Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II

Chapter 10

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Da quei confessionali, d'onde pur troppo uscirono talvolta, violazioni del mandato di Cristo, insinuazioni di corruttela e di servitù, esce pure, non lo dimenticate, la parola consolatrice alle vecchie madri dei combattenti per la repubblica.

Fratelli nostri nella causa benedetta da Dio e dal Popolo! I vostri triumviri esigono da voi una prova di fiducia che risponda alle accuse, conseguenza d'un atto imprudente. Riconsegnate voi stessi alle chiese i confessionali che jeri toglieste. Le barricate cittadine avranno difesa dai nostri petti[97].

_20 maggio 1849._

XVIII.

POPOLI DELLA REPUBBLICA!

L'austriaco inoltra--Bologna è caduta: caduta dopo otto giorni sublimi di battaglia e di sagrificî: caduta com'altri trionfa. Sia l'ultimo suo grido di guerra e vendetta per tutti noi: chi ha core italiano lo raccolga come un santo legato. Roma vi chiede, cittadini, uno sforzo supremo; e lo chiede certa d'ottenerlo, perchè il sangue versato dai suoi nella giornata del 30 gliene concede il diritto.

Colle adesioni al nostro programma, mandate quando cominciavano i dì del pericolo, voi avete dato bella e solenne testimonianza di fede concorde all'Italia e all'Europa. Noi vi chiamiamo a un'altra testimonianza, quella dei fatti. Sia pronto ogni uomo a segnare col proprio sangue la fede. Sorga ogni città, ogni borgo, ogni luogo, vindice di Bologna! Suoni ogni campana, il tocco dell'agonia che il popolo intima all'invasore straniero! Accendete sui vostri monti, di giogo in giogo, simbolo della fratellanza nell'ira, i fuochi che diedero, nel dicembre 1847, il programma della nostra rivoluzione! Sventoli per ogni dove, sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera! Di terra in terra, di casolare in casolare, corra un fremito di battaglia! Sappiano il nemico, l'Italia, l'Europa, che qui, nel core della penisola, stanno tre milioni d'uomini legati in sacramento di tremenda difesa, decisi irrevocabilmente a combattere sin all'estremo, a sotterrarsi, anzichè cedere, sotto le rovine della patria! E, viva Dio, nessuna potenza umana potrà vietarci di vincere. Tre milioni di popolo sono onnipotenti quando dicono: _Noi vogliamo_.

Italiani figli di Roma! Militi della repubblica! Questa è un'ora solenne preparata da secoli; uno di quei momenti storici che decretano la vita o la morte d'un popolo.

Grandi e potenti per sempre o segnati per sempre del marchio di servitù; riconosciuti liberi e fratelli dalle nazioni o condannati alla nullità degli obbedienti al capriccio altrui: padroni di voi medesimi, delle vostre case, dei vostri altari, delle vostre tombe, o cosa e ludibrio d'ogni tiranno: raccomandati alla immortalità della gloria o della vergogna: sarete ciò che vorrete. Il giudizio di Dio e dell'Umanità pende dalla vostra scelta.

Siate grandi. Decretate la vittoria. Il popolo la conquistava agli Spagnuoli, ai Greci, agli Svizzeri: la conquisti all'Italia. I presidi, i commissarî straordinari organizzino l'insurrezione: si colleghino di provincia in provincia: traducano l'inspirazione di Roma: assumano dagli estremi pericoli poteri eccezionali, rimedî estremi. Il capo che cede, che s'allontana prima d'aver combattuto, che capitola, che tentenna, sia reo dichiarato. La terra, che accoglie il nemico senza resistenza, sia politicamente cancellata dal novero delle terre della repubblica. Chi non combatte in un modo o nell'altro l'invasore straniero, s'abbia l'infamia; chi, non fosse che per un istante, parteggia per esso, perda la patria per sempre o la vita. Sia punito chi abbandona al nemico materiali da guerra: punito chi non s'adopera a togliergli viveri, alloggio, quiete: punito chi, potendo, non s'allontana dal terreno ch'esso calpesta. Si stenda intorno all'esercito, che inalza bandiera non nostra, un cerchio di fuoco o il deserto. La repubblica, mite e generosa finora, sorga terribile nella minaccia.

Roma starà.

_21 maggio 1849._

XIX.

_Al signor Lesseps._

SIGNORE,

Ebbi l'onore di trasmettervi, nella nota del 16, alcuni dati sull'accordo unanime che accompagnò l'instaurazione della nostra repubblica. Oggi, è necessario parlarvi della questione attuale com'è posta nel fatto, se non nel diritto, tra il governo francese e il nostro. Vorrete, speriamo, concederci il franco discorso richiesto egualmente dall'urgenza della situazione e dalle simpatie internazionali che devono animare tutte le relazioni tra la Francia e l'Italia. Tutta la nostra diplomazia sta nel vero; e nel carattere dato, o signore, alla vostra missione abbiamo pegno che quanto diremo sarà interpretato nel miglior modo possibile. Permettetemi di risalire per pochi istanti alla sorgente della situazione attuale.

Dopo conferenze e accordi ch'ebbero luogo, senza che il governo della repubblica romana fosse chiamato a prendervi parte, fu, qualche tempo addietro, deciso dalle potenze cattoliche europee: 1.º Che una modificazione politica era necessaria nel governo e nelle instituzioni dello Stato romano; 2.º che questa modificazione avrebbe a base il ritorno di Pio IX, non solo come papa--a questo non porremmo ostacolo alcuno--ma come principe e sovrano temporale; 3.º che se per raggiungere intento siffatto, un intervento concertato fosse giudicato indispensabile, l'intervento avrebbe luogo.

Ci è caro ammettere che, mentre solo e unico fine d'alcuni tra i contraenti era un sogno di ripristinamento generale, un ritorno assoluto ai trattati del 1815, il governo francese non fosse trascinato a quei patti se non in conseguenza d'informazioni erronee che gli dipingevano lo Stato romano in preda all'anarchia e signoreggiato col terrore da una minoranza audace.

Sappiamo inoltre che, nella modificazione proposta, il governo francese intendeva farsi rappresentante di una più o meno liberale influenza opposta al programma dispotico dell'Austria e di Napoli. Pur nondimeno, sotto forma tirannica o costituzionale, senza o con pegni d'una libertà qualunque alle popolazioni romane, il pensiero predominante su tutti i negoziati ai quali alludiamo, fu sempre un ritorno verso il passato, una transazione tra il popolo romano e Pio IX, considerato come sovrano temporale. Sotto l'inspirazione di quel pensiero fu, sarebbe inutile dissimularlo, ideata, eseguita l'invasione francese. Fu suo doppio intento cacciare, da un lato, la spada della Francia sulla bilancia dei negoziati che dovevano iniziarsi in Roma e assicurare, dall'altro, la popolazione romana contro ogni eccesso retrogrado, ma ponendo pur sempre a condizione fondamentale la ricostituzione d'una monarchia costituzionale in favore del papa. Intento siffatto è provato per noi, non solamente da ragguagli esatti che abbiamo sui negoziati anteriori, ma dai bandi del generale Oudinot, dalle formali dichiarazioni d'inviati che vennero l'un dopo l'altro al Triumvirato, dal silenzio ostinatamente serbato quando tentammo più volte trattare la questione politica e cercammo ottenere una dichiarazione formale del fatto accertato nella nostra nota del 16, _che cioè le instituzioni colle quali oggi si regge il popolo romano sono libera e spontanea espressione del voto inviolabile delle popolazioni legalmente interrogate_. E il voto stesso dell'Assemblea francese convalida implicitamente il fatto che noi affermiamo. Di fronte a condizione siffatta, di fronte alla minaccia d'una transazione inaccettabile e di negoziati che non hanno ragione alcuna nello stato delle nostre popolazioni, la parte che ci spettava non era dubbia. Resistere; era per noi un dovere verso il nostro paese, verso la Francia, verso l'Europa.

Noi dovevamo, per adempiere a un mandato lealmente dato e lealmente accettato, mantenere, per quanto era in noi, l'inviolabilità del nostro paese, del suo territorio e delle sue instituzioni unanimemente acclamate da tutti i poteri, da tutti gli elementi dello Stato.

Dovevamo conquistare il tempo necessario per richiamarci dalla Francia ingannata alla Francia meglio informata, ed evitare alla repubblica sorella il rimorso d'essersi fatta, cedendo senza esami a suggerimenti stranieri, complice d'una violenza che non ha paragone se non nel primo smembramento della Polonia.

E dovevamo all'Europa una testimonianza, quale almeno poteva escire da noi, a pro del principio fondamentale d'ogni vita internazionale, l'indipendenza di ciascun popolo in ciò che riguarda la sua interna amministrazione. Resistendo con entusiasmo ai tentativi della monarchia napoletana e dell'eterna nostra nemica l'Austria, resistendo con profondo dolore alle armi francesi, noi andiamo alteri di poter dire a noi stessi che abbiamo benemeritato non solamente di voi, ma dei popoli europei.

Voi sapete, signore, gli eventi che tennero dietro all'intervento francese. Il nostro territorio fu invaso dalle truppe del re di Napoli; e quattromila soldati spagnuoli salparono, probabilmente il 17, per assalire le nostre coste. Gli Austriaci, superata la resistenza eroica di Bologna, inoltrarono nella Romagna e minacciano Ancona. Noi abbiamo respinto dal nostro territorio le forze del re di Napoli. Faremmo lo stesso--è fede nostra--delle forze austriache, se il contegno delle forze francesi non c'impedisse d'agire.

Noi parliamo dolenti. Ma è necessario che la Francia sappia finalmente le vere conseguenze della spedizione di Civitavecchia, ideata, se stiamo a ciò che s'afferma, a proteggerci.

Noi diciamo, signore, che fra tutti gli interventi promossi a danno nostro, l'intervento francese è quello che ci riescì più fatale. Possiamo batterci contro i soldati del re di Napoli e contro gli Austriaci: vorremmo non batterci contro i Francesi. Noi siamo a riguardo loro in condizioni non di _guerra_, ma di semplice _difesa_. Sarà tale il nostro contegno ovunque ci troveremo innanzi la Francia. Ma quel contegno, non giova dissimularlo, ha per noi tutti i danni d'una guerra senza alcuno de' suoi vantaggi possibili.

La spedizione francese ha reso indispensabile per noi un concentramento di forze che lasciò la nostra frontiera aperta all'invasione austriaca, e disarmate Bologna e le città della Romagna. Gli Austriaci ne profittarono. Dopo otto giorni di lotta sostenuta eroicamente dalla popolazione, fu forza a Bologna di cedere.

Avevamo comprato in Francia armi per nostra difesa; queste armi, 10 000 fucili almeno, furono sequestrate fra Civitavecchia e Marsiglia: esse sono in mano vostra. Togliendoci quell'armi, ci avete tolti 10 000 soldati, perchè ogni uomo armato sarebbe un soldato contro gli Austriaci.

Le vostre forze stanno sotto le nostre mura, a un tiro di fucile, disposte come per un assedio. Esse rimangono ostinate, minacciose a quel modo, senza fine dichiarato, senza programma, costringendoci a mantenere la città in uno stato di difesa che aggrava le nostre finanze, e togliendo alle nostre truppe ogni possibilità di movere a salvare le nostre terre dall'occupazione e dalla devastazione austriaca. Circolazione, approvvigionamenti, corrieri, ogni cosa è inceppata. Gli animi concitati potrebbero, se il nostro popolo fosse men buono e meno devoto, trascendere ad atti funesti. Quell'attitudine dei vostri soldati non genera anarchia o riazione, perchè nè l'una cosa nè l'altra è possibile in Roma; ma produce irritazione contro la Francia; ed è grave sciagura per noi che ponevamo finora amore e speranza in essa.

Noi siamo assediati, signore, assediati dalla Francia in nome d'una missione di protezione, mentre, a distanza di poche leghe, il re di Napoli trascina con sè i nostri ostaggi, mentre gli Austriaci scannano i nostri fratelli.

Voi avete, signore, presentato proposte. Quelle proposte furono dichiarate inaccettabili dall'Assemblea, e sarebbe inutile per noi il discuterle. Voi ne aggiungete oggi una. La Francia, voi dite, _proteggerà contro ogni invasione straniera tutte le parti del territorio romano occupate dalle sue truppe_. Or quella quarta proposta non muta menomamente le nostre condizioni. La parte di territorio occupato da voi è già protetta, nel fatto, contro ogni altra invasione; ma se guardiamo al presente, quella parte è di men che lieve importanza, e se guardiamo al futuro, non abbiamo noi dunque modo di proteggere il nostro suolo fuorchè abbandonandolo tutto a voi?

Non è quello il nodo della questione: la questione sta tutta nell'occupazione di Roma. Ed è condizione da voi posta a capo di tutte le vostre proposte.

Or noi abbiamo l'onore di dirvi, signore, che quella condizione è impossibile: il popolo non vi consentirebbe giammai. Se l'occupazione di Roma non ha per fine che di proteggerla, il popolo vi si mostrerà riconoscente, ma vi dirà che, capace di proteggere Roma con forze proprie, si terrebbe disonorato davanti a voi se dichiarasse sè stesso impotente e indispensabile alla difesa l'ajuto d'alcuni reggimenti francesi. Se l'occupazione di Roma ha invece, Dio nol voglia, un pensiero politico, il popolo che ha liberamente scelto le proprie instituzioni, non può rassegnarsi a subirla. Roma è la sua capitale, il suo Palladio, la sua città sacra. Esso intende che, oltre il principio violato e l'onore tradito, ogni occupazione trascinerebbe una guerra civile. E ogni insistenza gli aumenta i sospetti e l'antiveggenza, ammesse una volta che fossero le truppe straniere, di mutamenti inevitabili funesti alla sua libertà, negli uomini e nelle instituzioni.

Il popolo ha innanzi l'esempio di Civitavecchia; e sa che di mezzo alle bajonette straniere, l'indipendenza dell'Assemblea e del governo non sarebbe più che una vana parola.

Su quel punto, signore, credetelo a noi, la sua volontà è irrevocabile. Non soggiacerà se non dopo aver seminato de' suoi cadaveri le barricate. Vogliono, possono i soldati di Francia trucidare un popolo di fratelli che affermano voler proteggere, perch'esso rifiuta di cedere all'armi loro la sua capitale?

La Francia non ha, negli Stati romani, che tre parti da scegliere:

Dichiararsi per noi, contro noi o neutrale.

Dichiararsi per noi significa riconoscere formalmente la nostra repubblica e combattere a fianco nostro, colle nostre truppe, gli Austriaci.

Dichiararsi contro noi, cioè schiacciare senza cagione la libertà, la vita nazionale d'un popolo d'amici e combattere a fianco degli Austriaci.

La Francia non _può_ far questo. Essa non _vuole_ avventurarsi a una guerra europea per difenderci come alleata. Rimanga dunque neutrale nella lotta che noi sosterremo. Noi avevamo, poco tempo addietro, ben altre speranze; oggi non le domandiamo che questo.

L'occupazione di Civitavecchia è fatto compiuto; sia. La Francia crede che, nella condizione di cose presenti, non le conviene di tenersi lontana dal campo della battaglia, e pensa che, vincitori o vinti, noi possiamo aver bisogno della sua protezione o della sua azione moderatrice. Noi nol crediamo, ma non intendiamo di ribellarci per questo contr'essa. Serbi dunque Civitavecchia. Estenda, se il numero delle sue truppe lo esiga, i proprî accantonamenti ai luoghi salubri che stanno sul raggio da Civitavecchia a Viterbo. E aspetti immobile l'esito finale della nostra guerra. Noi offriremo ad essa tutte le agevolezze possibili, tutte testimonianze di leale amicizia. I suoi ufficiali entreranno in Roma visitatori; i suoi soldati avranno, occorrendo, ajuto e conforti da noi, ma sia la sua neutralità sincera e senza mistero; dichiarata in termini espliciti. Lasci a noi libertà di giovarci senza tema di tutte quante le nostre forze. Ci renda l'armi da noi comprate. Non chiuda co' suoi legni i nostri porti agli uomini che dall'altre parti d'Italia volessero accorrere a dividere i nostri pericoli. S'allontani anzi tutto dalle nostre mura. Cessi anche l'apparenza d'ostilità fra due popoli chiamati, noi non possiamo dubitarne, negli anni avvenire a congiungersi in una stessa fede internazionale come sono oggi congiunti nell'adozione d'una stessa forma governativa.

Accettate, signore, ecc.

_25 maggio 1849._

XX.

Considerando che debito di Roma, per la sua tradizione nel passato e per la sua missione nell'avvenire, è ampliare possibilmente la propria vita e la propria libertà a quanti soffrono, combattono e sperano per la causa delle nazioni e dell'umanità;

Considerando che per patimenti, energia di sacrificî e immortalità di speranze, la Polonia è sorella all'Italia e sacra fra tutte le nazioni;

Considerando che gli esuli polacchi rappresentano in oggi la Polonia futura;

Il Triumvirato decreta:

1.º È formata sul territorio della repubblica una legione polacca, che combatterà sotto i segni di Roma per l'indipendenza italiana.

2.º La legione inalzerà il vessillo nazionale polacco colla sciarpa tricolore italiana. Il comando si farà in lingua polacca. L'uniforme dei legionari sarà di colore blu scuro, collare e mostre di rosso amaranto e colle parti metalliche bianche.

3.º La legione ascenderà a duemila uomini o più.

Il governo della repubblica somministrerà, occorrendo, i mezzi pel trasporto degli arrolati. Gli Slavi, che militassero sotto la repubblica, saranno incorporati nella legione.

4.º La legione elegge i proprî ufficiali. Il capo militare della legione presenterà le nomine fatte. Il governo sceglie tra quelli. Il capo militare non può essere che Polacco, scelto con suffragio universale dai suoi.

5.º Il soldo della legione sarà eguale a quello dell'esercito romano. I feriti o mutilati difendendo la repubblica hanno tutti i diritti che spettano ai feriti e mutilati cittadini dello Stato.

6.º La legione si obbliga per un anno, prolungando a sua posta di anno in anno sino a sei il suo esercizio militare.

Dove la guerra dell'indipendenza polacca ricominciasse, e la legione potesse consacrarsi utilmente alla salute della propria patria, sarà libera, e potrà lasciare, annunziandolo prima al governo, il territorio della repubblica.

_29 maggio 1849._

XXI.

(Risposta alla dichiarazione di Lesseps che il 29 maggio riproduceva con lievi varianti le proposte accennate nel documento, n. XVI.)

SIGNORE,

Ricevemmo la dichiarazione che indirizzaste a noi il 29 maggio. Avendo l'Assemblea, alla quale copia della dichiarazione fu pure trasmessa, riconfermata l'autorità già accordataci per ogni negoziato, è debito nostro rispondervi; e lo facciamo solleciti. Se indugiammo a rispondere alla vostra nota del 26, vogliate considerare ch'essa non conteneva proposte in nome della Francia, nè discuteva le nostre.

Abbiamo esaminato accuratamente il vostro progetto; ed ecco quali modificazioni vi proponiamo. Esse riguardano più assai la forma che non la sostanza.

Noi potremmo svolgere lungamente le cagioni dei mutamenti che proponiamo; mutamenti, vogliate crederlo, signore, richiesti, non solamente dal mandato trasmessoci dall'Assemblea, ma dal voto esplicito del nostro popolo contro il quale nessuna convenzione sarebbe possibile; ma il tempo stringe e ci è forza rinunziare ai particolari. E preferiamo inoltre affidarci, per supplire a questa omissione, alla vostra lealtà e al favore con cui sovente guardaste alla nostra causa e a' suoi fati. La nostra, signore, non è nè può essere diplomazia; è una chiamata di popolo a popolo, libera e cordiale, senza minaccia come senza pensiero segreto. Più d'ogni altra nazione, la Francia è capace d'ascoltarla e d'intenderla.

La condizione anormale di cose esistente fra la repubblica francese e noi riescirebbe, prolungandosi, segnatamente dopo la dichiarazione della vostra Assemblea e le recenti manifestazioni del popolo francese a nostro riguardo, inconcepibile. E la proposta che tende a far sì che cessi v'è inviata da noi, signore, con tutta la potenza di convincimento e di desiderio che vive in noi. Abbiatela sacra, però che essa compendia la fede incrollabile ai fervidi desiderî d'un popolo, piccolo per numero ma prode e leale, che ricorda i suoi padri e ciò che compirono sulla terra e che, combattendo oggi per una causa sacra, quella dell'indipendenza e della libertà, è irrevocabilmente deciso a imitarli. Questo popolo, signore, ha diritto d'essere compreso dalla Francia e di trovare in essa un appoggio, non una potenza ostile; ha diritto di aver dalla Francia non _protezione_, ma fratellanza. Ogni domanda di _protezione_ proferita da esso sarebbe interpretata dall'Europa come un grido di disperazione, come una dichiarazione d'impotenza e lo farebbe indegno di quell'amistà della Francia sulla quale ei facea calcolo prima dei fatti recenti. Quel grido di disperazione non può suonargli sul labbro. Non esiste impotenza per un popolo che sa morire; e mal s'addirebbe a generoso sentire da parte d'una grande e altera nazione di sconoscere il nobile impulso che muove il popolo di Roma.

Bisogna, signore, che questa condizione di cose cessi. La fratellanza non è oggi fra noi se non parola vuota di senso pratico: diventi una realtà. Sia lecito ai nostri corrieri, alle nostre armi, alle nostre truppe di circolare liberamente a nostra difesa su tutte quante le nostre terre. Non sian i Romani condannati come oggi sono a guardare con sospetto uomini ch'erano avvezzi a considerare siccome amici. Ci sia schiusa la via di difenderci con tutti i nostri mezzi dagli Austriaci che bombardano le nostre città. Non rimangano più dubbie le buone e leali intenzioni della Francia. Non sia più possibile all'Europa di dire ch'essa, la Francia, ci sottrae le difese per imporci poi una protezione, mercè la quale si serberebbe inviolato da altri il nostro territorio, ma colla perdita di quanto abbiamo più caro, del nostro onore e della nostra libertà.

Fate questo, signore. Svaniranno le difficoltà che or ci separano: gli affetti, oggi illanguiditi, potranno rivivere; e la Francia riconquisterà il diritto di consigliarci che l'attitudine ostile assunta le toglie.

Gli accantonamenti che ci sembrano più opportuni per ora si stenderebbero sulla linea da Frascati a Velletri.

Accettate, signore, ecc.

_30 maggio 1849._

Ecco ora le proposte:

I. I Romani, fidenti oggi come sempre nell'appoggio fraterno della repubblica francese, reclamano la cessazione d'ogni ostilità reale o apparente e lo stabilimento delle relazioni che devono esprimere quell'appoggio fraterno.

II. I Romani hanno pegno di libero esercizio dei loro diritti politici nell'art. 5 della costituzione francese.

III. L'esercito francese sarà considerato dai Romani come un esercito amico e accolto siccome tale. In accordo col governo della repubblica romana, esso stanzierà in accantonamenti convenevoli così per la difesa del paese come per la salubrità. L'esercito francese rimarrà estraneo all'amministrazione del paese.

Roma è sacra pe' suoi amici come pe' suoi nemici. Essa non fa parte degli accantonamenti scelti dalle truppe francesi. Il prode suo popolo è la sua migliore difesa.

IV. La repubblica francese difenderà da ogni invasione straniera il territorio occupato dalle sue truppe.

XXII.

(Accettata, con mutamenti di forma, la proposta contenuta nel documento che precede dal plenipotenziario Lesseps, il generale Oudinot, allegando istruzioni segrete, ricusò di ratificare gli accordi, ruppe la tregua, intimò gli assalti, dichiarando che non assalirebbe prima del lunedì; poi assalì nella notte dal sabato alla domenica.)

ROMANI!

Al delitto d'assalire con truppe repubblicane una repubblica amica, il generale Oudinot aggiunge l'infamia del tradimento. Egli viola la promessa scritta, ch'è in mano nostra, di _non assalire prima di lunedì_.

Levatevi, Romani! Alle mura, alle porte, alle barricate! Proviamo al nemico che neppure col tradimento si vince Roma.

Sorga l'intera città nell'energia di un solo pensiero. Combatta ogni uomo; abbia ogni uomo fede nella vittoria. Ricordatevi tutti dei vostri padri e siate grandi.

Trionfi il diritto e una eterna vergogna s'aggravi sull'alleato dell'Austria.

Viva la repubblica!

_3 giugno 1849._

XXIII.

ROMANI!