Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 18

Chapter 183,298 wordsPublic domain

I governi europei tremano dell'Italia. Questa povera Italia, Cristo delle nazioni pei patimenti, ha pure fidata a sè dalla Provvidenza la parola della grande universale risurrezione; e lo sanno. Sanno che il giorno in cui, inspirata da un momento di fede suprema, essa oserà proferirla, la sepoltura, nella quale son posti a giacere i popoli, si aprirà in un subito a dar varco alla nuova vita. Sanno che noi teniamo in pugno la questione delle nazionalità, il nuovo assetto d'Europa. Sanno che un grido potente di redenzione non può sorgere da questa terra, che ha dato due volte la parola d'Unità alle razze europee, senza suscitare UNGHERIA, POLONIA, GERMANIA, FRANCIA, GRECIA, e SLAVI meridionali. E quando, frutto dei casi europei, delle nuove delusioni, della rinfierita tirannide, ed opera del partito al quale io mi onoro d'appartenere, sorse il fermento confessato dai _memorandum_, dai discorsi ministeriali e dalla stampa europea, essi, i governi, s'affrettarono impauriti a cercare, poichè non potevano spegnerlo, il come sviarlo, e s'appigliarono al vecchio artificio del 1831 e del 1848, dividere in due correnti la piena che minaccia sommergerli, smembrare in due campi il campo della nazione, incitar gli uni, i più lenti, sì che, non movendo mai, accennino pur sempre di movere, frenar gli altri, i più fervidi, colle speranze di eventi prossimi e d'una unione generale di forze, che non verrà mai, se non da un audace fatto compiuto. A questo concetto, sorgente in oggi di quanto s'opra o si mormora nelle sfere governative, era necessaria una bandiera, un'autorità di nome italiano, noto e caro all'Italia, che impiantasse il dualismo nelle nostre file: e scelsero voi. Voi siete, inconscio, il Gioberti del 1856.

Tornate a noi, Manin; tornate al campo della nazione; tornate agli uomini che difendevano l'onore d'Italia in Roma, mentre voi lo difendevate in Venezia; tornate al Popolo, al Popolo che combatte e muore, al popolo che non tradisce, al Popolo delle cinque giornate, al Popolo dei grandi fatti di Sicilia, di Bologna, di Brescia, della città che v'ha dato vita. Siete in tempo. Lacerate tutte le vostre lettere, e serbate unicamente il SE NO, NO della prima: un anno d'ambagi, di codarde dubbiezze, e d'inadempite speranze, ha ormai cancellato quel _se_. Vi rassegnaste a un'ultima prova; dichiaratela or consumata, e venite a noi. Dite agli Italiani: _accoglietemi: io non ho più fede che in voi_. V'accoglieranno plaudenti; e risponderanno, credete a me, all'accordo unanime degli uomini di tutte le frazioni, con fatti, che saranno ai bei fatti del 1848, ciò che l'incendio è alle annunziatrici scintille.

L'Italia versa oggi in uno di quei momenti supremi nei quali il Partito deve decidere tra il fare ed _essere_ domani, o soggiacere a un decennio di schiavitù. Nella guerra delle nazioni oppresse, le circostanze geografico-politiche, in consenso noto degli animi dall'Alpi al mare, e l'opinione europea, hanno decretato che l'iniziativa spetta all'Italia: bisogna accettarla, o abdicare e aspettar salute dalla lentissima, incerta modificazione delle cose europee.

Da un lato, le insurrezioni antivedute, prenunziate inevitabili dall'opinione, sono appoggiate dall'opinione; la nostra proromperebbe come incarnazione, rappresentanza materiale d'una idea, d'un principio, che ha già ricevuto la cittadinanza europea. Le confessioni della diplomazia, l'attenzione rivolta da tutti i governi alle cose nostre l'agitazione seminata dagli uomini della monarchia piemontese, le previsioni della stampa di tutti i paesi, l'ordinamento spontaneo, o provocato dagli uomini di parte nostra tra il popolo delle città tutte quante, dentro e fuori d'Italia, hanno a gara preparato il terreno a chi vorrà impossessarsene. Ogni _fatto_, splendido d'ardire e di volontà, compito in nome della Nazione e delle Nazioni, apparirà come segnale inaspettato, invocato dagli oppressi di tutti i paesi. Dieci bandiere di popoli risponderanno, sorgendo a guerra, a quel _fatto_.

Dall'altro, non giova dissimularlo, l'opinione delusa rovescierebbe su noi giudicio severo; il terreno conquistato dalle prove del 1848 e del 1849 sarebbe perduto. Il core dell'Europa batteva, concitato di speranza e di fede, per la Polonia molti anni dopo l'insurrezione del 1830; l'inerzia sistematicamente adottata, per calcoli d'opportunità menzognere, dagli uomini di quella nazione nel 1848 e negli anni che vennero dietro, ha spento quel palpito d'affetto; e l'opinione, ch'io so mal fondata, pure universalmente diffusa, che la Polonia sia morta, russa, impotente, fu una delle principali cagioni che trattennero il popolo inglese dal comandare al proprio governo di mutare le tendenze dell'ultima guerra. Lo stesso avverrebbe di noi, s'or tradissimo le speranze vive per ogni dove. Abbiamo tanto snudato le nostre piaghe all'Europa, abbiamo svelato con tanta insistenza la storia dei nostri dolori e a un tempo stesso del nostro fremito e delle nostre minaccie, che non dovremmo lagnarci fuorchè di noi, se l'Europa, stanca e vedendoci pur sempre fallire al momento opportuno, gittasse su noi la condanna: _sono millantatori codardi; meritano pietà, non favore ed ajuto_.

Bisogna fare, o scadere.

E fare e riescire si può, se--lasciate da banda le vie oblique, rinunziando, non a giovarsi della diplomazia, ma ad accettarne le inspirazioni, rassegnando alla nazione emancipata i programmi dell'avvenire, accettando, fin dove importa, la cooperazione d'ogni elemento, ma non sottomettendo la propria azione ad alcuno--gli uomini che amano il paese più che sè stessi, vogliano unirsi tutti ad azione incessante, ardita, virile, nelle norme seguenti:

Vogliamo una Patria, vogliamo la Nazione; vogliamo che una Italia sia. Possiamo _accettare_, a giovarcene, non _chiedere_, riforme o miglioramenti amministrativi e civili. Sappia l'Europa che venticinque milioni d'uomini, figli d'una terra che ha dato all'Europa incivilimento e unità morale, non chiedono elemosina di condizioni più miti, ma chiedono d'essere ammessi, Nazione, tra le Nazioni.

La libertà e l'unità d'Italia non possono conquistarsi che colle nostre forze, col nostro sangue, colla battaglia di tutti per tutti. I nostri più potenti alleati devono essere i popoli oppressi come noi siamo. Li avremo a seconda dell'energia che riveleremo sorgendo. I forti son certi di essere seguiti.

Qualunque sia l'intenzione, qualunque il disegno della monarchia piemontese, l'_iniziativa_ del moto spetta necessariamente al popolo. L'insurrezione popolare può sola preparare freno e rimedio ai disegni, se tristi; sola porgere opportunità al loro sviluppo, se buoni.

Qualunque sia quindi l'opinione in proposito di ogni italiano che ami davvero l'Italia, egli deve rivolgere tutti i suoi sforzi a promovere l'iniziativa insurrezionale.

L'Italia è matura per sorgere e vincere, più assai che non era nel 1848, quando eravamo incerti del popolo, oggi deliberatamente nostro in tutte provincie, in tutte città. Non bisogna consecrarsi a lavori già fatti. Non bisogna smarrir tempo e cure in vasti preordinati disegni, scoperti, traditi sempre, prima di tradursi in fatti: bisogna chiamare gli audaci all'azione aperta, coll'azione aperta:

Spirar fiducia negli irresoluti, provando ad essi col fatto, che sorgere, trascinarsi dietro le moltitudini e vincere, è cosa possibile; provare, come il filosofo antico, la possibilità del moto, movendo:

Diffondere per ogni dove il fermento, l'aspettazione, l'ansia del segnale; e concentrare il lavoro pratico, definito, sopra un punto dato d'onde abbia a sorgere quel segnale, è questo il segreto della vittoria per noi.

Ogni provincia, ogni città importante d'Italia può essere quel punto; ogni provincia, ogni città d'Italia deve lavorare ed essere quel punto. Ogni terra d'Italia ha in deposito il Diritto e il Dovere della Nazione; ogni terra d'Italia può assumersi l'iniziativa del moto, e formare l'antiguardo del grande esercito nazionale.

La prima che sorge deve sorgere in nome di tutte: tutte devono senza indugio seguirne il segnale:

_Fuori gli stranieri; giù le tirannidi quali esse siano: la Nazione è una e sovrana; in essa sola vive eterno, incancellabile, il diritto di prescriver forma ai proprî destini_: chi non accetta programma siffatto non appartiene al Partito Nazionale; è uomo di setta o di fazione; chi lo accetta, lo dica, lo diffonda a un nucleo d'uomini intorno a sè, raccolga sollecito danaro e materiale da guerra quanto più può, e comunichi direttamente, o attraverso il nucleo che gli è vicino, col centro della sua provincia o città.

Un Governo d'Insurrezione, uscito e approvato dall'insurrezione stessa, ne regga le parti. Quei che scendono in campo ad appoggiare il moto iniziato, siano accolti, quali essi siano, come alleati e fratelli, non come padroni.

Fatti e non parole; sagrifici e non frasi pompose di retori o discussioni interminabili su programmi; cartuccie e non libri; ogni cosa è concessa a un Popolo schiavo fuorchè il cader nel ridicolo; e noi, schiavi di stranieri, di papi, di preti, di re, di gendarmi, di tutti e di tutto, ciarlando sempre di sorgere, e non sorgendo mai, vi camminiamo a passi veloci.

Venite a noi, Manin; date il nome vostro a norme siffatte; la Nazione dimenticherà le vostre lettere, per non ricordar che Venezia. E se no, no. La Nazione, temo, dimenticherà che foste capo, grande talora, d'un Popolo di prodi, per ricordarsi soltanto dell'uomo, che, acclamato capo d'una Repubblica, sagrificava ripetutamente alla monarchia il principio giurato, vietava alla futura Capitale d'Italia di cacciar lo straniero, e decretava ad un tempo, il Borbone re costituzionale di Napoli, e Vittorio Emanuele monarca unificatore d'Italia.

_2 luglio._

GIUSEPPE MAZZINI.

A GIORGIO PALLAVICINO

SIGNORE,

Io onoro il vostro passato; non intendo il vostro presente. Ammiro e ammirerò sempre in voi uno di quei nostri martiri che primi, mentre la patria dormiva e l'idea Nazionale era sogno di pochi, rappresentaste nobilmente allo Spielberg l'antica protesta del Diritto Italiano contro la forza brutale; ma mi geme l'animo in vedervi, or che la Patria si è desta, or che l'Idea Nazionale è fremito di tutto un popolo, trascinarvi miseramente dietro a un fantasma di forza, rinegare, pur balbettandone il nome, la coscienza della Nazione, e protestare, con una ostinazione che non ha scusa, il Dritto Italiano a' piedi d'un re tentennante che guarda altrove e di pochi ministri inetti, diseredati di ogni grande concetto, che si giovano di voi a logorare d'illusione in illusione la fede operosa di quei che vorrebbero far salva davvero l'Italia.

Ricordo gli anni nei quali noi, giovanotti allora, tendevamo, palpitanti di riverenza e d'amore, l'orecchio a ogni voce che movea dal luogo ove sorgevano le vostre prigioni, come s'essa dovesse recarci un messaggio di fede. Lo Spielberg era per noi il Golgota dell'Italia e voi eravate gli apostoli perseguitati, confessori d'una religione nazionale nascente, destinata a ritemprare una gente caduta in fondo per idolatria d'_interessi_, e risollevarla all'adorazione dei _principî_, del Vero eterno, del Dritto immortale. Ah! dovea tanta espansione d'affetti, tanto entusiasmo d'anime pure e fidenti, condurci a vedere il nostro Pellico morire della morte dell'anima prima che di quella del corpo, e a udir voi, Giorgio Pallavicino, gridare all'Italia l'atea parola: _prostrati a un re, adora l'idolo dell'interesse dinastico, o rimanti schiava!_

Io non so chi suoni quel _noi_ frequente nelle vostre pagine del 15 ottobre[113]. Parlate, accettate, in nome degli uomini che si dicono di parte regia? È il vostro _ultimatum_ una risposta _collettiva_ alle nostre conciliatrici proposte? Sale dell'anonimo _ex-prigioniero di Stato_, al quale io accennava pochi dì innanzi, fino all'aule nelle quali, in nome d'Italia, si patteggia coll'impianto d'una dinastia straniera nel Sud? Veggo, in cima allo scritto vostro, le parole: _Partito Nazionale Italiano_. Quelle parole, usurpate a noi, come s'usurpa una parola d'ordine a cacciare scompiglio in un campo, e poste oggi in capo a scritti, che sembra abbiano assunto di travolgere nel ridicolo la causa italiana, furono usate nel senso regio, prima che da altri, da Daniele Manin. Assente egli al vostro dilemma? l'altero _se no no_, che suonava naturalmente: _liberi con voi o senza voi_, si tramuterebbe oggi dunque nella formola servile: _liberi per opera vostra o schiavi_? Gioverebbe saperlo. Gioverebbe sapere se, mentre gli stranieri s'agitano per noi col grido l'_Italia per gl'Italiani_, gli uomini della Monarchia piemontese hanno core di presentare ai loro fratelli il programma: _o nostri o dell'Austria_. Se mai ciò fosse--se mai le imprudenti parole: _noi respingiamo la bandiera neutra, giudicando la conciliazione impossibile_, fossero le parole, non d'uno o di pochi individui, ma d'un intero Partito--quel Partito diventerebbe immediatamente _setta, fazione_. Chiunque ha core in Italia e senso di dignità si leverebbe per dirgli: «_O non sorgeremo o sorgeremo per essere liberi e padroni di noi; possiamo donarci, non soggiacere a condizioni prescritte_.» E a noi, uomini non di re ma della Nazione, non rimarrebbe che spiegare esclusivamente la vecchia nostra bandiera, e dirvi: _Noi accettiamo l'arbitrio del paese, non quello d'una frazione: se respingete ogni conciliazione, se rovesciate l'altare della sovranità nazionale, noi ci riconcentreremo alla nostra fede individuale e grideremo Repubblica_.

No; non è. Voi non siete interprete d'un partito. Le aspirazioni degli uomini di parte monarchica non vanno tant'oltre. Essi non si arretrerebbero di certo davanti a una violazione della libertà nazionale; taluno fra i vostri lo diceva, ingenuamente immorale, poc'anzi: «_vinciamo; poi imporremo_»[114]. Ma non osano. Il pensiero della unità nazionale è troppo grande per essi: sanno che la corona d'Italia schiaccerebbe le auguste fronti dei nostri principi. Gli illusi patrioti li tentarono tutti, ad uno ad uno, nell'ultimo mezzo secolo, respinti da tutti; il più tristo rispose alla proposta col patibolo di Ciro Menotti: il più debole, Carlo Alberto, colla diserzione al campo nemico. Non si crea una nazione se non da chi l'ama: bisogna venerarne il concetto, incarnarlo in sè, consecrargli la vita, fremere, vegliar le notti, affrontar l'insulto, patire, fare per esso: i re non amano; hanno talora un'ambizione volgare, un _interesse_--voi stesso lo dite--a guida; e non possono levarsi all'ideale della creazione d'un Popolo. Poveri d'intelletto, corrotti dai godimenti del presente, immiseriti dall'adulazione servile che li circonda, non hanno nè possono avere intuizione dell'avvenire. Legati da vincoli di trattati, di parentela, di tradizioni dinastiche, tra la minaccia della diplomazia collettiva e quella dei popoli, ai quali ogni passo salito rivela un nuovo orizzonte di verità fatale alla monarchia, tremanti dell'una e degli altri, essi non porranno mai a rischio la loro piccola corona dell'oggi per la speranza di conquistarne una maggiore domani. E gli uomini di parte monarchica conoscono i loro padroni, nè s'attentano, nei loro disegni, di là dai confini voluti. Quei disegni non hanno varcato mai, non varcano in oggi, una timida, lontana, incerta speranza di un limitato ingrandimento territoriale, e non da conquistarsi coll'audace _iniziativa_ dell'armi, ma da procacciarsi, quando noi popolo sorgessimo, dalle potenze occidentali, in ricompensa di pericoli più gravi rimossi, e patteggiando con Murat, coll'uomo del 2 dicembre, con qualunque possa ajutarli all'intento.

La parola _Unità_ è bandita, nei conciliaboli, come sovvertitrice dell'ordine europeo, derisa come utopia ineseguibile d'uomini insani e pericolosi. Lo avversarla è patto giurato di gabinetto, e prezzo d'una promessa di protezione straniera all'inviolabilità dei dominî attuali. Il grido che voi proponete apparirebbe suggerimento, provocazione piemontese ai gabinetti proteggitori: essi minaccerebbero ritrarsi; però, i vostri, che non osano, nè sanno, nè possono combattere senza quell'ajuto, rifiutano l'intento, l'_una_ Italia che voi proponete. Essi--da alcuni individui in fuori--parlano dell'_Alta Italia_, non d'altro. E quel regno sognato non abbraccia neppure tutto il Lombardo-Veneto: i loro progetti, se mai potessero verificarsi, sommano a sprecare onore, sostanze, vite italiane, per fondar _quattro Italie_, una francese, una austriaca, una papale, una sarda; e le quattro ne trascinano inevitabilmente una quinta, la siciliana, dacchè l'Inghilterra non consentirà mai la Sicilia a un prefetto di Francia. O voi ignorate queste intenzioni e siete cieco, passeggiate coi bambini nel limbo: o voi lo sapete--e allora, perchè illudete i vostri concittadini? perchè li persuadete a sperare in intenzioni che il governo _liberatore_ non ha? perchè v'intitolate _Partito Nazionale_? perchè dite _noi_?

Voi non lo ignorate. Voi sapete che l'Idea dell'Unità Italiana, senza la quale la Patria è nome vuoto di senso, non entra nei disegni della monarchia piemontese. Voi volete--sono vostre parole--_allettare, sforzare all'uopo_ il monarca. Possibile! È la causa d'Italia caduta così in fondo, che noi dobbiamo, non accogliere, ma mendicare un padrone? Che? far dipendere da un egoismo _allettato_ la creazione di un Popolo? _sforzare_ un re ad esser grande? voi lo sforzerete a tradirci. Il monarca allettato si ritrarrà davanti al primo ostacolo grave che lo minaccerà sulla via; e quando noi vorremo costringerlo a inoltrare, ci tradirà. Così fece Pio IX; così il re di Napoli; così, per colpa propria o di chicchessia, la monarchia piemontese nel 1848. Non ci costringete perdio, a rimescolar quella storia di vergogna e di sangue.

Se Dio potesse mai oggi mandare nel core d'un re il grande pensiero di farsi liberatore e unificatore della propria Nazione--se il POPOLO non fosse, per decreto di Provvidenza e logico sviluppo di sintesi storica, l'unico re possibile dell'avvenire--quel re porrebbe da un lato, disposto a perderla, la povera sua corona, e snudando la spada e cacciandola attraverso la rete di vecchî iniqui trattati, che gli contendono libertà d'opere, griderebbe ai milioni che lo circondano: _ecco: io non sono monarca, ma primo soldato e primo cittadino d'Italia. Noi dobbiamo cancellare insieme un'onta di secoli, insieme conquistare il Diritto di reggerci liberi a unità di Nazione. Serratevi intorno a me, però ch'io mi sento deciso a vincere o cadere con voi_. Quel re, vincendo, non avrebbe forse il misero vanto di fondar dinastia; pur di certo ei sarebbe, monarca, preside o dittatore, l'Eletto del Popolo. Ma un re sforzato? un re allettato dall'offerta d'una più ricca corona?

Da un re _sforzato_ voi avreste, presto o tardi, il 15 maggio.

Da un re _allettato_ avreste promesse splendide in sulle prime; poi, per forza di cose, titubanza, come di chi procede, non per impulso proprio, ma per altrui--scelta di capi avversi o ineguali all'impresa, comandati dalle tradizioni aristocratiche di ogni monarchia--limitazione dei disegni di guerra fin dove imporrebbero le monarchie sperate amiche o non nemiche--sospetto d'ogni elemento non interamente dipendente dall'inspirazione monarchica--rifiuto di tutti gli ajuti che tendono a dar, coll'azione, coscienza al popolo della propria forza e dei proprî diritti--prostrazione d'ogni entusiasmo nelle moltitudini, che sole assicurano vittoria ad ogni guerra nazionale--isolamento dell'elemento regolare, inferiore per cifra al nemico--indietreggiamento e tendenza ad accogliere patti disonorevoli e contrarî al primo programma--malcontento del popolo rieccitato--inganni a sopirlo--capitolazioni vergognose--e Novara.

È legge di cose, e voi non potete sfuggirla. Sforzando o allettando, voi preparate al paese la terza rovina, la seconda Novara.

Io vi predissi la prima; ed or vi predirei la seconda: ma non oserete. Voi siete, o monarchici, diseredati d'iniziativa. _Nessuno agirà primo in Italia se noi non agiamo._ E se, a Dio piacendo e all'Italia, operiamo, respingeremo la vostra esclusiva, tirannica, intollerante bandiera.

La respingeremo, perchè prefiggere anzi tratto un capo a una Insurrezione Nazionale, e darne le sorti al caso, è tutt'uno. I capi delle insurrezioni escono dalle insurrezioni medesime; e allora soltanto possono incarnarne in sè il concetto e l'audacia.

La respingeremo, perchè prefiggere a una Insurrezione Nazionale un re, è lo stesso che condannarla a tutte le tradizioni, necessità, esitazioni, transazioni, inerenti a una guerra regia, fatali inevitabilmente al successo. Dando la condotta d'una insurrezione al principio monarchico, voi affidate lo sviluppo d'una _rivoluzione_ al principio dell'_ordine stabilito_: e quanto al re guidatore, voi lo ponete nel bivio o di segnare egli stesso gli ultimi fati della dinastia, o di tradire. Non è un solo tra voi che non abbia scritto o detto, l'avvenire dell'Italia libera essere la Repubblica.

La respingeremo, perchè da Vittorio Emanuele non abbiamo pegno alcuno di genio, di devozione all'Italia, di audacia pari all'impresa, di ferrea costanza e di preconcetto disegno. Sappiamo ch'egli trovò lo Statuto legge del regno, che lo accettò, e che non potrebbe, se anche ei volesse, ritorlo. Sappiamo che i ministri, nei quali ei fida, rifiutano, come utopia non verificabile, l'Unità dell'Italia, ne perseguitano i promotori, e accettano, taluni almeno, la vergognosa, funesta influenza imperiale di Francia, al mezzodì dell'Italia.

La respingeremo perchè tutti i _municipalismi_, che voi Pallavicino enumerate nel vostro scritto presti a confondersi nella grande libera espressione della Volontà Nazionale, riarderebbero, minacciosi, il giorno in cui volessimo cancellarli sotto il dominio _imposto_ d'un re, domandato ad una o ad altra provincia.

La respingeremo, perchè siamo Repubblicani, e se accettiamo, più riverenti che voi non siete al paese, il voto della Nazione, quando anche avverso alle nostre credenze, non vogliamo soggiacere all'arbitrio d'una frazione impercettibile del Partito.

E la respingeremo, perchè è parola--non di codardi: avete provato che voi nol siete--ma codarda, il dire ad un popolo, che deve e vuole farsi libero: _da un individuo pende la tua salute; devi acclamarlo o non insorgere_. Un popolo, che accettasse questa _formola salvatrice_, non merita d'essere libero, e nol sarà.