Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 11

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Voi avete oggi sostenuto l'onore di Roma, l'onore d'Italia. Per oltre a quattordici ore avete combattuto come vecchî soldati. Sorpresi a un tratto dal tradimento, dalla violazione d'una formale e segnata promessa, voi avete conteso palmo a palmo il terreno, riconquistato posizioni un istante perdute, respinto le più valorose truppe d'Europa e salutato d'un sorriso la morte. Dio vi benedica, custodi della gloria dei vostri padri, come noi, alteri d'aver indovinato l'elemento di grandezza ch'è in voi, vi benediciamo in nome d'Italia.

Romani, questa giornata è giornata d'eroi, una pagina storica.

Vi dicevamo jeri: _siate grandi_; oggi diciamo: _voi siete grandi_. Durate; siate costanti. Al popolo di Roma possono dimandarsi miracoli. E noi diciamo con piena fiducia ad esso, alle guardie nazionali, alla gioventù di tutte le classi: Roma è inviolabile; custodite questa notte le sue mura: esse racchiudono l'avvenire della nazione. Vigilate, mentre quei che hanno combattuto quattordici ore riposano, alle porte, alle barricate. L'angelo della patria vigila con voi, e l'angelo della patria è l'angelo della nazione.

Viva la repubblica!

_3 giugno 1849._

XXIV.

ROMANE! FIGLIE DEL POPOLO!

I vostri mariti, i vostri figli, i vostri fratelli combattono il nemico della patria alle mura: voi avete diritto all'amore e alla protezione del paese. Il nemico, che si ritrasse l'altro jeri atterrito davanti agli uomini vostri, ha minacciato oggi colle bombe le vostre case. Voi siete donne romane, non potete impaurirvi ad una minaccia impotente, perchè le nostre truppe terranno il nemico lontano; combatteranno, occorrendo, coi vostri cari alle barricate; ma Roma deve protezione alle vecchie madri, ai fanciulli dei suoi difensori. Il Triumvirato decreta in conseguenza:

Che le famiglie popolane, le cui case fossero minacciate dalle bombe o dal cannone, durante l'assedio a cominciar da domani, e occorrendo anche prima, avranno alloggio per cura del governo in case, palazzi o conventi fuori d'ogni pericolo:

Che i rappresentanti del popolo in ogni rione riceveranno le domande, ne verificheranno la giustizia, e rilasceranno una carta d'ammissione ai locali, la lista dei quali verrà consegnata ad essi, colle dovute istruzioni, dal ministero dell'interno.

I Triumviri affidano alla virtù e al patriotismo delle popolane romane la custodia vigilante e l'ordine necessario a preservare da ogni guasto le abitazioni assegnate ad esse da Roma.

_5 giugno 1849._

XXV.

(Le linee seguenti rispondevano a un'ultima intimazione del generala Oudinot, quando i Francesi erano già sul primo bastione a sinistra della porta San Pancrazio.)

Abbiamo l'onore di rimettervi la risposta dell'Assemblea alla vostra comunicazione del 12.

Noi non tradiamo mai le nostre promesse. Abbiamo promesso difendere, in esecuzione degli ordini dell'Assemblea e del popolo romano, la bandiera della repubblica, l'onore del paese e la santità della capitale del mondo cristiano, e manterremo la nostra promessa.

Gradite, generale, l'assicurazione della nostra distinta considerazione.

_13 giugno 1849._

XXVI.

(Risposta a una lettera indirizzata dal signor de Corcelles, inviato straordinario della repubblica francese, al signor de Gerando, cancelliere dell'ambasciata francese in Roma. La lettera tentava scusare la contraddizione patente fra gli accordi di Lesseps e l'assalto dato a Roma dal generale Oudinot.)

SIGNORE,

La lettera che il signor de Corcelles vi scrive con data del 13, e che m'è da voi cortesemente comunicata, non invalida affatto, dovete ammetterlo, la risposta data dall'Assemblea costituente romana alla intimazione del generale Oudinot. Poco monta la data di uno o di altro dispaccio francese; poco monta che il signor Lesseps fosse o no richiamato al momento della firma apposta da lui alla convenzione del 31 maggio.

Una sola parola risponde a ogni cosa: _l'Assemblea ignorava; essa non ebbe mai comunicazione officiale di quei dispacci_.

La questione diplomatica è dunque, per noi, posta in questi termini:

Il signor Lesseps era ministro plenipotenziario della Francia in Roma. Egli era tale per noi il 31 maggio come prima d'allora. Nulla ci aveva avvertiti d'una modificazione o d'un annullamento de' suoi poteri. Trattavamo noi dunque con lui in piena buona fede come se trattassimo colla Francia: e questa nostra buona fede ci valse, nella notte dal 28 al 29 maggio, l'occupazione di Monte Mario. Addentrati in una discussione assolutamente pacifica col signor Lesseps, ansiosi d'evitare quanto avrebbe potuto trascinare gli spiriti su direzione avversa ai nostri voti e non sapendo indurci a credere che la missione protettrice della Francia comincerebbe coll'assedio di Roma, guardavamo ogni incidenza senza commoverci. A ogni movimento delle vostre truppe, a ogni operazione tendente a restringere la cinta militare e a ravvicinarsi gradatamente a posizioni che noi avremmo potuto difendere, il signor Lesseps s'affrettava a dirci che i Francesi non operavano a quel modo se non per quetare la concitazione febbrile delle truppe affaticate dalla lunga inerzia; in nome dei due paesi, in nome dell'umanità, ei ci supplicava d'evitare ogni conflitto, d'aver fede in lui, di non paventare conseguenza alcuna da quei fatti anormali. E noi cedevamo volonterosi. Oggi, io sono costretto, per quanto a me spetta, a pentirmi di quella arrendevolezza; non già ch'io tema per Roma, ma perchè petti di prodi difendono ciò che buone posizioni avrebbero potuto difendere. Il 31 maggio, alle otto di sera, furono firmati gli accordi tra il signor Lesseps e noi. Ei li portò seco al campo affermandoci ch'ei considerava la firma del generale Oudinot come semplice formalità intorno alla quale non poteva esistere dubbio. Eravamo tutti coll'animo lieto. Le cose stavano per ripigliare, tra la Francia e noi, la loro naturale tendenza.

La notte, parmi, ci giunse il dispaccio del generale Oudinot contenente rifiuto d'adesione agli accordi e l'affermazione che il signor Lesseps, firmandoli, aveva oltrepassati i poteri affidatigli.

Un secondo dispaccio, con data del 1.º giugno, a tre ore e mezzo dopo mezzodì, e firmato dal generale, ci dichiarava «che i fatti avevano giustificato la sua determinazione e che in due dispacci del ministro di guerra e degli affari esteri, in data 28 e 29 maggio, il governo francese gli annunziava il termine della missione del signor Lesseps.»

Ventiquattro ore ci erano concesse per accettare l'_ultimatum_ del 29 maggio.

V'è noto come lo stesso giorno il signor Lesseps c'indirizzasse una comunicazione nella quale è detto: «Mantengo l'accordo firmato jeri. Parto per Parigi onde ottenergli ratifica. Quell'accordo fu conchiuso in virtù d'istruzioni che mi davano facoltà di consacrarmi esclusivamente ai negoziati e alle relazioni da stabilirsi colle autorità e le popolazioni romane.»

Lo stesso giorno, in ora più inoltrata, il generale Oudinot ci dichiarava che ricomincerebbe le ostilità, ma che «su richiesta del cancelliere dell'ambasciata francese... l'assalto sarebbe differito fino a lunedì mattina, almeno».

Fummo assaliti la domenica, e la conseguenza di questa violazione di fede era per noi l'occupazione di Villa Panfili e la sorpresa operata su due compagnie, la cui cifra entra senza dubbio nel _bollettino_ della giornata del 3. Quei duecento uomini, còlti nel sonno, sono ora, insieme ai 24 prigionieri fatti nella giornata, in Bastia nella Corsica.

Dopo ciò, che importa a noi, vogliate dirmelo, signore, il dispaccio del 26 maggio citato la prima volta nella lettera del signor de Corcelles? Che importano al governo romano i dispacci citati dal generale Oudinot? Noi non vedemmo mai quei dispacci; ci è ignoto ciò che contengono; nessuna comunicazione officiale c'informò della loro esistenza. Da un lato abbiamo le informazioni del generale Oudinot; dall'altro quelle del ministro plenipotenziario; le une contradicono le altre. Esca la Francia da viluppo siffatto e salvi l'onore se può. Posta fra un ministro plenipotenziario e il generale d'una divisione d'esercito, la nostra Assemblea ha stimato di conformarsi alla tradizione dei fatti stabiliti dal plenipotenziario. Io consento in ciò ch'essa fece e vi ricordo, signore, che oggi soltanto, decimo giorno dell'assedio, la presenza del signor de Corcelles nel campo, con attribuzioni di ministro straordinario, ci è fatta indirettamente nota.

Meditate, signore, le date delle note ufficiali, paragonatele colla data dell'occupazione di Monte Mario o d'altre operazioni dell'esercito francese; poi diteci se, esaminando freddamente la questione diplomatica, l'Europa non dovrà dire: «Il governo francese non ha voluto se non deludere il governo romano. Il generale Oudinot s'è giovato della buona fede degli uomini che lo compongono per restringere il cerchio dell'assedio, per occupare posizioni favorevoli, per agevolarsi la possibilità d'impossessarsi della città. O il dispaccio del 26 non esiste o non fu comunicato in tempo al signor Lesseps.»

Il dispaccio del 29 maggio era difatti noto nel campo francese nella mattina del 1.º giugno; quello del 26 poteva dunque essere in mano al generalo Oudinot fin dal 29 maggio. Se il generale non lo esibì fin d'allora per sospendere negoziati e poteri del negoziatore, sorge il pensiero ch'ei volesse trarre partito da quei negoziati, che inceppavano la vigilanza e le forze del popolo romano, per impadronirsi a poco a poco, senza incontrare resistenza, dalle posizioni migliori; certo com'egli era di porre fine quando giovasse, rivelando il dispaccio del 26, agli accordi e di rompere, pronta ogni cosa per assalire, la tregua.

Concedete, signore, ch'io vi dica colla libertà che si addice a un uomo leale e d'indole non servile: la condotta del governo romano non s'allontanò mai d'una linea, nelle trattative ch'ebbero luogo, dalle vie dell'onore. Il governo francese potrebbe difficilmente affermarlo di sè. Ciò non tocca, la Dio mercè, menomamente la Francia; prode e generosa nazione, essa è, come noi, vittima d'un basso indegno raggiro.

Oggi, i vostri cannoni tuonano contro le nostre mura, le vostre bombe scendono sulla città sacra; la Francia ebbe questa notte la gloria d'uccidere una povera fanciulla del Trastevere che dormiva a fianco della sorella.

I nostri giovani ufficiali, i nostri militari improvvisati, i nostri popolani, cadono sotto i vostri projettili gridando: _Viva la repubblica!_ I prodi soldati di Francia cadono, senza grido, senza mormorare accento, come uomini disonorati. Io son certo che non havvi un solo cuore tra voi che non dica internamente a sè stesso ciò che uno dei vostri disertori ci diceva oggi: _Non so qual voce segreta ci dice che combattiamo de' fratelli_.

E perchè questo conflitto fraterno? Io nol so; voi nol sapete. La Francia non ha qui bandiera; essa combatte uomini che l'amano e che, pochi giorni addietro, fidavano in essa. Essa cerca l'incendio di una città che non l'ha menomamente offesa, senza programma politico, senza fine determinato, senza diritto da esercitare, senza dovere da compiere. Essa gioca, per mezzo de' suoi generali, la partita dell'Austria e senza il tristo coraggio di confessarlo. Essa trascina il suo stendardo nel fango dei conciliaboli di Gaeta e retrocedendo davanti a una schietta dichiarazione di ripristinamento sacerdotale. Il signor de Corcelles non s'avventura più a parlare d'anarchia, di fazioni; ma scrive, come chi è turbato nell'anima, queste parole, senza senso: «La Francia ha per fine la libertà del capo riverito della Chiesa, la libertà degli Stati romani e la pace del mondo!»

Noi sappiamo almeno perchè combattiamo, e perchè lo sappiamo, siam forti. Se la Francia rappresentasse qui tra noi un principio, una di quelle idee che fanno grandi le nazioni e la fecero grande in passato, il valore de' suoi figli non si romperebbe contro il petto dei nostri giovani militi.

È trista pagina davvero, signore, quella che sta ora scrivendosi dai vostri generali nella storia di Francia; è un colpo mortale vibrato al Papato che voi pretendete proteggere e che affogate nel sangue; è un abisso incolmabile scavato fra due nazioni chiamate a movere insieme pel bene di tutti e che si stendevano, vogliose d'intendersi, la mano da secoli; è una violazione profonda della morale che dovrebbe governare le relazioni tra popolo e popolo, della comune credenza che dovrebbe guidarli, della santa causa della libertà che vive in quella credenza, dell'avvenire non dell'Italia--i patimenti sono per essa un battesimo di progresso--ma della Francia, che non può serbarsi in prima fila tra le nazioni se non colle maschie virtù della fede e dell'intelletto della libertà.

_15 giugno 1849._

XXVII.

(Dopo il decreto dell'Assemblea che ingiungeva cessasse la resistenza.)

ROMANI!

Il Triumvirato s'è volontariamente disciolto. L'Assemblea costituente vi comunicherà i nomi dei nostri successori.

L'Assemblea, commossa, dopo il successo ottenuto jeri dal nemico, dal desiderio di sottrarre Roma agli estremi pericoli, e d'impedire che si mietessero senza frutto per la difesa altre vite preziose, decretava la cessazione della resistenza. Gli uomini, che avevano retto mentre durava la lotta, mal potevano seguire a reggere nei nuovi tempi che si preparano. Il mandato ad essi affidato cessava di fatto, ed essi si affrettarono a rassegnarlo nelle mani dell'Assemblea.

Romani! Fratelli! Voi avete segnata una pagina che rimarrà nella storia documento della potenza d'energia che dormiva in voi e dei vostri fati futuri, che nessuna forza potrà rapirvi. Voi avete dato battesimo di gloria e consacrazione di sangue generoso alla nuova vita che albeggia all'Italia, vita collettiva, vita di popolo che vuole essere e che sarà. Voi avete, raccolti sotto il vessillo repubblicano, redento l'onore della patria comune contaminata altrove dagli atti dei tristi, e scaduta per impotenza monarchica. I vostri Triumviri, tornando semplici cittadini fra voi, traggono con sè conforto supremo nella coscienza di pure intenzioni, e l'onore d'avere il loro nome associato ai vostri fortissimi fatti.

Una nube sorge oggi tra il vostro avvenire e voi. È nube d'un'ora. Durate costanti nella coscienza del vostro diritto e nella fede per la quale morirono apostoli armati, molti dei migliori fra voi. Dio, che ha raccolto il loro sangue, sta mallevadore per voi. Dio vuole che Roma sia libera e grande; e sarà. La vostra non è disfatta: è vittoria dei martiri ai quali il sepolcro è scala di cielo. Quando il cielo splenderà raggiante di resurrezione per voi; quando, tra brev'ora, il prezzo del sacrificio, che incontraste lietamente per l'onore, vi sarà pagato; possiate allora ricordarvi degli uomini che vissero per mesi della vostra vita, soffrono oggi dei vostri dolori, e combatteranno, occorrendo, domani, misti nei vostri ranghi, le nuove vostre battaglie. Viva la repubblica romana!

_30 giugno 1849._

XXVIII.

ROMANI!

La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile, nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nell'adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostra mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro solenni promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell'anima vostra nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiaciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d'un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia o per la santissima Libertà.

Voi daste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile.

Per quanto avete di sacro, cittadini, serbatevi incontaminati di stolte paure e di basso egoismo. Duri visibile agli occhî del mondo la separazione tra voi e gl'invasori. Sia Roma il loro campo, non la loro città. E segnate del nome di traditore di Roma chi trapassa, transigendo colla propria coscienza, nel campo nemico. Le necessità europee non consentono che ROMA sia conquista di Francesi o d'altri. Mantenete all'occupazione il suo carattere di conquista; isolate il nemico; l'Europa leverà una voce potente per voi. E intanto nessuno può contendervi la pacifica espressione del vostro voto. Organizzate pubblicamente espressione siffatta. Dai municipî esca ripetuta con fermezza tranquilla d'accento _la dichiarazione ch'essi aderiscono volontarî alla forma repubblicana e all'abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s'impianti senza l'approvazione liberamente data dal popolo_; poi, occorrendo, si sciolgano. Da ogni rione, da ogni città di provincia escano liste segnate da migliaja di nomi che attestino la stessa fede e invochino lo stesso diritto. Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: _Fuori il governo dei preti! Libero voto!_ e dopo quell'unico grido, ritraetevi. All'inalzare dello stemma pontificio governativo, quanti giurarono alla repubblica s'allontanino dai loro ufficî. Non si imprigionano le migliaja; non si costringono gli uomini ad avvilirsi. E voi v'avvilireste, o Romani, v'avvilireste per sempre, se dopo aver gridato una volta all'Europa che volevate esser liberi e combattuto e perduto i migliori fra i vostri per esser tali, assumeste condizione di schiavi e pattuiste fin dal primo giorno colla disfatta.

I vostri padri, o Romani, furon grandi, non tanto perchè sapevano vincere, quanto perchè non disperavano nei rovesci.

In nome di Dio e del Popolo, siate grandi come i vostri padri. Oggi, come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano, in custodia.

La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere, a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.

_5 luglio 1849._

GIUSEPPE MAZZINI.

SCRITTI

SUL MEDESIMO PERIODO

(Gli scritti che seguono sono, in certo modo, epilogo al dramma di Roma, e conchiudono il periodo che abbraccia il 1848 e il 1849. Li pubblicai dalla Svizzera.)

LETTERA AL MINISTERO FRANCESE.

_Ai signori Toqueville e Falloux, ministri di Francia._

SIGNORI!

Se voi, ne' vostri discorsi del 6 e del 7 agosto, non aveste calunniato che _me_, tacerei: non ho provato mai nella vita se non indifferenza per la calunnia e supremo disprezzo pei calunniatori. Ma voi faceste segno delle vostre calunnie una intera rivoluzione, santa nel suo diritto, pura d'eccessi nel suo sviluppo: un intero popolo, buono, valoroso e notabile per affetto all'ordine e abitudini di disciplina, tramandate ad esso dagli antichi suoi padri. Uomini consacrati da lunghi studî alla serena imparzialità filosofica, avete non per tanto, pe' vostri fini, ripetuto impassibili all'Assemblea le volgari accuse d'_anarchia_, di _terrore_ e di _setta_, gittate per più mesi, pascolo a un pubblico ignaro, da gazzettieri pagati perchè si spianasse la via all'iniqua impresa contro la romana repubblica. Avete freddamente, col labbro atteggiato al sorriso dell'ironia, avventato il fango della nazione su quei che morirono per la patria nascente. Importa che, per onore della razza umana, qualcuno protesti. Importa che non per voi nè per una maggioranza parlamentaria diseredata, per opera d'egoismo e paura, d'ogni senso morale, ma per quei che gemono tra voi, come noi gemiamo, la libertà perduta, e per la Francia dei dì che verranno, sorga una voce d'onesto a dirvi, o signori, che la vostra eloquenza è mero artificio, la vostra fede una ipocrisia; che per tutta quanta la serie delle vostre asserzioni voi non avete dato se non menzogne alla Francia e all'Europa; che s'havvi nel mondo cosa più vile del carnefice e dell'opera sua, è l'insulto al cadavere, la percossa alla pallida faccia di Carlotta Corday. Io dunque scrivo e protesto in nome di Roma. Io so d'uomini i quali dovrebbero, per onor della Francia, assumersi la parte ch'oggi io m'assumo: sono gli impiegati della vostra cancelleria in Roma[98], che arrossivano davanti a me degli atti del loro governo e plaudivano riconoscenti alle nostre cure protettrici e alla condotta ammirabile del nostro popolo, ma paventavano la perdita dell'ufficio. E so d'altri--ma questi son nostri,--ai quali basterebbe l'animo per protestare, da Roma, e sfidando le vendette sacerdotali, contro le vostre menzogne: ma la vostra antiveggente amministrazione ha chiuso ad essi, sopprimendo ogni giornale, dal vostro infuori, ogni via di pubblicità.

I.

Non era più in Roma sovrano. Il papa s'era fatto disertore a Gaeta. Una commissione governativa instituita da lui avea ricusato d'assumer l'ufficio. Due deputazioni, inviate successivamente da Roma a supplicar Pio IX, perchè tornasse, s'erano vedute respinte. E condizione siffatta di cose trascinava inevitabili l'anarchia e la guerra civile. Urgeva un rimedio.

Il 9 febbrajo, a un'ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del papa, e conseguenza logica, la repubblica. Da chi? Dall'Assemblea costituente degli Stati romani. D'onde esciva la Costituente? Dal voto universale. Ebbe luogo, non dirò terrore, ma agitazione, influenza illegalmente esercitata nelle elezioni? No; tutto si fece pacificamente, tranquillamente, senza corruttele e senza minaccia. La minorità fu considerevole? Su _cento cinquantaquattro_ membri presenti, _undici_, per motivi d'opportunità, si dichiararono avversi alla repubblica, soli _cinque_ al decadimento. Quanti fra quei ch'oggi voi chiamate sprezzando _stranieri_, quanti Italiani nati al di là del confine romano, avevano seggio in quell'Assemblea? _Due_ forse; Garibaldi e il generale Ferrari; e Garibaldi era partito per Rieti. Noi, Saliceti, Cernuschi, Cannonieri, Dall'Ongaro e io, fummo eletti più tardi.

E come accolsero le popolazioni il doppio decreto dell'Assemblea? Insorse, per tutta quanta l'estensione del territorio romano, un solo tentativo di resistenza, un solo indizio di parere discorde, una sola voce che protestasse in favore della potestà decaduta? Non una. Alcuni carabinieri, collocati sulla frontiera napoletana, si fecero disertori; forse temevano, a torto, tristi conseguenze degli imprigionamenti eseguiti sotto Gregorio. Ma fu fatto isolato. Città, campagne, salutarono con gioja sentita l'èra repubblicana. I vecchî municipî, eletti sotto il governo papale, mandarono la loro adesione come la mandarono più dopo i nuovi eletti per voto universale l'undici marzo. Rimaneva a Pio IX qualche individuo amico, non uno al governo del papa.

E dopo la giornata del 30, quando il governo repubblicano, imminente la quadruplice invasione, e concentrate le truppe in Roma, non serbava influenza se non morale sulla provincia--fra i terrori della crisi finanziaria e gli sforzi dei pochi retrogradi--l'elemento conservatore dello Stato rinnovò spontaneo l'adesione alla forma repubblicana. Bologna, Ancona, Perugia, Civitavecchia, Ferrara, Ascoli, Cesena, Fano, Faenza, Forlì, Foligno, Macerata, Narni, Pesaro, Orvieto, Ravenna, Rieti, Viterbo, Spoleto, Urbino, Terni, duecento sessantatrè municipî mandarono a Roma indirizzi, dichiarando in nome dei popoli che l'abolizione del potere temporale e la repubblica erano condizioni di vita allo Stato.

L'Assemblea costituente, numerosa di 150 membri e se non per intelletto, per core almeno, parte eletta della nazione, sedeva permanente, fino al giorno in cui la forza brutale, violando doveri e promesse di Francia, veniva a discioglierla. Essa dettava o approvava quanto fu fatto dal 9 febbrajo sino al 2 luglio.

E chi governava in suo nome? furono elementi indigeni o forestieri?