Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 19
A questo popolo, grande anche nella sventura--a questo popolo, che gl'istinti europei additano come depositario dei fati delle nazioni oppresse--è tempo, parmi, di tenere linguaggio diverso e più degno. Questo popolo balzò gigante dal fango d'un doppio servaggio, sei anni addietro, commosso da una parola di Nazione e di Libertà, che noi gli avevamo proferita, santificata dal sangue dei nostri martiri. Non chiese un re, ma una Patria; non mendicò, a patto di concessioni servili, promessa di battaglioni ordinati, ma disse a sè stesso: _sono italiani e li avrò_. Grande a un tratto per un senso di dovere comune, per un lampo di fede che avea solcato subitamente la tenebra in cui giacea, s'inebriò della vista d'una bandiera, sulla quale non era scudo di Savoja, nè altro, fuorchè l'iride dei bei tre colori, si levò a battaglia e vinse, e trascinò dietro a sè i battaglioni ordinati. Poi, prevalsero funesti consigli. Voci d'uomini, taluni tristi, altri illusi, e inetti tutti, e incapaci d'intendere qual tesoro di forze si chiuda in un popolo e in un _principio_, gli susurrarono di re, di _centomila soldati_, di liberatori _allettati_ o _sforzati_. E il moto diventò, di nazionale, dinastico; e all'impeto d'amore sovrumano, che avea convertito una gente schiava e divisa in un popolo di fratelli, sottentrò la _diffidenza_; poi la _discordia_ e lo sconforto e l'isolamento e l'inganno e la rotta dei _battaglioni ordinati_; e la tenebra si raddensò sull'Italia: e il popolo ridiscese nella sua prigione ad espiarvi la colpa d'essersi lasciato sedurre ad abbandonare il _principio_, che gli aveva dato forza e virtù. Allora, i delusi profughi giuravano, giuravano a noi, ch'erano rinsaviti per sempre, che nessuna illusione, nessun sofisma li avrebbe mai più sviati d'un passo dalla bandiera della Nazione. Ora, immemori, incorreggibili, copisti meschini d'un passato che dovrebbe farli arrossire, ridicono al popolo, ridesto al fremito e conscio che l'espiazione è compita, gli errori, i sofismi e le codardie d'otto anni addietro. Io ricordo ogni linea di quella tristissima storia, e grido agli Italiani: «Badate! Guai se porgete orecchio a quei detti! Ricordate il 15 maggio; ricordate Milano; ricordate Novara. I consigli ch'oggi vi danno, sono gli stessi che v'hanno perduti pochi anni addietro; gli uomini che osano darveli sono gli stessi che vi travolsero allora. Non siate, per Dio, popolo di fanciulli! Quegli uomini vi parlano di battaglioni che non hanno, di cannoni che non s'allontaneranno d'un palmo dalle fortezze o dagli arsenali ove giaciono, di re collegati con chi rifiuta l'Unità della vostra terra. Di fantasma in fantasma, di sogno in sogno, servi ciechi e inconsapevoli di un inganno tessuto a frenarvi, essi vi trascinano fin dove comincia il disonore, ch'è la morte dei popoli. E se anche la monarchia, ch'essi presumono imporvi, potesse mai--e nol può--scendere sull'arena prima, essa si varrebbe del vostro moto per ottenere, colla minaccia di peggio, una zona del vostro terreno, e abbandonerebbe, voi tutti quanti non siete compresi in quella zona, alle vendette d'un nemico irritato. Essi vi dicono, come a gente spregevole che non può vivere senza padrone: _gridatevi un re o non sorgete_; io vi dico: _sorgete liberi padroni di voi: darvi senza patti è parte di schiavi_. Sorgete in nome dell'eterno Diritto: abbiate, incarnate in voi, la coscienza di quel Diritto: senza quella, non isperate d'essere liberi mai. Voi siete giganti di forza, purchè vogliate esserlo di volontà. Ma se volete essere Nazione--se volete dai popoli d'Europa che studiano i vostri moti, non pietà, ma onore e ajuto fraterno, v'è d'uopo rompere oggimai quel cerchio di menzogne, di piccoli calcoli, d'espedienti immorali o fallaci, che le piccole menti, i _politici_ della giornata, e le scimmie di Machiavelli, v'hanno steso attorno; v'è d'uopo riconsacrarvi a dignità, a riverenza pei santi nomi d'Italia e di Roma, colla memoria della grandezza passata, colla fede nella grandezza avvenire; v'è d'uopo di purificare la BANDIERA NAZIONALE di tutto questo fango d'anticamere e cancellerie, che gli adoratori degli idoli v'hanno cacciato sopra. Voi non dovete adorare altro Dio che Dio, e il Popolo sulla terra. Posate, finchè non v'è dato di sorgere come leoni. Sorgete, venuta l'ora, potenti e subiti come le nostre tempeste. Colpite siccome fulmine. Decisi, volenti, avrete dalla Nazione i battaglioni e i cannoni, che oggi mendichereste invano da un re.»
A voi, Giorgio Pallavicino, ed ai vostri, io dirò: se invece d'ostinarvi a fondare un Partito Nazionale senza la Nazione, e ad evangelizzare una guerra regia senza re e senza esercito, dacchè l'insurrezione sola può darveli, vi adopraste colla tacita opera concorde, colla parola, e col sacrificio di parte dei vostri mezzi, a spianare le vie difficili alla Insurrezione--se, invece di gettare nel nostro campo una nuova semenza di discordia e di riazione coll'intolleranza, abbracciaste con noi la bandiera, non d'un governo locale, ma della Patria comune, e ve ne faceste apostolo instancabile tra i vostri amici--se voi, Manin, Cattaneo, Montanelli, Ulloa, Sirtori, Tommaseo, Garibaldi, e altri uomini cari pel passato all'Italia, firmaste con noi, pegno d'unità di voleri e di riverenza collettiva alla Sovranità del Popolo Italiano, una chiamata simile a questa che io ho scritto qui sopra--voi sareste di certo più giovevoli alla vostra Patria che non siete oggi, stampando foglietti in nome d'un Partito invisibile, che manda il Papa a Gerusalemme e commette la Dittatura a una _ipotesi_ di liberatore. E noi potremmo salutare i vostri anni cadenti colla stessa amorevole riverenza, che avviava i nostri pensieri allo Spielberg, quando voi eravate protesta vivente, fra i ceppi, per l'Italia contro le tirannidi che l'opprimono, senz'altra fede che nel Dio di Giustizia e nella Nazione predestinata a risorgere. Io, se mi è dato di vedere il giorno di resurrezione, ricorderò al popolo quella protesta, perchè sperda fin la memoria degli errori nei quali, per una funesta illusione, vi lasciaste più dopo travolgere.
_Ottobre, 25._
GIUSEPPE MAZZINI.
RICORDI SU CARLO PISACANE
Un giorno in Roma, nel 1849, mentr'io era ancora semplice rappresentante del popolo e senza parte nella suprema direzione delle cose, saliva a vedermi un giovane ufficiale napoletano. Era Carlo Pisacane. Mi si presentava senza commendatizie; m'era ignoto di nome e, bench'io ricordassi di averlo alla sfuggita veduto un anno prima fra quel turbinìo d'esuli che la dedizione regia rovesciava da Milano e da tutti i punti di Lombardia sul Canton Ticino, io non sapeva nè gli studî teorici e pratici, nè la ferita di palla austriaca che lo aveva tenuto per trenta giorni inchiodato in un letto, nè i principî politici serbati inconcussi attraverso l'esilio e la povertà, nè altro di lui. Ma bastò un'ora di colloquio perchè l'anime nostre s'affratellassero, e perch'io indovinassi in lui il tipo di ciò che dovrebb'essere il militare italiano, l'uomo nel quale la scienza, raccolta con lunghi studî ed amore, non aveva addormentato, creando il pedante, la potenza di intuizione e il genio, sì raro a trovarsi, dell'insurrezione. Da quel giorno in poi fummo amici e concordi nell'opere a pro del Paese.
La fronte e gli occhî di Carlo Pisacane parlavano a prima giunta per lui; la fronte rivelava l'ingegno, gli occhî scintillavano di energia, temperata di dolcezza e d'affetto. Traspariva dalla espressione del volto, dai moti rapidi, non risentiti, dal gesto nè avventato nè incerto, dall'insieme della persona, l'indole franca, leale, secura. Il sorriso frequente, singolarmente sereno, tradiva una onesta coscienza di sè e l'animo consapevole di una fede da non violarsi nè in vita nè in morte.
Era la FEDE ITALIANA: la fede nella Patria avvenire, nell'Unità repubblicana d'Italia e nel Popolo per fondarla.
Fede, io dico, e non opinione: l'_opinione_ nazionale è oggi universale in Italia: la _fede_ rara tuttavia, fuorchè tra i popolani delle nostre città, nei quali riposano le migliori speranze d'Italia. L'opinione commossa dalle ingiustizie e dalle pazze ferocie che tuttodì si commettono dai nostri padroni in Italia, dal desiderio di sicurezza personale e di più largo sviluppo all'industria e ai guadagni, dalle condizioni migliori in che versano le nazioni più libere, _crede_ che una Italia _dovrebbe_ essere; la fede--convinta che noi tutti siam posti quaggiù per compiere quando che sia un intento comune; che l'associazione di tutte le nostre facoltà e forze per raggiungerlo è nostro dovere; che il dito di Dio ha segnato nei caratteri geografici, nelle lingue, nelle tradizioni delle diverse terre, la distinzione dei gruppi nei quali deve partirsi l'associazione universale--_sa_ che una Italia _sarà_. L'opinione, vagante nella sfera del pensiero e presta a salutare e seguir l'azione da dove che venga, non sente il bisogno d'iniziarla e, rifuggendo dai pericoli che l'accompagnano, fa velo all'intelletto e trasforma volentieri le difficoltà in impossibilità: la fede anela alla azione, martirio o vittoria: sa che bisogna educare il Popolo a fare, e fare con esso. L'opinione diplomatizza, si prostra, sprezzando nel suo segreto, a qualunque potere le faccia sperare un milionesimo di libertà; insozzerebbe dello stemma turco la santa bandiera, se il sultano s'arrendesse a dire: _innesterò sul mio dispotismo una frazioncella di miglioramento_; la fede intende che non si rigenerano i Popoli con la menzogna; intende che le Nazioni non siano se non hanno coscienza del loro diritto, e chiama coll'esempio il Popolo a conquistarsi patria ed emancipazione col proprio sacrificio e col proprio sangue. L'opinione, piegando a seconda di tutti eventi, accoglie, come grado a salire, le costituzioni strappate ai principi nel 1821; rinnega la fratellanza Italiana coi Governi provvisorî del 1831; sostituisce alla bandiera nazionale la bandiera bianca dei moti di Rimini nel 1843; fantastica le tre, le quattro, le cinque Italie, coi Balbo, Azeglio, Durando; l'Italia del Nord con Gioberti, l'Italia Muratista, Papale, Piemontese con Cavour e gli eunuchi politici che gli fan codazzo:--la fede, logica, diritta, leale, non riconosce se non una Italia, una Sovranità, quella della Nazione, una guerra di tutti, in nome del diritto e dei principî che chiamano i Popoli ad esser padroni di sè, per procacciare vittoria e vita normale a tutti. L'opinione cede cogli anni, sfibrata dalle delusioni e dai patimenti inseparabili da ogni grande impresa; la fede si ritempra nei santi dolori, e splende, come il sole sulle nevi dell'Alpi, sulle fronti incanutite nell'apostolato e nei tentativi d'azione. L'opinione sta alla fede politica, come la filosofia alla religione. E religione, quali pur fossero le altre di lui credenze, era l'amor patrio di Pisacane: occupava in esso tutte le facoltà della vita, non illanguidiva per anni o per sventura, non s'addormentava nello sconforto, egoismo ammantato d'orgoglio, che oggi pur troppo sottrae tante anime, un dì generose, alla lotta. L'ultimo giorno in cui ci abbracciammo, gli lampeggiava sul volto quel sorriso di fede ignara del tempo, che mi strinse a lui nel primo nostro colloquio a Roma. Gli uomini dei quali io parlo tradiscono ne' stanchi lineamenti e ne' moti snervati il guasto che si è fatto, consumando il bollore del sangue giovanile nell'anima loro; li diresti reliquie galvanizzate di una vita spenta, fantasmi di un tempo che fu.
Erano giorni quelli nei quali gli affetti sgorgavano singolarmente rapidi e schietti fra i seguaci della bandiera. Non v'era _menzogna_ tra noi; il vero sfavillava, sereno e limpido, dal simbolo che aveva sostituito Dio al papa, il Popolo all'aristocrazia di un clero incredulo, inetto, corrotto; e nella luce di quel vero l'anime buone si ravvisavano, imparavano a conoscersi ed amarsi più facilmente. Fra noi non era _diplomazia_. Quando il nome d'Italia suonava sulle nostre labbra, volea dire Italia davvero; non una Italia del Centro o del Nord. Quando dicevamo _libertà_, intendevamo libertà vera e per tutti, non una libertà di pochi, e salvi i _diritti_ d'una dinastia e de' suoi faccendieri. Roma era convegno d'uomini viventi la vita piena, attiva, volente, che Dio ci assegnava creandoci, e che noi stessi dovevamo serbarci, non di liberti, di servi emancipati, che ne affidano la tutela ad un re e a un pugno di milizie assoldate da lui; tra i giorni sospettosi, dubbiosi, trepidi, di Milano dopo l'ingresso di Carlo Alberto e i giorni di Roma repubblicana, correva lo stesso divario che fra un'alba dei cieli sereni d'Italia e le fredde nebbie di Londra. Luciano Manara di monarchico si tramutava in repubblicano, e mi chiamava fratello; uomini imbevuti fino allora delle calunnie che ci chiamavano alleati dell'Austria, dopo un giorno trascorso in Roma, si ricredevano e venivano, accolti con amore, a dichiararcelo lietamente. Da poche vanità incorreggibili in fuori, vivevamo tutti nella patria e nell'avvenire, non nei proprî meschini rancori, nelle povere ambizioncelle di un'ora, o nei gretti sistemi architettati nel gabinetto. Era vita collettiva d'un Popolo trasformato dal subito apparirgli del vero tradotto in fatti, e d'uomini scelti liberamente a capi, che avevano fiducia in quel Popolo.
C'intendemmo rapidamente con Pisacane, e mi occupai di metterlo in luogo dov'ei potesse rivelare le potenti facoltà che gli fremevano dentro, e giovare alla causa d'Italia.
Gli uomini che circostanze straordinarie e necessità imprevedute avevano chiamato al sommo delle cose, avevano potuto far poco per un avvenire imminente: forse la coscienza d'un diritto moralmente innegabile e la purezza delle intenzioni li allettavano a sperare che non verrebbero assaliti mai. Il dicastero di guerra era singolarmente negletto: non ordini, non armi, non allestimento di un esercito nazionale. Io, Pisacane ed alcuni altri sentivamo il turbine che si addensava tacitamente da lungi. Sapevamo che la bandiera repubblicana non poteva sventolare dal Campidoglio senza diventare più o meno rapidamente bandiera d'Italia: come potevano gli eterni nemici della libertà delle Nazioni lasciarla in pace? E d'altra parte, a che la libertà in Roma, se non significava libertà dell'Italia intera? Il turpe spettacolo d'una forte provincia italiana, libera e in armi per dieci anni, tra il gemito di venti milioni di fratelli e l'insulto dello straniero, e nondimeno inerte e inutile, anzi dannosa per lunghe inadempite speranze, all'Italia, era privilegio serbato ai monarchici di Piemonte; i repubblicani da Roma guardavano alle Alpi. D'offesa o difesa, a seconda dei casi, la guerra era dunque inevitabile a ogni modo per noi. Il 19 marzo 1849 io proponeva all'Assemblea Romana di costituire una Commissione di guerra, composta di cinque individui, che si occupasse, dando conto ogni dieci giorni dei suoi lavori, d'apprestare armi, armati, ordinamenti e studî guerreschi. Richiesto di consiglio quanto a quei che dovessero comporla, indicai fra gli altri Pisacane. Ed egli fu l'anima della Commissione e l'inspiratore de' suoi lavori. Se le di lui cure attive non avessero apprestato i materiali alla difesa, i generosi propositi di Roma sarebbero forse stati strozzati in sul nascere.
Il piccolo esercito romano era male ordinato: gli ufficî degli elementi diversi che lo componevano erano mal definiti; le paghe non erano eguali per tutti i corpi; non esisteva, se non di nome, stato-maggiore. E questo piccolo esercito era disseminato in piccoli distaccamenti attraverso lo Stato. Un lungo cordone, steso parallelamente alla frontiera napoletana, ne assorbiva la maggior parte. L'idea di proteggere uno Stato con una forza smembrata in piccoli nuclei posti a difesa d'ogni punto esposto ad assalto era militarmente falsa. Gli Stati si difendono non sul confine, bensì col concentramento delle forze ordinate sui punti strategici interni. Ma il sistema contrario era suggerito e appoggiato da tutte le paure locali: ogni paesetto della frontiera fantasticava difesa, purchè avesse un gomitolo di milizia regolare collocato sul proprio terreno: ed io solo ricordo la tempesta di opposizioni, lagnanze e deputazioni provinciali, che mi fu forza affrontare quand'io e i miei colleghi decretammo il riconcentramento di tutte le truppe sui due campi di Bologna e di Terni. Quel riconcentramento, avversato da presidi, deputati e cittadini delle terre poste lungo il confine, sostenuto con ostinazione pari al convincimento da Pisacane e da me, fu cagione che noi potessimo, al primo apparire dei Francesi, raccogliere in Roma le forze.
L'unità dell'esercito, l'abolizione in esso di ogni privilegio e disuguaglianza, il miglioramento degli elementi direttivi, il concentramento su punti che gli assicurassero in un momento dato l'iniziativa, furono opera in gran parte di Pisacane. E quei che sentono quanto l'onore raccolto nel 1849 dalle armi italiane in Roma debba fruttare nell'avvenire all'unità della patria comune, gli serberanno lunga ed amorosa riconoscenza.
Ricordo le ore notturne che passavamo sulla carta d'Italia, parlando dell'ultimo fine che la Repubblica Romana doveva proporsi; della guerra della nazione; dei modi coi quali avremmo potuto iniziarla; dei disegni che avrebbero dovuto presiedere al vibrarsi dei primi colpi. Parevami che in lui il concetto della guerra insurrezionale vivesse limpido, logico, rapido più che in qualunque altro da me interrogato; e gli studî da lui pubblicati intorno alla malaugurata campagna del 1848 lo riveleranno a chi vorrà leggerli attentamente. Ma quando, ad esplorare l'animo suo, io gli chiedeva _chi guiderebbe militarmente_, ei m'additava, senza pensiero di sè, un suo commilitone, allora colonnello, nel quale infatti ebbi campo a riconoscere doti singolari, e concetto altamente strategico della guerra nazionale, oscurato in oggi miseramente da progetti colpevoli di monarchismo straniero. Pisacane aveva, come dissi più sopra, giusta coscienza di sè, non ombra di ambizione o di vanità.
Il 29 marzo 1849, dopo la rotta di Novara, fummo eletti triumviri, io, Saffi e Armellini. Ci affrettammo a porre in atto le principali tra le idee maturate coll'amico. Un decreto del 16 aprile dichiarava che l'esercito romano raggiungerebbe la cifra di 45 000 uomini ed 80 cannoni, più due batterie di montagna. Se ci fosse stato dato tempo sino al finire di maggio, Carlo Pisacane sarebbe forse caduto, ma col sorriso della vittoria sul volto, appiè dell'Alpi Lombarde, non a Padula per mano di fratelli, e senza conforto di vicina speranza per la patria giacente.
Gli eterni nemici della Nazionalità Italiana sentivano intanto il pericolo, e determinarono di prevenirlo. La morte della Repubblica Romana fu decretata nei conciliaboli di Gaeta. Importava che il principio repubblicano apparisse disonorato in Europa; e la Francia, allora repubblicana di nome, fu scelta a vibrare il primo colpo. La Francia accettò. Il 24 aprile fummo assaliti dalle armi francesi codardamente e sotto colore di proteggerci contro l'invasione austriaca, in Civitavecchia. La subita occupazione di Civitavecchia ci tolse 4000 fucili, che avevamo comprato a denaro dal Governo di Francia, un battaglione di bersaglieri, ingannato prima, poi disarmato, e tra sei mila soldati lombardi che s'apprestavano a ricongiungersi sotto le nostre aquile, e ai quali il naviglio francese vietava il mare. Nondimeno l'onore della Nazione, la necessità di provare con fatti che il Paese, fatto segno di sozze calunnie da tutta la diplomazia straniera, voleva davvero ed unanime le libere instituzioni proclamate in febbrajo, l'immensa forza che una splendida difesa in Roma doveva procacciare alla futura Unità Nazionale, comandavano resistenza ad ogni costo; e decidevamo resistere. Pisacane fu scelto a capo dello stato maggiore; nessuno de' suoi colleghi certo mi smentirà, s'io qui dico che, condannati pur troppo a pentirci di parecchie scelte suggerite da circostanze insuperabili o dalla poca conoscenza degli elementi individuali coi quali ci trovavamo per la prima volta a contatto, sceglieremmo oggi di nuovo l'aulico, s'ei vivesse, a quello o a più alto incarico, senza timore d'illuderci.
Per me egli non era solamente il capo dello stato maggiore, esecutore rapido e diligente delle intenzioni del generale in capo e delle nostre; era l'ufficiale nato per la guerra d'insurrezione, dotato di quella potenza d'iniziativa che trova la vittoria dove il nemico, fidando nella scienza tradizionale, non prevede l'assalto, ed al quale io potevo affacciare i più arditi consigli, securo ch'ei non li avrebbe respinti unicamente perchè in apparenza contrarî alle così dette regole dell'arte bellica. E da lui solo ebbi approvazione ed appoggio--mentr'altri, in nome di quelle regole, protestava--in due di quelle determinazioni che sembrano gravi di pericoli agli ingegni timidi e pedanteschi, e trascinano, se non riescono, biasimo universale sulla testa di chi le prende. La prima fu quella di vuotar Roma d'ogni milizia per inviarle tutte contro l'esercito Napoletano accampato in Velletri e dintorni; la seconda, quella di convertire, verso la fine dell'assedio, la difesa regolare in una giornata campale.
I Francesi stavano, quando il nostro piccolo esercito mosse alla volta di Velletri, appiè delle mura. V'era armistizio, ma a tempo indeterminato; ed io sapeva che Oudinot era tale da romperlo e ordinare l'assalto, qualunque volta ei vedesse l'occasione propizia a impadronirsi di Roma. Togliendo a Roma ogni difesa di milizia regolare, io avventurava dunque i fati della città; e ricordo ancora i giusti terrori e i rimproveri di parecchî tra i membri dell'Assemblea, i quali, vedendo reggimento dopo reggimento avviarsi fuori della cinta, correvano sospettosi a chiedermi ragione degli ordini dati. Ma d'altro lato, i Napoletani erano giunti senza ostacolo ad Albano e Velletri, e minacciavano Roma; ed io sapeva che le istruzioni date al generale francese gli commettevano di vietare l'ingresso in Roma ad ogni altro straniero. L'assalire dei Napoletani trascinava quindi inevitabile la subita rottura dell'incerta tregua; e, stretta fra due nemici operanti ad un tratto, Roma era inevitabilmente perduta. Bisognava dunque scegliere tra un _pericolo_, al quale potevamo in ogni modo opporre una difesa di popolo, ed una _certezza_ di rovina. Bisognava liberarsi per sempre dai Napoletani per poter poi concentrare tutte le forze a sostenere l'urto dell'altro nemico. E bisognava, ad _accertare_ la rotta dei Napoletani, cacciar loro addosso quante forze avevamo: il dimezzarle non avrebbe raggiunto lo scopo, nè salvato Roma. Forte dell'approvazione di Pisacane, m'avventurai. E il disegno riescì; riusciva ben altrimenti se l'incauto ardire del corpo di battaglia, guidato dal generale Garibaldi, non mutava in un assalto a Velletri le istruzioni date, che erano quelle di raggiungere con una contromarcia Cisterna, e troncare le comunicazioni e la via della fuga al nemico.