Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 53
Voi avete, o Italiani, tradito quest'unica norma e sagrificato--poco monta se a tempo o per sempre--la vostra coscienza a una illusione di forza. Ogni linea della vostra storia v'additava, da quando cessaste di reggervi a popolo, una colpa o una imbecillità di regnanti; ogni sillaba de' vostri grandi v'insegnava, santificata dal martirio, una fede che fa interprete il popolo del pensiero di Dio; ogni esperimento vostro ed altrui negli ultimi sessant'anni v'era documento splendido, irrecusabile, che ogni libertà d'individuo o nazione si conquista per virtù propria, non per artificio di diplomazia e concessioni di principi; e nondimeno, non sì tosto il terrore della rivelata vostra potenza ebbe condotto i vostri padroni a balbettare pochi accenti di libertà menzognere e d'ipocrite leghe, voi cancellaste, miseramente affascinati dalla speranza di menomarvi i pericoli della via, ricordi storici, ispirazioni di grandi, giuramenti, e riverenza a chi pativa e moriva per voi: piegaste il ginocchio davanti a tutti poteri, e diceste: _non da Dio, ma da voi_. E non eravate credenti. Il vostro labbro accattava a lodarli pompa di frasi ne' retori delle età corrotte; la vostra mano scriveva oltraggi e condanna a quei tra vostri concittadini che serbavano intatta la santità del loro proposito e la dignità severa del nome italiano; e nell'anima vostra vigilavano il disprezzo e la diffidenza degli uomini salutati rigeneratori; e mormoravate sommessamente--ma non tanto che essi, quegli uomini, non v'udissero--_poi che ci saremo giovati d'essi e dei loro battaglioni e della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano dei loro idoli_: essi hanno infranto voi, e meritamente. Così, rimpicciolita, ringrettita la divina verità per entro le vie tortuose di quella che oggi chiamano _politica_ e non è che parodia di politica, ideaste di cogliere il più alto premio che Dio conceda ad un popolo, l'unità nazionale, senza meritarlo colla dignità dell'animo, colla rettitudine del pensiero, colla serena franchezza degli atti e della parola. Dovevate procedere colla spada in una mano e col vangelo nell'altra, in nome dei vostri diritti e della vostra missione, in nome del lungo vostro martirio e della potenza di vita che freme più che altrove in questa sacra terra d'Italia; e procedeste invece col Machiavelli nella destra, cogli statuti bastardi di re perpetuamente spergiuri nella sinistra. Quelli statuti che voi disegnavate di romper più tardi vi condannavano intanto a subire i raggiri di corti e diplomazie, a servire capi sprezzati e perfidi o inetti, a frenare l'impeto, sospetto ai principi, delle moltitudini, a violare l'indivisibilità della bandiera italiana e inalzare un lembo all'adorazione, a velare in nome dell'indipendenza la statua della libertà ch'è il Labaro della vittoria. E voi subiste ad una ad una, fremendo impotenti, combattendo senza pro, tremanti sempre d'insidie che potevate, e non v'attentavate, vincere con una parola, tutte quelle fatalità, travolgendovi d'errore in errore, di menzogna in menzogna, dietro a faccendieri politici che vi sviavano con una larva di forza ordinata dall'unica vera invincibile forza: l'INSURREZIONE. Però cadeste; e s'anche ora ricomincierete la guerra regia--ricordatevi ciò ch'io, palpitando per ira e dolore, vi dico--cadrete.
IV.
Le Nazioni non si rigenerano colla menzogna. Machiavelli, che i falsi profeti di libertà imitano da lungi e profanandone la sapienza, veniva a tempi nei quali Chiesa, principato e stranieri avevano spento un'epoca di vita italiana, e dopo aver tentato gli estremi pericoli per la patria e subìto prigione e tormenti per vedere se pur fosse modo di trarne scintilla d'azione, procedeva, Dio solo sa con quali fraintesi inconfortati dolori, all'autopsia del cadavere, a segnarne le piaghe, a numerare i vermi principeschi, cortigianeschi, preteschi che vi si agitavano dentro, e offeriva quello spettacolo ai posteri migliori ch'ei presentiva, come i padri spartani conducevano i giovanetti davanti all'iloto briaco perchè imparassero a fuggire la vergogna dell'intemperanza. E noi siamo all'alba d'un'epoca, commossi dall'alito della vita novella; e che mai potremo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de' malvagi a sfuggirle e deluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll'amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quando essi possono guardar securi dentro l'occhio delle nazioni e della propria coscienza e dire: _la nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri_; dico che la mortalità è l'anima delle grandi imprese, che l'inganno efficace a corrompere, a smembrare, a inceppare, e buono ai padroni, è impotente a muovere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono emanciparsi e rifarsi uomini; dico che per quanto s'esamini studiosamente la tradizione storica della umanità, nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea s'è incarnata, trionfando, nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s'è aggiunto allo sviluppo di una razza mortale per artificî machiavellici o reticenze gesuitiche. E dico che per averlo tentato noi abbiamo sparso inutilmente lagrime e sangue; e che fra tutte le pesti della misera Italia la più funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti dalle vie oblique, dei machiavellucci d'anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in trentaduesimo ai quali, negli ultimi due anni, è toccato in sorte di reggere la più bella, la più santa, la più grande impresa che fosse dato tentare ad uomini, la liberazione d'un popolo schiavo da secoli, la creazione d'una Italia, cioè d'una nazione che non può sorgere senza che la carta d'Europa si muti, senza che l'umanità s'indirizzi per nuove vie. Taluni fra coloro ai quali la linea retta non par la più breve e che preferiscono il sistema monarchico misto al repubblicano, per questo appunto che l'ultimo s'impianta sul principio semplice e chiaro della sovranità popolare e il primo sulla conciliazione dei tre inconciliabili elementi spettanti a tre epoche diverse, monarchico, aristocratico e democratico, sorrideranno. E sorridano, purch'io li disprezzi. Io so che la potenza di tutta quanta la loro dottrina politica si libra fra un armistizio Salasco e il dissolvimento d'un ministero Pinelli. La questione italiana soggiorna in ben altra sfera: nella sfera de' principî eterni, incancellabili, che assegnano a venticinque milioni d'uomini affratellati da Dio nella gloria, nel dolore, nella speranza, nelle tendenze, nella lingua, nella carezza dei canti materni, nell'alito che vien dal cielo, nell'aspirazione che s'inalza da una terra conterminata dall'Alpi e dal mare, una parte, una missione speciale nel moto progressivo della umanità: nella coscienza d'individui seguaci, a prezzo di vivo sangue del core, della verità e impavidi a sostenerla avvenga che può: negli istinti del popolo che non legge Machiavelli nè sa di ponderazione di poteri e di siffatte dottissime cose, ma procede, come il genio, per intuizione, sotto gli impulsi rapidi, concitati, impreveduti d'una vita collettiva concentrata ad azione, virtuoso sempre quando opera spontaneo e soddisfatto a scegliere tra il giusto e l'ingiusto, fra la religione del vero e l'ateismo di una falsa scienza inorpellatrice. Se la patria non è per noi una religione, io non intendo che sia.
V.
E il popolo italiano, più grande e più logico dei suoi dottori, ha sempre, lode a Dio, seguito la religione della patria e de' principî, non l'idolatria dell'_opportunità_ o delle _finzioni legali_. Il nostro popolo cacciava il guanto di sfida all'Austria celebrando co' fuochi delle montagne l'insurrezione genovese del 1746, quando gli omiopatici della politica contendevano doversi vincere l'Austria colle vie ferrate e coi congressi scientifici: cacciava il guanto di sfida ai proprî governi colle sommosse, le manifestazioni di piazza, e le irruzioni nei conventi gesuitici, quando il conte Balbo e compagni insegnavano, nei dovuti limiti, il diritto delle supplici petizioni. Il nostro popolo trapiantava la questione, insorgendo in Sicilia, dall'arena delle riforme amministrative per concessione principesca a quella degli statuti politici, ossia dei patti fra cittadini e monarchi, quando i letterati che s'erano posti a capo dell'impresa italiana rabbrividivano alla sola idea d'una collisione violenta fra governanti e governati. Il nostro popolo inalzava feroce il grido di guerra all'Austriaco di sulle barricate lombarde e dalle lagune del Veneto, mentre gli uomini delle riforme, fatti per forza di cose cospiratori, diplomatizzavano per una iniziativa impossibile con re Carlo Alberto. E il nostro popolo griderà di bel nuovo la santa guerra, quando i cospiratori, rifatti diplomatici per cautela, andranno oltre sofisticando, come i Greci del basso-impero, sui termini della _mediazione_, su leghe ideali di principi che tremano l'uno dell'altro e tutti dei loro popoli, e sulle intenzioni probabili o possibili d'un governo che maneggia per agenti a Vienna, a Parigi, a Milano, la pace coll'Austria all'Adige e peggio: stolti che ignorano non esservi pace possibile tra l'Italia e l'Austria, dopo una insurrezione come quella del marzo, fuorchè segnata al di là dell'Alpi, nè speranza di conquistarla fuorchè colla guerra, abborrita dall'antiveggenza dei principi, che farà del paese un vulcano, del popolo intero un esercito, della nazione affratellata una coscienza di diritti inviolabili e di potenza.
VI.
L'Italia sembra in oggi ingombra di sêtte e di opinioni diverse, repubblicane, monarchiche, unitarie, federalistiche, ed altre; spettacolo doloroso, non insolito o fatale com'altri vorrebbe. A un popolo che versa in uno di quei momenti supremi che accennai cominciando, le forme del vero appajono sempre molte e distorte. Fra una tomba e una culla sta l'infinito. E noi balziamo a un tratto, come ogni popolo chiamato da Dio a grandi cose, dalla sepoltura d'un'epoca spenta al limitare d'un'altra nascente appena, che aspetta forse la prima parola da noi. Ma a chi ben guarda entro a questo caos foriero di una creazione, due soli partiti esistono: il partito che crede nel moto dall'alto al basso, e quello che intende la vita italiana non poter salire oggi mai che dalle viscere del paese alle sue sommità, dalla base della piramide al vertice: il principesco e il popolare: il partito _moderato_ e il _nazionale_.
VII.
La fazione protea che s'andò intitolando, a seconda dei casi, dei _moderati_, dei _riformisti_, dei _pratici_, degli uomini dell'_opportunità_, e che io chiamerei _fazione delle torpedini_, dopo avere iniziato la propria carriera ajutando, fra il 1814 e il 1815, l'Austria a impadronirsi della Lombardia, e strisciato di tempo in tempo, ad ogni sciagura che feriva il principio d'azione, tra le nostre cospirazioni, sorse, quando appunto morivano i Bandiera per la fede repubblicana dell'unità nazionale, e dichiarò che bisognava conquistare non il governo, ma i governi d'Italia. Era il vecchio programma di federalismo monarchico del 1820 e 21, accresciuto da un ingegno, potente ma traviato, di una formola di filosofia religioso-politica, e peggiorato di tanto quanto il vecchio consecrava implicito nel fatto dell'insurrezione il diritto di sovranità popolare, e la nuova edizione, richiamandosi unicamente alle concessioni dei principi, lo cancellava. Pur nondimeno, dacchè trovò fautori quanti, per fiacchezza d'animo o di principî, disperavano di salvare il paese per altre vie--quanti per mediocrità d'intelletto, si cacciano corrivi dietro ad ogni sistema che trovi un ingegno facile a svilupparlo in molti e grossi volumi--quanti affascinati dalle guerre parlamentarie di quel periodo francese che fu chiamato meritamente la _commedia dei quindici anni_, erano presti a creder parte d'ingegno raffinato e sottile l'immoralità politica--quanti vagheggiavano opportunità di parere agitatori patrioti senza gravi pericoli--e quanti, per concetto falsato o calcoli d'egoismo o terrore delle stranezze che allignano, come in ogni parte, anche nella democratica, abborrono dal simbolo popolare--crebbe rapidamente in vigore, e, come avviene d'ogni sêtta potente per numero, giovò a suscitare le menti che intorpidivano nel silenzio, e schiuse, con un mezzo gergo di libertà, l'arena alle discussioni politiche confinate fino allora nel cerchio delle associazioni segrete o della stampa clandestina e vietata. Sorse, per disegno di provvidenza non avvertito finora e sul quale or non importa fermarsi, un papa di buone tendenze, di non forte intelletto, tentennante per natura, ma tenero di plauso popolare e voglioso di essere amato anzichè temuto dai sudditi: e i _moderati_, taluni, ch'io stimo ed amo, stanchi del vuoto e lieti del subito apparente affratellamento della religione colla politica, i più non credenti e ipocriti di cattolicismo com'erano di monarchismo, s'affrettarono a farne lor pro; inalzarono al valore di programma politico e nazionale un atto di clemenza locale reso inevitabile dalla condizione degli Stati romani, praticato quasi ad ogni mutamento di principe e dettato in termini poco onorevoli a chi largiva e a chi riceveva; idearono intenzioni recondite, crearono aneddoti, magnificarono, illusero, e trascinarono, tra il voglioso e l'attonito, il pontefice accarezzato, adulato, assordato d'evviva, sino allo schiudersi d'una via ch'ei non voleva, nè sapeva, nè poteva correre intera. Risorgeva dall'altro lato, forse per sospetto o gelosia di quell'uno, ad apparenze di liberalismo, un principe roso dall'ambizione, da terrori di gesuiti e di uomini liberi, da ricordi di sangue e da concetti perpetuamente intravveduti e smarriti, ed essi, a prepararsi un appoggio sul principio ghibellino dove il guelfo mancasse, lo ricinsero alla sua volta di lodi non sentite, di promesse, di seduzioni; lo bandirono iniziatore d'un'êra d'incivilimento italiano, e convertirono sfrontatamente ogni riformuccia strappata non dalle loro adulazioni, ma dal fremito popolare, in un passo gigantesco verso l'adempimento d'una idea ch'egli per debito e pietà di sè stesso avrebbe dovuto incarnare tre lustri innanzi, che gli era stata affacciata e ch'egli aveva ricacciato lungi da sè con dispetto e paura. Altri piaggiava al gran duca; altri--Dio perdoni i codardi--al Borbone di Napoli: taluni insinuavano che un po' di opposizione legale e pacifica avrebbe ridotto il padrone a sensi di padre nel Lombardo-Veneto, e che l'Austria avrebbe reso comportabile il dominio usurpato, fino al giorno, vaticinato dal conte Balbo, in cui la cessione di qualche terra ottomana avrebbe quetamente emancipato l'Italia dal teutono. Vergogna eterna d'uomini profanatori del concetto italiano, ed anche di voi, o giovani, che vi lasciaste allettare da quelle vocine d'eunuchi: se non che voi lavaste la colpa nelle battaglie del marzo e laverete, ho fede, i più recenti errori con altre battaglie: essi durarono e durarono incorreggibili. Io non credo s'udisse mai linguaggio stampato di tanta bassezza, di tanta stolida adulazione in bocca di gente che dicevasi libera e pretendeva far libero altrui[99]. Bastava esser principe per essere battezzato rigeneratore: cinger corona perchè fosse in serbo nel capo che la portava una parte d'iniziativa nei fati dell'Italia redenta; e tutte quelle corone, abbominate pochi dì prima e grondanti ancora di pianto di madri e sangue di martiri, dovevano congiungersi, ordinarsi a piramide sotto il triregno, splendide di novello incivilimento all'Europa; e leghe, diete anfizioniche, primati intellettuali e civili scaturivano, ogni giorno, come sogni d'infermo, dalle penne dei novellatori della fazione. I buoni si coprivano per rossore la faccia e ringraziavano Iddio perchè la lingua italiana, scaduta colla monarchia, sia in oggi men nota che non nel passato alle nazioni straniere. I tristi, che facean coda al partito e invadevano il giornalismo, incensavano i capi, sistematizzavano in menzogna periodica ciò che in parecchi de' primi non era se non tranquilla utopia, insolentivano con quei che sprezzavan tacendo, e rinegando ogni pudore di cittadini, chiedevano arrogantemente agli uomini che avevano, nelle associazioni segrete, serbata intatta la tradizione del pensiero italiano: _che avete voi fatto?_
VIII.
Che avete voi fatto?--Ah! se da una di quelle sepolture che gli Italiani cospargevano pochi anni innanzi, benedicendo e sperando, di fiori, avesse potuto sorgere Menotti, Attilio Bandiera, Anacarsi Nardi, un di quei tanti che posero rassegnatamente la vita sotto la mannaja del carnefice per la salute d'Italia, egli avrebbe risposto per tutti: «Ingrati! noi abbiamo, colle fatiche e col sangue, educato la bella pianta intorno alla quale voi strisciate in oggi, come il verme intorno alla rosa. Abbiamo, dopo il 1814 quando voi, moderati, tradivate le speranze dell'esercito italiano fremente di dover cacciar nel fango a' piedi dell'Austria le memorie di venti battaglie, preparato, noi, uomini del partito nazionale nelle nostre _vendite_ e sotto leggi di morte, la protesta solenne del 1820 e 21, che prima rivelò all'Europa il voto italiano e avrebbe più fatto se inframmettendovi nelle nostre file voi non aveste sottoposto l'esito dell'impresa alla diserzione d'un principe. Abbiamo, nel 1831, provato all'Italia e all'Europa che una bandiera nazionale spiegata al vento in Bologna si trascinava dietro colla rapidità dell'annunzio trasmesso a tutte quante le popolazioni del centro della penisola, senza che in una terra, solcata con lungo studio di corruttele sacerdotali e di masnadieri assoldati, una sola voce s'alzasse in favore dell'autorità minacciata del vecchio papa. E quando voi, saliti per bontà inesperta de' giovani, al governo dell'insurrezione, la perdeste codardamente, dichiarando che non si doveva nè si poteva combattere se non coll'armi straniere, noi raccogliemmo devoti nelle nostre congreghe il pensiero abbandonato in Ancona, vincemmo, insistenti, lo sconforto che s'era insignorito degli animi, e lo riconvertimmo operosi in fremito di minaccia. Così, noi col morire e i nostri fratelli per lunga vita affannata di persecuzioni, delusioni e calunnie, pur devota a un'unica o santa idea, conservammo ai giovani, suprema fra tutte virtù, la costanza, facemmo caro e onorato il nome d'Italia, tra gli stranieri, traemmo dai moti locali, legando in uno uomini di tutte le parti del bel paese, l'aspirazione all'unità, il culto della patria comune; confortammo di principî inconcussi gli istinti generosi che affaticavano le moltitudini, sollevando, noi primi, quella bandiera di pubblicità che rivendicate, predicando a tutti che dovessero essere a un tempo cospiratori ed apostoli. Senza noi, senza le nostre agitazioni del 1843, senza il nostro martirio, voi non avreste avuto un papa che intese, comunque per brevi giorni, unica speranza di vita riposata, per lui essere oggimai il dare o promettere soddisfazione a' bisogni dei sudditi. Senza noi, senza la continua nostra minaccia di peggio ai governi, voi non avreste oggi la libertà omiopatica che vi concede insultarci e che non è, voi lo sapete, se non _concessione_. Voi tacevate quando i nostri morivano. Sorgeste, come pianta parassitica all'albero della libertà, sull'opera nostra. La nostra lotta ha data dal 1814, dal giorno in che l'Austria rimise piede su terra lombarda; e voi v'ordinaste a partito tre anni sono quando appunto il nostro lavoro e i tentativi provocati da noi vi dimostrarono che l'opinione nazionale era, in Italia, giunta sino ad esser potenza e v'illusero a credere che quella opinione potesse--voi direste salire,--io dirò scendere sino al core d'un re.»
IX.
Queste cose e ben altre noi avremmo potuto rispondere agli accusatori imprudenti: noi potevamo provare ch'essi, non tutti ma pressochè tutti, mentivano egualmente ai principi e ai popoli. Ma che importava a noi della nostra e della loro meschina persona? Profondamente convinti che _senza moralità politica non si rigenera un popolo_, potevamo forse ingannarci nell'altra nostra credenza che nè papa nè re potesse oggimai dar salute all'Italia; e tanto bastava perchè tacessimo. Tacemmo dunque. Il tempo maturava ben altra risposta che quella che avremmo potuto dar noi.
X.
Ogni giorno dava una mentita all'utopia monarchico-costituzionale dei _moderati_. La repubblica, non desiderata, impossibile, dicevano, nelle presenti condizioni d'Europa, sorgeva in Francia e vinceva. I principi che dovevano, in Italia, rifarci l'età dell'oro, indietreggiavano. Le leghe annunziate come imminenti dai politici d'anticamera non si stringevano. Il papa rigeneratore del mondo non s'attentava di rigenerare la curia di Roma, s'irritava delle esigenze modestissime de' suoi lodatori, dichiarava di non voler detrarre un menomo che dall'autorità irresponsabile degli antecessori, lasciava che corresse nella Svizzera sangue di cittadini per mano di cittadini anzichè proferire il richiamo de' gesuiti. La questione di libertà si scioglieva in Sicilia coll'armi; e poi che rappresentanza italiana non esisteva nè poteva esistere dove i monarchi erano dichiarati tutti intangibili, l'isola si separava dal regno. La Toscana e il Piemonte inoltravano sulla via; ma a balzi, per virtù di sommosse, per moto popolare dal basso all'alto. E la questione lombarda sorgeva ogni giorno più minacciosa, più urgente a chiedere soluzione non di parole, ma d'armi. Armi regie o di popolo? I _moderati_, da pochi in fuori che antivedevano e predicavano--anche coll'Austria!--l'_opposizione legale_, sentirono che a salvare la causa del progresso _regio_ in Italia, era indispensabile che la monarchia si facesse iniziatrice d'emancipazione nazionale, e decretarono Carlo Alberto _spada d'Italia_ e liberatore magnanimo del Lombardo-Veneto. I capi dell'aristocrazia lombarda vecchia e nuova s'unirono co' faccendieri di Piemonte, perchè s'avverasse il decreto, da un lato a impedire che il fremito della gente lombarda non prorompesse in azione, dall'altro a spingere con messi, segretari intimi, offerte e promesse, il re all'invasione. A vederli, a udirli in que' tempi e pensare che agenti e raggiri siffatti provvedevano, nella mente dei più, a fare che una ITALIA LIBERA fosse, correva il pensiero a uno sciame d'insetti brulicanti fra' velli della criniera del leone.
XI.
Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti, tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata, quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei _moderati_.