Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 15

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Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma, della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a scolpare la Francia, la vera Francia, del delitto commesso contro la nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le vostre battaglie. La falsa _parola d'ordine_, gettata fra noi da uomini disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite: _essi vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta_;--quando udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini che disonorano la Francia, dite: _essi s'irritano, come per la loro, per la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli uomini che la redimono_.

_28 ottobre 1849._

A LUIGI NAPOLEONE

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESE

«Jusqu'à présent je ne suis qu'un simple volontaire; mais... je me mettrai avec satisfaction sous vos ordres si vous me jugez utile à la _cause sacrée_ que j'embrasse avec ardeur, et à laquelle je rêve depuis dix ans--(Napoléon, lettre au gén. Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)

«Moi aussi, banni de ma patrie, je gémis souvent sur la loi d'exil qui frappe ma famille; mais cependant lorsq'on voit qu'aujourd'hui, _tout ce qui a l'âme noble est chassé de la terre natale ou persécuté par le pouvoir, alors on est fier d'être dans les rangs des opprimés et des proscrits_.»--(Napoléon Louis C. Bonaparte, adresse aux réfugiés polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)

«Nos armes ont renversé à Rome cette démagogie turbulente qui, dans toute la peninsule italienne, avait compromis la cause de la vraie liberté, et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trône de St-Pierre.»--(Message du président de la République, 12 novembre 1850.)

SIGNORE.

Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al mio scritto, voi eravate al suo fianco. La _causa sacra_ per la quale egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamate _demagogia_. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro, l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di congiunto o d'amico si levi a dirmi: _tu hai falsato il giuramento dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta il Dio de' tuoi anni più puri!_

E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamare _libertà vera_ quella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane? Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevate _onore cospicuo_ l'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica: _tu hai tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome dei proscrittori_.

In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore, delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica: voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi, militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica, mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori. Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî, di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine, di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'_Italia del popolo_; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia la _fazione_.

* * * * *

Alle parole del vostro Messaggio, il COMITATO NAZIONALE ITALIANO ha contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoli ai quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta che _petizioni_. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di dire: _lasciamo passare il grido delle nostre vittime_. Essi votano la rovina d'un popolo nel silenzio: _la mort sans phrases_.

E nondimeno, voi non soffocherete quel grido, signore. Finchè rimarrà un angolo dell'Europa capace di contenere una stamperia pubblica o segreta--finchè vivrà un uomo, forte d'amore e di sdegno, incapace di dimenticare, perchè caduta, la patria e incapace di tacere la verità all'oppressore, perchè potente--quel grido sorgerà a turbare i vostri sonni presidenziali. Quell'angolo di terreno esiste ancora, signore; e quell'uomo anch'egli: io oggi, un altro qualunque de' miei compagni domani. Io v'ho promesso che evocherei di tempo in tempo lo spettro di Roma a ricordarvi, a ricordare alla Francia il delitto che fu commesso e tuttavia dura--e manterrò la parola. I nostri padri credevano che, ridesto al passo dell'assassino, l'assassinato sporgesse fuor del terreno rigida e sanguinosa la mano per accusarlo agli uomini e a Dio. Io sarò per voi, pei vostri, quella mano, signore. Scriverò ROMA sulla punta delle mie cinque dita, e le solleverò a dirvi: _voi avete sull'anima l'assassinio d'un popolo amico, d'un popolo che amava la Francia, d'un popolo pel quale voi, convinto che la sua causa era sacra, volevate combattere vent'anni addietro_.

Ed è sacra, signore: sacra pei luoghi, che furono culla d'incivilimento all'Europa; sacra per le memorie dell'antica libertà repubblicana che costituiscono per noi tradizione di quello ch'è per altri popoli recente e combattuta conquista: sacra pei caratteri del nostro progresso che non escì mai dall'elemento monarchico o aristocratico, ma sempre, per virtù provvidenziale, dall'iniziativa del popolo: sacra per oltre a tre secoli di patimenti durati sotto occupatori stranieri e papi corrotti e corrompitori e principi inetti o tiranni e caste sacerdotali intolleranti, cupide, avverse a ogni libertà di pensiero, senza che siasi spenta la potente scintilla di vita animatrice della nostra razza; sacra per la lunga serie di martiri che in ogni angolo d'Italia hanno segnato la fede col sangue: sacra per l'indomita, instancabile costanza dei tentativi: sacra per la clemenza usata nella vittoria, per l'assenza di dottrine ingiustamente sovvertitrici, per la concordia di tutti i cittadini in un solo volere: sacra per Roma e per gli eroici fatti di Milano, di Venezia, di Brescia, di Bologna e della Sicilia: sacra per la Francia segnatamente, alla quale noi demmo largo tributo del nostro sangue, e dalla quale avemmo sempre promesse, tradite sempre e fatali; poi per opera vostra, signore, compenso quasi alle migliaja di vite italiane spese per accrescere onore alla bandiera di vostro zio, il sacrificio d'alcune migliaja di soldati francesi caduti nell'impresa di spegnere il primo alito della nostra libertà nascente!

Voi avete, signore, sacrificato quei soldati di Francia, falsato le vostre promesse, tradito l'obbligo che v'imponeva la Costituzione, assalito chi non v'offendeva, rovesciato un governo pacifico, messo la bandiera francese allato di quella dell'Austria e dell'oppressore di Napoli, ucciso il fiore dei nostri giovani ufficiali colle vostre palle coniche, dato per bersaglio ai vostri cacciatori d'Africa le camiciuole rosse ch'essi, i nostri, avevano valorosamente indossato quasi a dirvi: _eccoci_, e condannato migliaja di famiglie alla miseria, alla persecuzione, al lamento su' spenti e sugli esuli, per _rovesciare_--son parole del vostro Messaggio--_quella irrequieta demagogia che in tutta la penisola italiana_ AVEVA _posta a pericolo la causa della vera libertà_. Aveva! La causa della _vera libertà_ è dunque salva oggi in Italia. Le vostre armi rovesciarono il solo ostacolo che l'attraversava. E lasciando da banda il dominio austriaco, dimenticando Napoli e la Sicilia, le leggi organiche pubblicate o da pubblicarsi dal papa costituiscono la libertà vera. La _repubblica_ è per voi dunque sinonimo di _demagogia_. E la storia dei tempi registrerà che un'Assemblea _repubblicana_ udiva con approvazione quelle vostre parole. Ma io non debbo discuter con voi di repubblica o monarchia. Il buon senso ha insegnato e insegnerà più sempre alla mia nazione che libertà non può esistere per essa se non fondata sulla repubblica e che il grido di Roma ha in sè l'avvenire italiano. Pur noi non imponemmo repubblica; l'avemmo, lieti e plaudenti, dal popolo, da una Assemblea Costituente. Libertà vera per noi fu allora ed è tuttavia quella ch'esce ordinata dal libero suffragio della nazione. Perchè non la interrogate? Una irrequieta audace _fazione_ toglieva allora senno e libertà di giudizio al popolo? Ma quella _fazione_ oggi è spenta o lontana. Io vi scrivo dall'esilio. L'esilio, la prigione o la sepoltura hanno tutti i miei compagni. Perchè non restituite al popolo il libero voto? Perchè, dopo diciotto mesi, siete costretto a conchiudere le vostre parole dichiarando che _il soggiorno del vostro esercito è tuttavia necessario al mantenimento dell'ordine in Roma_?

Voi potete, signore, ravvolgervi a vostro senno di menzogna e sofismi: potete trovare un'Assemblea _repubblicana_ che applauda per breve tempo alle vostre parole; ma il giudizio dell'Europa sta irrevocabilmente per noi. Tra noi e voi la contesa è ridotta a termini troppo semplici per ammetter dubbio. Il principio repubblicano è sancito per noi dal decreto non revocato dalla nostra Assemblea: vive nel dritto, legittimo per lo meno quanto il vostro governo; e noi possiamo chiedere alla Francia e all'Europa di restituirci Roma qual era prima del luglio 1849. E nondimeno stiam paghi a chiedervi--tanto siam certi dell'animo delle moltitudini--di rifare onestamente la prova. Noi siamo più assai potenti di voi, signore. A voi, perchè trionfi la _libertà vera_, bisogna un esercito; a noi basta una urna. Noi vi cacciamo a guanto di sfida ciò che gli agenti vostri promettevano prima della vittoria: sgombrate e RENDETECI IL VOTO; e voi non osate raccoglier quel guanto!

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Io ho già confutato vittoriosamente altrove l'obliqua accusa data ai repubblicani d'Italia d'aver posto a pericolo, per soverchia esigenza, non la libertà che i principi non pensavano a dare: ma la causa dell'indipendenza che molti sognavano--e si pentono amaramente del sogno--potersi dividere dalla causa della libertà. Cessato il clamore d'una stampa comprata dai nostri padroni, i documenti hanno provato che i repubblicani, convinti che nè da un papa, nè da un principe, nè da un accordo fra i principi potea venir salute all'Italia, cessero nondimeno al voto della maggioranza del paese che inchinava all'esperimento; tacquero, non rinnegarono, le loro dottrine, e s'astennero da ogni maneggio politico negli anni 1846 e 47:--che nel 1848, insorta l'Italia a scacciar lo straniero, accettarono il programma proposto dal principato «che, solamente finita la guerra, il paese fosse chiamato a decretare i proprî fatti politici» e non s'occuparono che di guerra:--che, violato dalla parte regia il programma, essi protestarono virilmente, ma aborrirono dall'armi civili e non tentarono resistenza:--che perduta per ignoranza, per rifiuto degli ajuti popolari e per tradimento la guerra, rinnegata da principi e papa la causa della nazione, essi raccolsero il vessillo abbandonato e lo inalzarono in nome di Dio e del Popolo sulle mura di Venezia e di Roma a riconquistare, se non la vittoria, l'onore d'Italia contro gli Austriaci e contro l'armi vostre, signore:--che riescirono a riconquistarlo. Ma dacchè tra voi e me non può essere intelletto comune di libertà, io non debbo dir qui quale concetto ne avessero i repubblicani, ma solamente seguirvi sul vostro terreno, e ricordare alla Francia qual sia la _libertà vera_ per voi.

Il 26 aprile 1849, la libertà che voi venivate a tutelare fra noi era, signore, la libertà fondata sulla sovranità del paese.--_Il nostro scopo_--dichiarava in un proclama dettato da voi il generale Oudinot--_non è quello d'esercitare una influenza che opprima, nè_ DI IMPORVI UN GOVERNO CHE SAREBBE OPPOSTO AL VOSTRO VOTO... _Noi giustificheremo il titolo di fratelli. Noi rispetteremo le vostre persone e i vostri beni... noi ci porremo di concerto colle_ AUTORITÀ ESISTENTI, _perchè la nostra occupazione non mova inciampo di sorta alcuna_.

Il giorno in cui, caduta Roma, voi scrivevate la lettera a tutti nota all'ufficiale Edgard Ney, la libertà che voi promettevate alle popolazioni dello Stato romano non era più quella del voto; era la libertà che scende come beneficio dall'autorità regia non contrastata, non limitata; e consisteva in un governo fondato e avviato su norme liberali, in una amministrazione laicale, in una legislazione desunta dal codice Napoleone, in un'amnistia generale o quasi. Era programma meschino, illegale, di conquistatore. E Roma, s'anche la parola vostra avesse potuto ridursi in atto, avrebbe sprezzato dono e donatore ad un tempo. Pure, la _vera_ libertà di che oggi parlate è la libertà forse del vostro secondo programma?

Quando--e sia sollecito per l'onore della specie umana quel giorno--avremo una politica religiosa e la parola del vero suonerà franca e spontanea tra popoli e capi di popoli, gli uomini non vorranno credere che da un preside di repubblica potesse escir mai linguaggio così sfacciatamente menzognero come quello del Messaggio, e che un'Assemblea d'eletti dal popolo di Francia l'ascoltasse paziente. Libertà, in Roma, signore! Ma quale? libertà di stampa? d'associazione? di parola? di voto? d'insegnamento? di persona? protetta da milizia cittadina? da rappresentanze inamovibili fuorchè dal popolo? perchè nol diceste? perchè non vel chiesero? Fu ignoranza, codardia, indifferenza? Fu da parte vostra un insulto cacciato alla vittima?

La libertà di Roma, signore--io ricapitolerò cose note per la Francia che dimentica facilmente--la libertà di Roma è lo scioglimento della guardia civica, mantenuto in onta al decreto del 6 luglio che diceva nell'articolo secondo: _essa sarà_ IMMEDIATAMENTE _riordinata secondo le sue basi primitive_:--il divieto d'ogni circolo e d'ogni associazione politica:--il sequestro delle armi che lascia l'onesto indifeso dal ladro e dal masnadiere:--la soppressione di tutti i giornali dai governativi in fuori:--la commissione instituita, in onta alle vostre promesse, il 23 agosto 1849 per rintracciare e punire gli attentati commessi contro la religione e i suoi ministri sotto il governo della repubblica:--le vessazioni contro i forestieri, le denunzie di locandieri, le condizioni al soggiorno in Roma riordinate dalla notificazione del 31 agosto:--la disposizione del 3 settembre colla quale ogni stamperia deve, sotto pena di gravi multe e di prigione, consegnare al governo l'elenco preciso e progressivo de' suoi tipi e de' suoi operaî:--la commissione di censura instituita per tutti gli impiegati della repubblica, la destituzione pressochè generale e da settecento famiglie cacciate nella miseria:--la dispersione dell'esercito e l'esilio di quasi tutti gli uffiziali:--la sospensione di tutti i maestri d'ogni categoria pronunziata il 17 ottobre:--il richiamo degli uffici di polizia e della sbirraglia di tutti gli uomini della reazione e del fecciume dei sicarî di Gregorio XVI:--il ristabilimento dell'inquisizione e del vicariato. La libertà di Roma è, signore, la carta monetata ridotta del 35 per 100--la tassa di barriera ripristinata--le multe di bollo portate al decuplo--la restituzione dei beni alle mani morte--l'incarimento del sale--il rinnovamento della tassa sul macinato--l'aumento del 15 per 100 sulle imposte--la miseria visibilmente crescente in ogni angolo e in ogni ordine dello Stato. La libertà di Roma è un'amnistia che esclude i membri del governo provvisorio, il triumvirato, i componenti i ministeri, i rappresentanti del popolo, i presidi delle provincie, i capi dei corpi militari, gli amnistiati del 1848 colpevoli d'una parte qualunque alla rivoluzione e ch'ebbe per conseguenza immediata una nuova emigrazione--un _motu-proprio_ che, cancellando quello del 1848, riordina il despotismo temperato da una Consulta di Stato eletta dal papa su terne presentate dai consigli provinciali senza intervento dei comuni, accresciuta di membri nominati a capriccio da lui, e condannata al silenzio se non quando al governo piace richiederla di _consiglio_--una instituzione di consigli provinciali i cui membri sono scelti su terne dei municipî dal papa purchè abbiano età di trent'anni, domicilio di dieci anni nella provincia, beni del valore almeno di seimila scudi e _condotta religiosa e politica riconosciuta buona_, e le riunioni dei quali possono essere sospese o sciolte ad arbitrio governativo--poi, una persecuzione d'ogni giorno, d'ogni ora: piene zeppe le carceri _nuove_, quelle del Castello, del Santo Officio, della Galera di Termini, d'uomini strappati per sospetto alle loro famiglie e lasciati a giacersi fra i ladri e gli accoltellatori senza processo finchè piaccia al governo o alla morte di liberarli; i non imprigionati, ma invisi per opinione repubblicana, additati ai soprusi, agl'insulti alle ferite dei birri arbitri oggimai dello Stato; e, conseguenza inevitabile di condizioni siffatte, l'aumento dei delitti, le vie mal sicure, i paesetti di campagna invasi e derubati da malfattori.

Questa, signore, è la _libertà vera_ di Roma, frutto delle vostre armi e documentata dal Giornale Officiale del governo per voi restaurato. Cancellate, in nome della Francia, la linea del Messaggio che chiama l'invasione _fatto glorioso_ e arrossite pel nome che il caso v'ha dato. Il nipote di Napoleone può esser tiranno, ma don dovrebb'esserlo bassamente. Uccidete, finchè l'altrui fiacchezza ve lo consente; ma non sollevate il lenzuolo dei morti colle vostre mani a farvene manto di gloria.

Gloria! I pochi vostri adulatori possono, a mercare i guadagni del favore d'un giorno, susurrarvi quella parola all'orecchio: ma essa v'è contesa per sempre. Da quando i popoli si sono ridesti, gloria e virtù sono sinonimi.

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