Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 6
Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura, incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre, splendido tuttavia malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di passioni, feroci o stolte, poichè i tempi contendono l'altre, ma che sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poichè la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza? Non v'è sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi; riunisci le membra sparte e pronuncia: _È mia tutta e felice_; tu sarai grande siccome è Dio creatore e venti milioni d'uomini esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto sulla terra?
Sire! voi la nutriste cotesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi divoraste i sonni di molte notti dietro a quell'unica idea; voi vi faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v'è carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I tempi allora furono avversi; ma perchè dieci anni e una corona precaria avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle vostre notti? Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi! La posterità perdona ogni cosa a un re fuorchè la viltà; e che cosa è l'uomo che può esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani; e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori de' popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutte quante le generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto fa battere i cuori delle migliaja? Che il sole d'Italia non abbia a fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino tuttavia, un principe italiano non mai!
Sire! se veramente l'anima vostra è morta a' forti pensieri, se non avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino de' re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi: curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno vero, perchè un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, ch'ei medita dal 1814 in poi.
Che se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi sentite sorger dentro una voce che grida: _tu eri nato a qualche cosa di grande_; oh! seguitela quella voce; è la voce del genio; è la voce del tempo che v'offre il suo braccio a salire di secolo in secolo alla eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola, una sola parola, per farsi vostra.
Proferitela questa parola!
L'Austria vi minaccia i dominî, minaccia Italia intera colle pretese, colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingojarvi essa non attende che un'occasione.
La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione dei principî, coll'azione delle sue società, colla necessità prepotente che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle coll'armi.
L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle associazioni segrete che han due volte tentata la libertà della patria, che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.
Sire! respingete l'Austria,--lasciate addietro la Francia,--stringetevi a lega l'Italia.
Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: _Unione, Libertà, Indipendenza!_ Proclamate la santità del pensiero! Dichiaratevi vindice, interprete de' diritti popolari, rigeneratore di tutta l'Italia. Liberate l'Italia dai barbari! Edificate l'avvenire! Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un'era da voi: siate il Napoleone della libertà italiana! L'umanità tutta intera ha pronunciato: _i re non mi appartengono_; la storia ha consecrato questa sentenza coi fatti. Date una mentita alla storia e all'umanità: costringetela a scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini: _v'è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti milioni di uomini liberi che scrissero sulla base_: A Carlo Alberto, nato re, l'Italia rinata per lui!
Sire! La impresa può riescir gigantesca per uomini che non conoscono calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gl'imperi, non sanno altra via, che quella di negoziati e d'ambascerie. È via di trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione vostra, convincervi fortemente d'esser consecrato ad un'alta missione, procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L'opinione, Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si compiono coi protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.
I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che combatte per l'esistenza politica e la libertà. Suscitate l'entusiasmo, e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d'Italia farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne, delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha proclamati grandi d'intelletto, forti di coraggio; incontaminati d'avarizia e di basse ambizioni. Ispirate la confidenza nelle moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e invocando l'ajuto di tutti gli uomini liberi.
Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza, confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare tutti quei troni che non s'appoggiano sulle bajonette straniere. Caddero, Sire, ma voi sapete il perchè: caddero traditi, venduti, perchè lottavano coi governi, e combattevano coll'armi de' generosi, e colla innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll'oro, colle seduzioni, colla perfidia, coll'arti inique del delitto nascosto. Caddero perchè mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso? Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai piedi le loro vite per pagarvi del beneficio d'aver creata un'idea sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza, la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d'intorno a voi: noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre bandiere i piccoli Stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i vantaggi che nascono dall'unione: provocheremo le sottoscrizioni nazionali, i doni patriotici: predicheremo la parola che crea gli eserciti, e, dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero, condurremo le masse alla guerra contro i barbari come a una santa crociata. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocchè noi siam di quel popolo, che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore di Francia e d'Europa.
Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere scegliere il momento è riposta la somma delle cose; ed ora è il momento: ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli eserciti dalle opinioni e da' morbi, screditata in faccia all'Europa, ha d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:--ora che la Prussia è agitata da terrori di sommosse all'interno, e costretta a serbar le sue forze per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento all'altro:--ora che l'Inghilterra è condannata all'inerzia, finchè non sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale aristocrazia. E la nazione francese è per voi. Or che temete? Il Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso, composto di parti eterogenee, minato in Galizia, nella Ungheria, nella Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non è forte se non dell'inerzia, e perchè altri è debole. Gridategli guerra e assalite: l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici come a' tempi di Federigo e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi de' gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada. Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l'avrete fatto colla vittoria.
Sire! e' m'è forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è sorto, perchè, salutandovi, salutavano la speranza, perchè il vostro nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del furore sottentrerà ad una gioja che non guarda se non al futuro. Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre, perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo e il secolo li affogherà. Han detto: chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli, morranno esecrati e rejetti. Ma voi, Sire, siete vergine di delitto regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al voto del secolo che la grand'anima sua intravedeva, impallidiva Napoleone quando il diciotto brumajo lo costituiva in contrasto colla libertà nella sala de' Cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone impallidì: ma pochi anni dopo, egli commentava dolorosamente nell'isola di Sant'Elena quel pallore, proferendo le memorande parole: _j'ai heurté les idées du siècle, et j'ai tout perdu_.
Sire! per quanto v'è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo tedesco insultò al principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo _re d'Italia_. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete quella corona: essa è vostra, purchè vogliate.
Attendete le solenni promesse.--Conquistate l'amore de' milioni. Tra l'inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il primo. Liberate l'Italia dai barbari e vivete eterno!
Afferrate il momento.
Un altro momento, e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo di Nassau!
Sire! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità proclamerà in voi--il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni Italiani.--Scegliete! (1831).
UN ITALIANO.
* * * * *
La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni del Libri.
Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità, comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi, era, era sul campo della politica _pratica_, ciò che gli uomini battezzano, sorridendo, del nome _utopia_. Nessuno la sospettava possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era universalmente _federalista_. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la questione di _libertà_ preoccupava più assai le menti che non quella della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi se non dai _diritti_ dell'individuo o dal principio d'una comune missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me la dottrina dei _diritti_, dottrina americana, inglese, francese del XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei Popoli.
Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a' primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di Buonarroti chiamata degli _Apofasimèni_. Era un ordinamento militare complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa; e mancava inoltre d'un principio _morale_ predominante. Ora, io non concepiva una Associazione se non come _educatrice_ a un tempo e insurrezionale. L'armonia fra il _pensiero_ e l'_azione_ signoreggiava in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O gli _Apofasimèni_, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi, parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo, spie.
L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese, tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva, allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri chiamava _teorica_ di Machiavelli non era per me che Storia e Storia d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'_iniziativa_ Italiana e a ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra all'idolatria degli _interessi_ immediati e sostituirle il culto dei principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe, quando che fosse, vittoria.
La Carboneria--traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano nella mente allora e mi determinarono a fondare la _Giovine Italia_--la Carboneria m'appariva come una vasta associazione _liberale_, nel senso attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio. Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti, s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera _Indipendenza e Libertà_; di definire il come dovesse intendersi e provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano--e il paese era per essi nell'alte classi della società--deciderebbe più tardi. La parola _unione_ fu similmente sostituita alla parola _Unità_, e il campo lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.
La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione, ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un _principio_, s'era data a cercarla in un _uomo_, in un principe. Ed era stata la sua rovina..............
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