Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 2

Chapter 23,386 wordsPublic domain

«Nel 1866 la rottura dell'alleanza austro-prussiana e la guerra germanica offersero alla nazione ed alla monarchia la grande, l'invocata opportunità per l'acquisto del Veneto.» Sotto diverso reggimento, fidandosi nella iniziativa e nelle forze popolari, non trattenuta da tutela imperiale, «l'Italia avrebbe potuto coronarsi di gloria, vincendo, con armi sue, per terra e per mare, e integrando i suoi nazionali confini»[29].

Pur troppo così non fu. L'esito di quella guerra, che ci diede per le mani di Napoleone il Veneto, s'associa ai ricordi più tristi ed umilianti per il paese: Lissa e Custoza segnano la condanna inesorabile di chi non seppe meglio usare dell'italica forza e valore. La storia dovrà ripetere la desolante esclamazione di Nino Bixio: _Quello che io so è che noi siamo disonorati!_

Il Mazzini, che era venuto in Italia a spingere i suoi fra i volontarî di Garibaldi e a prestare tutta l'opera sua per rinfocolare i santi entusiasmi; dopo gli inesplicabili disastri, l'armistizio, l'ordine al Garibaldi di ritirarsi dalle forti posizioni conquistate nel Trentino, nulla più potendo, ritornava in Lugano. E quando ebbe notizia d'un'amnistia a lui accordata, la rifiutò sdegnosamente dicendo _che non gli dava il core di rivedere l'Italia il giorno stesso in cui essa accettava tranquilla il disonore e la colpa._

Ottenuto il Veneto nel modo inglorioso dianzi accennato, l'objetto del pensiero nazionale si fissava nella liberazione di Roma; ma mentre da un lato il _partito d'azione_, capitanato dal Mazzini e dal Garibaldi, si rivolgeva al patriotismo delle popolazioni tuttora soggette al dominio teocratico, dall'altro lato il partito del Governo, sempre soggetto alle istruzioni dell'Eliseo, inculcava doversi rinunziare ad ogni tentativo armato ed aspettare Roma dalla maturità dei tempi e dalla benevolenza del Bonaparte[30].

Non a questo fatalismo inerte si rassegnavano i conscienti palpiti popolari, ed appena il Garibaldi ebbe pronunziato di nuovo il grido: _Andiamo a Roma!_ la gioventù italiana rispose balda e fidente: _Siamo con voi!_ E il Governo, coerente alla propria politica, ai patti che aveva escogitato nella sua alta sapienza diplomatica, volontariamente si accinse ad inseguire ed arrestare i giovani generosi, che accorrevano a far sacrifizio della propria vita per la redenzione di Roma e ad assistere coll'arme al piede, fida sentinella del Bonaparte, all'ecatombe di Mentana.

Come risulta limpidamente dal proemio del Saffi[31], in quella sventurata campagna del '67, i seguaci del Mazzini furono, per suo consiglio, fra i primi a seguire il Garibaldi; e questo giova notarlo, perchè lo stesso Garibaldi, ingannato da maligni insinuatori, credette allora e per molto tempo appresso che dell'infelice esito di quella spedizione fossero responsabili i mazziniani.

Vero è che il Mazzini avrebbe voluto vedere il _popolo d'Italia_ entrare in Roma a riprendere e continuare le gloriose tradizioni del '49, come dice anche in un suo scritto _Ai Romani_[32], pubblicato fino dal 1866; ma appunto per questo egli aveva bisogno di spingere ad arrolarsi nell'esercito garibaldino gli uomini del suo partito, i quali, dopo la vittoria, avrebbero potuto risollevare l'antica bandiera repubblicana[33].

E a buona ragione premeva sventolare quella bandiera gloriosa, perchè la monarchia s'era macchiata della maggior colpa, rinunziando a Roma; ond'egli scriveva: «Ho esaurito con la monarchia tutte le prove, tutte le concessioni, tutta l'obbedienza possibile. Dispero d'essa, non dispero dell'Italia.» Pur ritenendo il momento non propizio, la bandiera errata, secondò nondimeno con ogni forza a sua disposizione la iniziativa del Garibaldi; la secondò pur prevedendone l'esito, perchè in quella occasione, come in ogni altra, tutto subordinò e sacrificò alla costituzione della patria unità.

Ben pochi sono i nomi dei grandi pensatori ed apostoli la cui fede seppe trionfare di una lunga vita nella quale costanti delusioni, persecuzioni e calunnie non vennero temperate da periodi di soddisfazioni e di successo. Fra quei pochissimi si scriverà il nome di G. Mazzini; di lui che ebbe sempre la terra promessa, a cui avea condotto il popolo italiano, dinanzi agli occhi, ed esule e ramingo ne fu sempre proscritto. Irradiato da presciente fede, tetragono al dolore, il forte animo non vacillò, nè per un istante cedette alle patrie vergogne o alla ingratitudine ed alle false accuse che ebbe sempre in compenso della magnanima sua opera; non vacillò nemmeno quando ai dolori morali, per la fiacchezza del corpo logoro da tanti patimenti, s'aggiunsero quelli fisici, che lo trassero dopo lunghe sofferenze, stoicamente sopportate, al sepolcro.

D'ogni breve periodo di sollievo profittava per continuare il suo già quarantenne apostolato, e così, per esempio, scriveva agli amici di Bologna: «Miglioro. E in verità il nuovo guanto di sfida che il papato e lo straniero, protettore del papato, ci mandano coi cadaveri di Monti e Tognetti, l'ira italiana ed il terrore di scendere nel sepolcro coll'imagine della mia patria disonorata, inchiodata nell'anima, operano, credo, a guisa di tonici sul corpo infiacchito.»

«Ma in quel tempo, narra il Saffi[34], i nuclei dell'alleanza repubblicana stendevano, intrecciavano le loro fila di regione in regione, avevano aderenti nella bassa ufficialità dell'esercito, patrocinatori segreti nell'opposizione parlamentare; e i loro atti di propaganda correvano per ogni terra d'Italia, erano diffusi nelle officine, penetravano nelle caserme.»

E il Governo impaurito di quella propaganda, ferocemente insaniva, ordinando sequestri, sciogliendo associazioni e cacciando in prigione i migliori patrioti; nè di ciò pago, faceva spargere calunnie di accoltellatori assoldati dal partito mazziniano a dare di piglio negli averi e nel sangue dei cittadini; e costringeva, d'accordo col Bonaparte, il Governo federale a cacciare gli esuli raccolti nel Canton Ticino[35].

Alla volgare calunnia rispose il Mazzini nobilmente, serenamente, come chi si sente l'animo integro, con lo scritto _Ai nemici_, al quale mandiamo il lettore[36].

Furono quelli dal '67 al '70 tristissimi anni, chiamati con ragione dal Garibaldi _tempi borgiani_, i quali forse soltanto nei presenti trovano riscontro; per la qual cosa mai come allora suonò santa e potente al cuore della patria la voce del Mazzini, quasi voce della Nemesi italiana, che in mezzo alle corruzioni, alle viltà, agli arbitrî, allo sperpero del pubblico denaro si levasse vendicatrice dell'onor nazionale[37].

Nello scritto _L'iniziativa_, pubblicato nel maggio 1870[38], il Mazzini riassume con un'abile sintesi le misere condizioni politiche, morali ed economiche nelle quali dibattevasi la Patria per opera di un Governo senza fede e senza ideali, e prova alla stregua dei fatti che dal popolo solo può sorgere una vera iniziativa nazionale.

«Fra quelle congiunture, fermo nell'idea che l'Italia dovesse procedere e predisporre, anzichè seguire, le combinazioni del tempo, e impaziente d'inalzare la bandiera, che sola poteva, per suo avviso, rigenerarne la vita, cedette ad ingannevoli proposte d'azione in Sicilia; e perchè il moto porgesse malleveria non dubbia di tendere, non a separazione, ma ad unità, deliberò di recarsi a capitanarlo. Nè valsero a rimuoverlo dal suo proposito gli avvertimenti degli amici, convinti della vanità del tentativo. Mosse pertanto, nel luglio del 1870, alla volta dell'Isola, com'uomo che si consacra all'ultimo sacrificio per la sua fede. Ne seguì, come tutti sanno, la sua cattura sulla nave che l'avea condotto nelle acque di Palermo e la reclusione a Gaeta»[39].

Seppe in carcere della fucilazione del Barsanti e ne provò un profondo dolore, una nuova scossa quel corpo affranto, il quale ormai reggeva a tante lotte per la sola vigoria dello spirito, che ebbe in lui una perenne giovinezza[40]; e ne sono mirabile testimonianza gli ultimi scritti dettati poco prima di morire[41].

Seppe pure in carcere della presa di Roma; ma tale avvenimento non poteva dargli allegrezza, chè nella Città Eterna, non il popolo entrava altero e cosciente de' proprî destini, ad iniziarvi la terza civiltà; ma la monarchia, quasi riluttante e supplichevole in atto, a continuarvi la pedestre politica d'ipocrisie e di volgari espedienti[42]; e nello scritto _Ai miei fratelli repubblicani dopo la prigionia di Gaeta_[43] raccomandò in Roma e per Roma l'apostolato dell'_Alleanza repubblicana_.

Uscito di carcere per atto d'amnistia, correva a Staglieno a sfogare la suprema angoscia dell'animo invitto sul sepolcro materno; quindi, mesto e sdegnoso di dover la propria libertà ad un reale decreto, riprendeva ancora una volta la triste via dell'esilio.

«Cessato l'arringo dell'azione armata--continua il Saffi--dinanzi all'unità _materialmente_ compiuta, sentì più che mai profondo il bisogno di volgere quell'avanzo di vita, che la natura fosse per concedergli, all'arringo dell'azione pacifica, cercando preparare nella mente e nella virtù della nuova generazione, l'unità morale della patria risorta. Al quale effetto egli volse l'animo a due principali intenti: l'ordinamento cioè delle società operaje d'Italia a nazionale fratellanza, e la fondazione, nella capitale, d'un periodico: _La Roma del Popolo_, inteso a riassumere, sotto forma d'apostolato civile, la tradizione della scuola repubblicana unitaria, discesa dalla _Giovine Italia_, interpretandone al Paese le dottrine religiose, politiche o sociali»[44].

Sono frequenti in quel tempo gli scritti di G. Mazzini che apparvero nella _Roma del Popolo_--come può vedersi in fine del presente volume--indirizzati ad associazioni operaje, alle quali specialmente e continuamente raccomanda di non separare la questione economica da quella politica, e di stare in guardia contro esotiche dottrine tendenti o ad abolire ogni legittimo principio d'autorità o a distruggere nella patria, nella famiglia, nella proprietà individuale i cardini su cui si svolge oggi ogni progresso di civile consorzio.

«Nè mai forse come in quell'estremo periodo del viver suo--continua il Saffi--la parola del Grande Italiano penetrò così addentro nella mente, non che dei suoi discepoli, ma di coloro stessi tra i suoi compagni di Patria, che avevano per lo innanzi ignorato o frainteso i veri intendimenti delle sue dottrine.»

Ed a queste dottrine facendo, com'era suo costume, seguire l'applicazione pratica, fece sì che in Roma convenissero i rappresentanti dei varî sodalizî operaî della Penisola a stringere un patto di fratellanza, che doveva organizzare tutto _il ceto artigiano in un gran corpo od ordine nazionale_[45]. In quel Congresso fu proclamato mezzo efficace all'emancipazione economica delle classi operaje, la costituzione delle cooperative di consumo e di produzione, le quali, da quel tempo in poi, crebbero continuamente di numero e d'importanza, tanto nei piccoli come nei vasti centri, avviamento lento ma sicuro verso quell'ultimo assetto sociale da lui vagheggiato: _la riunione_, cioè, _del capitale e del lavoro nelle stesse mani_[46].

Ma questa propaganda morale e sociale, a cui consacrò le rimanenti forze dell'anima sua, gli fruttò, come di consueto, accuse, calunnie, amarezze infinite, e, come di consueto, ei continuò impavido nella lotta: e con lo scritto intitolato _Il Comune e l'Assemblea_[47] pubblicato il 3 maggio 1871 nella _Roma del Popolo_, egli respinse il consiglio di coloro che lo esortavano a tacere di questione religiosa e sociale per non suscitare discordie nel partito. Lo respinse perchè, oltre ad essere il Mazzini sinceramente e profondamente convinto, giudicava che tacendo o mentendo, non si ottengono mai unioni efficaci e durevoli[48].

«Al cadere dell'anno 1870--scrive il Saffi[49]--quasi presago della sua fine, volle rivedere i suoi amici inglesi a Londra, serbando l'antica consuetudine di celebrare con essi a domestico ritrovo l'ora del passaggio dell'anno che muore all'anno che nasce. Mosse nel cuore dell'inverno da Lugano, in compagnia del suo giovane amico Giuseppe Nathan, passando il Gottardo, mal riparato dal freddo e dalla neve; onde gli si aggravò la tosse, che da tempo lo affaticava. Fatta breve dimora in Londra, si ricondusse nei primi giorni del '71 a Pisa, per dar mano più da vicino alla collaborazione della _Roma del Popolo_; poi di nuovo a Lugano nell'autunno di quell'anno, e vi si trattenne fino al febbrajo. Ma in principio di quel mese, non curando la rigida stagione, volle tornare a Pisa; e quel viaggio, molestato com'era dalla bronchite, l'uccise.»

CENNI E DOCUMENTI

INTORNO ALL'INSURREZIONE LOMBARDA

E ALLA

GUERRA REGIA DEL 1848

DICEMBRE 1849.

I.

TENDENZE NAZIONALI--MOTIVI DELLA GUERRA REGIA DOCUMENTI GOVERNATIVI

Il moto italiano assumeva più sempre di giorno in giorno il carattere nazionale che ne costituisce l'intima vita. Il grido _Viva l'Italia_ suonava nell'estrema Sicilia; fremeva in ogni manifestazione di scontento locale: conchiudeva, come il _delenda Carthago_ di Catone, ogni discorso politico. Altrove, le moltitudini s'agitavano, insofferenti di miseria o d'ineguaglianza, in cerca d'un nuovo assetto di cose, sociale o politico: in Italia, vanto unico e speranza potente di grandi cose future, sorgevano o anelavano sorgere per una idea: cercavan la patria, guardavano all'Alpi. La libertà, _fine_ agli altri popoli, era _mezzo_ per noi. Non che gl'Italiani, com'altri s'illuse a crederlo o finse, fossero noncuranti dei loro diritti o imbevuti di credenze monarchiche--tranne in qualche angolo di Napoli o di Torino, non credo sia popolo che per tradizioni, coscienza d'eguaglianza civile, colpe di principi e istinti di missione futura, sia democratico, quindi repubblicano più del popolo nostro--ma sentivano troppo altamente di sè per non sapere che l'Italia fatta nazione sarebbe libera, e avrebbero sagrificato per un tempo la libertà a qualunque, papa, principe o peggio, avesse voluto guidarli e farli nazione. Ostacolo, non il più potente, ma il più dichiarato e visibile, all'affratellamento di quanti popolano questa sacra terra d'Italia, era l'Austria. E guerra all'Austria invocavano innanzi tutto, e quel tanto di libertà ch'essi andavano strappando ai loro padroni giovava quasi esclusivamente a far più forte e unanime e solenne quel grido. Fin dall'aprile 1846, l'indirizzo ai legati pontificî raccolti in Forlì, dopo aver compendiato le giuste lagnanze delle provincie, conchiudeva che le questioni col malgoverno locale erano, per gli uomini delle Romagne, secondarie, che principale era la questione italiana, e che il più grave peccato della corte papale era quello d'essere ligia dell'Austria. In Ancona, nell'agosto 1846, l'annunzio dell'amnistia pontificia raccoglieva le moltitudini sotto le finestre dell'agente austriaco e la gioja si traduceva naturalmente nel grido: _Via gli stranieri!_ In Genova, quando nel novembre 1847 il re si recava a visitare quella città e quaranta mila persone gli passavano, plaudenti ad una speranza, davanti, la bandiera strappata nel 1746 da Genova insorta agli Austriaci s'inalzava, tra quelle migliaja, programma eloquente dei loro voti. Così per ogni dove e da tutti. Metternich intendeva le tendenze nazionali del moto: _Sotto la bandiera delle riforme amministrative_--ei diceva al conte Dietrichstein in un dispaccio del 2 agosto 1847--_i faziosi... cercano consumare un'opera, che non potrebbe rimanersi circoscritta nei limiti dello Stato della Chiesa, nè in quelli d'alcuno degli Stati che nel loro insieme compongono la penisola italiana. Le sètte tendono a confondere questi Stati in un solo corpo politico o per lo meno in una confederazione di Stati posta sotto la condotta d'un potere centrale supremo_. Ed era vero: se non che tutta Italia era sètta.

Era un momento sublime: il fremito che annunziava il levarsi di una nazione, il tocco dell'ora che dovea porre nel mondo di Dio una nuova vita collettiva, un apostolato di ventisei milioni d'uomini, oggi muti, che avrebbero parlato alle nazioni sorelle la parola di pace, di fratellanza e di verità. Se nell'anima di quei che reggevano fosse stata una sola favilla di vita italiana, avrebbero, commossi, dimenticato dinastia, corona, potere, per farsi primi soldati della santa crociata, e detto a sè stessi: _Più vale un'ora di comunione in un grande pensiero con un popolo che risorge, che non la solitudine d'un trono minacciato dagli uni e sprezzato dagli altri per tutta una esistenza_. Ma per decreto di provvidenza che vuol sostituire l'èra dei popoli a quella dei re, i principi non sono oggimai nè possono esser da tanto; e si giovarono di quella generosa ma incauta tendenza all'oblio e al sagrificio della libertà, al desiderio d'indipendenza che poc'anzi accennammo, per tradir l'una e l'altra e ricacciarci, deludendo il più bel voto di popolo che mai si fosse, dov'oggi siamo.

Era sorta tra la fucilazione dei fratelli Bandiera e la morte di Gregorio XVI, una gente, educata, comunque ciarlasse di cristianesimo e di religione, metà dal materialismo scettico del secolo XVIII, e metà dall'eclettismo francese, che sotto nome di _moderati_--come se tra l'essere e il non essere, tra la nazione futura e i governi che ne contendono lo sviluppo, potesse mai esistere via di mezzo--s'era proposta a problema da sciogliere la conciliazione degli inconciliabili, libertà e principato, nazionalità e smembramento, forza e direzione mal certa. Nessuna sètta d'uomini potrebb'esser da tanto: essi men ch'altri. Erano scrittori dotati d'ingegno, ma senza scintilla di genio, forniti quanto basta d'erudizione italiana raccolta, senza scorta vivificatrice di sintesi, nel gabinetto e fra i morti, ma senza intelletto del lavoro unificatore sotterraneamente compito nei tre ultimi secoli, senza coscienza di missione italiana, senza facoltà di comunione col popolo ch'essi credevano corrotto ed era migliore di loro, e dal quale li tenevano disgiunti abitudini di vita, diffidenze tradizionali e istinti non cancellati d'aristocrazia letterata o patrizia. E per questa loro segregazione morale e intellettuale dal popolo, unico elemento progressivo ed arbitro oggimai della vita della nazione, erano diseredati d'ogni scienza e d'ogni fede dell'avvenire. Il loro concetto storico errava, con lievi rimutamenti, tra il guelfismo e il ghibellinismo; il concetto politico, checchè facessero per ammantarlo di veste italiana, non oltrepassava i termini della scuola che, discesa in Francia da Montesquieu ai Mounier, ai Malouet, ai Lally Tollendal e siffatti dell'Assemblea nazionale, s'ordinò a sistema tra gli uomini che diressero l'opinione in Francia nei quindici anni che seguirono il ritorno di Luigi XVIII: erano monarchici con una infusione di libertà, tanta e non più che facesse tollerabile la monarchia e, senza stendersi sino alla moltitudine a suscitar l'idea di diritti che aborrivano e di doveri che non sospettavano, attribuisse loro facoltà di stampare le loro opinioni e un seggio in qualche consulta. In sostanza non avevano credenza alcuna: la loro non era fede nel principio regio come quando il dogma del diritto divino immedesimato in certe famiglie o l'affetto cavalleresco posto in certe persone collocava il monarca tra Dio e la donna del core--_mon Dieu, mon roi et ma dame_:--era accettazione passiva, inerte, senza riverenza e senza amore, d'un _fatto_ ch'essi si trovavano innanzi e che non s'attentavano d'esaminare: era codardia morale, paura del popolo al cui moto ascendente disegnavano argine la monarchia, paura del contrasto inevitabile fra i due elementi ch'essi non si sentivano capaci di reggere, paura che l'Italia fosse impotente a rivendicarsi con forze popolari anche quella meschina parte d'indipendenza dallo straniero ch'essi pure, teneri, per unica dote, dell'onore italiano, volevano. Scrivevano con affettazione di gravità, con piglio d'acuti e profondi discernitori, consigli ricopiati da tempi di sviluppo normale, da uomini ravvolti in guerre parlamentarie e cittadini di nazioni fatte, a un popolo che da un lato aveva nulla, dall'altro avea vita, unità, indipendenza, libertà, tutto da conquistare: il popolo rispondeva alle loro voci eunuche col ruggito e col balzo del leone, cacciando i gesuiti, esigendo guardie civiche e pubblicità di consulte, strappando costituzioni ai principi, quand'essi raccomandavano silenzio, vie legali e assenza di dimostrazioni perchè il core paterno dei padroni non s'addolorasse. S'intitolavano _pratici, positivi_, e meritavano il nome d'arcadi della politica. Questi erano i duci della fazione, nè ho bisogno di nominarli; ed oggi taluni fra loro, per desiderio di potere o vanità ferita dalla solitudine che s'è creata d'intorno ad essi, stanno a capo della reazione monarchica contro ai popoli. Ma intorno ad essi, salito appena al papato Pio IX, s'aggrupparono, tra per influenza della loro parola e del prestigio esercitato dai primi atti di quel pontefice, tra per precipitoso sconforto dei molti tentativi falliti e speranza d'agevolare all'Italia le vie del meglio, molti giovani migliori d'assai di que' capi e che s'erano pressochè tutti educati al culto dell'idea nazionale nelle nostre fratellanze, anime candidissime e santamente devote alla patria, ma troppo arrendevoli e non abbastanza temprate dalla natura o dai patimenti alla severa energica fede nel vero immutabile, stanche anzi tempo d'una lotta inevitabile, ma dolorosissima, o frantendenti il bisogno che domina tutti noi d'una autorità in riverenza all'autorità ch'esisteva e sembrava allora rifarsi. E più giù s'accalcava, lieta di presentire menomati i sagrificî e gli ostacoli, la moltitudine degli adoratori del calcolo, dei mediocri d'intelletto e di cuore, dei tiepidi respinti dal vangelo ai quali il nostro grido di guerra turbava i sonni e il programma dei _moderati_ prometteva gli onori del patriotismo a patto che scrivessero qualche articolo pacifico di gazzetta o armeggiassero innocentemente col _Lloyd_ sulle vie ferrate o supplicassero al principe che si degnasse mostrarsi meno tiranno. E più giù ancora, peste di ogni parte, brulicava, s'affaccendava la genìa dei raggiratori politici, uomini di tutti mestieri, arpìe che insozzano ciò che toccano, ed esperti in ogni paese a giurare, sgiurare, inalzare a cielo, calunniare, ardire o strisciare a seconda del vento che spira e per qualunque dia loro speranza d'agitazione senza gravi pericoli d'una microscopica importanza o d'un impieguccio patente o segreto: razza più rara, per favore di Dio, in Italia che non altrove; pur troppo più numerosa, per forza d'educazione gesuitica, tirannesca, materialista, che non si vorrebbe in un popolo grande nel passato e chiamato a esser grande nell'avvenire.