Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 54

Chapter 543,624 wordsPublic domain

Ricordo il dolore ch'io m'ebbi quando, palpitante ancora per entusiasmo e per gioja sui fatti lombardi, lessi in un giornale il proclama all'esercito del re Carlo Alberto. E quel dolore non era, io lo giuro sull'anima mia, dolore di repubblicano tenace o d'uomo che non dimentica: io non pensava in quei giorni che alla questione vitale dell'indipendenza e avrei abbracciato il mio più mortale nemico purchè avesse ajutato l'Italia a ricacciar l'Austriaco oltre l'Alpi: era dolore d'uomo educato dalla sventura che presentiva la delusione, la guerra regia sostituita alla guerra del popolo, l'ambizione irrequieta, impotente d'un individuo all'impeto di sagrificio dei millioni, l'inettezza d'una decrepita aristocrazia ai nobili fecondi impulsi dei giovani popolani, la diffidenza, la briga--tutto, fuorchè il tradimento--alla fratellanza santissima nell'intento, alla semplice diritta logica dell'insurrezione. E quel fiero presentimento non mi lasciò mai; onde io m'ebbi a provare l'estremo e il più forte fra tutti i dolori, quello di sentirmi, dopo diciassette anni d'esilio, esule sulla terra materna. E nondimeno io giurai allora tacermi e mantenermi, finchè vivesse speranza di buona fede, neutro fra la parte regia e quella dei miei fratelli repubblicani, per non meritarmi rimprovero,--non dagli uomini che non curo--ma dalla coscienza, d'aver nociuto per credenze e antiveggenze mie individuali alla concordia e alla patria. Io attenni il mio giuramento, e mi seguirono--forse fu danno--su quella via i più fra i repubblicani.

Oh se Carlo Alberto avesse avuto, se non virtù, l'ingegno almeno dell'ambizione! Se gli inetti che lo seguirono o lo precedevano avessero potuto intendere che la miglior via per ottenere una corona era quella--non di carpirla--ma di vincere e meritarla! Se i _moderati_ chiamati a reggere in Milano le sorti dell'insurrezione avessero amato, se non la libertà, merce arcana per l'anime loro, l'indipendenza almeno e la gloria delle terre lombarde, e inteso che la riconoscenza dei generosi si conquista mostrando e ispirando fiducia, e cercato il trionfo del loro signore per le sole vie dell'onore! Mantenendo inviolato sino al finir della guerra quel programma di neutralità politica ch'essi avevano più volte solennemente giurato--stringendosi intorno con vera sentita fede gli uomini di parte diversa--suscitando più sempre, in appoggio e d'ogni intorno all'esercito sardo, la guerra del popolo--trattando il re come alleato e non come arbitro supremo della rivoluzione lombarda--sollecitando l'ajuto, non dei principi, ma dei popoli di tutta Italia--promovendo con tutti i mezzi la formazione di legioni di volontarî scelti--accogliendo, invitando, ad emulazione e pegno di fratellanza, volontarî pur dalla Svizzera, dalla Francia, da tutte parti--chiamando con rapidi messi, e collocando giusta il merito quei molti fra gli esuli nostri che avevano militato con onore del nome italiano nella Spagna, in Grecia, in America--spingendo, sollecitamente armata e guidata da essi, la gioventù fin oltre il Tirolo italiano, a rompere in urto le stolte pretese della Confederazione Germanica, e creare la necessità della presto o tardi inevitabile guerra europea, procacciandosi gli ajuti fraterni di Francia, non al di qua dell'Alpi, ma al di là del Reno--essi avrebbero salvato il paese dagli orrori e dalla vergogna d'una seconda invasione, meritato, quand'anche per le intenzioni non la meritassero, fama tra i posteri d'uomini liberi, e fondato sulla cieca immemore riconoscenza del popolo--non dirò la dinastia, perchè a nessuna forza è dato oggimai fondar dinastie,--ma il trono del vagheggiato loro padrone. A noi, se fosse spiaciuto il vivere sotto un governo ineguale ai fati italiani, non sarebbe incresciuto il ripigliar la via dell'esilio, ma non com'ora, col dolore di non aver potuto, nè parlando, nè tacendo, giovare alla causa della nazione.

Non eran da tanto; e forse meglio così: il popolo d'Italia dovrà quando che sia la propria salute a sè stesso. Erette ancora le barricate del marzo, davanti al fremito di tutta Italia, davanti al plauso e all'incitamento di tutta Europa, i _moderati_ inventarono... il regno italico settentrionale e la _fusione_ per via di muti registri!

Il dire come, conseguenza di quel meschino raggiro sostituito al grande, splendido concetto italiano che viveva nell'anima dei giovani in Lombardia, per inettezza dapprima, per tradimento dettato dalla paura dappoi, rovinassero le cose lombardo-venete, non è qui mio istituto. Dirò bensì che per oscena sfrontatezza di piccole mene adoperate a carpire i voti per la fusione, per accanimento di calunnie e vilissime personalità seminate, parlate, stampate pei muri contro chi anche tacendo non assentiva, per incapacità portentosa, per imprevidenza da un lato e raggiro astuto dall'altro, io non so di partito che siasi sceso mai così in fondo. A ritrarne le fattezze in quel breve periodo del maggio, converrebbe allo storico intinger la penna nel fango; se non che la storia tacerà di quelli uomiciattoli. I buoni erano; ma i più sprovveduti di forti credenze e d'energia per combattere: taluni dispettosi per altezza d'animo e spronati dalla natura a ravvolgersi, come Peto Trasea, quando uscì dal corrotto senato colla testa nel manto, anzichè contendere di palmo in palmo il terreno. I repubblicani, anche quei tra loro che s'erano subito dopo l'insurrezione costituiti in associazione, fino al 12 maggio tacevano. Il 13 protestarono dignitosi dichiarando a ogni modo non volersi fare promotori di risse civili; poi disperando per allora d'ogni rimedio e convinti che bisognava lasciare si consumasse l'esperimento, si contentavano di registrare nell'_Italia del Popolo_ le promesse tradite e i vaticinî dell'imminente futuro di linea in linea avverati. La è storia questa che nè calunnia di giornalisti, nè altro, potrà cancellare.

E la Lombardia era nuovamente serva. Gli Austriaci passeggiavano le vie di Milano. Il re di Napoli s'era rifatto tiranno; Pio IX, papa non dell'avvenire, ma del passato. Carlo Alberto mendicava alla Francia ajuti che non potevano ottenere, all'Austria armistizî disonorevoli e peggio. Il sogno dei _moderati_ sfumava: il regno dell'alta Italia moriva nella nullità dei portafogli della consulta. _Scusate le ciarle._

XII.

Il concettuccio dell'_Italia del nord_, anti-italiano perchè violando l'indivisibilità della sacra bandiera italiana, e sopprimendo l'ipotesi dell'unità, pregiudicava coi voti d'una frazione questioni che spettano all'intera nazione:--meschino perchè a fronte d'un fermento provvidenzialmente universale dall'Alpi al mar di Sicilia, non mirava che a ordinare una parte e all'impianto d'una specie di Prussia italiana:--impolitico perchè creava sospetti e ripugnanze insormontabili nella Francia senza creare tanta forza che bastasse a non darsene cura:--illiberale perchè fidava lo sviluppo della giovine vita lombarda e d'una civiltà stampata di democrazia all'aristocrazia torinese:--stolto, perchè, mentre si voleva contro l'Austria una guerra di principî, esigeva che tutti ajutassero l'ingrandimento d'un solo e spargessero sangue e tesori per inalzare un trono destinato, come gli uomini del partito dicevano, a dominarli e rovinarli tutti un dì o l'altro!--riescì funestissimo in questo, che suscitando da un lato l'orgogliuzzo della conquista, costringendo dall'altro i raggiratori politici a giovarsi, per carpire l'intento, d'arti inoneste e di promesse deluse, ha generato ciò che prima non esisteva, un lievito di discordia e di gelosia tra piemontesi e lombardi. Quella tristissima conseguenza della precipitata _fusione_ noi l'avevamo predetta; poi a sovrapporre gare alle gare, venne il tradimento compito in Milano; e fremono tuttavia, nè altro oggimai potrà spegnerle che il fatto d'una insurrezione nazionale davvero, e la grande voce del popolo di tutta Italia. Le unioni non si fanno a quel modo. Escono spontanee da una fratellanza di popoli che hanno insieme patito e vinto, inviolabili per solenne e liberamente discussa espressione di rappresentanze legali; mal si fondano su calcoli di paure, mal si chiedono come prezzo d'ajuto, mal si votano sotto la spada di Damocle della minaccia d'un abbandono sì che somigli il fatto nefando di quel chirurgo che sospendeva, a mezzo l'operazione, il coltello per pattuire coll'infermo doppia mercede. Bensì a chi allora affacciava siffatte considerazioni e scongiurava in nome d'Italia che si vincesse prima, poi si lasciasse libero il corso alle intenzioni dei popoli, i maneggiatori rispondevano chiamandolo _assoldato dell'Austria_.

E questo malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi e ajutarsi è l'unico risultato _pratico_ ch'io mi sappia delle trienni agitazioni di quel partito: partito senza radice, senza tradizione, senza genio, senza possibilità di vita nell'avvenire. I partiti _moderati_ s'intendono ne' paesi già fatti nazione e retti da lunghi anni o secoli a sistema costituzionale, dove, illusi spesso ma razionali a ogni modo, s'oppongono a chi tenta rifar di pianta la società, ordinandola al trionfo d'un nuovo elemento non contemplato fino a quel giorno nelle istituzioni, e contendono dovere il meglio escire dallo sviluppo progressivo delle libertà già esistenti; ma in Italia? Dove nazione non è e si tratta di conquistarla? Dove istituzioni libere non sono o furono ottenute per via di sommosse o popolari minacce e sono tuttavia combattute dalle fazioni retrograde sedenti a governo? Dove non si tratta di miglioramenti amministrativi o di riforme parlamentarie, ma di essere o non essere? Copiatori meschini d'un passato che non è nostro, cinguettano d'autonomia e di libero genio italiano per poi dirci--che? La teorica d'equilibrio dei tre poteri, l'istituzione, provata menzognera e fatta cadavere dall'esperienza d'ormai trent'anni, monarchico-costituzionale! Dimentichi che ci accusavano un anno addietro di esortare a repubblica mentre la Francia reggevasi a monarchia, accusano noi, noi che predicammo repubblica or sono diciassette anni, e cominciammo dopo il febbrajo a invocare unicamente la sovranità del paese, d'imitare servilmente la Francia: imitare la Francia qui dove la monarchia straniera, o entrata collo straniero, non ha per sè vestigio di tradizione nazionale, nè gloria d'utili imprese, nè puntello d'elementi inviscerati nella società, nè amore da' sudditi, nè credenza sincera da que' medesimi che ne sostengon la causa! qui dove ogni grande memoria, ogni gloria, ogni ricordo di potenza è di popolo! qui d'onde insegnammo la vita democratica di comune e la repubblica senza schiavi all'Europa! e l'accusa move da uomini che ricopiano fin nei vocaboli (democrazia regia, _monarchie citoyenne_) la Francia di Luigi Filippo; da uomini che nel generale maraviglioso commovimento dei popoli volgenti a democrazia non sanno trovare altra missione all'Italia ridesta che quella di cibarsi degli ultimi rifiuti e ricominciare la prova che l'Europa sta concludendo. E riescissero! Ma come? Non proclamano essi da ormai tre anni federazione di principi che non vogliono collegarsi? Non annunziano ai popoli una dieta, mentre dei tre governi che dovrebbero attuarla un si tace, l'altro avversa, il terzo promove invece la costituente? Non evangelizzano ogni settimana la guerra con un ministero che intima pace? Non hanno essi scritto libri di 500 pagine fondati sull'ipotesi d'una lega liberalissima tra Napoli e Piemonte, e non ha egli il re di Napoli risposto abbandonando il campo italiano e trasmutando i soldati in carnefici de' loro fratelli? I mezzi per verificare anche quel meschino concetto di federalismo monarchico non sono nelle loro mani. Noi possiamo con lunghe fatiche educare il popolo, essi non possono educare, non che cinque, un sol re. Le loro teoriche, le loro speranze posano tutte sopra un _forse_, sopra un _se_: dietro un se in forma di papa o di principe essi hanno trascinato per tre anni la povera Italia d'illusione in illusione, d'utopia in utopia, alla condizione di prima: e quando si rassegneranno un giorno a rinsavire e morire, il fatto da loro potrà rappresentarsi mirabilmente da quei due versi che un principe di Toscana rispondeva ai sudditi petizionanti:

Talor, qualor, quinci, sovente e guari: Rifate il ponte co' vostri danari

XIII.

Al popolo toccherà di _rifare il ponte_ co' proprî danari e col proprio sangue. Agli uomini del _partito nazionale_ tocca fin d'ora insistere col popolo perchè impari questa verità troppo spesso dimenticata: _che una nazione non si rigenera se non con forze proprie_, col sudore della propria fronte, con lunghi sacrificî e coscienza profonda del proprio diritto e del proprio dovere.

Io chiamo uomini del PARTITO NAZIONALE tutti coloro i quali non avendo, per fini privati, venduto l'ingegno e l'anima a un ministero, a una sêtta, a un principe o a una casa regnante--non presumendo che sotto il loro piccolo cranio covi più senno o alberghino più diritti che non nei venticinque milioni d'uomini nati a progredire, ad amare, a sperare, a combattere in questa terra italiana--credono religiosamente anzi tutto nella NAZIONE e nella sua sovranità, e ordinano i loro pensieri, i loro atti, il loro apostolato a far sì che _il paese, libero tutto e sottratto ad ogni influenza frazionaria, viziosa, immorale, decida in modo legale e con esame maturo delle proprie sorti_. E a questo partito appartengono--m'incresce non aver trovato prima occasione di dirlo--molte anime pure e caldissime d'amor di patria che appartennero ai _moderati_, sia perchè stimavano necessario al nostro popolo un certo periodo d'educazione politica che lo destasse dal sonno in che si giaceva, sia perchè, soverchiamente tementi del nemico straniero e dei vecchi nostri dissidî, intravedevano in Carlo Alberto l'unificatore di tutta Italia. I primi sentono ora che il popolo è desto ma corre rischio d'esser travolto dall'educazione gesuitica di quel partito in un sonno peggiore del primo; i secondi hanno con amarezza scoperto che la voce _unione_ in bocca a' loro colleghi suonava tutt'altro che avviamento a unità e che ad ogni modo il loro idolo non era da tanto.

Dico che il paese è oggi desto e fuor di tutela; e che, se ciascuno di noi ha non solamente diritto, ma debito di proporgli scrivendo e parlando l'adozione del principio ch'ei crede vero, nessuno ha diritto d'imporgli o di sedurlo con mezzi artificiosi di promesse o terrori ad adottare senza esame deliberato una forma di governo, un sistema, un'idea preconcetta. Quando tutta Italia era schiava, e la libera parola era vietata e il pensiero, che Dio ha messo nelle viscere di questa terra e che un giorno la farà grande, si giaceva per mancanza assoluta di comunione, ignoto al suo popolo, gli uomini che soli nel silenzio comune osavano dire all'Italia: _Sorgi e sii grande!_ avevano diritto di farsene interpreti, di trarre dallo studio della tradizione nazionale e dalla propria coscienza la definizione di quel pensiero e scriverlo risolutamente sulla loro bandiera e dire al popolo: _In questo segno tu vincerai_--salvo al popolo di consecrarlo o mutarlo, vinto il nemico: oggi no. Il pericolo più grave d'una insurrezione che non poteva iniziarsi se non da pochi era allora quello di non aver bandiera alcuna e di travolgere un popolo, suscitato a un tratto da un sonno di morte alla più alta intensità di vita possibile, in una anarchia senza nome impotente a vincere lo straniero. Oggi il popolo è da qualche anno svegliato: ha potuto guardarsi attorno e scendere a interrogare la propria coscienza: vive in più parti d'Italia di una vita ben più potente di quella che s'elabora nell'aule o nell'anticamere dei potenti: ha conquistato nella Lombardia, in Venezia, in Sicilia, in Bologna, in Livorno, in Genova e altrove, tra le barricate o in quelle manifestazioni che i liberali patrizî chiamano sdegnosamente _di piazza_ e alle quali devono quel tanto di libertà ch'esiste fra noi, il battesimo di sovranità; e saprebbe, cogli istinti suoi logici, col senso diritto che distingue le moltitudini e colla scorta delle sue tradizioni, trovarsi facilmente la buona via, purchè i suoi dottori e gl'inventori delle alte e delle basse Italie volessero lasciarlo in pace. Ei sarebbe forse a quest'ora libero d'ogni peste croata, se i facitori di piani e le strategiche regie non gli avessero fatto tacere la campana a stormo e guasto la sua guerra d'insurrezione.

Gli esuli repubblicani--ed è un altro fatto che la calunnia non potrà cancellare--intesero primi e soli questo diritto inviolabile di sovranità nazionale. Dissero che al paese, ridesto una volta ed in moto, spettava l'iniziativa, a noi tutti studiarne, ajutarne e migliorarne le ispirazioni. La _Giovine Italia_ fu sciolta. L'_Associazione nazionale_ fondata. E dal programma dell'Associazione sino al proclama di Val d'Intelvio il solo grido ch'essi abbiano messo fu: GUERRA e _sovranità del paese_.

XIV.

GUERRA e SOVRANITÀ DEL PAESE. Ogni altro grido--quando non sia d'_individuo_ che tenti pacificamente persuadere ciò che gli sembra vero ai suoi fratelli di patria--è usurpazione e semenza di danni. Scrivete libri di cinquecento pagine e più se v'aggrada, per provare ai vostri concittadini che la missione italiana sta nell'ordinarsi al _federalismo_ della Svizzera e al _monarchismo_ costituzionale della Spagna o dell'Austria; noi scriveremo pagine a ricordar loro che senza unità non v'è missione, nè forza, nè concordia durevole; a ricordar loro la tradizione della democrazia repubblicana in Italia, la storia della discorde impotenza svizzera e le cento delusioni della corrotta decrepita monarchia. Ma non fondate circoli o associazioni federative sotto l'egida del monarcato, se non volete che noi fondiamo circoli e associazioni con programmi dichiaratamente repubblicani. Non convocate congressi con programma determinato, quando non avete mandato dal vostro popolo. Non annunziate diete che decidano innanzi tratto, col solo fatto della loro esistenza e per la natura degli elementi che voi chiamereste a comporle, le questioni le più vitali al nostro risorgimento, quelle che s'agitano tra il _federalismo_ e l'unità, tra la _monarchia_ e la repubblica. Noi non conosciamo che un solo padrone nel cielo, Dio; un solo sulla terra, ch'è il _popolo_: il popolo, che ha sparso e dovrà spargere il proprio sangue a riconquistarsi libera e grande questa terra che Iddio gli diede, ha pur diritto di governarsi a sua posta.

E questo programma, solo legale, solo che possa dirsi non intollerante, non esclusivo, noi lo spiegammo primi e lo manterremo. Noi non tradimmo programmi di neutralità solennemente giurati: la nostra parola è la stessa d'ieri. Noi non capitolammo col nemico: Garibaldi e d'Apice non attraversarono pacificamente la Lombardia con _fogli di via_ segnati di un nome di generale straniero; portarono seco, cedendo alla forza, la bandiera italiana, liberi di ripiantarla sul primo giogo, nella prima valle, dove suonasse il grido di _viva Italia!_

XV.

Noi scrivevamo in Milano, nel programma dell'_Italia del Popolo_: «Dov'è l'assemblea costituente, sola legittima interprete del pensiero di un popolo?»

E il 27 dello stesso mese: «Se chi proferì primo in questa Italia sconvolta la parola di _dieta italiana_ avesse detto ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE ITALIANA, la questione che affatica in oggi per vie diverse le menti, sarebbe stata posta sulla vera e unica via che può condurre a scioglimento pacifico, legale, solenne, il nodo de' nostri futuri destini. Volete tutti che un'Italia sia? Dica l'Italia _come_ vuol essere e sotto quali forme la vita nazionale che Dio le comanda deve emergere rappresentata a tutti i suoi figli e ai popoli dell'Europa.... Sorga e s'accolga in Roma non una dieta, ma l'ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE ITALIANA, eletta, non per divisioni di Stati esistenti, ma con eguaglianza di circoscrizioni, e con una sola legge elettorale, dall'università dei cittadini d'Italia. Preparino gl'ingegni a questa le vie. S'interroghi il paese sui proprî fati. Fino a quel giorno, voi rimarrete, checchè concertiate, nel _provvisorio_.»

E il 12 giugno: «Non v'è nè può esservi che una sola metropoli, ROMA. Non v'è nè può esservi che una sola costituente: L'ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE ITALIANA.»

Ed io cito queste linee a provare come i repubblicani, rimproverati continuamente d'intolleranza da chi non ricusa combattere coll'arme sleale della calunnia, curvassero primi la fronte, anche quand'altri violava sfrontatamente le sue promesse, davanti la maestà popolare. Ma chi fu giusto mai coi repubblicani? Non affermava il conte Balbo nel suo libro delle _Speranze d'Italia_ che gli unitarî della _Giovine Italia_ volevano le repubblichette del medio evo?

XVI.

Il moto che segretamente dal 1815 in poi, e palesemente da tre anni, agita la nostra contrada, è moto _nazionale_ anzi tutto. E dicendo _nazionale_ io non intendo moto puramente d'indipendenza, riazione cieca e senza nobile intento di razza oppressa contro una razza straniera che opprime. Nel XIX secolo, la voce _nazione_ suona ben altro che una emancipazione di razza. Il grido di _Viva Italia!_ che i Bandiera e i loro fratelli di martirio in Cosenza cacciarono lietamente morendo, era grido di libertà: grido religioso d'unione, di nuova vita, di affratellamento fra quanti popolano questa terra divisa e fatta impotente da tirannidi straniere e domestiche. Quel grido fu raccolto dai milioni, e le agitazioni degli ultimi tre anni ne sono il commento. Il popolo vuol essere una famiglia: famiglia potente di vita collettiva, di bandiera propria, di leggi comuni, di nome, di gloria, di missione riconosciuta in Europa. Idoli suoi, meritamente o no, sono tutti coloro che dovrebbero o potrebbero più facilmente dargli una patria: nemici suoi quanti ei considera, a torto o a ragione, avversi a questo pensiero, a questo suo supremo bisogno. Tutte le parole, tutti i programmi che i falsi profeti gli han messo da tre anni innanzi ebbero il suo plauso perchè gli dissero che dovevano fruttargli la patria; poi passarono rapidi come speranze deluse; e la sola parola, il solo eterno programma ch'ei va ripetendo, è quello di ITALIA; chi non intende questo ch'io dico non intende popolo, nè storia, nè provvidenza. L'ITALIA VUOL ESSERE.--Noi siamo in aperta rivoluzione; e questa rivoluzione, che si compirà checchè avvenga, e muterà la carta e le sorti d'Europa, è innanzi tutto una rivoluzione NAZIONALE.

Ogni rivoluzione ha un elemento nuovo, una forza propria, una leva speciale corrispondente allo scopo che deve raggiungersi. Una rivoluzione nazionale può iniziarsi da chicchesia; ma non può compirsi che da un'ASSEMBLEA NAZIONALE.

E quest'Assemblea non può escire legittima ed efficace che dall'elezione popolare: eletta da governi o da Stati, non potrebbe rappresentare che il vecchio principio, più o meno modificato, di smembramento contro il quale il paese s'agita e s'agiterà:--non può aver limite il mandato, perchè ogni mandato chiamerebbe, più o meno, i _vecchi_ poteri, contro i quali il paese è commosso, a decidere le condizioni della _nuova_ vita cercata.

L'Assemblea nazionale non può dunque essere che COSTITUENTE. Dove nol fosse, l'agitazione non soddisfatta ricomincerebbe il dì dopo.

Non v'è che UNA ITALIA. L'Italia del nord, le tre Italie, le cinque Italie, sono bestemmie di sofisti o trovati di politica cortigianesca condannati dal nascere all'impotenza.

Il popolo d'Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di nazionalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e questa forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi accettata da tutti e durevole fuorchè da una ASSEMBLEA COSTITUENTE ITALIANA. La parola proferita, con autorità di potere, da Montanelli e Guerrazzi avrà presto o tardi adesione, non dai principi, ma dai popoli di tutta Italia. La scienza politica d'un popolo che si rigenera è semplice; i sofismi e i trovati cortigianeschi non prevarranno lung'ora.