Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 55
E s'anche la costituente italiana decreterà monarcato e federalismo, noi, repubblicani unitarî, non rinegheremo ciò ch'oggi diciamo. Deploreremo immaturi i tempi e ineguali gl'intelletti al concetto che solo può svolgere la terza Italia, l'ITALIA DEL POPOLO; rivendicheremo, come s'addice a uomini liberi, diritto di pacifica espressione alle nostre dottrine; ma rispetteremo la monarchia ringiovanita per battesimo popolare e la federazione escita dal libero voto della nazione. Avremo almeno una patria. Oggi non abbiamo che cadaveri di monarchie, governucci inetti o tirannici, e gran parte della nostra terra in mano dell'Austria.
XVII.
In mano dell'Austria! È parola questa, o giovani, che suona insulto a noi tutti, e non dovrebbe lasciar nell'anima vostra campo a pensieri fuorchè di guerra nè a me conceder parole fuorchè di guerra. La terra lombarda è schiava. Il croato ride stolidamente feroce in Milano dei nostri libri, dei nostri circoli, del nostro cinguettìo di sofisti. Libertà! Noi non possiamo, non che applicare, intendere, proferir degnamente la santa parola col marchio dell'impotenza e della schiavitù sulla fronte. Noi non possiamo avere, non meritiamo costituente, nè patria, nè diritti, nè nome d'uomini, finchè la nostra bandiera non sventoli, terrore ai nemici e pegno di salute pei figli alle nostre madri, sull'Alpi.
Io non so se il lungo esilio testè ricominciato, la vita non confortata fuorchè d'affetti lontani o contesi, e la speranza lungamente protratta e il desiderio che incomincia a farmisi supremo di dormire finalmente in pace, dacchè non ho potuto vivere, in terra mia, m'irritino, e nol credo, l'anima nata ad amare e per lunga prova incapacissima d'odio; ma so che, perchè noi potessimo dirci degni di libertà, questo grido di _guerra all'Austria!_ dovrebbe essere oggimai la giaculatoria del credente nella patria, la voce per la quale, dentro e fuori del paese, l'italiano si riconoscesse d'una terra coll'italiano, il motto di comunione che corresse da un capo all'altro della penisola ed oltre, potente e rapido come il fluido che alimenta sotterraneo i nostri vulcani, sì che ne escisse tremoto, e le passioni sobbollissero come lava, e l'Etna in eruzione rimanesse simbolo convenevole agli sdegni e al levarsi d'Italia. Vorrei che come i leggendarî dei secoli cristiani cominciavano e finivano tutti colla formola: «Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito,» così nessun scrittore toccasse la penna in Italia se non cominciando e finendo colla formola: _In nome della patria e dei nostri martiri, sia guerra all'Austria_. Vorrei che le fanciulle italiane, comprese dell'onta sofferta per mano dei barbari dalla _donna_ italiana, rammentassero col bacio di fidanzata ai loro promessi: _ricordate e vendicate le fanciulle di Monza_. Vorrei che, come i romiti della Trappa non s'incontrano senza dirsi l'un l'altro: _fratello, bisogna morire_, i giovani d'Italia non s'incontrassero per le vie, nei teatri, nei circoli, senza dirsi: _fratello, bisogna combattere; tu ed io viviamo disonorati_.
Perchè, è forza il dirlo, noi _viviamo_ disonorati: disonorati, o giovani, in faccia a noi stessi, in faccia all'Austria, in faccia all'Europa. Nessun popolo in Europa, dalla Polonia in fuori, soffre gli oltraggi che noi soffriamo; nessun popolo sopporta che una gente straniera, inferiore di numero, d'intelletto, di civiltà, rubi, saccheggi, arda, manometta ferocemente a capriccio un terreno non suo; trascini altrove, colla coscrizione, a farsi complici di delitti e stromenti di tirannide, giovani non suoi; contamini di violenze, di battiture donne non sue: uccida per sospetto o disonori col bastone cittadini di patria non sua. E nessun popolo--io lo dirò comechè suoni ingratissimo a me che scrivo e a quanti mi leggono--nessun popolo ha più di noi millantato odio al barbaro, valore italiano, potenza di desiderio, e furore d'indipendenza. Da noi uscirono bandi grandiloqui, discorsi pomposi di memorie del Campidoglio, d'aquile romane e di conquiste mondiali, tanti da incendiarne gli accampamenti nemici, e centinaja di gazzette, libri e libercoli a tritare lo stesso tema di minaccia impotente, e migliaja d'inni di guerra e milioni d'urli e grida di _Viva Italia_ e di _morte agli Austriaci_, nei banchetti, su pe' teatri, in convegni di piazza. Tra noi escì, acclamata, commentata, messa in cima ai giornali, come guanto cacciato solennemente all'Austria in faccia all'Europa, la parola: l'_Italia farà da sè_: parola santa fin dove si tratti d'indipendenza, perchè ogni popolo deve conquistare con forze proprie il proprio nome, il proprio titolo a rappresentare una parte pel bene comune nella grande associazione delle nazioni; ma volgente al ridicolo quando quei che l'hanno proferita non _fanno_, per conto d'Italia, che armistizî, capitolazioni e raggiri di mediazione. E la Polonia, ch'io citai dianzi, affranta da lunghe battaglie e da sagrificî senza esempio, priva d'ogni libertà di parola, di convegni, di stampa, vuota d'armi e senza un palmo di terreno sul quale essa possa riprepararsi a combattere, non può finora che ordinar congiure e lo fa; ma noi fummo in armi: siamo in armi; e la nostra parola, accetta o invisa ai governi, guizza da un capo all'altro d'Italia, il nostro pensiero s'esprime con nessuno o con poco pericolo in piazze gremite di popolo, tumultua alle porte di parlamenti dove si parla--tranne da qualche ministro--la nostra favella, splende a programma sulle coccarde dei nostri cappelli. E nondimeno quel programma, programma d'indipendenza e di guerra all'Austria, si consuma in suoni vuoti di senso, e giace, lettera morta, alle porte di quei parlamenti, al limitare delle anticamere ministeriali; nondimeno, quella parola l'_Italia farà da sé_ suona parola meritamente schernitrice sulla bocca dei ministri di Francia nei loro colloquî cogli inviati italiani: meritamente, dico, perchè tra quegli inviati che chieser ajuto fraterno e si rassegnano umiliati alla _mediazione_ sono gli inviati di quel governo, or rimpicciolito a consulta, che ricusò, sprezzando, le profferte dei volontari francesi dicendo non averne bisogno; sono gli inviati del re che primo proferiva l'orgogliosa parola. Intanto, a ogni lagno, a ogni annunzio di protocolli futuri, ci giunge dal suolo lombardo, risposta dell'Austria, l'eco di qualche fucilazione!
«I Francesi fucilano in Madrid i nostri fratelli.» Io ricordo che queste parole, firmate e diffuse dall'alcade di Mosteles furono, nel 1808, il segnale di quella guerra di popolo che consunse il fiore degli eserciti di Napoleone, emancipò la Spagna e segnò la curva discendente all'impero.
XVIII.
_Noi vorremmo; ma i nostri governi non vogliono._ In nome di Dio sorgete e rovesciate i governi. Non avete oggimai esaurito ogni via per indurli? Non vi siete voi trascinati per essi, con sommessione e inudita credulità, d'illusione in illusione, di sogno in sogno? Non avete bevuto il calice d'umiliazione sino alla feccia? Il governo che rifiuta oggi far guerra all'invasore straniero è governo straniero. Trattatelo come tale. Intendo che tolleriate, se non vi sentite maturi per darvi leggi, un governo tirannico; non uno che sia tirannico e vile. Voi potete sagrificare per alcuni anni la libertà, la vittoria d'un'idea; ma non per un giorno l'onore. Un popolo non deve, non può rassegnarsi ad esser creduto dagli stranieri millantatore e codardo.
Ma se la forza delle abitudini è tanta in voi che, anche sprezzandoli, voi non sapete rovesciare i governi che vi disonorano:--se la funesta addormentatrice parola escita dall'aristocrazia liberale dei vostri maestri, la _causa della libertà doversi disgiungere da quella dell'indipendenza_, ha solcato l'anima vostra di solco così profondo che tre anni di tradimenti e sciagure non bastino a cancellarlo: lasciate da banda i governi e fate da voi. Redimete, perdio, la vostra bandiera. Riunitevi, associatevi, operate. Traducete in fatti il pensiero. Fate della penisola un arsenale, una cassa, un campo di militi per la crociata. Fondate in ognuna delle vostre città una Giunta d'insurrezione. In ognuna delle vostre città, in ognuna delle località importanti che ne dipendono, aprite un registro che accolga i nomi di quanti opinano per la liberazione della terra ove nacquero dallo straniero che la contrista; e ad ognuno di quei nomi corrisponda una offerta mensile, una promessa di danaro e di sangue; se il nome è di donna, un numero di coccarde e cartucce; le donne sono gli angioli di questa terra e il tocco delle loro mani le benedirà. Dovunque molti fra voi si raccolgono a mensa d'amici, sia promossa una colletta per la CASSA DELLA NAZIONE. Ogni viaggio, impreso per diporto o per altro, diventi una missione d'apostolato per la santa causa. Movete da tutti i punti a ricordare alle vostre milizie come siano schernite, inerti e ingloriose ne' paesi stranieri, a ricordare alle milizie lombarde di qual gemito geme la loro contrada, e qual debito d'iniziativa spetti ai loro drappelli. Chiedete a voi stessi--lasciate ch'io vi ripeta la parola che or mesi sono vi dissi--chiedete a voi stessi ogni giorno al sorgere: _Che farò oggi io per la mia patria?_ ogni notte apprestandovi al sonno: _Che ho io fatto oggi per la mia patria?_ E sia per voi giornata perduta, notte inquieta di rimorsi e nuove promesse d'attività quella in che voi non troverete da segnare un servizio anche menomo reso al paese. L'insistenza è il genio d'un popolo: abbiatela e siate grandi. Il vostro servaggio dura da più di tre secoli: insistete in vita operosa per tre mesi e sarete grandi.
XIX.
E quando sarete pronti--quando il fremito suscitato per magnetismo di comunione tra molti nell'anima vostra v'insegnerà, o giovani, che il lieto momento è venuto, che siete degni di prostrarvi un istante al padre dei liberi e iniziare la bella impresa--ricordate allora, io vi prego in nome dei molti dolori che quella scienza ha costato a me e a molti assai migliori di me, le poche parole ch'io sottosegnai nelle prime pagine di questo scritto: _Le nazioni non si rigenerano colla menzogna: senza moralità politica non trionfa una causa di popolo_. Ricordate, o miei fratelli, i trecento anni di muto corrotto servaggio che pesarono sulla vostra razza per aver fornicato coi principi o coi falsi leviti. Adorate, il VERO: DIO e il POPOLO sia l'unica formola che splenda sulle vostre bandiere. _Dio e il popolo_, taluni bestemmiano, _non valgono a far la guerra; valgono battaglioni e cannoni_. Meschini e irreligiosi beffardi! Voi li aveste i battaglioni invocati; e perchè servivano non a Dio, ma ad un uomo, perchè trattavano la causa non del popolo, ma d'un re, voi sapete a quali termini condussero la povera Lombardia e la nazione con essa.
Novembre, 1848.
FINE PEL PRIMO VOLUME.
NOTE:
[1] Vedi _Il Socialismo e la Democrazia_, Vol. XIII, op. comp. p. 120.
[2] Quartiere di Livorno.
[3] Vedi ARCHIVIO TRIENNALE DELLE COSE D'ITALIA--Capolago, Tipografia Elvetica, vol. 2.
[4] Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847 preceduta dalle seguenti parole:
_Signore_,
Voi mi chiedete s'io consenta alla ristampa di certa mia lettera indirizzata, sul finire del 1831, al re Carlo Alberto. Ogni cosa ch'io pubblico è, il dì dopo, proprietà dei lettori, non mia; e ogni uomo può farne, nei limiti dell'onesto, quel che a lui più piaccia. Bensì, mi dorrebbe ch'altri interpretasse l'assenso siccome consiglio. Provvedete cortese a questo, e mi basta.
IO NON CREDO CHE DA PRINCIPE, DA RE O DA PAPA POSSA VENIRE OGGI, NÈ MAI SALUTE ALL'ITALIA. Perchè un re dia Unità e Indipendenza alla Nazione, si richiedono in lui genio, energia napoleonica e somma virtù: genio per concepire l'impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella del popolo, i vincoli d'alleanze o di parentele, le reti diplomatiche e le influenze di consiglieri codardi o perversi: virtù per abbandonare parte almeno d'un potere fatto abitudine, dacchè non si suscita un popolo all'armi ed al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall'educazione, dalla diffidenza perenne, dall'atmosfera corrotta in che vivono, e, com'io credo, da Dio che matura i tempi all'Era dei Popoli.
Nè le _mie_ opinioni erano diverse quand'io scriveva quella lettera. Allora Carlo Alberto saliva al trono, fervido di gioventù, fresche ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi romori d'una insurrezione che gl'insegnava i desiderî italiani e i primi di speranze pressochè universali che gl'insegnavano i suoi doveri. Ed io mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete ripubblicarle, proveranno, non foss'altro, a quei che si dicono creatori e ordinatori d'un _partito nuovo_, che essi non sono se non meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che gli uomini del Partito Nazionale tentavano quel ch'essi ritentano, prima che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro dire ai concittadini: _Voi non avete speranza che in voi medesimi e in Dio_.
_Vostro:_
GIUS. MAZZINI.
_Londra, 27 aprile, 1847._
[5] Sono estratte da quattro lettere sulle Condizioni e sull'Avvenire d'Italia ch'io inserii col mio nome nei numeri di maggio, giugno, agosto e settembre 1839 del _Monthly Chronicle_, rivista mensile di Londra. Scritte a illuminare l'opinione Inglese intorno alle cose nostre, poco gioverebbe ripubblicarle intere per gli Italiani.
[6] La Carboneria s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811, con approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat; e si diffuse tra gli impiegati. Nel 1814, proscritta da Murat, chiese e ottenne l'assenso del re Ferdinando allora in Sicilia. Lord Bentinck ne accolse anch'egli le offerte. Poi, quando il ristabilimento dell'antica forma di Governo la rese inutile ai disegni della Monarchia, cominciarono accanite le persecuzioni contr'essa.
[7] L'insurrezione dovea promoversi subito dopo il 12 del gennajo 1821, giorno in cui il Governo aveva incrudelito col ferro sugli studenti della Università Torinese. Mancò il consenso di Carlo Alberto. E anche nel marzo, dacchè il cenno dato da lui il giorno 8, fu revocato il 9, il moto non avrebbe avuto luogo, se il 10 Alessandria, stanca degli indugi, non violava, insorgendo, gli ordini ricevuti.
[8] La proscrizione dei Carbonari abbracciò tutta Italia. Molti sacerdoti furono condannati nel Sud, due nel ducato di Modena: un d'essi, Giuseppe Andreoli, professore d'eloquenza, udendo che egli solo era fra gli imprigionati con lui, condannato a morire, ringraziò Dio ad alta voce. Molte confessioni furono estorte indebolendo le facoltà intellettuali degli accusati con una infusione d'_atropos belladonna_ mista colla bevanda. Le condanne nel solo piccolo ducato di Modena sommarono a 140 incirca, a più di cento in Piemonte, a molte più in Napoli ed in Sicilia. In Lombardia, condanne capitali furono pronunziate il 18 maggio 1821, contro individui come rei d'appartenere alla Carboneria, parecchi dei quali erano stati imprigionati in Rovigo nel carnevale del 1819-20, cinque o sei mesi prima che fosse promulgata contro la Carboneria la legge di proscrizione del 25 agosto 1820.
[9] Quel Governo era composto del marchese Francesco Bevilacqua, del conte Carlo Pepoli, del conte Alessandro Agucchi, del conte Cesare Bianchetti, del professore F. Orioli, dell'avv. Gio. Vicini, del prof. Ant. Silvani e dell'avv. Ant. Zanolini. Sul finire della Rivoluzione e al tempo della Capitolazione s'era modificato: Vicini era presidente del Consiglio, Silvani ministro di Giustizia, il conte Lodovico Sturani delle Finanze, il conte Terenzio Mamiani della Rovere dell'Interno, Orioli dell'Istruzione pubblica, il dottor Giov. Battista Sarti di Polizia, il generale Armandi di Guerra, Bianchetti degli Esteri.--Taluno di questi uomini s'agita tuttavia tra la coorte de' faccendieri che sgoverna oggi, per la terza volta, il moto d'Italia.
[10] Un barone di Stoelting di Vestfalia, appartenente alla Casa del Principe di Monforte (Gerolamo Bonaparte) era stato pure inviato a persuadere l'Armandi perchè rispettasse una promessa fatta dal Principe al card. Bernetti, che Roma non sarebbe stata assalita. L'abboccamento ebbe luogo in Ancona. Lo Stoelting recava pure con sè una lettera dell'ambasciatore Austriaco in Roma, conte Lutzow--I Bonaparte ci erano fin d'allora, e in tutti i tempi, funesti.
[11] Terenzio Mamiani ritirò il suo nome dall'atto stampato del 26. Ma io ebbi tra le mani il processo verbale dell'atto originale del 25, smarrito con altre carte dal Presidente Vicini nella rapida fuga e inviatomi da Guerrazzi; e il nome di Mamiani era a calce dell'atto senza protesta o cenno di opposizione.
[12] Dal Pozzo, cacciato dopo il 1821 in esilio, ottenne di ripatriare, vendendo la penna all'Austria. V. il suo opuscolo: _Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal Governo Austriaco procacciarsi_.
[13] Parigi era sottoposta allo _stato d'assedio_ in conseguenza dell'insurrezione del 5 e 6 giugno, suscitata dalle esequie del Generale Lamarque.
[14] Tradotta dalla _Tribune_ del 20 settembre 1832.
[15] Dalla _Tribune_ del 18 novembre 1832.
[16] Ecco il testo della sentenza, com'era riportato dal _Monitore_. Chi legge giudichi.
«La sera del 15 corrente, alle 10 pomeridiane, il Capo della Società, adunati i membri che la compongono, ordinò al Segretario di _pubblicare_ una lettera, nella quale era riportata una sentenza emanata dal tribunale di Marsiglia contro i _prevenuti_ rei Emiliani, Scuriati, Lazzareschi, Andreani; esaminati gli atti processuali speditici dal presidente in Rodez, ne è risultato ch'essi sono rei: 1.º come propagatori di scritti infami contro la sacra nostra Società; 2.º come _partitanti_ dell'infame governo papale _di cui_ hanno corrispondenza _che tutto_ tende a rovesciare i nostri disegni _contro_ la santa causa della libertà. Il _fisco_, dopo le più esatte riflessioni e da quanto è risultato in processo, facendo uso dell'art. 22, _condanna a pieni voti_ Emiliani e Scuriati alla pena di morte; in quanto a Lazzareschi e Andreani, perchè non consta abbastanza di quanto vengono addebitati, la loro condanna è la percussione di alcuni colpi di verga, e si lascia l'incarico ai loro tribunali appena tornati in patria di condannarli in galera _ad vitam_ (come famosi ladri e _trafatori_). Si ordina inoltre al presidente di Rodez estrarre quattro individui esecutori della detta sentenza da eseguirsi imprescrittibilmente entro il periodo di giorni 20 e chiunque dell'_estratto_ si recusasse dovrà essere trucidato _ipso facto_.
«Dato in Marsiglia, dal supremo Tribunale, questa sera, alle ore 12 pomeridiane, 15 dicembre 1832.
«MAZZINI, _Presidente_. «CECILIA, _l'Incaricato_.»
[17] Sentenza del 30 novembre 1833. Gavioli fu condannato ai lavori forzosi. La Cecilia continuava a vivere liberamente in Francia, e non era mai stato interrogato.
[18] Tribunale Correzionale di Parigi: aprile 1841. La sentenza statuì che essendo io, a detta di tutti e dello stesso Gisquet, uomo onesto e incapace di misfatto, il documento del _Monitore_ citato nelle _Memorie_ alludeva evidentemente a un altro Mazzini!
[19] Risponda questo all'accusa avventatami periodicamente contro da tutti gli scrittori di parte _moderata_, ch'io tendeva alla Dittatura.
Più dopo, in un fascicolo della _Giovine Italia_ del 1833, inserendo un articolo di Buonarroti--firmato Camillo--_del Governo d'un Popolo in rivolta per conseguire la Libertà_, io protestavo contro un § che invocava la Dittatura d'un solo, colla nota seguente: «Noi consentiamo in tutte le idee dell'articolo fuorchè in quest'una che ammette fra i modi della potestà rivoluzionaria la Dittatura d'un solo:
«Perchè, sebbene la potestà che deve governar la rivolta debba essenzialmente differire da quella che deve sottentrare dopo la vittoria, essa deve pure soddisfare a due condizioni: quella di rinegare assolutamente il carattere della potestà contro la quale il popolo insorge, e quella di racchiudere in sè il germe della potestà futura; e ambe le condizioni si risolvono nell'escludere la dominazione dell'_uno_ e indicare la dominazione dei _più_:
«Perchè, sebbene la potestà rivoluzionaria debba comporsi di potenti d'anima, d'intelletto e di core, e non giovi il ricorrere ai parlamenti, alle numerose assemblee, quando gli atti e i decreti devono succedersi colla rapidità dei colpi nella battaglia, crediamo nondimeno doversi contenere in quella Potestà un rappresentante a ogni grande frazione d'Italia che insorga:
«Perchè, in un popolo guasto dalle abitudini della servitù, la Dittatura d'un solo riesce sommamente pericolosa:
«Perchè fino al giorno in cui il governo della Nazione escirà dalla libera e universale elezione, la diffidenza è condizione inevitabile a un popolo che tende ad emanciparsi; e il concentramento di tutte le forze della rivolta nelle mani d'un solo rende illusorie tutte le guarentigie che vorrebbero stabilirsi:
«Perchè in Italia, come in ogni altro paese servo, mancano tutti gli elementi necessari a riconoscere l'_uomo_ che per virtù, energia, costanza, intelletto di cose e d'uomini, valga ad assumere sulla propria testa i destini di ventisei milioni; e a riconoscerlo è necessario un lungo corso di tempo e vicende, per le quali egli sia uscito incontaminato da alcune delle situazioni che corrompono più facilmente gli uomini;--e pendente quel tempo di prova, la rivoluzione ha pur bisogno d'essere amministrata.
«L'opinione della Dittatura, ove prevalesse in Italia, darà potere illimitato, facilità d'usurpazione e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a vincere una battaglia.»
[20] A questo di vero si riduce ciò che affermano, sulle condizioni dei quaranta o trent'anni d'età attribuite a una Associazione che numerava tra' suoi il quasi settuagenario generale Ollini, lo storico Farini e altri d'eguale valore.
[21] 23 giugno 1833.
[22] Questa lettera, nella quale Gioberti pronunciava anzitutto condanna acerba contro i _moderati_ e sè stesso, fu pubblicata, col nome _Demofilo_, nel fascicolo VI della _Giovine Italia_, e ristampata poi col vero nome vivo Gioberti.
[23] Traduco le seguenti pagine dalla IV Lettera sulle _condizioni d'Italia_ inserita da me nel _Monthly Chronicle_ del 1839.
[24] Questo artificio infernale fu usato con Jacopo Ruffini.
[25] A Miglio, sergente nella Guardia, imprigionato in Genova, fu collocato accanto un ignoto che gli si diede, piangendo, per uno dei congiurati; poi, trascorsi parecchi giorni, gli accennò a un modo di corrispondenza da lui serbato colla famiglia. E Miglio, sedotto a valersene, scrisse, scalfendosi il braccio, col proprio sangue, poche parole agli amici suoi. Quello scritto costituì uno dei principali documenti per la condanna.