Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II
Chapter 13
Pur le vostre tarde dichiarazioni del _vero_ intento della spedizione, non cancellano, signori, le ripetute promesse del vostro governo. Il popolo di Roma ha diritto di gridarvi: _Attenetelo!_ E noi che vi conosciamo d'antico, noi consapevoli dei vostri disegni e della necessità che si chiariscano interi perchè i buoni tuttora illusi v'abbandonino e cerchino salute altrove, abbiamo debito di gridarvi e vi grideremo, checchè facciate, ogni giorno: «Attenetele! quale pretesto può rimanervi a non attenerle? Roma è libera in oggi d'ogni _straniero_, d'ogni _fazioso_. Gli uni son morti sotto le palle delle vostre carabine di Vincennes, sul campo: gli altri errano nell'esilio. Gli _onesti_ sono riconfortati, riordinati: essi sanno che tutti i gabinetti, anche il gabinetto repubblicano di Francia, sono pronti a operare in loro difesa, e il popolo sa quanti pericoli importi nell'avvenire l'espressione del suo intimo voto. Osate or dunque, rifate la prova. Date al popolo il suo libero voto. Ritraetevi: fate che l'armi dei vostri alleati, compita in provincia la missione assegnatavi nella capitale, si ritraggano anch'esse; e chiamate per mezzo d'un governo provvisorio, i cittadini a dichiarare l'animo intorno al potere temporale del papa e alle instituzioni che devono reggere la nazione. Noi lontani, profughi per opera vostra, accettiamo l'esperimento. Accettatelo voi pure--o, anche una volta, rassegnatevi al marchio dei mentitori.»
V.
Voi nol farete; non potete farlo: voi sapete che dall'esperimento escirebbe oggi ancora la vostra condanna, e la rovina de' vostri disegni. Tendenti a rovesciare la repubblica in Francia e vogliosi d'educare i vostri soldati a far fuoco sulla sua bandiera, voi non potete sottomettervi al rischio di vederla, per voto di popolo, rialzata fra noi. Deboli sino alla viltà nella vostra diplomazia e nondimeno trafitti di vergogna per la parte che recitate in Europa e inquieti sull'opinione dei vostri concittadini, voi credeste conciliare paura, intento e apparenza di forza, cacciandovi, a far prova di azione, sopra una piccola nascente repubblica, ed oggi v'illudete a credere che alcuni ordini del giorno datati da Roma accarezzino l'orgoglio e le tendenze guerresche del vostro popolo. Il vostro presidente abbisogna dei voti della parte cattolica; e voi tutti avete, pei vostri concetti, bisogno che il principio dall'_autorità_ per arbitrio di privilegio possa, quando che sia, richiamarsi all'esempio d'una instituzione religiosa. Però rimarrete. Rimarrete quanto potrete, sapendo che la forza straniera può sola impedire una seconda rivoluzione. Rimarrete esosi agli uni ed agli altri, trascinandovi di raggiro in raggiro, di protocollo in protocollo, impotenti a reprimere la riazione pretesca da un lato o il malcontento popolare dall'altro, peggiorando, non modificando la situazione, intricando più sempre la questione diplomatica, lasciando nei termini ove si sta la politica e suscitando la religiosa. L'Europa saprà che voi siete non solamente tristi ma inetti, e che avete trascinato il bel nome di Francia e l'onore dell'armi vostre nel fango per fallire a un tempo al vostro programma pubblico ed al segreto, per procacciarvi le maledizioni dei popoli senza ottenere riconciliazione e fiducia dai loro oppressori.
Perchè il nome e l'onore di Francia _sono_ nel fango; non solamente per l'iniquo fatto, ma pel modo del fatto; non solamente per la violazione sfacciata del programma di non intervento e d'indipendenza internazionale scritto sulla bandiera della nazione e ripetuto da tutti i ministri del suo governo--non solamente per la codarda oppressione esercitata dall'armi francesi unite colle napoletane, colle austriache, colle spagnuole, a danno d'uno Stato, pressochè inerme, di popolazione grandemente inferiore al più piccolo dei quattro Stati invadenti--non solamente per tutte le promesse di libertà, di pace, d'ordine, ad una ad una tradite--ma pei menomi particolari dell'impresa. Io non so d'alcun periodo nella storia moderna, tranne forse quello dello smembramento della Polonia, nel quale in così breve tempo si siano accumulate tante turpezze sul nome d'una nazione che mormora la parola di libertà. Come se la coscienza della colpa facesse smarrire a chi la commette ogni senso di dignità e la corruttela dei promotori si trasfondesse fatalmente negli inferiori, l'immoralità ha contrassegnato quasi ogni atto dal primo giorno dell'occupazione fino al giorno in cui scrivo. E mentre un ministro scendeva sì basso da inserire nella _copia_[104] delle istruzioni date al signor Lesseps, comunicata recentemente al consiglio di Stato, un'espressione che ne muta il senso, io vedeva e ordinava s'imprigionassero due uffiziali venuti in qualità di parlamentari e i quali, abusando della nostra generosa fiducia, staccavano i piani dei nostri lavori nella città; mentre il generale Oudinot disarmava e costituiva prigionieri in Civitavecchia, senza che alcuna ostilità avesse avuto luogo e quando le due bandiere stavano congiunte per opera dei Francesi sull'albero della libertà, i cacciatori Mellara, un uffiziale superiore francese s'avviliva più tardi a strappare colle proprie mani, nella chiesa e in mezzo alle esequie, la coccarda italiana di sul petto al cadavere del loro colonnello. Ah! noi potremmo perdonarvi, ministri di Francia, il male incalcolabile che non provocati ci avete fatto, i nostri dolori, i nostri fratelli caduti o dispersi, l'indugio stesso recato alla nostra futura emancipazione: ma una cosa non potremo mai perdonarvi: l'avere per lunghi anni disonorato il nome della nazione, alla quale tutti noi guardavamo come alla nazione emancipatrice: l'avere colla menzogna, col materialismo delle promozioni e coll'esempio dei capi corrotto i soldati di Francia a farsi carnefici dei loro fratelli in nome del papa ch'essi disprezzano e a fianco dell'Austria che aborrono; l'avere ridotto per essi a simbolo senza significato, a idolo materiale da seguirsi ciecamente dovunque conduca, una bandiera che porta i segni d'un'idea, d'una _fede_; l'aver seminato l'odio lento e difficile a spegnersi tra due popoli che ogni cosa spingeva ad amarsi, tra i figli di padri ch'ebbero insieme su tutti i campi d'Europa il sacramento della gloria e dei patimenti; l'aver dato una mentita brutale al santo presentimento della fratellanza dei popoli e dato ai nemici del progresso e dell'umanità la gioja feroce di veder la Francia, scesa alla parte di sgherro esecutore dei loro concetti, ferire la nazionalità italiana di fronte e l'Ungheria a tergo per beneplacito dell'Austria e dello Tsar.
VI.
Uomini senza core e senza credenza, ultimi allievi d'una scuola che incominciando dal predicare l'atea dottrina dell'arte per l'arte ha conchiuso nella formula del _potere pel potere_, voi avete da molto smarrito ogni intelletto di storia, ogni presentimento dell'avvenire. La vostra mente è immiserita dall'egoismo e dal terrore d'un moto europeo che nessuna potenza umana può arrestare, che consentito e diretto potea svolgersi pacificamente e che la vostra colpevole resistenza muterà forse pur troppo in elemento di guerra tremenda. Voi eravate oggimai incapaci d'intender coll'anima la grandezza del risorgimento italiano albeggiante da Roma, dalla Roma del Popolo. Ma quali erano le vostre speranze quando decretaste la guerra fraterna? Spegnere, ferendola al core, la rivoluzione nazionale? E non dovevate avvedervi che ogni resistenza opposta all'armi vostre da Roma, e il solo fatto del vostro movervi a lega con tre governi per comprimerne i moti, avrebbero dato consecrazione incancellabile al dogma della nostra unità e fatto religione di quella parola ROMA a tutta quanta l'Italia? Rifare un trono al papa? Al _papa_ colle _bajonette_? Al _papa_ un trono _costituzionale_? Ogni trono può rifarsi per un tempo colle bajonette, non quello del capo dei _credenti_. E la più semplice logica v'insegnava che il papa non _può_ essere se non monarca assoluto. Due mesi dal giorno in cui scrivo v'insegneranno che avete, in tutti i sensi, fallito all'intento.
Voi volevate, lo dite almeno, impedire che rinascessero negli Stati romani gli antichi abusi; e gli antichi abusi rinasceranno inevitabili l'un dopo l'altro, tanto più fieri quanto più cancellati per cinque mesi dal governo repubblicano e minacciati nell'avvenire. Voi non potete mutare le abitudini, le tendenze, i bisogni all'aristocrazia del clero; non potete cancellare l'aborrimento che il popolo nutre per essa; e non potete appoggiarvi sopra una parte _moderata_, intermedia, che in Roma non esiste. Potrete dettare provvedimenti; ma l'inesecuzione delle leggi fu sempre, è, e sarà la piaga mortale negli Stati romani. E questa inesecuzione, dipendente dalla natura degli elementi che costituiscono il potere escludente la severa responsabilità, crescerà di tanto quanto più per opera vostra all'agitazione legale e pubblica si sostituirà di bel nuovo la guerra extra-legale delle associazioni segrete, e Dio nol voglia--alla condanna delle leggi il pugnale del popolano irritato e disperato di giusta difesa. La miseria, la fatale rovina delle finanze e l'anarchia, inseparabile dal disprezzo in che si tengono i reggitori, aspreggieranno la contesa fra i diversi elementi che compongon lo Stato. Intanto avete il vecchio governo ripristinato senza condizioni; le commissioni per ispiare, retroagendo, i fatti politici; e gli uomini, non di Pio IX, ma di papa Gregorio, padroni in Roma e nella provincia.
Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato, perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè possono ammettere senza scavarsi, rinnegando il _principio_ che li sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella spada di Damocle che tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri. Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.
Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare il _re_ e avete ucciso il _papa_, struggendone il prestigio morale coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue. Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime. Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.
Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi sentite le vendette di Roma.
La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale, fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza, senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale nessuno può omai più sottrarsi.
Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di quella che voi chiamate, imposturando, _fazione_, rimovendo, anche nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.
Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.
Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi, l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in Italia!
Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.
E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi fati.
VII.
Voi siete ministri di Francia, signori: io non sono che un esule. Voi avete potenza, oro, eserciti e moltitudini d'uomini pendenti dal vostro cenno; io non ho conforti se non in pochi affetti, e in quest'alito d'aura che mi parla di patria dall'Alpi e che voi forse, inesorabili nella persecuzione come chi teme, v'adoprerete a rapirmi. Pur non vorrei mutar la mia sorte con voi. Io porto con me nell'esilio la calma serena d'una pura coscienza. Posso levare tranquillo il mio occhio sull'altrui volto senza temenza d'incontrar chi mi dica _Tu hai deliberatamente mentito_. Ho combattuto e combatterò senza posa e senza paura dovunque io mi sia, i tristi oppressori della mia patria: la menzogna, qualunque sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli: ma ho combattuto con armi leali; nè mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parola _assassino_ contro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me.
Dio salvi a voi, signori, il morir nell'esilio; perchè voi non avreste a confortarvi coscienza siffatta.
_Settembre 1849._
ROMA
E IL GOVERNO DI FRANCIA
La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono ad occuparlo--i _dottrinarî_ e i _legittimisti_--hanno tentato, come la moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro chi gittava--ed era un illustre poeta--l'anatema alle ferocie di Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di confisca e d'inquisizione, diceva: _è necessario che lo spirito di vita dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste instituzioni diventate barbare_; e l'oratore del cattolicismo balbettò parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gli _uomini_ della sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani: _Il sangue di Roma v'affoga_.
Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dal _Monitore_ l'intera discussione[105] e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con minaccie severe l'introduzione in Francia dell'_Italia del Popolo_, e i suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri: _Eccovi le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e sia maturo il vostro giudizio_.
* * * * *
Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uomini del governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini, riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni, tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere, dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici--e conquistati d'ora innanzi alla storia.
Io lascio dunque senza commento al giudizio di chi vorrà leggerlo il discorso del signor Thuriot de la Rosière, e la lunga serie d'affermazioni sfrontate colle quali intende a provare che in Roma, clero, capitalisti, proprietarî di mobili ed immobili, artisti, stranieri, diplomatici, guardia civica, truppe di linea, tutti insomma erano schiavi ed avversi al Triumvirato: chi dunque, dal 30 aprile al 2 luglio, difese Roma? Ei sa di storia contemporanea come d'antica e non merita ch'altri spenda parole a combatterlo. E lascio le menzogne gittate qua e là nel lungo intralciatissimo discorso del signor Odillon Barrot sulla parte adempiuta dai Francesi in Roma--la protettrice clemenza estesa dal governo di Francia ai nemici, anzi, come afferma il signor Thuriot, a me stesso che scrivo--il vanto, a fronte di Cernuschi, d'Achilli, dei preti che diedero le loro cure ai feriti, dell'esule napoletano Caputo, del dottor Ripari e d'altri infiniti, d'avere posto divieto a qualunque imprigionamento--le ampliazioni già ottenute dal ministero all'amnistia pontificia, quando forse due giorni prima ch'ei pronunziasse il discorso erano cacciati dal territorio romano anche i cinque che nell'Assemblea votarono contro il decadimento, anche gli uomini i quali, come il Calderari dei carabinieri, erano nella milizia più invisi al popolo perchè sospetti di congiure retrograde--e siffatte. La lista dei decreti pubblicati via via dal giornale officiale di Roma è risposta che basta a tutte parole possibili sulla parte sostenuta dalla Francia in Roma; alle falsità che riguardano la condizione degli spiriti nello Stato risponde il fatto che, sperperata, imprigionata, esiliata la parte più energica della popolazione, sciolto l'esercito, disarmato il paese, non s'osa interrogare il voto dei cittadini, e son necessarî a impedire l'insurrezione 6000 Spagnuoli, 20 000 Austriaci e 40 000 Francesi.
* * * * *
Dalla discussione tenuta nell'Assemblea emergono irrevocabili parecchî fatti che giova registrare a insegnamento e a conforto:
Che la spedizione francese contro Roma fu ideata ed eseguita coll'intento di restaurare senza limitazione alcuna di diritto la sovranità temporale del papa: è confessione _oggi_ di tutti, da Thiers a Odillon Barrot;
Che l'intento dei negoziati, o meglio--per dichiarazione esplicita del signor O. Barrot a nome de' suoi colleghi e del presidente--delle rispettose timide istanze del governo francese, è quello d'ottenere dal papa concessione d'una consulta che voti l'imposta, consulta nominata dai consigli municipali e risultante dal principio elettivo al terzo grado;
Che la lettera del presidente è nulla, capriccio d'inetto o, come direbbe il signor Barrot, codarda millanteria;
Che, quantunque--sono parole del signor Barrot--_la separazione dei due poteri, temporale e spirituale, sia per tutta Europa necessaria alla libertà di coscienza, alla vera e durevole libertà_, non può nè deve ammettersi per Roma, e che tre milioni d'uomini italiani sono condannati a starsi eccezione di servitù e negazione di progresso fra le nazioni;
Che il cattolicismo, per bocca del suo oratore, capo della setta in Francia, ritiene irreconciliabile il papato e la libertà, e non può accettare restrizione alcuna di consulta e voto d'imposta all'autorità del governo pretesco;
Che la politica del governo francese non posa oggimai più su principio alcuno desunto dalla morale e non merita quindi più fede da popoli o da governi.
E per questo io dissi _a insegnamento e a conforto_: a insegnamento perchè nessuno dimentichi, che, qualunque sia il nome scritto in fronte ai decreti di Francia, gli uomini ch'oggi vi reggono, Barrot, Tocqueville, Thiers, Dufaure e i simili ad essi, son gli uomini della _monarchia_, i predicatori del sistema misto costituzionale:--a conforto, perchè un governo senza principio, senza fede in una morale comune, è condannato a travolgersi rapidamente di crisi in crisi, e cadere.
* * * * *