Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Chapter 52
Siate credente. Abborrite dall'essere re, politico, uomo di Stato. Non transigete coll'errore: non vi contaminate di diplomazia: non venite a patti colla paura, cogli espedienti, colle false dottrine d'una legalità che non è se non menzogna inventata quando la fede mancò. Non abbiate consiglio se non da Dio, dalle ispirazioni del vostro core e dall'imperiosa necessità di riedificare un tempio alla verità, alla giustizia, alla fede. Chiedete a Dio, raccolto in entusiasmo d'amore per l'umanità e fuor d'ogni altro riguardo, ch'ei v'insegni la via: poi ponetevi per quella colla fiducia del trionfatore sulla fronte, coll'irrevocabile decisione del martire. Non guardate a diritta o a sinistra, ma davanti a voi ed al cielo. Ad ogni cosa che incontrate fra via, domandate a voi stesso: _è questo giusto o ingiusto? vero o menzogna? legge d'uomini o legge di Dio?_ Bandite altamente il risultato del vostro esame e operate a seconda. Non dite a voi _s'io parlo ed opero nel tal modo, i principi della terra dissentiranno: gli ambasciatori daranno note e proteste_. Che sono le querele d'egoismo dei principi e le loro note davanti a una sillaba dell'Evangelo eterno di Dio? Hanno avuto finora importanza perchè, fantasmi, non avevano contro se non fantasmi. Opponete ad essi la realtà d'un uomo che vede l'aspetto divino, ignoto ad essi, delle cose umane: d'un'anima immortale che sente la coscienza d'un'alta missione; e spariranno davanti a voi come i vapori accumulati nelle tenebre davanti al sole che si inalza sull'orizzonte. Non vi lasciate atterrire da insidie: la creatura che compie un dovere non è cosa degli uomini, ma di Dio. Dio vi proteggerà: Dio vi stenderà intorno una tale corona d'amore che nè perfidia d'uomini irreparabilmente perduti, nè suggestioni d'inferno potranno mai rompere. Date uno spettacolo nuovo, unico al mondo: avrete risultati nuovi, imprevedibili da qualunque calcolo umano. Annunciate un'êra; dichiarate che l'umanità è sacra e figlia di Dio: che quanti violano i suoi diritti al progresso, all'associazione, sono sulla via dell'errore: che in Dio sta la sorgente d'ogni governo: che i migliori per intelletto e per core, per genio e virtù hanno ad essere i guidatori del popolo. Benedite a chi soffre e combatte: biasimate, rimproverate chi fa soffrire, senza badare al nome ch'ei porta, alla qualità ch'ei riveste. I popoli adoreranno in voi il miglior interprete dei disegni divini; e la vostra coscienza vi darà prodigi di forza e di conforto ineffabile.
Unificate l'Italia, la patria vostra. E per questo non avete bisogno d'oprare, ma di benedire chi oprerà per voi e nel vostro nome. Raccogliete intorno a voi quelli che rappresentano meglio il partito nazionale. Non mendicate alleanze di principi. Seguite a conquistare l'alleanza del nostro popolo. Diteci: _L'unità d'Italia deve essere un fatto del XIX secolo_; e basterà: opereremo per voi. Lasciateci libera la penna, libera la circolazione delle idee per quanto riguarda questo punto, vitale per noi, dell'unità nazionale. Trattate il governo austriaco, anche dove non minacci più il vostro territorio, col contegno di chi lo sa governo d'usurpazione in Italia e altrove. Combattetelo colla parola del giusto, dovunque ei macchina oppressioni e violazioni del diritto altrui fuori d'Italia. Invitate, in nome del Dio di pace, i gesuiti, alleati dell'Austria in Isvizzera, a ritirarsi da un paese dove la loro presenza prepara inevitabile e prossimo spargimento di sangue cittadino. Dite una parola di simpatia che riesca pubblica al primo polacco di Galizia che vi verrà innanzi. Mostrateci insomma con un fatto qualunque che voi non tendete solamente a migliorare la condizione fisica dei pochi sudditi vostri, ma che abbracciate nel vostro amore i milioni d'Italiani fratelli vostri; che li credete chiamati da Dio a congiungersi in unità di famiglia sotto un unico patto; che benedireste la bandiera nazionale dove si levasse sorretta da mani pure, incontaminate; e lasciate il resto a noi. Noi vi faremo sorger intorno una nazione, al cui sviluppo libero voi, vivendo, presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio fra il potere spirituale ed il temporale; e nel quale voi sarete scelto a rappresentare il _principio_ del quale gli uomini scelti a rappresentar la nazione faranno le applicazioni. Noi sapremo tradurre in un fatto potente l'istinto che freme da un capo all'altro della terra italiana: noi vi susciteremo attivi sostenitori nei popoli d'Europa: noi vi troveremo amici nelle file stesse dell'Austria: noi soli, perchè noi soli abbiamo unità di disegno e crediamo nella verità del nostro principio, e non l'abbiamo tradito mai. Non temete d'eccessi da parte del popolo gittato una volta su quella via: il popolo non commette eccessi se non quando è lasciato agli impulsi proprî senza una guida ch'ei veneri. Non v'arretrate davanti all'idea d'essere cagione di guerra. La guerra _esiste_ dappertutto: aperta o latente, ma vicina a prorompere e inevitabile.
Nè, beatissimo padre, io v'indirizzo queste parole, perch'io dubiti menomamente dei nostri destini, perchè io vi creda mezzo unico, indispensabile all'impresa. L'unità italiana è cosa di Dio: parte di disegno provvidenziale e voto di tutti, anche di quei che vi si mostrano più soddisfatti dei miglioramenti locali e che, meno sinceri di me, disegnano farne mezzo di raggiunger l'intento. Si compierà con voi o senza di voi. Ma ve lo indirizzo perchè vi credo degno d'essere iniziatore del vostro concetto; perchè il vostro porvi a capo dell'impresa abbrevierebbe di molto le vie, e diminuirebbe i pericoli, i danni, il sangue che si verserà nella lotta; perchè con voi questa lotta assumerebbe aspetto religioso e ci libererebbe da molti rischi di reazioni e colpe civili; perchè s'otterrebbe a un tempo, sotto la vostra bandiera, un risultato politico e un risultato immenso morale; perchè il rinascimento d'Italia, sotto l'egida d'una idea religiosa, d'uno stendardo non di _diritti_ ma di _doveri_, lascierebbe addietro tutte le rivoluzioni de' paesi stranieri e porrebbe immediatamente l'Italia a capo del progresso europeo; perchè sta nelle mani vostre il poter fare che questi due termini _Dio_ e il _Popolo_, troppo spesso e fatalmente disgiunti, sorgano a un tratto in bella e santa armonia, a dirigere le sorti delle nazioni.
S'io potessi esservi vicino, invocherei da Dio potenza, per convincervi col gesto, coll'accento, col pianto: così, non posso che affidar freddamente alla carta il cadavere, per così dire, del mio pensiero; nè mi riuscirà pure d'aver la certezza che avete letto e meditato un momento quello ch'io scrivo. Ma io sento un bisogno imperioso di adempiere a questo dovere verso l'Italia e voi; e qualunque sia per essere il pensier vostro, mi parrà di trovarmi più in pace colla mia coscienza.
Credete, beatissimo padre, ai sensi di venerazione e d'alta speranza che vi professa il vostro devotissimo
GIUSEPPE MAZZINI.
MISSIONE DELLA STAMPA PERIODICA
1848.
La stampa periodica politica ha oggi un'alta missione; è necessario per essa sollevarsi a quell'altezza o perir moralmente, consumando le forze, senza potenza d'iniziativa, per entro un misero cerchio di fatti transitori e di polemiche inutili o pericolose.
Tutto è transitorio oggi in Italia. Abbiamo innanzi agli occhi, nella penisola, il sublime ma disordinato fermento d'un'opera di _creazione_, e intorno, per tutta Europa, i sintomi innegabili d'un'opera di _trasformazione_. Troni edificati con cure ed arti ridotte per diciassette anni a sistema e forti d'armi, d'ingegno pervertito e di corruttela, rovesciati in un subito: principi nati e cresciuti tiranni frementi un tempo alla sola idea di progresso, conceditori a un tratto di libertà e vogliosi d'affratellamento cogli uomini devoti pochi anni prima al palco o all'esilio: un papa, successore a Gregorio XVI, acclamato dai popoli banditore d'emancipazione, apostolo della democrazia del Vangelo: il diritto che dal trattato di Vestfalia in poi regolava la vita internazionale dei popoli lacerato a brani, in una terra e provvidenzialmente, dagli oppressori, in un'altra dagli oppressi; e nazioni nuove accennanti sorgere, razze mute finora nella storia ch'oggi si raccolgono e si apprestano a proferire la loro _parola_, classi intere, e le più numerose, trattate finora con disprezzo o terrore, chiamate, dall'arcana potenza educatrice dell'umanità, ad atti meravigliosi di potenza e virtù, a coscienza imprevista di missione comune, di fratellanza d'eguali coll'altre classi; questo per l'Europa;--e qui in Italia, un popolo che si leva gigante da un sonno di secoli; un forte esercito straniero accampato da lunghi anni nelle nostre città, nelle nostre fortezze, nelle posizioni più difficili a vincersi, côlto di terrore dal suono a stormo delle nostre campane, fuggente davanti al berretto di giovani volontari, ricacciato in sulle prime fin quasi all'Alpi da insurrezione di cittadini; un grido unanime d'Italia e di libertà, là dove la statua d'Italia era velata e non poteva insegnarsi libertà che dai pochi e a prezzo di sangue; un anelito al confondersi in uno, al riviver fratelli, là dove l'ultima parola libera era stata parola di guerra, e il mondo diceva: _non rivivranno più mai perchè non sanno amarsi l'un l'altro_. È spettacolo grande e degno di Dio; spettacolo profetico della sua vita, che sommove in oggi le moltitudini, come l'alito dell'alba sommove l'addormentata campagna e le inonderà tra non molto d'una nuova immensa potenza e d'un nuovo amore, come il sole inonda, abbraccia la natura, ridesta di luce e calore. A nessuno, qualunque sia l'ostacolo ch'egli incontra, è lecito sconfortarsi senza ateismo. A nessuno, qualunque sia l'apparenza delle cose che gli suggerisce un'opinione o giudizio, è lecito far altro che presentir l'avvenire e dirlo fraternamente. _Soccorrimi, o Dio_, mormora l'abitatore delle spiaggie della Brettagna: _Il mare è sì vasto e la mia nave è sì piccola!_ E noi siam tutti simili all'abitatore della Brettagna. Vasto è il mare d'un popolo che si ricrea a nuova vita: infiniti, incerti sono gli orizzonti che si rivelano successivi a chi rivive con esso, e l'intelletto, alimentato, spronato, determinato ne' suoi giudizî dai fatti dell'oggi, è sì piccola cosa!
L'intelletto suscitato dalle speranze e dai timori dell'oggi, è in una fase transitoria come il mondo che gli s'agita intorno e su cui si esercita: e vorremmo ricordarlo a quanti nostri fratelli parlano o scrivono intorno a' destini politici del paese. Noi non siamo in tempi normali. Ogni giorno rivela un nuovo elemento d'azione, una facoltà, una tendenza che ci era ignota. Ogni giorno sospinge innanzi d'un passo il nostro popolo; e i passi d'un popolo sono i passi del Nettuno omerico. In tempi siffatti, sopra un terreno vulcanico, davanti a un popolo inteso in sobbollimento d'affetti, di voti, d'aspirazioni, d'istinti, l'assoluto nelle opinioni è gravissimo errore, l'intolleranza una colpa, colpa, diciamo, non verso gl'individui, che poco importa, ma verso l'avvenire, verso i fati non decisi della nazione. Il pensiero è sacro. Forse nell'idea, ch'oggi vi sembra falsa e nocevole, cova il futuro sviluppo della patria comune. Noi tutti tendiamo verso lo stesso fine, adoriamo lo stesso ideale: differiamo sui mezzi. Noi crediamo che l'Italia una non potrà sorgere che all'ombra della bandiera repubblicana ondeggiante dall'alto della città ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano; altri crede che a raggiungersi l'unità debbano costituirsi prima cinque Italie, poi quattro, poi tre, sino a fusione assoluta; altri che il sistema federativo sia preferibile all'unità. Discutiamo: illuminiamoci: fermi ed aperti intorno a pochi _principî_ conquistati dal lavoro dei secoli e impiantati nella coscienza dell'umanità; tolleranti e modesti quanto ai disegni architettati su quello che noi chiamiamo _fatti_ e non è forse che apparenza di _fatti_: tolleranti e modesti ogni qual volta noi non abbiamo fondamento ai disegni convinzioni perenni, ma solamente calcoli di opportunità e concessioni a necessità transitorie che il domani forse cancellerà. Le nazioni si fondano sull'eterno, pe' principî, pel vero. Ai credenti nell'eterno, nei principî, nel vero, spetta, nei grandi periodi di trasformazione, più assai parte d'iniziativa che non agli uomini del _reale_, del _possibile_, dei _fatti_, come oggi sono. Ricordatevi che Cesare Balbo aspettava l'emancipazione italiana dallo smembramento dell'impero turco:--che Massimo d'Azeglio dichiarava impossibile a un papa l'esser buono efficacemente;--ch'altri predicava il progresso italiano non potere che scendere dall'alto, e l'insurrezione, l'iniziativa sgorganti dalle viscere del popolo, esser cosa funestissima, rovinosa. E Dio e il popolo creavano Pio IX; e l'insurrezione di Sicilia conquistava libertà di Statuti a tutta l'Italia: e le barricate di Milano scioglievano, senza il beneplacito dell'Oriente, la questione d'indipendenza. Ah! ben altri segreti di forza e d'azione fremono nel core di questo popolo che non i calcolati dagli uomini del _possibile_ e delle cinque Italie!
Ma intanto, e mentre noi tutti discuteremo fraternamente sui _mezzi_, sulle vie da scegliersi, esiste una sfera superiore alla quale è necessario che la stampa periodica s'inalzi, o, ripetiamo, rinneghi ogni potenza d'iniziativa. Il problema che s'agita è problema d'educazione; gli scrittori politici hanno ad essere educatori, e un giornale deve essere un atto di sacerdozio, un'opera d'apostolato. Noi non combattiamo solamente per l'impianto d'un sistema o d'un altro: combattiamo perchè gli uomini, e gl'Italiani, segnatamente, migliorino, perchè imparino più sempre ad amarsi, perchè vie meglio corrispondano, facendo sempre più potente e diffondendo al maggior numero possibile l'associazione, il patto fra gli eguali, al disegno della provvidenza; perchè crescano in intelletto, in attività progressiva verso il fine che Dio prefisse all'umanità. Le istituzioni che noi cerchiamo son mezzi d'educazione, non altro. E questa educazione morale che le istituzioni, quando che sia, compieranno, noi possiamo e dobbiamo iniziarla fin d'ora. Noi dobbiamo rannodare cielo e terra; religione e politica. Dalla sfera secondaria nella quale le ricerche e le discussioni sfumano pur troppo sovente in querele di partiti avidi del trionfo d'un giorno, dobbiamo salire, quante più volte possiamo e perch'altri vi salga con noi, alla più sublime, dove vivono e s'inculcano la fede in Dio, nell'umanità e nella patria; la soggezione alla legge morale che guida i fati del mondo; la riverenza al popolo, non perchè forte di cifra potente inevitabile, ma perchè riassumendo in sè tutte quante le facoltà di religione, di politica, d'industria e di arte largite all'umana natura ma disperse sugli individui, e solo interprete progressivo di questa legge: alla sfera insomma dei principî, comunque immediata o remota possa esserne l'applicazione. Dobbiamo fondar la politica sulla definizione della vita sulla missione della creatura quaggiù, sulla credenza di dovere e di sacrificio che solo fa santa la politica, sola può avviare a un'armonia permanente d'affetti e d'azioni le moltitudini. Dobbiamo ritemprare, riconsecrare a grandi pensieri, a forti fatti, l'_uomo_ ineducato per ineguaglianza di sorti, corrotto dall'arti della tirannide, avvezzo alla diffidenza, alle cieche subite reazioni. Dobbiamo insegnargli l'umanità ch'egli ignora, per la quale egli sta, ne' suoi atti, mallevadore, lavoratore nell'opificio speciale che Dio gli assegnava, la patria. E per questo dobbiamo mostrargli in noi gli _uomini_: gli uomini ch'egli cerca e, trovati, venera, lontani dalle esagerazioni, dai tristi sospetti e dalle stolide adorazioni, cercatori unicamente del vero e devoti a rappresentarne il culto negli atti pratici della vita. Gli uomini sono i libri del popolo; la _parola_ vivente ch'ei cerca e segue. Un uomo uno nell'_idea_ e nell'_azione_, del quale nessuno possa dire: _l'opere vostre non consuonano co' vostri detti_, è più potente di mille volumi sopra una nazione che si rigenera.
E base, principio sommo di questa opera educatrice a cui noi invitiamo i nostri fratelli della stampa politica, è la santità, _l'inviolabilità del pensiero_. È il nostro palladio; e noi ne siamo custodi. Ognuno di noi qualunque sia l'opinione particolare alla quale appartiene, dovrebbe farsi mallevadore per tutti della libertà del pensiero. Ognuno di noi, repubblicano, monarchico, unitario o federalista, dovrebbe stringersi agli altri come a fratelli su questo terreno comune.
Noi facciamo a' nostri colleghi proposta formale in nome della inviolabilità del pensiero, d'un'associazione diretta a tutelarne, qualunque sia l'avvenire, la libertà: d'un'associazione che s'opponga, in ogni caso d'arbitrio e di tirannia, colla voce di tutti, coi mezzi di tutti, a qualunque violazione, a qualunque ingiusta limitazione ne fosse in avvenire tentata. Se la proposta verrà accettata, noi ne sminuzzeremo le condizioni, e un'assemblea, composta d'un delegato per ogni giornale, le giudicherà.
Il primo atto _collettivo_ del giornalismo ne fonderà a un tempo la moralità e la potenza. In noi sta oggi l'espressione molteplice della coscienza italiana. È deposito sacro; e dovremmo vegliarvi sopra, come i Leviti vegliavano sull'Arca del Patto.
AI GIOVANI.
RICORDI
La linea retta è la più breve fra due punti dati.--
EUCLIDE.
I.
Sono nella vita dei popoli, come in quella degli individui, momenti solenni, supremi, nei quali si decidono le sorti di un lungo avvenire, quando tra due vie schiuse al moto, fra due insegnamenti, tra due principî diversi, la nazione oscilla incerta nella scelta e cerca una norma alla propria azione. Allora ogni uomo ha diritto di chiedere all'altro: in che credi? E a ogni uomo corre debito di rispondere: _questa è la mia fede; su questa giudicherete l'opera mia_. Allora, i pessimi sono i tiepidi: gli uomini che per povertà di core e grettezza di mente tentennano fra le due vie, rifuggono codardamente dall'armonizzare gli atti alla fede e s'illudono o cercano illudere le moltitudini a un concetto d'accordo impossibile fra i due principî. I tristi si giovano di costoro per pascere di speranze protratte i desiderosi di cose nuove: i buoni si ritraggono irritati e disperano: e l'occasione, come il ciuffo della fortuna, sparisce per non tornare se non dopo un lungo volger di ruota, dopo lunghi anni di nuovi dolori, di nuove delusioni e sciagure.
L'Italia è oggi in uno di questi momenti.
Il fermento è universale in Italia; ma senza intento determinato, senza unità di credenza intorno alla via da tenersi, prorompe in sommosse senza nome e senza frutto, non promove di un passo la causa della nazione. L'accordo tra governi e governati è cessato; ma il _principio_ intorno a cui i governati devono raccogliersi non è francamente, apertamente bandito. Il popolo, ove durasse anche per poco in sì fatto stato, cadrebbe rapidamente dall'anarchia morale in una diffidenza profonda di cose e d'uomini, e da quella nel sonno d'inerzia onde esciva poc'anzi. E quel sonno, per un popolo che viaggia in cerca di nuovi destini, è la morte: il sonno del viandante tra le nevi dell'Alpi, al quale è mal fido amico chi non lo scuote e non gli grida all'orecchio: _Cammina innanzi o perisci_.
II.
Cammina innanzi o perisci! È tempo di dire al popolo, a una gioventù buona ma traviata pur troppo dai faccendieri politici, tutta e nuda la verità. Da due anni s'è speso in Italia oro, entusiasmo, sangue, tanto quanto basterebbe a crear due nazioni, non una; e ci troviamo a un dipresso là d'onde partimmo. Il grido di _patria, libertà, indipendenza_, suonò da un capo all'altro della terra italiana: grido, ruggito di moltitudini potenti, volenti, non di pochi devoti al martirio. In Sicilia, in Bologna, nelle città lombarde, in Venezia, il popolo imparò subitamente, sotto l'impulso d'una grande idea, a combattere, a vincere, a disfare eserciti. Bandita dal popolo la guerra all'Austria, cinque giorni videro ridotti in tre fortezze i dominî dello straniero; videro nostro il Lombardo-Veneto; videro la bandiera tricolore italiana sventolare, acclamata, fin nel Tirolo. Settanta mila soldati agguerriti, se non per battaglie, per lunga disciplina, tennero il campo contro l'austriaco; e intorno ad essi era il fiore della gioventù italiana, era il fremito delle popolazioni ebbre di vittoria e di belle speranze. E tutto questo è sparito; l'Austriaco insolentisce per le vie di Milano: migliaja d'esuli lombardo-veneti ramingano su terre straniere: l'Europa che plaudiva, pochi mesi or sono, attonita al nostro risorgere, ricomincia a schernirci queruli, codardi, impotenti. Come avvenne? Come tornarono a un tratto in nulla le quasi adempite speranze? Gli uni accusano le colpe o gli errori militari dei capi; gli altri i dissidî, le diffidenze, l'ignavia di chi seguiva--i repubblicani, che dopo aver dato il segno delle barricate cittadine, tacquero e si confusero nei ranghi de' combattenti--la forza prepotente d'un esercito che la campana a stormo avea dato alla fuga--i gesuiti, cadavere galvanizzato d'una sêtta che, perduto genio, appoggio di credenza e tesori, affogherebbe sotto il disprezzo se gli uomini d'oggi sapessero disprezzare. E molte di queste cagioni e più altre sono vere; ma tutte secondarie, occasionali, insufficienti a generare la rovina d'un popolo insorto. Superiore a tutte, e sorgente prima di tutte, sta quest'una che molti hanno in core e nessuno s'attenta dir chiaramente: che le _Nazioni non si rigenerano colla menzogna_; che un popolo schiavo da secoli di poteri guasti, corruttori per indole e necessità, ligi dello straniero, avversi a tutte sublimi credenze, sospettosi d'ogni sviluppo d'intelletto libero, incerti del presente e tremanti dell'avvenire, non sorge a nazione, se non rovesciando quei poteri-fantasmi, traendo dall'ime viscere il segreto della propria vita, levandosi nell'orgoglio delle sue tradizioni e nella potenza d'una grande idea, e dichiarando non volere riconoscere che un solo padrone nel cielo, Dio padre ed educatore, una sola norma d'attività sulla terra, la verità ch'è l'ombra di Dio.
III.