Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 56

Chapter 563,547 wordsPublic domain

[26] «Dopo la fucilazione dei sergenti, essi tentarono di farmi credere a quella di Pianavia. La sua cella era nel mio corridojo. Egli aveva l'abitudine di cantare; ma un sabbato, ei si tacque subitamente. La domenica fu un andare e venire continuo nella sua prigione. Giunse il Governatore e rimase lungo tempo con lui. Alle tre dopo mezzogiorno venne nella mia celletta il Generale comandante la Cittadella (Alessandria) con parecchi de' suoi ufficiali e un Cappellano che avea ceffo d'assassino più che di prete. Tutti sembravano commossi e quasi piangenti. Il Generale mi chiese s'io mi sentissi tranquillo. Risposi di sì. Partì dopo avermi fatto indirizzare alcune parole dal Cappellano. Tutta quella notte continuarono i rumori. Allo spuntare del giorno, udii qualcuno, ch'io credetti essere Pianavia, attraversare il corridojo con passi affrettati, e pochi momenti dopo, tre spari annunciarono una fucilazione. Io piansi amaramente per l'uomo che avea già segnata la rovina di parecchi de' suoi fratelli.» Da una dichiarazione di Giovanni Re. L'ufficiale Pianavia s'era fatto denunziatore, si prestava al maneggio e fu salvo.

[27] «La mia nuova cella era tristissima e scura, con una sola finestra difesa da doppia grata. Incatenandomi all'anello confitto nel muro, Levi, il carceriere, m'andava dicendo che la legge del Re era legge di Dio, e che i suoi trasgressori dovevano aspettare rassegnati il meritato castigo. Di fronte alla mia stava la cella del povero Vochieri, alla vigilia della sua morte. Avevano praticato tre fori nel fondo della mia porta; e siccome quella del carcere di Vochieri era, a bella posta, lasciata aperta, io non poteva star vicino alla mia finestra senza notare la luce che attraversava quei fori. Guardai, curvandomi, e vidi il povero Vochieri seduto, con una pesante catena al piede, due sentinelle gli stavano ai fianchi colla spada nuda; di tempo in tempo gli lasciavano mutar posizione, senza che le due sentinelle lo abbandonassero mai o gli indirizzassero una sola parola. Venivano spesso due cappuccini a parlargli. Durò siffatto spettacolo una settimana intiera, finchè lo condussero al supplizio. E a compiere quella scena d'orrore, stava in una cella contigua alla mia un malato, che gemeva dì e notte e invocava soccorso... Pochi dì dopo fui condotto in un'altra prigione appena finita e umida tuttavia. Fui colto da dolori in tutte le membra. Così, infiacchiti, lo spirito e il corpo, ricominciarono a interrogarmi.

«Gli interrogatorii erano condotti in modo da soggiogare le mie facoltà, A ogni tanto, mentr'io imprendeva a dare spiegazione di fatti allegati, l'auditore Avenati m'interrompeva col dire che badassi a ciò ch'io parlava, ch'io era visibilmente confuso e che le mie spiegazioni aggiungevano al pericolo della mia situazione. E poco dopo ei mutava tono e dichiarava ch'io era chiaramente colpevole e che si terrebbe nota di quanto io diceva a mio danno senza dare la menoma attenzione a ogni cosa che tentasse difesa.

«Mi convinsi che volevano la mia morte.

«Poi vennero una dopo l'altra le deposizioni di parecchi fra' miei compagni, Segrè, Viera, Pianavia, Girardenghi, tutte a carico mio. Io mi sentiva veramente minacciato d'insania.

«Chiesi nondimeno d'un difensore. Sacco, il segretario del Tribunale, mi suggeriva il capitano Turrina; io preferiva un Vicino: non mi fu dato nè l'uno nè l'altro.

«Pensai a preparare io stesso la mia difesa; ma quantunque i procedimenti preliminari fossero da due giorni conchiusi, io non aveva inchiostro nè carta. I miei parenti, ch'erano venuti nella città, ebbero ordine di partirne immediatamente.

«Finalmente, Levi, il mio cerbero, mi propose a difensore il luogo tenente Rapallo. Disperato d'ogni altro ajuto, accettai.

«E venne; ma non per parlarmi della mia difesa. Egli, il solo protettore sul quale io poteva appoggiarmi, mi dichiarò che la mia posizione era oltremodo grave. Mi disse che il Governo _sapeva_ esser io stato uno dei più attivi membri dell'Associazione, ch'io non poteva sfuggire al castigo, e che non m'avanzava _se non una via di salute_. Mi disse che il mio segreto era omai divulgato da tutti; che Stara confesserebbe a momenti ogni cosa, e saperlo egli dal suo difensore; che Azario aveva anch'egli offerto rivelazioni, e non s'aspettava, per accoglierle, che l'assenso da Torino. E aggiungeva ch'io poteva proporre condizioni le più favorevoli e sarebbero accettate.

«Due volte respinsi la triste proposta. Al terzo convegno, piegai.»

Estratto dalla Dichiarazione di Giovanni Re.

[28] «..........Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri primi anni d'Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l'esilio mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava medicina, io giurisprudenza; ma, escursioni botaniche dapprima, poi l'amore, pari in ambi, alle lettere, le prime battaglie tra _classicismo_ e _romanticismo_, e più di tutto gli istinti affini del core, ci attirarono l'un verso l'altro, finchè venimmo a una intimità, unica per me allora e poi. Non credo d'aver mai avuto conoscenza più compiuta e profonda d'un'anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'imagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle valli (_lilium convallium_) che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E fin anche il lieve piegarsi del collo sull'omero che gli era abitudine, m'è ricordato dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.

«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore. Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla _fatalità_ degli antichi e al _caso_ dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo la _terra promessa_: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il compimento d'un _dovere_, l'esercizio d'una _missione_, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore. Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.......

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni _falsificate_ e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni, auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso: _quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono_.» Da alcune pagine inglesi mie nel _People's Journal_, maggio, 1846.

[29] Vedi preliminari della sentenza del 13 giugno contro Rigasso, Costa e Marini.

[30] E basti un unico esempio. Vochieri supplicò che si mutasse la via per la quale ei doveva andare al supplizio, e che passava sotto la casa ov'erano la moglie incinta, la sorella e due figliuoletti. Ebbe rifiuto. La sorella impazzì. Galateri volle essere presente all'esecuzione.

[31] Da quel giorno ha data la mia conoscenza di lui. Il suo nome di guerra nell'Associazione era _Borel_.

[32] Credo in novembre. Riproduco qui una lettera ch'io scrissi nell'ottobre del 1856 a Federico Campanella e ch'ei pubblicò nell'_Italia e Popolo_. Il fatto che ne è argomento spetta a questo periodo. Scrissi quella lettera richiesto, perchè se da un lato ho sempre sprezzato calunnie e calunniatori, non ho mai dall'altro ricusato di dire il vero quand'altri lo chiese. Il Gallenga aveva, in una sua _Storia del Piemonte_, narrato il fatto intorno al quale io aveva sempre taciuto, soltanto dissimulando che il fatto era _suo_ e lasciando credere ch'io lo avessi inspirato e promosso più che non feci. Quindi le inchieste.

[33] Da un mio articolo nella _Jeune Suisse_, numero del 30 marzo 1836. Le considerazioni espresse in quell'articolo erano le stesse che dirigevano il mio lavoro nel 1834.

[34] Anche il Cristianesimo non contemplò nella sua dottrina che l'_individuo_; e trapassò fatalmente per le due fasi logiche alle quali io accennava in quell'articolo. Nella prima epoca della sua vita, il Cristianesimo fu, quanto alla parte _terrestre_ del problema dell'Umanità, rassegnato, inerte, contemplatore: nella seconda, quando volle assumersi di risolvere quel problema, fu--nel sublime ma inefficace tentativo di Gregorio VII--dispotico--(1862).

[35] Il sorgere a vita della Russia ha superato, quanto al tempo, le mie previsioni e le altrui: e l'influenza decisiva che ogni suo moto esercita su tutta quanta l'Europa è innegabile. E nondimeno, quanto all'ordinarsi dei varî gruppi della famiglia Slava, credo tuttavia che la maggiore e più diretta influenza sarà esercitata dal surgere della Polonia.

[36] Traduco con vero dolore. Non sembra ch'io scrivessi allora per l'Italia d'oggi?--(1862).

[37] Debbo all'amico ragione d'una frase, che apparve dubbia, inserita nel terzo volume di questi Scritti, a pag. 322, dove, parlando delle cagioni che impedirono si tentasse moto in Genova, accenno al timore generoso di quei che dirigevano l'Associazione, ch'altri attribuisse il segnale dell'azione a un desiderio di tentare la propria salute--e nominai Jacopo e Giovanni Ruffini. Il Comitato Genovese era allora composto d'essi due e di Federico Campanella; e la decisione di non agire fu presa in comune. Nominai i due, perchè, scrivendo su' ricordi della mia memoria soltanto intesi rispondere a incerte accuse che serpeggiarono per breve tempo intorno ad essi. Ma a nessuno che conosca Campanella, o la stima profonda ch'io ho per lui, può cadere in mente, ch'io, tacendone il nome, mirassi a far cadere su lui sospetto d'indole meno generosa e pronta al sagrificio di sè. Campanella diede in quei giorni terribili prova d'animo più che fermo; rimase ultimo fra i più pericolanti dei nostri in Genova e non ne partì che dopo i supplizi e disperata ogni cosa, il 23 giugno del 1833.

[38] Vedi il fascicolo dell'ottobre 1836.

[39] Vedi vol. V dell'_Opere complete_, pag. 55.

[40] Come documento dei tempi, la collezione della _Jeune Suisse_ potrebbe giovare a chi tesserà la storia degli ultimi tempi; ma credo quasi impossibile rinvenirla. La mia manca di venti e più numeri.

[41] Quel documento è citato _in extenso_ nell'ultimo volume della _Storia di dieci anni_ di Luigi Blanc, c. IV.

[42]

. . . . . . . da martiro E da esilio venne a questa pace.

_Paradiso_ X.

[43] V. _La Commedia di Dante Allighieri illustrata da Ugo Foscolo_, Londra, P. Rolandi, 1842, quattro volumi.

[44] A Tommaso Duncombe, che aveva con rara energia sostenuto in parlamento le parti mie, una riunione d'Italiani risiedenti in Londra votò il dono di due medaglie coniate allora in Londra e in Parigi a spese d'esuli in onore dei nostri martiri. La medaglia coniata in Parigi ha da un lato l'Italia coronata di spine in atto di accendere una fiaccola alla fiamma uscente dalle ceneri dei martiri di Cosenza racchiuse in un'urna. Sull'urna è scritto: _nostris ex ossibus ultor_; e sulla base: _fucilati in Cosenza il 25 luglio 1844 sotto Ferdinando re_. Dietro la tomba è un cipresso; intorno alla medaglia stanno i nomi delle vittime; appiedi: _a memoria ed esempio_. Dall'altro lato, nel centro d'un serto di palma e alloro stanno le parole: _Ora e sempre_: poi quelle proferite dai Bandiera: _è fede nostra giovare l'italica libertà morti meglio che vivi_. Il concetto appartenne a Pietro Giannone.--La medaglia coniata in Londra, sul disegno di Scipione Pistrucci, ha da un lato i nomi di quei fra i membri dell'Associazione che avevano fino a quel giorno patito il martirio; e dall'altro un serto di quercia, palma, ellera e cipresso, e nel centro la leggenda: _Ora e sempre: la Giovine Italia ai suoi martiri_.

La dedica a Duncombe diceva: _A. T. S. Duncombe, membro di parlamento, perchè onorò di generose parole nell'aula la memoria dei loro fratelli caduti per la fede italiana in Cosenza nel 1844; perchè sostenne virilmente i diritti degli esuli codardamente e con tristissimo intento violati nella loro corrispondenza privata dal governo inglese; perchè respinse la calunnia avventata, a palliare l'ospitalità tradita, a un loro concittadino--molti italiani raccolti a convegno hanno votato questo lieve ma carissimo pegno di riconoscenza e di plauso, 23 maggio 1845_.

Tra i membri della deputazione che presentò le medaglie era, ricordo, il Gallenga.

[45] Naturalmente, nè io potea ideare nè essi sospettavano allora la possibilità dell'ipotesi verificatasi nel 1859, d'una guerra straniera contro l'Austria capitanata da un principe alleato al Piemonte costituzionale.

[46] Fu inserita nella _Pallade_, giornale di Roma.

[47] Vedi la lettera di Gioberti al Muzzarelli, presidente del ministero romano, in data del 28 gennajo: in essa ei proponeva la restaurazione politica del papa e, a proteggerla, l'intervento d'un presidio piemontese in Roma. In Toscana si tentavano le stesse pratiche: e a vendicarsi del rifiuto, il Piemonte osteggiava apertamente quella provincia italiana; provocava i soldati toscani posti sulla frontiera alla diserzione e li mandava in Alessandria; ordinava a Lamarmora l'occupazione di Pontremoli e Fivizzano, ecc.

[48] Nella Divisione lombarda serpeggiava, dopo la rotta di Novara, la idea d'avviarsi a Genova e fortificarne l'insurrezione. Intanto noi mandavamo proposte e mezzi per Roma. Il governo, impaurito, aderì, chiedendo promessa che la Divisione non s'immischiasse nelle cose genovesi, e la diresse per la via di Bobbio su Chiavari. Se non che Fanti, inteso col governo, condusse la marcia per sentieri alpestri fino a un punto dove il passo riusciva difficilissimo alla cavalleria, impossibile alle artiglierie. La Divisione giunse nondimeno lentamente e smembrata in Chiavari, ma il governo, sottomessa Genova e libero d'ogni paura, violò la propria promessa e non concesse l'imbarco. I soli bersaglieri comandati da Manara riuscirono e sul finire d'aprile giunsero in Roma.

[49] Questi e molti altri fatti di quel tempo furono raccolti in un volumetto intitolato: _Raccolta di Atti e Documenti della Democrazia Italiana_, e stampato alla macchia nel 1852. Fu lavoro di Piero Cironi, italiano di Toscana, uomo più che onesto, virtuoso, di severa fede repubblicana, di vigoroso e modesto intelletto, lavoratore instancabile in ogni fortuna e per tutte vie, coll'azione e colla penna, a pro' della Patria. Io l'ebbi amico degno, leale e costante sino alla morte. Parmi che quel lavoro potrebbe utilmente ristamparsi, e che il miglior modo di onorare la memoria dei buoni caduti sia quello di raccoglierne i dettati e farne senno.

[50] 7 dicembre. Enrico Tazzoli, sacerdote, Angelo Scarsellini, Bernardo de Carral, Giovanni Zambelli, Carlo Poma, mantovani il primo e l'ultimo, veneziani gli altri.

[51] Scrivo sul finire del luglio 1866, mentre si sta dalla monarchia italiana maneggiando, auspice Luigi Napoleone, una pace che abbandonerebbe, dopo di aver fatto balenare ad essi innanzi la libertà, il Trentino, i passi dell'Alto Friuli e l'Istria: le chiavi d'Italia.

[52] L'ordinatore militare del moto, cercato per ogni dove, riescì a sottrarsi. Ei vive tuttora in Assisi. E m'è caro ricordarne agli Italiani, in questa pagina, il nome, E. Brizi, nome d'un modesto, operoso, intrepido soldato della Democrazia Nazionale.

Perirono per mano del carnefice, condannati da una Commissione militare, poco dopo il tentativo:

Scannini Alessandro; Taddei Siro; Bigatti Eligio; Faccioli Cesare; Canevari Pietro; Piazza Luigi; Piazza Camillo; Silva Alessandro; Broggini Bonaventura; Cavallotti Antonio; Diotti Benedetto; Monti Giuseppe; Saporiti Gerolamo; Galimberti Angelo; Bissi Angelo; Colla Pietro.

Perirono intrepidi: degni seguaci di quell'Antonio Sciesa, popolano egli pure, che tratto a morte dagli austriaci il 2 agosto 1851 per affissione di scritti rivoluzionarî, avea risposto a chi gli offriva, a due passi dal luogo del supplizio, la vita, purchè rivelasse: _tiremm'innanz_. Quelle parole dovrebbero essere adottate, come formola della loro vita collettiva, dalle Associazioni operaje d'Italia.

[53] Ne citerò una fra cento.

Prima assai d'ogni ricominciato lavoro in Milano, e quando Luigi Kossuth si preparava a un viaggio, che poteva prolungarsi indefinitamente, negli Stati Uniti, avevamo statuito ch'egli mi lascerebbe un proclama firmato da lui ai soldati ungheresi in Italia, per eccitarli a seguire qualunque moto nazionale avesse luogo tra noi, e ch'io porrei in mano sua, collo stesso intento, un mio proclama agli Italiani che militerebbero, al tempo d'un moto, in Ungheria. E così facemmo. Potevamo, in circostanze decisive e imprevedibili anzi tratto, trovarci lontani; e rimanemmo quindi arbitri l'uno e l'altro d'usar del proclama e d'apporvi data a seconda del nostro giudizio. Io mi giovai del diritto datomi, e ordinai che sul cominciare del moto s'affliggesse, insieme a un mio, il proclama di Kossuth. Il primo cenno dell'insurrezione scoppiata giunse in Londra senza altri particolari e Kossuth, che v'era tornato, s'infervorò di tanto che recatosi all'amico mio, James Stansfeld, lo richiese d'ajuto pecuniario per raggiungermi, e l'ebbe. Ma quando il dì dopo recò la nuova della disfatta, Kossuth, tenero più assai della propria fama che non del vero e dell'amicizia che tra noi correva, s'affrettò a dichiarare sui giornali inglesi, che il proclama agli ungheresi era pura e pretta invenzione mia. Avvertito da' miei amici, mandai al _Daily News_ due linee che dicevano semplicemente, come l'originale del proclama fosse rimasto in mia mano, visibile a ogni uomo che desiderasse di sincerarsi. E bastò agli inglesi; ma la stampa governativa italiana continuò per lunga pezza a invocare il nome di Kossuth per dichiararmi falsario.

Quando io mi ridussi in Londra, non cercai di Kossuth, ma egli venne a vedermi, m'abbracciò con sembiante d'uomo profondamente commosso e non fiatò del proclama. La lega, s'anche mal ferma, tra lui e me poteva giovare alla causa nostra. Mi strinsi nelle spalle e mi tacqui.

[54] Non rimane più dal 1859 in poi.--1866

[55] _Dell'Initiative Révolutionnaire en Europe--Foi et Avenir, etc._

[56] E quel più vasto terreno è indicato nella formola _Dio e il Popolo_--intorno al valore della quale parmi possa giovare ch'io qui inserisca un frammento di lettera mia ad un amico, che l'_Italia e il Popolo_ inseriva sui primi dì di febbrajo:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Fra le cento formole politiche proposte dalle scuole diverse, che s'avvicendarono, negli ultimi sessant'anni, indizio di transizione da un'epoca consunta, incadaverita, a una nuova, due sole ebbero consecrazione di fatti gloriosi e consenso di popoli.

«La prima è la formola francese: _Libertà: Eguaglianza: Fratellanza_; uscita dalla Rivoluzione del 1789, e accettata da quanti popoli seguirono allora e poi l'iniziativa di Francia.

«La seconda è la formola italiana: _Dio e il Popolo_; adottata spontaneamente dai repubblicani e consecrata dagli eroici fatti di Venezia e di Roma, nel 1849.

«Esistono, tra queste due formole, differenze radicali finora poco avvertite e nondimeno importanti.

«Le formole, se vere e destinate a vivere sulla bandiera delle nazioni, racchiudono un programma, che si svolge attraverso gli eventi per una serie di conseguenze logiche inevitabili.

«La formola francese e essenzialmente _storica_: ricapitola in certo modo la vita dell'Umanità nel passato, accennando, poco definitamente, al futuro. L'idea _libertà_ fu elaborata, conquistata su scala limitata dal mondo greco-romano, dal Paganesimo, il cui problema fu l'emancipazione dell'_individuo_ umano. L'idea _eguaglianza_ fu elaborata e conquistata, in parte dal mondo latino-germanico, dal Cristianesimo, il cui problema, falsato verso il VII secolo dal Papato, fu la libertà per _tutti_, l'applicazione della conquista anteriore a _tutti_ gli individui, la emancipazione dell'anima umana, in qualunque condizione versasse, sotto la fede nell'unità di natura. L'idea _fratellanza_, conseguenza inevitabile dell'unità di natura, albeggiò, traducendosi in _carità_, nel dogma cristiano, e scese, per breve tempo, sul terreno politico internazionale, ne' bei momenti della Rivoluzione Francese.

«La formola italiana è invece radicalmente _filosofica_: accettando le conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro, e tende a definire il metodo più opportuno allo svolgimento progressivo delle facoltà umane.

«La prima esprime, compendiato, un grande _fatto_. La seconda scrive sulla bandiera un _principio_. La prima definisce, afferma il progresso compiuto: la seconda costituisce l'istrumento del progresso, il mezzo, il modo per cui deve compirsi.

«Una formola filosofico-politica, per aver diritto e potenza d'avviare normalmente i lavori umani, deve racchiudere, sommi, due termini: la sorgente, la sanzione morale del Progresso: la LEGGE e l'_interprete_ della Legge.

«Questi due termini mancano nella formola Francese: costituiscono l'Italiana.

«La sorgente, la sanzione morale della Legge, sta in Dio, cioè in una sfera inviolabile, eterna, suprema su tutta quanta l'Umanità, e indipendente dall'arbitrio, dall'errore, dalla forza cieca, di breve durata. Più esattamente, Dio e Legge sono termini identici: Dio, stampando la natura umana delle due tendenze ineluttabili, _progresso_ ed _associazione_, ch'oggi la distinguono dall'altre nature terrestri, ha scritto in fronte alla Umanità il codice, del quale la vita storica non è se non il commento, l'applicazione. Tolto Dio, non rimane possibile sorgente alla Legge, fuorchè il Caso e la Forza.