protestando, la sua dimissione e quella di pressochè tutti gli ufficiali del piccolo esercito; Pisacane la diede con essi, e ripigliò le vie dell'esilio.
Ci ricongiungemmo a Losanna dove io lo vedeva ogni giorno, sereno, sorridente nella povertà, com'io l'aveva veduto in mezzo ai pericoli. Fondai allora l'_Italia del Popolo_, raccolta periodica di scritti politici; ed egli v'inserì uno scritto sulla _Guerra Italiana_; alcuni _Pensieri_, notevolissimi, sulla _Scienza della guerra_; una eccellente _Relazione storica delle operazioni militari eseguite dalla Repubblica Romana_; una serie di _Osservazioni sulla Relazione scritta dal generale Bava della Campagna di Lombardia_:--lavori che dovrebbero raccogliersi in un volume[115]. Poi, spronato dalla necessità d'una occupazione utile, impossibile nella Svizzera, partì per Londra, dove visse otto mesi, ajutandosi di qualche lezione di lingua; quindi ripartì per l'Italia, dove io lo rividi nel 1857.
In questa sua vita errante, egli aveva un conforto. La maledizione del _vae soli_ non si adempiva per lui. Unico raggio ai giorni di chi cerca patria e non l'ha, gli era compagno un amore nato fino dal 1830; infelice, pur costante per diciassette anni; ricambiato apertamente e con rara e lieta fedeltà dopo quel tempo e sino agli ultimi giorni. Dal 1847 in poi, la donna del suo core lo seguiva e gli accarezzava della suprema carezza l'incerta vita. È storia d'amore questa che rivelerebbe, s'io la raccontassi, come all'indomita energia, di ch'ei fece prova, s'accoppiassero in Pisacane una potenza singolare d'affetto e un sentire delicato, raro a trovarsi, e che onorerebbe ad un tempo l'anima sua. Ma non mi sento il diritto di sollevar quel velo che parmi debba quasi sempre lasciarsi sospeso tra i più e il santuario delle vita individuale. Dirò soltanto che quell'amore, mercè le nobili aspirazioni della donna, non infiacchì mai l'anima dell'amico, non si trovò mai a contrasto coll'adempimento de' suoi doveri, e gli accrebbe forza a lietamente compirli. Fu l'amore delle epoche di credenza, l'amore che ritempra l'animo a grandi cose, e tradizionale, più che altrove, in Italia, prima che noi ci facessimo, come nell'ultimo mezzo secolo, imitatori servili--salve le eccezioni--delle idee e delle foggie straniere.
Da Genova, dov'ei rimase per due anni celatamente, poi tollerato, ei mantenne corrispondenza con me; corrispondenza liberamente fraterna, come dovrebbe correre fra uomini che sentono la propria dignità, e onorano anzi tutto il Vero, ma intendono la suprema necessità d'unità del Partito, e non si allontanano, per dissidî o vanità individuali, dal terreno comune, conquistato coll'opera di tutti. E noi dissentivamo su parecchî punti; sulle idee religiose, ch'ei non guardava--errore comune ai più--se non attraverso le credenze consunte e perciò tiranniche e corrotte dell'oggi; sul così detto _socialismo_, che riducevasi a una mera questione di parole, dacchè i sistemi esclusivi, assurdi, immorali delle sètte francesi erano ad uno ad uno da lui respinti; e sulla vasta idea sociale, fatta oggimai inseparabile in tutte le menti d'Europa dal moto politico, io andava forse più in là di lui; sopra una o due cose delle minori, spettanti all'ordinamento della futura milizia; e talora sul modo d'intendere l'obbligo che abbiamo tutti di serbar fede al Vero[116].
Ma il differire di tempo in tempo sui modi d'antiveder l'avvenire, non ci toglieva d'esser intesi sulle condizioni presenti e sulla scelta dei rimedî. Pisacane sapeva che tra le sue opinioni e le mie sarebbe sempre giudice supremo l'arbitrio della Nazione, alla cui Sovranità io avrei sempre piegato riverente il capo: io sapeva che ogni qualvolta avessi potuto additargli una via di libertà o d'onore al Paese, l'avrei trovato pronto a cacciarvisi. Però duravamo amici, benchè talora discordi. Se tutti sentissero a un modo come, sopra una terra oppressa e disonorata, davanti all'insulto perenne di chi ci nega Patria, libertà, dignità d'uomini e vita e bandiera ed ogni cosa ch'è santa e cara, il richiamarsi a piccole gare e lagnanze individuali, per giustificare l'isolamento e la inerzia, sia colpa a un tempo e meschinità, noi saremmo compatti come Legione, e concordemente operosi e potenti e liberi forse a quest'ora.
Pisacane credeva, com'io credo, nel dovere e nella potenza educatrice dell'Azione; credeva che dalle vittorie popolari del 1848-49 in poi non fosse più concesso, senza sofisma o innata viltà, ciarlare dei tempi immaturi, di popolo da educarsi. Quel popolo, ch'altri giudica senza curar di conoscerlo, ei lo aveva studiato e lo studiava dappresso, convivendo famigliarmente con esso e ajutandone l'ordinamento; e lo sapeva capace d'emancipare la propria terra, se guidato da capi che vogliano e sappiano. Credeva con me che una splendida vittoria basterebbe a risuscitarlo da un capo all'altro d'Italia; e non sentiva così bassamente della nostra terra da dichiararla diseredata d'iniziativa, e commetterne i fati a una vittoria straniera: vergogna senza nome, che alligna tuttavia in molto anime, e le accusa di servilità e di mentito o tiepido amore alla Patria. Pisacane non dimenticava che le insurrezioni d'Europa aveano, nel 1848, seguìto, non preceduto l'insurrezione della Sicilia; avea veduto i vecchî soldati Austriaci fuggire davanti ai giovani volontarî Lombardi, e le temute insegne francesi dar volta davanti ai militi improvvisati della Repubblica appiè delle mura di Roma. Ei raccoglieva insieme a me dall'attenzione di tutta Europa, or volta su noi, dai vincoli che inanellano tutte le cause nazionali, dai terrori, dalle cure gelose dei Governi risolutamente avversi, e dalle speranze ipocritamente date dai Governi codardamente ambiziosi, che qui, sul nostro terreno, premio del martirio generosamente affrontato per lunghi anni dai nostri migliori, sta oggimai la potenza iniziatrice delle battaglie nazionali. E ripeteva spesso a ogni modo con me che, o le nostre moltitudini non erano preparate alla lotta suprema, e bisognava educarle con forti fatti, o lo erano, e bisognava guidarle. A questo dilemma non abbiamo mai, nè egli nè io, trovato risposta chiara da quei che dissentono; ben egli ed io abbiamo incontrato sovente diserzioni mute e doloroso abbandono dove meno l'aspettavamo. Se non che vi sono uomini ai quali è impossibile tradire il proprio dovere perchè altri tradisce il suo: ed egli era tale. Però studiando, scrivendo, e vivendo con povertà lieta su qualche lezione di matematica, fissava l'occhio voglioso su qualunque angolo della Penisola rivelasse indizio di vita; tendeva intento l'orecchio, presto a seguirla, ad ogni chiamata.
E la chiamata venne da quella parte d'Italia dov'egli avea imparato a patire, a fare, ad amare: venne dalle insanie feroci di un Governo che un _conservatore_ inglese definì _una negazione di Dio_; dalle torture dei migliori del Regno; dal cupo malcontento di tutti; da una serie di dimostrazioni, piccole in sè, pure indicanti una crescente tendenza al fare: dal tremendo appello d'Agesilao Milano; dal linguaggio dei _moderati_ stessi, ai quali è da parecchî anni fatto famigliare il mal vezzo di bandire all'Europa il fremito del Paese per ottenere un brano di tiepida frase in un _memorandum_ o in un discorso ministeriale, a patto di frammettersi con ogni sorta d'ostacoli agli audaci che s'affidano in quel fremito ed operano; venne dai nostri pure; or dirò in quali termini.
I nostri dissero: _venite e faremo_. Posero condizioni, alcune delle quali ci parvero inattendibili; altre esigevano mezzi ch'io sperava raccogliere e non raccolsi. Ma, al di sopra di ogni particolare, stava avverato per noi che i nostri--forti d'ardire, d'attività, d'elementi mal collocati tra un Governo insospettito e potente e la genìa _moderata_, avversa a ogni moto e ad ogni generoso concetto--avevano bisogno d'una scintilla che suscitasse a fermento le vaste moltitudini; e ci richiedevano d'applicarla, indicando il come. Esaminata la proposta, Pisacane l'approvò, e me ne scrisse, sollecitandomi, s'io pure approvassi, a recarmi ov'esso era. Esaminai, approvai: parvemi che le numerose difficoltà potessero vincersi; e, traversando Parigi e Lione, mi affrettai a recarmi in Genova.
Nessuno s'aspetta ch'io dica i concerti presi, i provvedimenti, gli ostacoli superati. Il fatto ha provato, credo, che anche sotto gli occhî di un Governo ostile, _volendo_ si può; e noi volevamo, e volevano davvero gli uomini che ci secondavano. E quanto ai modi tenuti, ai preparativi fatti, perchè una prima vittoria fosse veramente la scintilla che dà moto all'incendio, è debito assoluto il silenzio. Ben devo alcune parole all'energia singolare di Pisacane e alla condotta dei nostri in Napoli. Delle accuse gittate contro a chi tenta da chi non fa, dopo fallito un disegno, nè io devo occuparmi, nè Pisacane, s'ei vivesse, si occuperebbe. Ma le accuse gittate alla spensierata, da chi non sa, contro quei che non fecero, son poscia invocate dai nemici come prova che il Paese, rimasto inerte, non vuole o non può, e giova ribatterle e togliere ai raggiratori il pretesto di cui si valgono a infondere lo scetticismo negli animi.
La spedizione in Ponza doveva aver luogo il 10 giugno. Un incidente, di quelli che niuno può prevedere o combattere, s'attraversò e distrusse tutto il nostro lavoro lo stesso giorno in cui doveva tradursi in atto. Avevamo intanto, poche ore prima, certi com'eravamo di mantener la promessa, avvertito i nostri del Regno che il battello partiva. Mancavano i mezzi per sollecite spiegazioni, e, più assai della perdita del materiale ed altro, temevamo gli effetti morali della delusione e i pericoli che il subito attivo prepararsi a seguire poteva moltiplicare sugli amici di Napoli. Partiva a quella volta un legno a vapore la stessa sera, e Pisacane determinò di portare egli stesso ai nostri la spiegazione dell'indugio e d'accertarsi a un tempo della realtà degli elementi sui quali si fondavano le nostre speranze. In due ore ei decise; fece tutti i preparativi opportuni, abbracciò la donna del suo cuore, che si mostrò in tutto degna di lui, e partì. Era determinazione per lui più grave dell'altra; era l'esporsi a tortura e a morte solitaria, senza difesa, non coll'armi in pugno e lottando. E nondimeno, chi lo vide in quelle ore avrebbe detto ch'ei s'avviava a diporto. Era tanta in lui la religione del Dovere, che la coscienza di compirlo bastava a infiorargli la via.
Partì, giunse, rimase tre giorni in Napoli e tornò dov'io era. Tornò lieto, convinto, anelante azione, e come chi sente, toccando la propria terra, raddoppiarsi in petto la vita. Gli balenava in volto una fede presaga di vittoria. I nostri non lo avevano ingannato; non gli avevano celato le gravi difficoltà che si attraversavano alla riscossa; avevano ripetuto che un indugio le avrebbe spianate. Ma, al di là delle objezioni pratiche, egli aveva veduto gli animi risoluti e vogliosi, il terreno disposto, il fremito dei popolani; ei sentiva che uno splendido fatto, un trionfo, sarebbero stati più assai potenti, che non protratti e pericolosi preparativi; e mi scongiurò di rifar la tela pel 25, giorno di partenza del _Cagliari_. Fui convinto, e diedi opera ai preparativi. Il tempo era breve, breve di tanto ch'io disperava quasi di condurli a termine. Ma il fervore dei nostri compagni di lavoro era tale che si riescì. Il 25 ei partiva. Genova doveva seguire, farsi padrona di sè e de' suoi materiali da guerra, consecrarsi ad afforzar l'impresa in Napoli, operare come riserva e chiamare coll'esempio alla crociata italiana il Nord e parte del Centro. Io rimasi a dirigere il moto. Genova, che nessuno oggimai può rapire alla causa della Nazione, avrebbe fatto e, al sorgere d'una generosa chiamata, checchè provveda il governo, farà.
Il tentativo riescì quale l'avevamo ideato. La nostra parte era fatta; perchè Napoli non fece la sua?
Io accennai altrove, e lo ridico oggi più esplicitamente, provocato dalle menzogne degli avversi a noi, e dalle ingiuste accuse gittate contro ai nostri da uomini buoni, ma precipitosi nei giudizî e incauti nel proferirli; se Napoli non rispose, è dovuto alla frazione così detta dei _moderati_.
Gli uomini che oggi s'adoprano a smembrare il nostro campo e impedire il moto, furono--prima del 1848, taluni anche dopo--cospiratori, su tutti i punti d'Italia, con noi. E questo aver cospirato con noi li addita tuttavia al Popolo come amatori caldi, attivi, volenti d'Italia, e rende impossibile una mossa imminente, senza che essi vengano a risaperlo. Il Popolo ricorda i loro lavori, gli imprigionamenti patiti, le persecuzioni governative; ignora il loro mutamento, e non sospetta la tattica perenne che essi adoperano in oggi.
E questa tattica, identica negli uomini del Governo Piemontese e nei _moderati_ costituzionali delle altre parti d'Italia, ha invariabilmente tre stadî: promettere, agitare, illudere a sperare in cose giuste--dissuadere, ingigantire i pericoli e le triste conseguenze d'un moto inopportuno, e diffondere sfiduciamenti e paure, quando altri s'appresta a fare--affratellarsi, frammettersi apparentemente a chi fa, quando il _fare_ sembra inevitabile, a strozzare in sul nascere o sviare lentamente il moto dalla via diritta. Tattica siffatta fu adoperata con successo dai _moderati_, dal 1848 in poi, dieci volte su dieci punti diversi; tanto che pare oggimai più idiota che credulo chi tuttavia s'abbandona a quelle arti. E tattica siffatta fu adoperata in Napoli, a tradire il concetto dei generosi.
All'annunzio della discesa su Sapri, fu deciso dai nostri d'agire in Napoli. Furono presi i concerti opportuni. Fu determinato il giorno. I capi-popolo aderivano tutti. Il momento era solenne; e, dimenticate tutte le gare, i nostri chiesero agli influenti fra i moderati cooperazione ad un fatto già iniziato da Pisacane e da' suoi compagni. _Gli influenti fra i_ moderati _non solamente risposero con un rifiuto alla generosa proposta, ma s'adoprarono a tutt'uomo a infiacchire, sviare, dividere i capi-popolo; e vi riuscirono; venne allora proposta una vasta manifestazione tra il pacifico e l'ostile, che suscitasse fermento nelle moltitudini. I moderati aderirono e s'assunsero l'ordinamento della dimostrazione; tradirono la promessa e non ne tentarono il compimento; poi, quando giunse l'infausta nuova della rotta di Padula, e indovinarono diffuso lo sconforto nei ranghi, si ritrassero subitamente_. Più dopo s'avvilirono, protestando anonimi contro il fatto di chi moriva per tutti.
A queste mie affermazioni potrei dare appoggio di dichiarazioni scritte; ma or non giova; e potrei dir nomi; ma finchè vive la tirannide, non per essi, ma per la dignità dell'anime nostre, nol devo.
Io non ho dunque accusa pei nostri, per gli uomini veduti da Pisacane, se non quest'una, che in parte li onora: l'avere essi, uomini di pure, generose intenzioni, sperato soverchiamente nelle altrui. E lo dico, perchè alcune parole scritte da me nell'_Italia del Popolo_ potrebbero essere interpretate a loro danno, e me ne dorrebbe. Sia sprone ad essi, nella santa impresa iniziata col proprio sangue dall'amico, il dolore profondo che la delusione deve aver confitto nell'anima loro.
Non mi tratterrò sugli ultimi fatti; mancano tuttavia i particolari: nè io scrivo la vita di Carlo, ma soltanto alcuni ricordi del mio contatto con lui. Altri potrà forse dire un giorno le sue sensazioni scendendo sul suolo napoletano, i divisamenti che ne diressero i moti, l'arti inique del Governo che, annunziando la discesa di una banda di prigionieri rei di delitti comuni fuggiti da Ponza, gli sospinsero contro le popolazioni ignare dei villaggi che ei traversava; i due scontri, vittorioso l'uno, fatale l'altro, e le ultime sue parole. Io imagino gli ultimi suoi pensieri; cadde mentr'ei credeva incamminarsi a vittoria, cadde per mano di uomini che avrebbero dovuto secondarne l'impresa e abbracciarlo fratello e iniziatore di vita italiana ai giacenti; e nondimeno io sono certo che se egli avesse potuto, cadendo, mandarci un ultimo grido, questo grido ci avrebbe detto: _rifate, tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete_. Pisacane non era simile ai tanti che, dopo aver cacciato il guanto al nemico, si ritraggono per alcune disfatte, e dopo aver giurato che _ora e sempre_ consacrerebbero anima e vita a fondare una Patria, tramutano il _sempre_ in alcuni anni di sforzi, e tradiscono nell'inerte stanchezza giuramento e Patria ad un tempo, perchè non riescono a creare in quei pochi anni una Italia.
Perdendo Pisacane noi abbiamo fatto una perdita grave: perdemmo l'ufficiale che avrebbe un dì o l'altro guidati i nostri alle battaglie del Popolo: perdemmo il cittadino al quale noi avremmo potuto fidare quell'alto incarico, senz'ombra di timore che ei ne abusasse mai per ambizione o voluttà di basso egoismo: perdemmo l'uomo che, fra quanti io conobbi, identificava più in sè il pensiero e l'azione e le doti generalmente disgiunte, scienza e spontaneità d'intuizione guerresca, energia e riflessione pacata, calcolo ed entusiasmo. Guardava dall'alto le cose, e nondimeno ne afferrava i menomi particolari. Amava di amore intensamente devoto l'amica e la fanciulla che gli era figlia, ma non sacrificava a quei santi affetti un solo de' suoi doveri verso la Patria. Moveva ad una impresa che doveva costargli la vita, e dava lo stesso giorno l'ultima lezione di matematica ad un allievo.
E morì. Noi possiamo seguire ad amarlo; ma che cosa è l'amore a chi è morto alla terra, se scompagnato dalla religione del pensiero che costituiva la miglior parte della sua vita quaggiù? Basta a compiere il legato, ch'ei ci lasciava morendo, un tributo di lode, una sottoscrizione per la fanciulla che non lo rivedrà mai più sulla terra? Son essi, o Italiani, i vostri martiri, gladiatori al cui morire applaudono gli spettatori del Circo, se muojono composti in atto virile ed impavido? Non ha diritto la figlia di Pisacane di dirvi un giorno, quand'essa invocherà la carezza paterna, e saprà il come e perchè le fu tolta: _se mio padre scendeva, mercè i vostri ajuti, con forze doppie sulla mia terra, forse ei sormontava gli ostacoli; e giungendo ad uno dei centri ove vivono luce d'intelletto educato e fiamma di libertà, trovava fratelli e vinceva?_ Rimprovero amaro è cotesto, o Italiani, perchè meritato; e viene a noi nel gemito non solamente della povera Silvia, ma dei mille orfani dell'amore dei tanti, che da oramai dieci anni morirono vittime della tirannide straniera e domestica, protestando per noi tutti contr'essa. Perchè sono orfani su questa terra che seppe sorgere e vincere nove anni addietro? Perchè si muore d'intorno a noi, quando si potrebbe vivere col serto del trionfo sul capo? Perchè move il vento e bagna la pioggia le ossa di Pisacane, come fossero ossa di masnadiere, quando sta a noi di comporgli su terra libera una tomba sulla quale sventoli la sua bandiera? E come provvediamo noi a ch'egli sia almeno l'ultimo martire che cada nello sconforto e nel silenzio comune?