Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 9

Chapter 93,483 wordsPublic domain

Lo Statuto risponde a ogni modo alle cento accuse che furono avventate più tardi contro noi da libelli di spie come il De la Hodde, o di frenetici come D'Arlincourt, e citate spesso con amore da scrittori di parte _moderata_ che le sapevano false. Sopprimendo la condanna di morte, minacciata da tutte le Società segrete anteriori, ai traditori dei loro fratelli; sostituendo fin d'allora alla erronea straniera dottrina dei _diritti_ la teorica del Dovere come fondamento dell'opere nostre; prefiggendo ai buoni un programma definito, norma suprema sulla quale ogni affratellato potea giudicare delle istruzioni trasmesse; negando risolutamente la _necessità_ dell'iniziativa straniera; dichiarando che l'Associazione, serbando segreto il lavoro tendente all'insurrezione, svilupperebbe colla stampa i proprî principî e le proprie idee, io separava interamente la nuova fratellanza dalle vecchie Società segrete, dal dispotismo di capi invisibili, dalla indegna cieca obbedienza, dal vuoto simbolismo, dalla molteplice gerarchia e da ogni spirito di vendetta. La Giovine Italia chiudeva il periodo delle _sette_ e iniziava quello dell'_Associazione educatrice_.

Più dopo, consunto il primo periodo della nostra attività, sorsero nelle Calabrie e in qualch'altro punto organizzazioni indipendenti dal Centro che, assumendo il nome fatto popolare della _Giovine Italia_, coniarono, a seconda delle abitudini del paese o delle inspirazioni personali dei fondatori, Statuti in parte diversi dal nostro. Ma o le circostanze vietarono ogni contatto fra noi, o insistemmo perchè accettassero le nostre norme fondamentali. Quei che ci apponessero deviazioni siffatte farebbero come quei che apponessero al principio repubblicano il terrore del 1793, o al monarchico gli assassinii del 1815 nel mezzogiorno di Francia. Ogni Partito, ogni moto nazionale ha sobbollimenti, pei quali, presso gli onesti ragionatori, il Partito e il moto non sono mallevadori.

Mi posi a capo della impresa perchè il concetto era mio ed era naturale ch'io lo svolgessi, e perch'io sentiva in me potenza d'attività infaticabile e pertinacia di volontà capaci di svolgerlo; e l'unità della direzione mi pareva essenziale. Ma il programma era pubblico e destinato ad essere l'anima dell'Associazione. Io non poteva deviarne menomamente senza che gli affratellati sorgessero a rinfacciarmelo. Poi, io ero circondato d'uomini i quali m'erano amici, e usavano liberamente dei diritti dell'amicizia, e accessibile a tutti e in tutte le ore. Era in sostanza un lavoro collettivo fraterno nel quale chi dirigeva s'assumeva più ch'altro il privilegio d'incorrere il biasimo, le opposizioni e la persecuzione per tutti.

Fermo nell'idea d'iniziare la doppia nostra missione segreta e pubblica, insurrezionale ed educatrice, mentr'io dava opera assidua, come dirò poi, all'impianto dei Comitati dell'Associazione in Italia, m'affrettai a stampare il manifesto della GIOVINE ITALIA, _raccolta di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia, tendente alla sua rigenerazione_. Noi non avevamo mezzi pecuniarî. Io andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che mi veniva dalla famiglia: i miei amici erano tutti esuli e dissestati in finanza. Ma ci avventurammo, fidando nell'avvenire e nelle sottoscrizioni volontarie che dovevano venirci se i nostri principî tornavano accetti. Il Manifesto escì sul finire, a quanto ricordo, del 1831. Gli tenne dietro di poco, nel 1832, il primo fascicolo.

MANIFESTO

DELLA

GIOVINE ITALIA

Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano, noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.

Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette: dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno, quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.

I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi l'urgenza dell'istruzione.

La verità è una sola. I principî che la compongono sono pochi: enunciati per la più parte. Bensì le applicazioni, le deduzioni, le conseguenze de' principî sono molteplici; nè intelletto umano può afferrarle tutte ad un tratto, nè afferrate, comprenderle intelligibili e coordinate, in un quadro limitato e assoluto. I potenti d'ingegno e di core cacciano i semi d'un grado di progresso nel mondo; ma non fruttano che per lavoro di molti uomini ed anni. La umanità non si educa a slanci; ma per via d'applicazioni lunghe e minute, scendendo a particolari e paragonando fatti e cagioni, impara le sue credenze. Un Giornale, opera successiva, progressiva e vasta di proporzioni, opera di molti che convengono a un fine determinato, opera, che non rifiuta alcun fatto, bensì li segue nell'ordine del tempo e li afferra, e ne trae, svolgendoli per ogni lato, l'azione de' principî immutabili delle cose, sembra il genere più efficace e più popolare d'insegnamento, che convenga alla moltiplicità degli eventi, e alla impazienza dei nostri tempi.

In Italia come in ogni paese che aspira a ricrearsi v'è un urto di elementi diversi, di passioni che assumono forme varie, d'affetti tendenti in sostanza a uno stesso fine, ma con modificazioni presso che all'infinito. Molti, anime alteramente sdegnose, abborrono lo straniero, e gridano libertà soltanto perchè lo straniero la vieta. Ad altri la idea della riunione d'Italia sorride unica, nè ad essi increscerebbe il concentrarne le membra sotto l'impero d'una volontà forte, foss'anche di tiranno cittadino, o straniero. Alcuni paurosi delle grandi scosse, e diffidando di potere senza lunghi travagli soffocare ad un tratto tutti quanti gl'interessi privati e le gare di provincia a provincia, si arretrano davanti al grido d'unione assoluta, e accetterebbero una divisione che minorasse non foss'altro il numero delle parti. Pochi intendono, o pajono intendere la necessità prepotente, che contende il progresso vero all'Italia, se i tentativi non s'avviino sulle tre basi inseparabili dell'Indipendenza, della Unità, della Libertà. Pur questi pochi aumentano ogni dì più, e assorbiranno rapidamente tutte l'altre opinioni. L'abborrimento al Tedesco, la smania di scuotere il giogo, e il furore di Patria sono passioni universalmente diffuse, e le transazioni, che la paura, e i falsi calcoli diplomatici vorrebbero persuaderci, sfumeranno davanti alla maestà del voto nazionale. Però la questione sotto questo aspetto vive e s'agita fra l'ardire generoso che tenta il moto, e la tirannide che fa l'ultime prove e le più tremende.

Non così sui mezzi, pei quali può conseguirsi l'intento, e tramutarsi la insurrezione in vittoria stabile ed efficace. Una classe di uomini influenti per autorità e per ingegno civile contende doversi procedere nella rivoluzione colle cautele diplomatiche, anzichè colla energia della fede, e d'una irrevocabile determinazione. Ammettono i principî, rifiutano le conseguenze; deplorano i mali estremi, e proscrivono gli estremi rimedî: vorrebbero condurre i popoli alla libertà coll'arti, non colla ferocia della tirannide. Nati, cresciuti, educati a' tempi, nei quali la coscienza degli uomini liberi era in Italia privilegio di pochi, diffidano della potenza d'un popolo che sorge a rivendicare gloria, diritti, esistenza; diffidano dell'entusiasmo, diffidano d'ogni cosa, fuorchè dei calcoli de' gabinetti che ci hanno mille volte venduti, e dell'armi straniere che ci hanno mille volte traditi. Non sanno che gli elementi d'una rigenerazione fermentano in Italia da mezzo secolo, e ch'oggi il desiderio del meglio è fremito di moltitudini. Non sanno che un popolo schiavo da molti secoli non si rigenera se non colla virtù, o colla morte. Non sanno che ventisei milioni d'uomini, forti di giustizia, e di una volontà ferma, sono invincibili. Diffidano della possibilità di riunirli tutti ad un solo voto; ma essi, tentarono forse l'impresa? Si mostrarono decisi a sotterrarsi per essa? Bandirono la crociata italiana? Insegnarono al popolo che non v'era se non una via di salute; che il moto operato per esso dovea sostenersi da esso; che la guerra era inevitabile, disperata, senza tregua fuorchè nel sepolcro, o nella vittoria? No: ristettero quasi attoniti della grandezza dell'opera, o camminarono tentennando, come se la via gloriosa che essi calcavano fosse via d'illegalità, o di delitto. Illusero il popolo a sperare nell'osservanza di principî ch'essi traevano dagli archivi de' congressi o da' gabinetti: addormentarono l'anime bollenti, che anelavano il sacrificio fecondo, nella fede degli ajuti stranieri: consumarono nella inerzia, o in discussioni di leggi che non sapevano come difendere, un tempo che doveva consecrarsi tutto a fatti magnanimi, e all'armi. Poi, quando delusi nei loro calcoli, traditi dalla diplomazia, col nemico alle porte, colla paura nel core, non videro che una via d'ammenda generosa all'errore, la morte su' loro scanni, rinnegarono anche quella, e fuggirono. Ora negano la fede nella nazione, mentr'essi non tentarono mai suscitarla coll'esempio: deridono l'entusiasmo, ch'essi hanno spento coll'incertezza e colla codardia. Sia pace ad essi però che non traviarono per tristo animo; ma dovevano essi assumere il freno d'una intrapresa, che non s'attentavano neppure di concepire nella sua vasta unità?

Ma nelle rivoluzioni ogni errore è gradino alla verità. Gli ultimi fatti hanno ammaestrato la crescente generazione più che non farebbero volumi di teoriche, e noi lo affermiamo, coi moti Italiani del 1831, s'è consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato.

Forse a convincere gl'Italiani, che Dio e la fortuna stanno coi forti e che la vittoria sta sulla punta della spada, non nelle astuzie de' protocolli, si volea quest'ultimo esempio, dove la fede giurata sui cadaveri di sette mila cittadini fu convertita in patto d'infamia e di delusione. Forse a insegnare che un popolo non deve aspettare libertà da gente straniera, non bastava la vicenda di dieci secoli, nè il grido dei padri caduti maledicendo: e si voleva lo spergiuro d'uomini liberi insorti sei mesi prima contro ad uno spergiuro, poi l'esilio, le persecuzioni, e lo scherno. Ora, l'Italia del XIX secolo sa che la unità dell'impresa è condizione senza la quale non è via di salute: che una rivoluzione è una dichiarazione di guerra a morte fra due principî: che i destini dell'Italia hanno a decidersi sulle pianure Lombarde, e la pace a fermarsi oltre l'Alpi: che non si combatte, nè si vince senza le moltitudini, e che il segreto per concitarle sta nelle mani degli uomini che sanno combattere e vincere alla loro testa: che a cose nuove si richiedono uomini nuovi, non sottomessi all'impero di vecchie abitudini o di antichi sistemi, vergini d'anima e d'interessi, potenti d'ira e d'amore, e immedesimati in una idea: che il segreto della potenza sta nella fede, la virtù vera nel sagrificio, la politica nell'essere e mostrarsi forti.

Questo sa la Giovine Italia, e intende l'altezza della sua missione, e l'adempirà, noi lo giuriamo per le mille vittime, che si succedono instancabili da dieci anni a provare, che colle persecuzioni non si spengono, bensì si ritemprano le opinioni: lo giuriamo per lo spirito che insegna il progresso, pei giovani combattenti di Rimini, pel sangue de' martiri Modenesi. V'è tutta una religione in quel sangue: nessuna forza può soffocare la semenza di libertà, però ch'essa ha germogliato nel sangue dei forti. Oggi ancora la nostra è la religione del martirio: domani sarà la religione della vittoria.

E a noi giovani, e credenti nell'istessa fede, corre debito di soccorrere alla santa causa in tutti i modi possibili. Poichè i tempi ci vietano l'opre del braccio, noi scriveremo. La Giovine Italia ha bisogno d'ordinare a sistema le idee che fremono sconnesse e isolate nelle sue file: ha bisogno di purificare d'ogni abitudine di servaggio, d'ogni affetto men che grande, questo elemento nuovo e potente di vita che la spinge a rigenerarsi: e noi, fidando nell'ajuto Italiano, tenteremo di farlo: tenteremo di farci interpreti di quanti bisogni, di quante sciagure, di quante speranze costituiscono la Italia del secolo XIX.

Noi intendiamo di pubblicare, con forme e patti determinati, una serie di scritti tendenti a cotesto scopo, e a norma de' principî che abbiamo accennati.

Noi non rifiuteremo gli argomenti filosofici, e letterarî: l'unità è prima legge dell'intelletto. La riforma d'un popolo non ha basi stabili se non posa sull'accordo nelle credenze, sul complesso armonico delle facoltà umane; e le lettere, contemplate come un sacerdozio morale, sono espressione della verità dei principî, mezzo potente di incivilimento.

Rivolti principalmente all'Italia, noi non ci allargheremo nella politica forestiera e negli eventi europei, se non quanto giovi a promuovere la educazione e l'esperienza italiana, se non quanto giovi ad accrescere infamia agli oppressori del mondo, o a stringer più fermo il vincolo di simpatia che deve raccogliere in una fratellanza di voti e d'opere gli uomini liberi di tutte le contrade.

Una voce ci grida: la religione della umanità è l'Amore. Dove due cori battono sotto lo stesso impulso, dove due anime s'intendono nella virtù, ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell'epoca, il voto dell'associazione universale tra' buoni; ma un sangue gronda dalle piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo dimenticare ad un tratto. L'ultima voce dei traditi si frappone tra noi e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti, o sprezzati. Il perdono è la virtù della vittoria. L'amore vuole equilibrio di potenza e di stima. Però, noi, rifiutando pur sempre l'ajuto e la compassione dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col mostrarci, non foss'altro, quali noi siamo, nè ciechi nè vili, ma sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia. L'Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti, passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite: mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che correvano a' popoli verso di noi, e gl'inganni che ci han posto in fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo i documenti della nostra condizione, delle nostre passioni, e delle nostre virtù: scenderemo nelle fosse riempiute dell'ossa de' nostri martiri, e scompiglieremo quell'ossa, ed evocheremo que' grandi sconosciuti, ponendoli davanti alle nazioni, come testimonî muti dei nostri infortunî, della nostra costanza, e della loro colpevole indifferenza. Un gemito tremendo di dolore, e d'illusioni tradite sorge da quella rovina, che l'Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina si diffondeva ad essa due volte il raggio dell'incivilimento, e della libertà. E noi lo raccorremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa, ond'essa v'impari tutta l'ampiezza del suo misfatto, e diremo a' popoli: queste son l'anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra che avete condannata alla solitudine e all'eternità del servaggio! (1831).

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Le obbiezioni a noi più frequenti movevano, singolare a dirsi, dalla credenza radicata nei più tra gli uomini delle insurrezioni passate e nei mezzi ingegni della Penisola, che l'Unità fosse utopia ineseguibile e avversa alle tendenze storiche degli Italiani. Tra gli oppositori e me il fatto ha deciso. Ma allora, quando il dissenso era nelle classi dette educate, pressochè universale--quando i Governi di tutta Europa mantenevano la teoria di Metternich che facea dell'Italia una espressione puramente _geografica_, e gli uomini più noti in Francia ed altrove per tendenze repubblicane ostili ai Trattati e invocanti rivoluzione parteggiavano pel _federalismo_ come solo possibile tra noi--le cagioni di dubbio erano molte davvero. Armand Carrel e gli uomini del _National_ insinuavano i vantaggi delle confederazioni in Italia, nella Spagna, in Germania. Buonarroti e gli uomini che cospiravano intorno a lui erano teoricamente favorevoli alle Unità Nazionali; ma la loro decisione irrevocabile, intollerante, che nessun popolo dovesse mai movere se non dopo la Francia, rendeva illusoria l'idea e minacciava spegnerla in germe. Il vero è che mancava a tutti in quel periodo di concitamento europeo l'intuizione dell'avvenire. Il moto era, più che d'altro, di libertà. Pochi intendevano che libertà vera e durevole non può conquistarsi all'Europa se non da popoli compatti, forti, equilibrati di potenza e non ridotti dal terrore d'una invasione a mendicare con turpi concessioni un'alleanza proteggitrice o sviati da speranze d'ajuti per lo scioglimento d'una od altra questione territoriale a imparentare la libertà propria coll'altrui dispotismo: pochissimi intendevano che l'invocata associazione dei popoli pel progresso ordinato e pacifico dell'Umanità tutta quanta esigeva prima condizione _che i popoli fossero_. E popoli non sono dove pel congiungimento forzato di razze o famiglie diverse manca l'unità della fede e dell'intento morale che soli costituiscono le nazioni. Il riparto d'Europa, come i Trattati del 1815 l'avevano sancito, frapponeva, colla eccessiva potenza degli uni e la debolezza degli altri, colla necessità d'appoggiarsi a ogni patto su qualunque grande Potenza s'offrisse creata ai piccoli Popoli e col germe delle divisioni interne lasciato vivo in seno a quasi ciascuna Nazione, un ostacolo insormontabile a ogni sviluppo normale e securo di libertà. Rifare la Carta d'Europa e riordinare i popoli a seconda della missione speciale assegnata a ognun d'essi dalle condizioni geografiche, etnografiche, storiche, era dunque il primo passo essenziale per tutti. A me la questione delle Nazionalità pareva chiamata a dare il suo nome al secolo e restituire all'Europa una potenza d'_iniziativa_ pel bene che non esisteva più da quando Napoleone aveva, cadendo, conchiuso un'epoca intera. Ma quei presentimenti non erano se non di pochissimi. Quindi la questione d'Unità che stava in cima de' miei pensieri non era guardata siccome importante, e gli ostacoli apparenti inducevano facilmente i nostri a sagrificarla. In Francia l'istinto, inconsciamente dominatore non delle moltitudini, ma degli ingegni, accarezzava allora, come sempre, teorie e disegni che miravano a ordinare intorno alla Francia Una e forte, libere, ma deboli confederazioni.

Bensì, a me per verificare le probabilità del mio concetto importava, più assai che non il voto dei mezzi ingegni stranieri e nostri, l'istinto delle moltitudini e dei giovani ignoti a contatto con esse in Italia. Mi diedi dunque, tra un articolo e l'altro, a impiantare l'Associazione segreta. Mandai Statuti, Istruzioni, avvertenze d'ogni genere ai giovani amici lasciati in Genova e in Livorno. Là, mercè i Ruffini in Genova, Bini e Guerrazzi in Livorno, s'impiantarono le prime _Congreghe_. Così chiamavamo con nome desunto dai ricordi di Pontida i nostri nuclei di direzione.

L'ordinamento era, quanto più si poteva, semplice e schietto di simbolismo. Respinta l'interminabile gerarchia del Carbonarismo, l'associazione non avea che due gradi: _Iniziatori_ e _Iniziati_: erano _iniziatori_ quanti, oltre la devozione ai principî, avevano intelletto abbastanza prudente per scegliere nuovi membri da affratellarsi; _iniziati_ semplici gli uomini ai quali era sottratta la facoltà di affigliare. Un Comitato Centrale all'estero, destinato a tenere sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più vincoli fosse possibile tra l'Italia e gli elementi democratici stranieri, e a dirigere generalmente l'impresa:--Comitati interni, dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei capoluoghi delle provincie importanti:--un Ordinatore in ogni città posto a centro degli _Iniziatori_:--poi gli affratellati divisi in drappelli ineguali di numero capitanati dagli Iniziatori;--era questa l'ossatura della _Giovine Italia_. La corrispondenza correva quindi dagli Iniziati agli Iniziatori, da questi, separatamente per ciascuno, all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro circoscrizione, dalle Congreghe al Comitato Centrale. Eliminati come soverchiamente pericolosi i segni di conoscimento tra gli affratellati, una parola convenuta, una carta tagliuzzata, un tocco speciale di mano accreditavano i viaggiatori dal Comitato Centrale ai Comitati provinciali e da questi a quello: mutabili per trimestre. Le contribuzioni mensili, alle quali ogni affratellato s'astringeva a seconda dei mezzi, rimanevano pei due terzi nelle Casse dell'interno: un terzo rifluiva, o più esattamente dovea rifluire nella Cassa Centrale per supplire alle spese d'ordine generale. La stampa doveva alimentarsi da sè colla vendita degli scritti. Un ramoscello di cipresso era, in memoria dei Martiri, il simbolo dell'Associazione. Il motto generale ORA E SEMPRE accennava alla costanza necessaria all'impresa. La bandiera della _Giovine Italia_ portava da un lato, scritte sui tre colori italiani, le parole: LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ e dall'altro: UNITÀ e INDIPENDENZA: indicatrici le prime della missione internazionale Italiana, le seconde della nazionale. DIO e l'UMANITÀ fu fin dai primi giorni dell'Associazione la formola da essa adottata in tutte le sue relazioni esterne: DIO E IL POPOLO la formola per tutti i lavori risguardanti la Patria. Da questi due principî, applicazioni a due sfere diverse d'un solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le Associazioni politiche di quel tempo, la _Giovine Italia_ mirava a comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita Nazionale e a dirigerle tutte, dall'alto d'un principio religioso: _la missione fidata alla creatura_, verso un unico fine, l'emancipazione della Patria, e il suo affratellamento coi Popoli liberi.

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Le istruzioni che io in quel primo periodo dell'Associazione andava inculcando ai Comitati, agli Ordinatori e a quanti giovani venivano a contatto con me, erano in parte morali, in parte politiche.