Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 14

Chapter 143,432 wordsPublic domain

Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili, quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto di _dovere_ e d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola: _ciascuno per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia_--la loro dottrina di politica interna nella formula negativa: _la legge è atea_; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori del _diritto divino_ che alla volta loro li sprezzano, inneggiano congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo, gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto ciò ch'è _fatto_ o lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere, com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete repubblicane, pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione repubblicana alla quale tutti--anche il signor Montalembert--giurarono fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione in quei d'un anno o di mesi addietro--e cito a pie' di pagina un esempio per saggio[106].

Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà, come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori, che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio. Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel culto si contamina talora di meschine passioni--se quell'entusiasmo sembra infiacchirsi nello sconforto--spetta a voi tutti la colpa. Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli uomini che avean detto al popolo: _la libertà è il diritto d'ogni creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento progressivo alle moltitudini_, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle diffidenze.

Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana scritta nello parole: _libertà, eguaglianza, fratellanza_ della bandiera di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi. _Bisognava davanti al fatto di Roma_, argomenta il presidente del Consiglio, _rimanersi inerti, ed era disonore--riconoscer sorella la repubblica romana, e correr pericolo di guerra europea--o intervenire a suo danno, e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva_. Così, perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Roma è vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden e del re di Napoli: giungeste primi.

E argomentazione siffatta riscote gli applausi della _diritta_. E quando taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro risponde con piglio di Brenno: GUAI A CHI È VINTO! _A che parlate di patti e promesse? La guerra li infranse._ La guerra! ma non fondaste tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?

* * * * *

La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto; stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?

Ho certezza morale--e non sarebbe difficile accumulare gli indizî--che l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.

L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.

Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze, sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.

O gli Austriaci dunque--e questo è il vero--sentendosi ancora deboli, ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000 uomini:--o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria, e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana. Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte, la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne come d'impresa infallibile ad uomini che privi di tutte le forze accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese, combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo alla coscienza della menzogna.

Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato arrossire.

* * * * *

La questione, per ciò che spetta all'invasione, ai motivi e ai particolari del fatto, è, ripetiamolo, questione oggimai decisa; e noi possiamo da questo fango di menzogne, di contraddizioni e d'ipocrisie, levarci a contemplarla in più alta sfera. Gl'inetti eredi della _dottrina_ si trascineranno come potranno di difficoltà in difficoltà, di vergogna in vergogna, tentando sempre e inutilmente di transigere tra i due principî rappresentati in Roma dal Papa e dal Popolo, finchè piaccia alla Francia o all'Italia di tollerarli. Ma lo scioglimento della questione non è nelle loro mani.

Lo scioglimento della questione spetta all'umanità. UMANITÀ e PAPATO: son questi i due termini estremi d'una controversia, inerente all'educazione progressiva e provvidenziale dello spirito umano, e che s'agita apertamente in Europa da ormai quattro secoli. Chi muta quei nomi in _Libertà_ e _Autorità_ fraintende ad arte, o per grettezza di mente, i termini del problema, falsa gli elementi della decisione, e assegna all'umanità un carattere d'_opposizione_ che tende a negarne la stessa essenza.

Unico il signor Montalembert intravvide, nell'Assemblea di Francia, l'altezza della contesa: sdegnò i particolari, e assalì di fronte, con coraggio degno di miglior causa, la parte repubblicana: inferiore anch'egli al soggetto, in virtù appunto dell'errore, ch'io noto. Pur tanto giova trattar le questioni nella sfera dei principî, che dal suo discorso scese più luce a rischiarare la vera condizione delle cose e degli animi, che non da tutti i discorsi ministeriali dall'assedio di Roma in poi. E noi rendiamo grazie, come Italiani e come repubblicani, al Montalembert. Egli ci ha dato il programma della parte cattolica; e questo programma è una solenne conferma delle nostre credenze. Le transazioni ideate dagli uomini della _dottrina_ son nulle, impossibili. Il _sint ut sunt_ è anch'oggi il simbolo del cattolicismo. La libertà è inconciliabile col papato. L'autorità assoluta della chiesa cattolica incarnata nel papa deve rimanersi qual era ai tempi di Gregorio XVI, libera d'inspirarsi alla propria coscienza senza vincoli, senza patti, senza istituzioni che possono menomarla. Così parla l'oratore della parte cattolica; e perchè quant'ei parla sia il vero dell'avvenire come è del presente, non gli manca che di cancellare una cosa sola: la coscienza del genere umano.

E la coscienza del genere umano, superiore al papa e a ben altro; la coscienza del genere umano, che ha costituito per molti secoli, col proprio consenso, la potenza e il diritto del papa; protesta in oggi, in nome, non della Libertà ma dell'Autorità, contro l'instituzione in nome della quale il signor Montalembert vorrebbe sopprimere il libero sviluppo della vita romana.

Noi non siamo continuatori di Voltaire e del secolo XVIII. Essi distrussero, negarono; e perchè distrussero, noi cerchiamo fondare; perchè negarono, noi affermiamo. L'umanità, oggi come sempre, è profondamente, inevitabilmente religiosa; e perchè religiosa, move guerra al papato, forma, fantasma di religione, non religione.

L'accusa d'irreligione, di pura e semplice negazione d'_ogni_ autorità gittata alla democrazia, è indegna oggimai di chiunque guardi con occhio imparziale alle sue più pure e potenti manifestazioni. Noi tutti combattiamo per conquistare al mondo un'autorità; noi tutti invochiamo il termine d'un periodo di crisi nel quale dei due criterî di verità, _coscienza dell'umanità e coscienza dell'individuo_, che la provvidenza ci ha dati, ci rimane solo il secondo. Chiediamo un patto, una fede comune, un interprete alla legge di Dio. Ma perchè questo patto sia religioso ed abbia mallevadrici dell'osservanza l'anime nostre, è necessario che la nostra coscienza lo accetti liberamente: perchè quest'autorità possa dirigere la nostra vita, è necessario che essa abbia fede in sè, che il mondo abbia fede in essa, che essa sia _verbo_ d'unità, di progresso continuo, di scoprimento incessante del vero[107]. E diciamo che non uno di questi essenziali caratteri fa sacro in oggi e fecondo il papato. Il grido di libertà che s'inalza in mezzo ai popoli è grido d'emancipazione da un'autorità incadaverita, inciampo alla nuova. Ogni grande rivoluzione è segno di morte a un potere esaurito, e iniziativa d'un altro che intenda la _vita_ e ne consacri tutte le manifestazioni a progresso coordinato e pacifico.

Perchè nessuno, nell'assemblea di Francia, pose in questi termini la questione al signor Montalembert? Perchè non una voce si levò a gridargli: «Voi poggiate sul vuoto; voi discutete intorno a ciò ch'era e non è. Il papato, signore, è morto; morto nel sangue: morto nel fango: morto per aver tradito la propria missione di protezione del debole contro il potente che opprime: morto per avere da oltre a tre secoli e mezzo fornicato coi principi: morto per avere crocefisso una seconda volta Gesù, in nome dell'egoismo, davanti all'aule di tutti governi tristi, scettici o ipocriti: morto per aver proferito una parola di fede senza credere in essa: morto per aver negato la libertà umana e la dignità dell'anime nostre immortali: morto per aver condannato la scienza in Galileo, la filosofia in Giordano Bruno, l'aspirazione religiosa in Giovanni Huss e Girolamo di Praga, la vita politica coll'anatema al diritto dei popoli; la vita civile col gesuitismo, coi terrori dell'inquisizione, coll'esempio della corruttela; la vita della famiglia colla confessione fatta spionaggio e colla divisione seminata spesso tra padre e figlio, fratello e fratello, consorte e marito: morto pei principî del trattato di Vestfalia: morto pei popoli, dal 1378, con Gregorio XI, e col cominciar dello scisma: morto per l'Italia dal 1530, quando Clemente VII e Carlo V, il Papato e l'Impero, segnarono un patto nefando e trafissero la morente libertà italiana in Firenze, come oggi i vostri tentarono trafiggere la libertà nascente d'Italia in Roma: morto perchè il popolo è sorto; perchè Pio IX fugge; perchè le moltitudini gli maledicono; perchè gli uomini che in nome di Voltaire fecero guerra al prete per quindici anni, lo difendono in oggi coll'ipocrisia; perchè voi, signore, ed i vostri, lo difendete coll'intolleranza e colle armi, e dichiarate che il papato non può vivere allato della libertà! Voi chiedete a Vittore Hugo, d'additarvi una idea che abbia ottenuto un culto di diciotto secoli? È quella, signore, che voi giudicate irreconciliabile col papato e che dura da quando il soffio di Dio trasse dal nulla l'umanità; l'idea che ha sottratto al vostro cattolicismo metà del mondo cristiano, l'idea che vi ha strappato Lamennais e il fiore degli intelletti europei, l'idea di Gesù, la pura, la bella, la santa libertà, che voi invocavate pochi anni addietro per la Polonia, che l'Italia invoca oggi, sotto forma e mallevadoria di nazione per sè e che non può, quando voi non crediate parte di religione il costituire un popolo-_paria_ nel seno dell'umanità, esser buona cosa per una contrada e triste per l'altra. Ah! è grave condanna al papato, o signore, grave conferma alle nostre credenze questa contraddizione che le vostre parole confessano tra l'eterno elemento d'ogni vita umana e l'instituzione che dovrebbe, anzichè cancellarlo, benedirgli e promoverlo.

* * * * *

È questa contraddizione somma per noi alla negazione, non solamente, del diritto ingenito nelle popolazioni romane, ma della NAZIONE.

Un anno addietro, i ministri di Francia salutavano come immancabile e prospero evento lo sviluppo dell'italiana nazionalità. Lamartine dichiarava _con certezza di non essere smentito mai dai fatti possibili, che, con intervento di Francia o senza, l'Italia sarebbe libera_; l'Assemblea costituente _invitava la potestà esecutiva a serbare norma alla sua condotta il voto unanime dei rappresentanti; emancipazione d'Italia_. Oggi adoratori dei fatto e della cieca forza che soggioga per un giorno l'idea, rappresentanti e ministri dimenticano, cancellano la nazione e trattano la questione siccome puramente locale. Or, la Nazione e Roma sono una sola cosa per noi. Credono essi spento per sempre il palpito di ventisei milioni d'uomini che hanno imparato a insorgere, a vincere, a morire in nome dell'Italia futura? E se credono nell'Italia futura, credono che la nazione possa vivere un giorno libera e progressiva col dogma dell'autorità assolata impiantato nella sua metropoli?

L'Italia futura, la nazione una, è fatto inevitabile in un tempo che non è lontano. Questa fede italiana annunziata, da Dante in poi, nella vita e negli scritti dei nostri grandi del pensiero, trasmessa da generazione a generazione dalle aspirazioni della nostra letteratura, trasmessa di padre in figlio, negli ultimi trenta anni, in seno alle nostre fratellanze segrete, e nudrita di sangue e di lagrime, noi non la sagrificheremo, signori, ai vostri meschini concetti di transazione o perchè a voi piaccia far poesia sulle rovine d'una instituzione che _fu_ sublime, e anteporre al futuro il passato. Papi, imperatori, oppressori domestici e gelose potenze straniere hanno fatto a gara per sotterrar dal nascere questa fede; e non valse. Il lento lavoro d'unificazione non s'arrestò mai in Italia per gli ultimi tre secoli: se un papa volle, quando il papato era già esoso alla miglior parte della nazione, che il suo nome rimanesse ricordo d'affetto fidato al genio di Michelangelo e alla tradizione italiana, gli fu forza cacciare il grido di _fuori i barbari!_--e quando l'entusiasmo di tutta quella gioventù, che voi calunniate come anarchica e demagogica, salutò d'un lungo grido d'illusi applausi il papa in nome del quale gli stranieri stanno oggi in Roma, quel papa avea proferito con amore la sacra parola ITALIA; e l'applauso gli fu sottratto, e il popolo si ritrasse fremendo da lui quand'ei si rivelò avverso alla guerra d'emancipazione. Oggi quel lavoro procede colle leggi del moto uniformemente accelerato; dalle menti educate al pensiero è sceso al core d'Italia, alle moltitudini; e voi presumereste arrestarlo? presumereste convincerci che noi sacrificammo la nostra vita ad un sogno, ad una illusione colpevole, perchè un vecchio senza genio, senz'amore, senza forti credenze, senza il coraggio del martirio, e pochi uomini, corrotti, immorali, irreligiosi, segnati a dito dal popolo, come Richelieu, col nome di _triumviri rossi_, balbettano un anatema?

Ed io--è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me--io, signor Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie, perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'_essi_ hanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,--io che esule ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia iniziatrice, di patria libera ed una--io che v'ho amato leggendo le vostre pagine premesse al _Pellegrino polacco_, e vi compiango oggi persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione--io dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo? Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore, confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa, disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa! no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire, dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.

E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il decreto della provvidenza. L'Italia sarà.

E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?

* * * * *

Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai suscitarglisi: ha logorato la parte della _dottrina_; ha strappato il segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 e _diritto divino_.

La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli: l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è minacciata in oggi di questa seconda.

E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo braccio e del suo consiglio. E l'avrà.