Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 16

Chapter 163,565 wordsPublic domain

Principe Luigi Napoleone! un nome in oggi è piccola cosa. L'onda collettiva delle moltitudini spinte a nuovi fati da Dio sommerge, salendo, nomi e individui. E nondimeno, voi, giunto per meriti non vostri al potere quando ancora l'onda non ha raggiunto il vertice della piramide e i popoli cacciano, prima d'abbandonarlo per sempre, un guardo di riverenza tradizionale al passato, la storia poneva innanzi una bianca pagina, e voi potevate riempirla. Capo d'una forte e grande nazione, erede d'un nome, ultimo potente in Europa, e ammaestrato dalla sciagura, voi dovevate leggere nelle parole che vostro zio proferiva morente in Sant'Elena, nel grido recente di Parigi e negli insegnamenti dell'esilio, la vostra missione. Voi potevate, compiendola, confondere tra i posteri più remoti su quel nome che v'era trasmesso l'aureola delle cento battaglie e la luce pura confortatrice della libertà: Napoleone e Washington. Bastava per questo un affetto di virtù, un pensiero di amore; e se l'amore e la virtù non allignavano nell'anima vostra, bastava un savio calcolo dell'intelletto, un guardo che s'addentrasse nel passato e spiasse il futuro. Voi non potevate, quand'anche aveste sentito a fremervi dentro il suo genio, ricominciare Napoleone: se l'èra dei popoli non fosse stata che sogno, egli era tale da non morir che sul trono. Voi non potevate che trasformare il concetto: ricordarvi che s'egli sorgeva per propria potenza, e sugli ultimi stanchi giorni d'una repubblica, voi sorgevate per elezione di popolo in una repubblica nascente e pregna di fati: ricordarvi che se Napoleone aveva, conscio o inconscio, preparato colla eguaglianza civile, coll'armi e colle leggi europee il terreno alla novella unità, era--e i popoli ve ne avvertivano col sorgere spontaneo per ogni dove--impresa compita: ricordarvi che avevate incontrato e salutato fratelli nell'esilio Polacchi, Italiani, Alemanni rappresentanti la stessa fede; e dire: io inizio, in nome del Popolo, l'epoca nuova: porto, io proscritto di jeri, sul seggio di preside della repubblica, il pensiero de' miei fratelli, e dichiaro: la _Francia non vuole ch'esistano da oggi innanzi proscritti_. La vita è sacra: sacra nel pensiero, sacra nei popoli. Si riveli, s'espanda, si dia forme proprie come nella creazione di Dio. La spada della Francia conquistatrice giace per sempre nella tomba di Napoleone; ma il popolo ha dato un'altra spada alla Francia e questa spada proteggitrice si stenderà dovunque sorga vita vera in un popolo, tra quella vita nascente e chi s'attentasse di soffocarla.

Non eravate da tanto. Impotente a ripetere la parte di Napoleone, voi avete travestito i suoi concetti gigantescamente ambiziosi in sogni d'un'ambizioncella tremante, pigmea: in disegni di rivoluzioni consolari o imperiali ideate la sera, svanite al mattino davanti all'agitarsi d'una commissione di permanenza o a un'aspra minacciosa parola di un soldato geloso. Incapace di trasformarne il pensiero e senza idee vostre, senza amore nell'anima, e buja d'intelletto dell'avvenire la mente, voi, d'incertezza in incertezza, di codardia in codardia, siete sceso a ricopiare la parte immorale, dissolvente, atea di Luigi Filippo. Vi circondano, inspiratori, dominatori or l'uno or l'altro, gli uomini di Luigi Filippo. Vi pende sul capo, inevitabile, fatale, la sentenza di Luigi Filippo.

Colla spedizione di Roma voi intendeste a propiziarvi a un tempo la parte cattolica, l'esercito e l'Austria; la parte cattolica piegando il ginocchio davanti al papa nel quale voi non credete: l'esercito accarezzandone l'orgoglio e gli spiriti irrequieti: l'Austria alla quale la paura v'ha fatto complice, ajutandola a soffocare nel centro d'Italia l'elemento temuto e insegnando a tutte le popolazioni italiane ch'esse non devono illudersi a sperare cosa alcuna da voi. Colle leggi repressive, imitate da quelle dell'ultimo regno, intendeste a conciliarvi gli abbienti tremanti del socialismo perchè lo giudicano nelle esagerazioni che falsano quella santa tendenza. Col programma di neutralità ch'oggi, prima di avere ritirate le vostre truppe da Roma, sostituite al programma d'azione della Francia, voi sperate rendervi favorevoli gli uomini della pace. Diseredato d'iniziativa, voi, ponendo in luogo della politica dei _principî_ che poggia sul Vero, sul giusto, sull'onore e sull'elemento dotato di maggiore vitalità nel futuro, la trista, meschina, impossibile politica degli _interessi_ e di concessioni che cozzano l'una coll'altra, v'illudeste ad essere quel ch'oggi chiamano _uomo di Stato_. Ma quel misto di scetticismo e d'orgoglio, d'analisi cadaverica e d'ignoranza della vita che sorse con quel nome quando in Europa mancarono le forti credenze e si ruppe ogni vincolo d'unità, andò digradando da Machiavelli, storico e giudice, fino a Talleyrand, copista meschino e briccone. Luigi Filippo è morto in esilio. Metternich vive in esilio. Ora, _uomo di Stato_ è colui che pensa e pratica il bene. Proscritto anch'oggi, ei riescirà senza fallo domani.

La parte cattolica vi sa ipocrita incredulo: ipocrita anch'essa e senza fede, essa ha accettato, promettendo, l'ajuto vostro: ma i suoi odî vanno oltre la tomba, le sue speranze stanno nei governi dispotici, ed essa vi gitterà l'anatema il primo giorno in cui essa crederà non aver bisogno di voi.

L'esercito sa in oggi che voi lo spingeste all'assassinio di Roma perchè non osavate combattere l'Austria invadente nè lasciarla sola; e arrossirà della macchia di disonore che voi avete messa sulle sue bandiere e della parte di gendarmeria pretesca alla quale voi lo condannate. I soldati di Francia intenderanno che lo stendardo dato ad essi dalla nazione è simbolo d'un _principio_ o cencio senza senso e valore--ch'essi tengono in deposito l'onor della Francia--che dovunque il principio repubblicano, vita e speranza della Francia, è violato per opera loro, essi tradiscono la nazione--che il giuramento del milite nel XIX secolo non è giuramento di medio evo, giuramento d'uomo servo a un signore, ma giuramento di libero a chi rappresenta--e fino a quando la rappresenta--la missione della sua patria.

L'Austria sa il perchè scendeste in campo con essa, e non si giova, sprezzando, di voi che per logorare ogni influenza morale francese in Italia e togliere un alleato alla vostra illusa nazione.

I proprietarî, i detentori della ricchezza di Francia, imparano rapidamente le vere idee degli uomini che studiano i segni della inevitabile trasformazione sociale e cercano le vie per le quali possa pacificamente compirsi. Essi s'avvedranno che in questi uomini, oggi ancora fraintesi, è riposta mallevadorìa più potente che non quella delle vostre leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile contro gli agitatori violenti e i sofisti sovvertitori d'ogni ordine.

Gli uomini della pace v'abbandoneranno come abbandonarono Luigi Filippo, appena un nucleo d'arditi scenderà nelle vie delle città francesi a provare che non v'è pace senza giustizia.

Per tutti questi elementi voi non siete che una transizione ad altro. Essi vi hanno conosciuto debole, e nessuno lega a quelli del debole i proprî fati.

E la Francia, la Francia-popolo, la vera Francia, che noi amiamo e non confondiamo, signore, con voi e coi vostri, la Francia che geme e freme sotto un obbrobrio non meritato, sentirà un dì o l'altro, ma di certo entro un breve cerchio di tempo, il rimprovero che pesa sulla sua fronte, e d'un de' suoi moti di lione lo scoterà via da sè. La Francia intenderà che la noncuranza colla quale essa concede ai governi che la dirigono di cancellare o falsare il principio europeo pel quale essa ha sparso sudori e sangue, non è una stanchezza momentanea dell'oggi, ma dura da lunghi anni e accumula sulla sua bandiera diffidenze e reazioni ormai gravi; che vigilano nell'Europa dei popoli, contro l'amore ch'essa inspirava, la rovina della libertà spagnuola nel 1823, le promesse fallite all'Italia nel 1831, l'isolamento colpevole del 1848, l'abbandono della Polonia, l'indifferenza davanti all'invasione russa nell'Ungheria, lo scredito che sparge per ogni dove sull'idea repubblicana la repubblica-menzogna immedesimata con essa, e il delitto di Roma; che la sua potenza d'iniziativa perisce; che a farla rivivere è urgente ridestarsi; e si desterà.

In quel giorno, signore, abbandonato, schernito, maledetto da quei ch'oggi s'avviliscono più di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete, vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio.

Il culto dei nomi, esaurito nell'ultima formula, svanirà per la Francia e per l'Europa. Il Popolo sarà papa in Roma, presidente in Parigi.

* * * * *

Principe Luigi Napoleone! Il 14 gennajo 1848 io scrivevo al ministro Guizot: «Voi siete travolto oggimai dagli eventi che non potete più prevenire nè dirigere. Voi siete ancora molto potente, signor ministro; ma noi saremo in ultimo più potenti di voi.» Il ministro crollava, sorridendo, il capo. Ma dov'era egli in febbrajo?

_Dicembre 1850._

1856.

A DANIELE MANIN

I.

Quando voi, capo di repubblica nel 1848, e caro a noi tutti pei ricordi della gran difesa e per dignità di condotta negli anni d'esilio, gittaste, rompendo a un tratto il lungo silenzio, la bandiera--non dirò della repubblica--ma della nazione, ai piedi d'un re, io vi compiansi e mi dolsi per l'Italia, tacendo.

Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici, ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito, e che dall'aver detto alla monarchia: _Fate, e saremo con voi_, trarreste vigore novello per gridare al paese: _La nazione salvi la nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia, paurosa e impotente, ricusa_.

Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani, dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana: parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido di _viva l'Italia!_ e sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra un equivoco, sulla parola _unificazione_ sostituita alla parola _unità_, senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni straniere; a fronte d'un _memorandum_[110] che insegna ai governi il come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito, gridare al partito: _Agitate, agitatevi_, come se la parola di O'Connel potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo. E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però vi scrivo.

In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dalla _teoria del pugnale_.

Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nel _Times_, giornale ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti, inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a governi liberi non guasti da licenza e anarchia.

In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?

Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o dispererà di raggiungerlo--quando i padroni del _Times_, ch'oggi tentano di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la libera UNITÀ NAZIONALE, crederanno giunto il momento di por fine al mal gioco e di mutare linguaggio--essi commenteranno la vostra lettera, e ne dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, la _teoria del pugnale_; che il partito o frazione importante del partito l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole, v'eravate sentito in obbligo di protestare contro la _teoria_; ma che il partito--e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta individuale che si commetterà in un angolo della penisola--non avendo accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce, irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.

E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi parlate a più riprese di _coraggio_ che v'è necessario per dettar quella lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombra della loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi, i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.

Da taluni mi fu detto che, denunziando la _teoria del pugnale_, voi accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso; e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste che i governi e i giornali dei _moderati_ piemontesi e lombardi, e il _Times_, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne in mente che, inalzandovi contro la _teoria del pugnale_, soccorrevate, scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali segreti e tendenze a vendette illegali?

E non di meno, non è in nome mio--a me oggimai poco importa di ciò che l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano, sentenziò a mio danno o a mio pro--ma in nome di tutto un partito, ch'io vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia la _teorica del pugnale_? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?

Se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi grida a una gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo, unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chi _è_: _sorgete_ dunque e _siate_; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze, libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può distruggere il nemico ed emanciparvi.»--Quel linguaggio è il mio, e dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.

Ma se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi dicesse ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere: ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta, che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale, prima di essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o discolpe:»--Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.

Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani, rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore, mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato, tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.

D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come applicazioni pratiche d'una _teorica_ che non esiste. Errano tuttavia, tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.--e cito un solo nome ad esempio--ebbe in Mantova venti colpi di bastone al giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito, ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in cui si fosse abbattuto, direste voi frutto di _teorica_ quella uccisione?

In questo--nell'insana, incessante, efferata persecuzione contro il pensiero, contro i menomi atti sospetti, contro le sostanze, contro la vita di quanti sono rei o creduti rei d'affetti al paese--nel bastone fatto legge di mezza Italia--nell'insolenza perenne di padroni stranieri--nell'irritazione febbrile generata dai _precetti_ e da uno spionaggio sfrontato--negli odî educati dalle denunzie pagate--nelle prepotenze consumate sotto l'egida d'un governo aborrito come il papale, da tirannucci subalterni, noti a ogni individuo delle nostre non vaste città--nell'assenza d'ogni educazione popolare--nel disprezzo forzato d'ogni instituzione esistente--nell'impossibilità di trovar giustizia contro i sorprusi degli oppressori--nello spregio della vita, conseguenza inevitabile d'ogni incertezza del domani--in una condizione di cose, che non poggia se non sull'arbitrio del potente--nella colpevole indifferenza dell'Europa governativa a un pensiero di Patria comune, ad una immensa aspirazione nudrita e inesorabilmente repressa da mezzo secolo--vive la _teorica del pugnale_.

Il partito, collettivamente, ha respinto sempre e respinge la tentazione tremenda che i nostri padroni ci porgono: se pochi individui, organi di non altro che della propria inspirazione, soccombono, è _fatto_ e conseguenza delle cagioni che accenno, e che non cesserà se non col cessare di quelle. Bisognava dirlo. Bisognava ricordare all'Europa come, sopra ogni punto d'Italia, il nostro popolo fu sublime--ogni qual volta ebbe un lampo di viver libero--di perdono e di oblio. Bisognava ricordarle, ciò che pur jeri un ministro inglese dichiarava, contradicendosi, a proposito di Roma, davanti ai Comuni[111] che le nostre città non furono mai sì bene governate e così pure di delitti e violenze, come quando una bandiera di Patria sventolò sulle loro torri. Bisognava ritessere il quadro delle nostre misere condizioni, e gridare: _il governo austriaco, che s'ostina, contro il voto unanime della popolazione, a conservare ciò che non è suo; il governo di Francia, che tolse a Roma ogni via di miglioramento; il protestante governo inglese che dichiarò nei suoi dispacci di volere il ritorno del papa; i governi tutti d'Europa, che vietano all'Italia di essere nazione stanno mallevadori davanti agli uomini e a Dio pei pugnali che lampeggiano, tra l'ombra, sulle nostre terre. Essi cospirano tutti a contrastare il nostro libero sviluppo, a mantenere sul nostro suolo una grande Ingiustizia: incolpino sè stessi s'esce talora, di mezzo a una gente schiava, ineducata, abbandonata da tutti, una protesta anormale, violenta_.

Era questa, parmi, la parte vostra. Gridare ad uomini che agonizzano ingiustamente sotto il coltello del boja: «_non usate il coltello che vi vien tra le mani_» è tutt'uno col gridare a chi muore in una atmosfera appestata: _corra regolare il sangue nelle vostre vene; guarite_: è lo stesso errore che quello dei valentuomini i quali aspettano per iniziare l'instituzione repubblicana, che i nati e educati sotto il dispotismo monarchico, abbiano virtù di repubblicani.