Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 57
«L'_interprete_ della Legge fu problema continuo all'Umanità. Ogni epoca storica lo sciolse diversamente. Un'epoca affidò l'interpretazione della Legge al Capo, qualunque si fosse: un'altra al sacerdozio, fatto casta e sommato nel papa: la terza a un numero definito di famiglie regali preordinate per diritto divino a dirigere l'Umanità. La formola italiana affida l'interpretazione della Legge al Popolo, cioè alla Nazione, all'Umanità collettiva, all'Associazione di tutte le facoltà, di tutte le forze, coordinate da un Patto.
«La formola Italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto proprio tra Dio padre e ispiratore della Umanità e l'Umanità stessa.
«Tutte le caste desumono la loro origine dalla credenza in una rivelazione immediata, limitata, arbitraria. La formola Italiana, sostituisce a questa la rivelazione continua, progressiva, universale di Dio attraverso l'Umanità; re, papi, patriziati, sacerdozi privilegiati spariscono. La formola Italiana, generalizzata da una Nazione all'associazione delle Nazioni, dichiara fondamento d'una teoria della Vita: _Dio è Dio, e la Umanità è il suo Profeta_.
«La formola Italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente, esclusivamente repubblicana; non può uscire che da credenza repubblicana; non può inaugurar che repubblica.
«La formola Francese, non accennando alla sorgente eterna della Legge, ha potere per difendere, colla forza, col terrore, non coll'educazione, alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, mal ferma sull'avvenire. Non definendo l'_interprete_ della Legge, lascia schiuso il varco agli interpreti privilegiati, papi, monarchi o soldati. Quella formola potè nascere dagli ultimi aneliti d'una monarchia: sussistere ipocritamente in una repubblica che strozzava la libertà repubblicana di Roma: soccombere sotto il nipote di Napoleone, che dichiarava: _io sono il migliore interprete della legge: io sarò tutore alla libertà, all'eguaglianza, alla fratellanza dei milioni_.
«Nè papa nè re potrebbe assumere coi repubblicani italiani linguaggio siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: _non conosciamo interpreti intermediarî, privilegiati, tra Dio e il popolo; scendi ne' suoi ranghi ed abdica_.
«Più altre differenze contrassegnano le due formole, che rappresentano l'iniziativa francese e l'iniziativa italiana: ma quest'una accennata parmi la più importante. Sgorga evidente dalle due parole. E nondimeno fu sin qui trascurata. Taluno propose di sostituire: _Dio e Legge_, ciò che vorrebbe dire: _legge e legge_. Tal altri affermò la formola identica a quella: _Dio e Libertà_; non s'avvedendo che la _libertà_ non rappresenta se non l'_individuo_: che la parola dell'epoca nascente è _associazione_, e che il termine _Popolo_, termine collettivo e sociale, indica che solamente coll'associazione può compirsi la Legge, il Progresso. Ma è vezzo inconscio, tuttavia radicato nei nostri migliori, di serbare ogni potenza di sofismi e d'esame contro qualunque idea vesta forma italiana, e d'accettar ciecamente ogni formola che vien di Francia.
«Del resto, su tema siffatto occorrerebbero libri; ed oggi, a fronte delle fucilazioni di Mantova, ogni italiano che abbia sangue nelle vene e fremito di patria e coscienza del suo diritto e fede nel popolo, che confuse tutti i sistemi poco più di tre anni addietro, ha da far cartuccie dei libri.
«_1.º febbrajo._»
[57] _Precis de l'Art de la Guerre_, Vol. I, Art. VIII.
[58] Vedi Vol. VIII delle _Opere complete_.
[59] Proclama del 6 marzo.
[60] Proclama dell'11 marzo.
[61] _Ma part aux événements de l'Italie Centrale en 1831_.--Par le général ARMANDI.--Paris, 1831.
[62] Processo verbale della sessione del 25 marzo.
[63] Byron, Childe Harold; c. IV.
[64] Uno straniero, Carlo Didier di Ginevra, scrittore caldo e valente, che guarda all'Italia con tanto amore che noi possiam dirla una seconda patria per lui, ha toccato, confutandole in un discorso intitolato _I tre principî, ossia Roma, Vienna e Parigi_, queste due ipotesi dell'Austriaco, e del Papa, regnatori unici in Italia per consenso italiano.--Noi non le reputiamo ipotesi pericolose in Italia; e però rimandiamo al discorso citato i pochissimi che le accarezzano. L'una è un anacronismo di secoli; l'altra è peggiore e frutterebbe infamia a chi s'attentasse di predicarla.--Il discorso verrà, spero, tradotto e pubblicato dal benemerito Ruggia e gl'Italiani vedranno il nostro simbolo uscire limpido e intero dalla bocca dello straniero. A me è dolce afferrare questa occasione per attestare affetto e riconoscenza al Didier. S'egli scorrerà queste pagine, io so che il core gli balzerà di gioja in veggendo che nella terra ch'egli ama le massime di rigenerazione da lui predicate germogliano nelle anime giovani e si tenta diffonderle, se non con l'ingegno ch'egli ha, con tutto l'ardore di religione, ch'egli può desiderare agl'Italiani. Son tanti gli scrittori francesi ed altri, che insultano, travedendo o deliberatamente, alla Italia, che quando ci vien fatto d'abbatterci in taluno che le porge una mano d'amore e un consiglio, noi proviamo una sensazione simile a quella che produce nell'esule l'ospitalità data senza fasto d'orgoglio, senza affettazione di pietà.
[65] Questo indirizzo, steso nella nostra favella, venne deliberato dal Comitato Polacco alla _Giovine Italia_. Dall'epoca di quest'indirizzo le persecuzioni dello Czar ottennero l'intento anche in Francia, e i membri del Comitato andarono dispersi per ordine ministeriale.
[66] Fu discussa più volte e da gravi uomini nell'America; ma per le condizioni particolari v'assunse aspetto singolarmente locale: i _Federalisti_ in America combattono acremente per la _centralizzazione_; tra noi contro--e d'altra parte quegli scritti son poco noti. In Francia s'agitò la questione, ma combattendo: gli animi insospettiti delle molte insidie, irritati dai pericoli, erano tratti a vedervi questione di vita o di morte; però dove gli argomenti non soccorrevano pronti o non erano intesi, suppliva la scure. In Italia pochi la esaminarono a fondo. MELCHIORRE GIOIA toccò, non certo esaurì tutti i punti importanti nella dissertazione: _Quale dei governi liberi meglio convenga all'Italia_, e opinò pel sistema unitario.
Il capitolo I del libro IX dell'_Esprit des lois_, dove Montesquieu sembra proporre la federazione come il miglior dei governi, è superficiale come sono pur troppo molti capitoli del suo libro nei quali ei tocca questioni d'ordine generale: alcune asserzioni non convalidate da prove, e un esempio che conclude forse a suo danno, forman quel capitolo: vedi più giù.--È cosa notabile che nè Voltaire, nè Elvezio, nè quanti hanno gremito di note e osservazioni minuziose e talora pur cavillose ogni linea del testo di Montesquieu, abbiano trovato in quel capitolo argomento d'una sola considerazione; e può trarsene come--da Rousseau in fuori--i _critici_ del secolo XVIII s'addentrassero nella politica organica.
[67] Tranne Brizzot e pochissimi dei minori, gli uomini della Gironda non parteggiarono teoricamente e assolutamente pel sistema federativo. L'accusa data ad essi dalla _Montagna_ dura tuttavia accettata senza esame dai più, forse perchè la condanna e il supplizio tennero dietro all'accusa, e i più danno giudizio sul fatto, non sul diritto. Ma la loro non fu opposizione di sistema, bensì opposizione di circostanza. A molti di quei che oggi ancora si citano _federalisti_, il pensiero di rompere l'unità della Francia s'affacciava delitto capitale. La questione tra gli uomini della _Montagna_ e della _Gironda_ era ben altra: due sistemi diversi di rivoluzione cozzavano in essi, e il _federalismo_ non fu che un'arme di quella guerra. I _Girondini_ contrastarono il dominio a Parigi, tentarono la sollevazione delle provincie; ma perchè Parigi era a quei giorni la Convenzione, e la Convenzione era la _Montagna_; perchè volendo pur combattere il sistema della Montagna, vinti in Parigi non potevano che cercare un rifugio nell'influenza onde godevano tuttavia nei dipartimenti. Predicarono Lione, ma perchè ivi si trasportasse una Convenzione come la volevano; nè ad essi cadde in pensiero di smembrare la Francia--nè ad alcuno mai fuorchè ai re della Lega, e a pochi illusi ed iniqui che v'intravvedono anch'oggi il ritorno dei Borboni cacciati. La sentenza pronunciata dalla Convenzione fu giusta, però che in essa risiedeva la rivoluzione--e la guerra tra la rivoluzione e chi s'attraversa, è guerra mortale. Ma il _federalismo_ fu pretesto alla sentenza che i posteri non hanno a ratificare.
[68] L'ordinamento federativo non vieta e non inchiude la libertà, non ha che fare colla costituzione interna di ciascuna delle repubbliche _unitarie_ che compongono la federazione. Dalla interna costituzione dipende la maggiore o minore libertà che spetta a ciascuna: dal sistema che le unisce tutte, la maggiore o minore durata della libertà stabilita. La questione della libertà interna s'agita negli attributi della potestà centrale, nel diritto d'intervento accordato al governo negli affari spettanti ai singoli membri dell'associazione: questione che non può sciogliersi se non colla Legge che provvede all'ordinamento dei comuni e dei municipî: questione estranea a questa del sistema unitario o federativo, che non tocca la costituzione interna. Le libertà comunali e municipali possono essere affogate o svincolate dalla _centralizzazione_ in ognuno dei diversi Stati confederati. Soltanto quei che cercano nella federazione una più forte tutela a siffatte libertà, non s'avvedono che raddoppiano, invece di scemarli gli ostacoli. Ad ogni Stato, membro della confederazione, è forza infatti porsi in guardia contro gli abusi del governo centrale della federazione, e contro a quei del governo particolare a ciascuno laddove uno almeno dei due nemici è soppresso dall'unità.
Giova notar fin d'ora la confusione che molti fanno di due questioni radicalmente diverse, quella della _centralizzazione_ e quella dell'_unità_--e ne toccheremo più giù.
[69] Il _materialismo_, che nei secoli di servaggio s'è abbarbicato, assumendo aspetto d'_opposizione_, alle menti Italiane, ed ha invaso, isterilendole, letteratura, storia, filosofia, ha generato una politica, pretesa _sperimentale_, vero _mare morto_, i cui frutti gettati qua e là sulle spiaggie si risolvono in cenere: politica che abborrendo dai vasti principî _sintetici_, stendardo dei grandi periodi d'incivilimento, s'aggira nei fatti, come l'anatomia tra gli scheletri, e li esamina freddi, muti, isolati, come la morte del passato li ha fatti, senza risalire dalle cagioni secondarie alle prime, senza risuscitarne la vita, senza pure intravvederne la connessione generale, e l'andamento progressivo; politica, il cui sommo risultato scientifico è quello della _vicenda alterna_ delle sorti e dei popoli, il cui sommo risultato morale è quello d'indurre negli animi una rassegnazione asiatica che soggiace ai fatti senza pure attentarsi di romperli o modificarli. È _dottrina_, che vive quasi esclusivamente di passato, e rinega l'avvenire: guarda con amore ai miglioramenti materiali, non s'avvedendo che dove questi non derivino dall'applicazione d'un principio morale, si rimangono sempre precarî, sottoposti all'ineguaglianza e all'arbitrio; e i dotti che la versano nei loro scritti s'arrestano a Machiavelli in politica, a Condillac in filosofia, ai teoremi d'Obbes in diritto sociale, e deliziandosi nelle ipotesi della guerra connaturale all'uomo, della forza costituente diritto, del clima padrone assoluto delle nazioni, sorridono all'altre del progresso, della umana perfettibilità, della fratellanza tra' popoli, dell'abolizione della pena di morte, come a sogni di cervelli esaltati e superficiali. E se la _dottrina_ che noi qui accenniamo abbia mai fruttato all'Italia altro che tiranni o misantropi, lo dicano i fatti ch'essi invocano onnipotenti. Per noi è dottrina spenta; il secolo la rinega, e contro il secolo non è forza che valga. Ma sentiamo il bisogno di protestare altamente, perchè presso alcuni, che si ostinano tuttavia a predicarla, veste aspetto autorevole dai nomi, e travia li inesperti, proponendosi dottrina italiana per eccellenza--Italiana la dottrina del materialismo politico filosofico sulla terra dove fremono l'ossa di Dante, di Bruno e di Vico!--italiana la dottrina ch'oggi ancora nel XIX secolo, pronuncia le assemblee deliberanti non convenire all'Italia per divieto di clima!--I giovani la indovineranno facilmente a un certo fare che piaggia, non emula Machiavelli, a un'affettazione della gravità non della semplicità antica, alla venerazione che trapela per le riforme principesche, pei consessi aristocratici, per le accademie, all'ira contro qualunque fa di sottrarsene, e più alle frasi _prepotenza di cose_, _onnipotenza di fatti_, _sogni utopistici_, e simili, che ricorrono ad ogni tanto nei volumi che le spettano.
Noi torniamo e torneremo sovente a quest'argomento, dovessimo anche esser tacciati di divagazioni, perchè più che discutere le questioni particolari, ci par giovevole d'adoprarci a che si formi dai giovani un _criterio_ politico.--In politica non si sragiona impunemente mai. Tutte le delusioni che pesano sulla Francia del luglio, e le comandano una seconda rivoluzione, non derivano che da un errore di raziocinio politico, che indusse a credere conciliabili due elementi necessariamente discordi, re e istituzioni repubblicane.
[70] La Lega anfizionica, costituita fra dodici popoli del nord della Grecia, aveva un Consiglio che si riuniva due volte l'anno in Delfo e in Antela, presso le Termopoli. Ventiquattro membri, due per ogni Stato, ciascuno con diritto di voto, lo componevano: poi crebbero i membri, non i voti. L'autorità del Consiglio fu sempre riconosciuta dai deboli, sprezzata dai forti. 354 anni prima di Cristo, i Focesi furono dal Consiglio condannati, come sacrileghi, ad una ammenda per avere lavorato terreni consacrati ad Apollo. Era delitto religioso e dovea trovar tutti uniti. Ma i Focesi corsero all'armi: la Grecia si divise a favore e contro; e la _guerra sacra_ durò dieci anni, spossò i Greci e li diede alle ambiziose tendenze del re dei Macedoni.
[71] _Rarus duabus tribusque civitatibus ad propulsandum commune periculum conventus: ita dum_ SINGULI _pugnant_, UNIVERSI _vincuntur_.--Tacito in Agric.--ed è la storia di tutte le federazioni.
[72] Neuchâtel apparteneva, quando fu pubblicato l'articolo, alla monarchia prussiana--1861.
[73] All'epoca in cui Gioia scriveva la sua dissertazione, _i politici d'Arcadia_ prevalevano ancora di tanto, ch'egli, non osando quasi enunziare i suoi dubî intorno alla Svizzera, li cacciava in nota, e in bocca a un amico suo viaggiatore. D'allora in poi le storie narrate da Svizzeri rivelarono nuda la condizione della contrada. Vedi fra tutte quella dello Zschokke.
[74] In una lettera del 25 ottobre 1770: _confesso che quanto ho veduto m'ha convinto della impossibilità di mantenere la libertà nostra_.
E altrove, accennando alle istituzioni abbracciate in comune dai confederati a vantaggio della nazione, soggiunge: _capitolo a farsi_.
[75] Bruges, Anversa, Amsterdam toccarono l'apogeo della prosperità commerciale prima della indipendenza ottenuta. Vedi tutti gli storici, e segnatamente il nostro Guicciardini.
[76] Rousseau, come Montesquieu, non pensava, trattando la questione, che alle repubbliche pagane e all'intervento diretto del popolo. Ed è vero che l'Attica, a cagion d'esempio, era già troppo vasta per quell'intervento: il popolo non poteva concorrere ad Atene se non di rado, e cedeva quindi inevitabilmente gran parte della propria autorità. E questo probabilmente il vizio interno accennato da Montesquieu.
[77] L'estremo della politica _materialista_ è toccato da chi desume, anche dopo i piroscafi e le vie ferrate, impossibile l'Unità dalla forma allungata dell'Italia, e in verità non merita confutazione.
[78] Inedito, 1861.
[79] _Etudes sur les constitutions des peuples libres._
[80] Dalle _Lettere sulle condizioni d'Italia_, già citate. Lettera I, maggio 1839, nel _Monthly Chronicle_.
[81] _Memoires de Napoléon._
[82] Dichiarazione di _Principî_ e non di _Diritti_. E questa sola distinzione basterà, se intesa e svolta a dovere, all'iniziativa Italiana in Europa. Il nostro Patto assumerà carattere religioso ed esprimerà le condizioni d'un'Epoca il cui _fine_ è l'_Associazione_. Le dichiarazioni di Diritti che tutte le Costituzioni s'ostinano a ricopiare servilmente dai Francesi non esprimevano se non quelle d'un'Epoca, compendiata--ed è gloria immortale per essa--dalla Francia, che avea per _fine_ l'individuo e non accennava se non a mezzo il problema.
[83] Accenno appena come spazio e tempo or concedono: ma questa dell'Educazione Nazionale è questione vitale, frantesa finora dai più, e merita un lavoro speciale ch'io tenterò in seguito. La teorica invalsa nelle nostre file della _libertà d'insegnamento_ e non altro, fu grido di guerra giusto e utile contro un monopolio d'educazione fidato ad Autorità rappresentanti il principio feudale e cattolico avverso da lungo al Progresso e incapace di dirigere le manifestazioni della vita nell'individuo e nell'Umanità. E anch'oggi dovunque importa rovesciare quella falsa _autorità_ e riconquistare alla società il diritto di fondarne un'altra che sia espressione dell'Epoca nuova, noi ci appiglieremo a quel grido. Ma ordinata la Nazione a libera vita sotto l'ispirazione d'una fede che abbia a propria insegna la parola PROGRESSO, il problema è mutato. La Nazione è un insieme di principî, di credenze e d'aspirazioni verso un fine comune accettato come base di fratellanza dalla immensa maggioranza dei cittadini. Concedere a _ogni_ cittadino il diritto di comunicare agli altri il proprio programma e contendere alla Nazione il dovere di trasmettere il suo è contradizione inintelligibile in chi vuole l'Unità Nazionale, ridicola in chi sancisce unità di monete, pesi e misure per tutti. L'unità _morale_ è ben altramente importante che non l'unità _materiale_; e senza Educazione Nazionale quell'Unità morale è impossibile: l'anarchia inevitabile. L'Educazione Nazionale è inoltre l'unica base di giustizia che possa darsi al Diritto Penale. Gli uomini che avversano il principio dell'Educazione Nazionale in nome dell'indipendenza dell'_individuo_ non s'avvedono ch'essi sottraggono il fanciullo all'insegnamento de' suoi fratelli per darne l'anima e l'indipendenza all'arbitrio tirannico d'un solo individuo, il padre. La _libertà_ e _l'associazione sono_, come dissi, ambo sacre, e ambo devono rappresentarsi: il Dovere sociale dalla trasmessione del Programma Nazionale: la libertà di progresso da quella di tutti gli altri programmi, la cui libera espressione deve essere protetta e confortata dallo Stato. All'individuo appartiene la scelta.
[84] Anche questo vorrebbe sviluppo, e farò di darlo in altro volume. Ricordo or soltanto che fin dalla fine dello scorso secolo, Vincenzo Coco avvertiva come una popolazione che non ha prodotto principale se non l'olio debba aspettarne il ricolto in novembre, un'altra vivente sulla pastorizia e sull'agricoltura raccolga i frutti del lavoro in luglio e, se in paese di fredde montagne, nel settembre, e mentre l'agricoltore ha in un solo giorno il prodotto delle fatiche dell'anno, gli incassi del manifatturiere sieno continui, e quei del commerciante si concentrino spesso ai pericoli delle fiere. E conchiudeva perchè fosse lasciato alle popolazioni il _modo_ di soddisfare al tributo imposto.
[85] Oggi non so quanti più, mercè l'infausta annessione di Nizza e Savoja.
[86] Quest'articolo è stato in gran parte tradotto dall'Autore stesso, come indicano le virgolette che segnano quella parte. (_Nota della Trad_.)
[87] Dall'_Apostolato Popolare_, aprile 1842.
[88] I fondatori dell'_Atelier_, della _Ruche_ e del _Travail_, tre giornali che in Francia rappresentano i voti ragionevoli degli operai, hanno deciso, tanto sentivano la necessità che noi predichiamo, che i soli operai sarebbero ammessi a esprimere i bisogni degli operai nelle loro colonne.
[89] Frammenti, dico, poi che la necessità di non trarre a pericolo uomini buoni o di non tradire segreti da' quali può, quando che sia, escir benefizio al paese, mi costringerà sovente a mutilar quelle lettere. Ma dove non militano quelle cagioni, io non ho stimato diritto mio di cancellare una sola sillaba, anche dove quel senso di pudore ch'è ingenito in ogni uomo mi suggeriva di farlo. Le lodi che a me si profondono nelle lettere dei due fratelli sono troppo apertamente immeritate da una vita composta d'una serie d'aspirazioni senza potenza di tradurle in atti, perch'io, esecutore testamentario, potessi, senza peccato, crearmi, sopprimendole, un merito di modestia. Ma in essi la riverenza a un esule e all'espressione costante di certe credenze, non menomata pur dall'idea che la costanza in esilio non frutta pericoli gravi, era indizio d'indole, ch'io non potrei cancellare, per motivi individuali, senza rimorso.
[90] Goethe.
[91] Era figlio di Côrso, ma nato in Cefalonia, da madre cefalèna.
[92] Sento tutta la gravità dell'accusa ch'io pubblico; ma questa mi sgorga da relazioni d'uomini informatissimi, non sospetti, e a' quali l'accusato, prima ch'essi raccogliessero dati positivi, era ignoto persin di nome. E nondimeno, io m'assumo fin d'ora l'obbligo, se potesse mai un giorno scolparsi, di fargli ammenda onorevole, ritrattandomi pubblicamente com'oggi accuso.
[93] Operajo. Era zoppo.
[94] Avrei vivamente desiderato trasmettere ai giovani il ritratto dei due fratelli, e ne ho fatto ricerca, ma invano. Attilio era di statura piuttosto alta; magro nella persona; calvo. Serio nell'aspetto, grave nei modi, pieno d'entusiasmo nel discorso, aveva del sacerdote nell'insieme: del sacerdote intendo come un giorno sarà. Emilio era piccolo e tendente al pingue: di modi semplici e volgenti a lietezza noncurante in ogni cosa che non toccasse che lui: d'indole indipendente, ma non col fratello ch'ei venerava.--Inserisco in calce allo scritto i loro proclami.
[95] Uomo inoltrato negli anni, avvocato, e figlio del Nardi che fu per pochi giorni dittatore in Modena nei moti del 1831.
[96] Rocca e Venerucci erano, come Miller, uomini del popolo, operai: rari per acutezza naturale d'ingegno: d'aspetto gradevole: di condotta esemplare. Rocca era stato cameriere del poeta greco Solomos, che lo trattava come un amico. Venerucci era fabbro espertissimo. S'erano ambedue negli ultimi tempi adoperati con zelo, in una corsa che fecero nel Levante, per disbrigarsi d'alcuni debiti anteriormente contratti, onde potersi cacciar nell'azione senz'alcun peso sull'anima e senza che alcuno potesse lagnarsi di loro.
[97] Uomo d'armi incanutito nelle battaglie di Napoleone.
[98] Forse da questa circostanza, dall'avere i martiri venerato più Cristo che non il _prete_, venne il rifiuto dato dai preti cattolici di Parigi ai nostri esuli, quando andarono a richiederli di celebrare un'esequie il 2 novembre ai nove sagrificati.
[99] «Pio nono, angelo deputato dal cielo... novello e dell'antico più sapiente e glorioso fondatore di Roma; restauratore immortale della civiltà cristiana, cui i popoli diffidenti volgono maravigliando lo sguardo vedendo che per lui il pontificato riassume, con non più saputa potenza, la tutela degli oppressi, e l'idea cattolica si svolge fautrice di ben ordinato civile consorzio, di equità, di giudizio, di nazionalità, di emancipazione e di riconoscimento dell'umana dignità ecc.»--_Dragonetti._